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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


Dal libro d’arte a Internet: tecnologie digitali, multimedia, ipermedia

Reading time: 6 – 10 minutes

Il problema della riproduzione delle immagini è il cuore stesso di ogni dibattito sui metodi di studio e di divulgazione dell’arte. Tradizionalmente, la riproduzione delle opere d’arte avviene per via analogica, attraverso mezzi fotografici o tipografici. Oggi, tuttavia, è possibile riprodurre le opere d’arte per via digitale e diffonderle attraverso i cavi del telefono, la qual cosa, a pensarci bene, non significa solo che la tecnica si è evoluta, ma anche – e soprattutto – che la diffusione delle immagini non dovrà più fare i conti con i limiti (e i costi) imposti dalla fisica e dalla meccanica. In tal senso, si può affermare che la vera rivoluzione non è la riproducibilità tecnica, ma la riproducibilità digitale dell’opera d’arte.

Che cosa significa tutto questo, a parte la constatazione che possiamo ormai considerare Walter Benjamin alla pura stregua di un classico della letteratura ? Proviamo a parlarne, ma non sarà facile. Prima di tutto, ci vorrebbero fiumi di parole per spiegare nel dettaglio la differenza tra l’immagine analogica e l’immagine digitale: in pillole, si può dire che l’immagine digitale è il risultato di un processo di scansione, ovvero di conversione del segnale analogico in informazione digitale. In pratica, l’immagine sorgente viene scomposta in una serie più o meno fitta di punti, ad ognuno dei quali il computer attribuisce un codice numerico binario, che individua e memorizza la presenza dei colori primari, la tonalità, la saturazione, la luminanza o altre caratteristiche dell’immagine. Il numero dei punti individuati durante il processo di scansione in rapporto alla superficie determina la risoluzione dell’immagine, la tipologia di informazioni binarie attribuite a ciascun punto – quella stessa che individua la tonalità cromatica – ne determina la definizione. Quanto fossero importanti le immagini digitali nello studio dell’arte lo si era già capito più di dieci anni fa. Per la storiografia dell’arte è un battito di ciglia. Ma per l’informatica è l’equivalente di un’era geologica. Il problema veniva posto allora in termini piuttosto elementari, considerando le tecnologie disponibili.

Oggi, molti esperti hanno cominciato a definire parametri precisi per quel che riguarda l’acquisizione, il trattamento, le specifiche tecniche, l’uso e la destinazione delle riproduzioni digitali delle opere d’arte. Tutti insistono decisamente sull’importanza dell’immagine digitale nello studio dell’arte e sui vantaggi della tecnologia digitale rispetto a quella analogica, incontrando tuttavia molte resistenze, spesso legate all’idea, assolutamente errata, che l’immagine digitale non sia qualitativamente in grado di reggere il confronto con una riproduzione fotografica. Si tratta, in realtà, di un falso problema. Michael Ester, uno dei maggiori esperti al mondo in questo campo specifico, afferma categoricamente che la qualità di un’immagine digitale non potrà mai superare quella della sua fonte materiale originaria, ma supera ormai largamente quella di una riproduzione analogica. Un qualunque scanner per uso domestico è in grado di “definire” una quantità di sfumature di colore superiore al miliardo, quando l’occhio umano non riesce a percepirne più di 12-13 milioni. Con uno scanner professionale di tipo “VASARI” (Visual Arts System Archiving, Retrievale & Imaging Project: uno strumento di particolare potenza e precisione su cui stanno lavorando vari consorzi a livello europeo), si possono ottenere risultati impressionanti effettuando la scansione direttamente sull’opera d’arte. La qualità è tale che un confronto tra diverse scansioni, realizzate a distanza di un certo tempo l’una dall’altra, potrebbe indicare in modo assolutamente esatto anche la minima alterazione cromatica di una qualsiasi area, anche microscopica, dell’originale, con implicazioni immense nel campo del restauro.

Dunque ? Perché esitare ancora ? Perché il mondo degli storici dell’arte ha assorbito e digerito non senza difficoltà l’uso della diapositiva, ma proprio non riesce a percepire le potenzialità della riproduzione digitale. Un case-study condotto nel 1996 negli Stati Uniti, ad esempio, sottolinea il generale scetticismo con cui i responsabili degli archivi di immagini di opere d’arte guardano alla riproduzione digitale. Da un lato, gli operatori non sono del tutto convinti della qualità delle nuove immagini, dall’altro non riescono ancora a percepirne la reale utilità o la sostanziale differenza rispetto alle diapositive. Temono inoltre che l’istituzione che essi rappresentano non sia in grado di sopportare il costo del processo di scansione e quello necessario per riqualificare il personale o assumerne di nuovo. Vedono inoltre nella digitalizzazione il rischio di un eccessivo allargamento del campo d’azione dell’archivio, ed è significativo che uno degli intervistati affermi che lavorare con le immagini digitali “sarebbe come passare dalla bottega al supermercato; personalmente preferisco avere a che fare con piccoli gruppi di persone”. In un paese aperto alle novità tecnologiche come gli Stati Uniti queste affermazioni sono quasi incredibili. Possiamo facilmente immaginare che tipo di reazioni produrrebbe la stessa indagine in Europa. Ad eccezione, forse, della Francia e della Gran Bretagna, dove il dibattito sulla multimedialità nel suo complesso è molto sentito, è probabile che gli operatori arriverebbero alle stesse conclusioni, o a conclusioni ancor più radicalmente conservatrici: una sorta di arroccamento di fronte all’invadenza di un mondo che viene percepito come incombente, proprio perché, paradossalmente, se ne intuisce la portata rivoluzionaria. Prima o poi saremo costretti a trasformare le immagini in numeri, sembrano dire gli addetti ai lavori: ma intanto andiamo avanti con le diapositive, che sappiamo come sono fatte e a che cosa servono, prima che queste nuove diavolerie sconvolgano la tranquilla routine del nostro lavoro quotidiano !

Eppure le tecnologie digitali aprono orizzonti straordinari. Il supporto digitale, ad esempio, è senza ombra di dubbio molto più conveniente di quello cartaceo come strumento di archiviazione delle immagini. La quantità di dati che può essere memorizzata su un singolo Cd-Rom è di gran lunga superiore a quella che può essere stampata in un volume cartaceo. Qualcuno ricorda i fascicoli della serie “I maestri del colore” ? Bene, l’intera serie, oltre 250 fascicoli, potrebbe agevolmente essere memorizzata su un solo Cd-Rom, mantenendo inalterata o addirittura migliorando la qualità delle riproduzioni. Un catalogo di oggetti d’arte destinati al mercato antiquario prodotto annualmente da un’azienda milanese riesce a condensare, sempre nello spazio di un Cd-Rom, da 3000 a 5000 immagini digitali a 16 milioni di colori. Pensando ad una diffusione dell’editoria d’arte su Internet non ci sono più nemmeno i limiti “fisici” del Cd-Rom, e qualunque quantità di immagini di qualunque qualità può essere teoricamente “stampata” e diffusa a costo zero, utilizzando semplicemente particolari tecniche di compressione dei dati per non influire sui tempi di connessione. Il problema è, se mai, di natura commerciale, poiché non è ancora chiaro quanto e soprattutto come un editore può vendere libri digitali via Internet. Per contro, chiunque può pubblicare contributi e di diffonderli su scala globale sfruttando la rete Internet, e una delle migliori pubblicazioni elettroniche in circolazione sulla rete, il Web Museum, un ottimo manuale interattivo di storia dell’arte, non è un prodotto editoriale ma il risultato finale del lavoro di un gruppo di appassionati. Inoltre, non bisogna dimenticare che le tecnologie digitali consentono di manipolare con relativa facilità le immagini delle opere d’arte, e ci permettono quindi di analizzarle, rileggerle, ripensarle molto più di quanto non sia dato fare utilizzando riproduzioni analogiche. In pratica, ci aiutano a meditare meglio. I vantaggi della rivoluzione digitale sono molteplici. Senza lo sviluppo delle tecnologie digitali, ad esempio, non potremmo parlare di multimedialità e di ipermedia, e anche la rete Internet, così come ci stiamo abituando a conoscerla, non avrebbe lo stesso significato.

Di multimedialità di parla molto, da qualche tempo. E si parla molto anche degli equivoci che il termine genera e della natura temporanea del concetto che esso esprime. Alcuni sostengono, in realtà, che non ha senso parlare di multimedialità facendo riferimento a certe potenzialità che le tecnologia digitali hanno “stimolato”, perché il computer non è certo l’unico esempio di multi-medium: multimediali sono il cinema, la TV, il libro illustrato. Ma solo il computer permette di accostare contemporaneamente e in modo del tutto naturale media differenti senza alterare il codice simbolico di ciascuno di essi. Inoltre, solo il computer può gestire più tecniche digitali intrecciandole tra loro in un reticolo ipertestuale, una ragnatela illimitata di associazioni di idee e possibili percorsi. Tra poco non parleremo più di tecnologie digitali, ma solo di tecnologie ipermediali. La tecnologia ipermediale tende a diminuire la distanza che fino a pochi anni fa separava le diverse famiglie di software e ad integrare in un unico sistema di sviluppo funzioni proprie delle videoscritture, degli strumenti di fotoritocco, dei database, oltre che immagini, audio, video. Il computer, da questo punto di vista, sta perdendo la sua connotazione originaria di calcolatore e sta sempre più assumendo la forma di un contenitore di media, che in quanto tale potrà essere utilizzato sia per organizzare e comunicare il sapere in modo nuovo che per sviluppare, per dirla con Pierre Levy, le “tecnologie dell’intelligenza”. Quella ipermediale è quindi, per definizione, una tecnologia flessibile, talmente flessibile che l’ipermedia per eccellenza è l’ambiente meno strutturato, più aperto, più dinamico, più “iper” che sia mai esistito: Internet nella sua globalità e nella sua complessità. Un ambiente in cui le informazioni vengono scambiate e consultate in infiniti modi e forme, dove la distinzione tra autore e pubblico sta sempre più perdendo il suo carattere sostanziale, poiché “il lettore è sempre pronto a diventare autore”, che è destinato a modificare radicalmente il concetto stesso di editoria d’arte.

Dal libro d’arte a Internet: la rivoluzione digitale

Reading time: 6 – 9 minutes

Proviamo a essere talmente brevi da apparire esagerati: in un tempo ormai remoto, l’uomo inventò la scrittura. In una situazione favorevole, qualche tempo dopo, inventò il libro, che della scrittura è stato ed è il veicolo privilegiato, il paggio, il cavaliere errante. Il libro era allora un fragile rotolo di papiro, destinato a deperire e a bruciare al minimo soffio di calore, complicato da riprodurre, spaventosamente ingombrante e molto costoso. Così gli uomini, da sempre abituati a inseguire un qualche astruso principio di economia di cui non conoscono la causa ma accettano gli effetti, decisero di studiare un supporto più pratico e più robusto, che fu chiamato codice, in pratica il libro nella forma in cui lo conosciamo. Forma, si badi bene, non sostanza. Non paghi, gli uomini sperimentarono ancora, finché compresero che avrebbero potuto riprodurre più facilmente quei libri che, per dirla con il saggio Prospero, amavano più di ogni altra cosa, affidandone la copia a mezzi meccanici e non alla buona volontà di svogliati amanuensi, spesso abbastanza demotivati da commettere imperdonabili errori. Venne dunque la stampa, e con essa la possibilità di diffondere più facilmente la parola e l’immagine.

Ecco, dunque, in questa breve storia del mondo, in poche righe, condensate le più importanti rivoluzioni che l’umanità ha vissuto e attraversato: la scrittura, il libro, il codice, la stampa. Rivoluzioni vere e durature, altro che il propagarsi di effimere ideologie ! Rivoluzioni che hanno modificato il modo di pensare, e quindi di essere, di tutti noi. Che hanno determinato ciò che siamo stati, siamo e saremo. Che hanno dato una forma (una forma, si badi bene, non una sostanza) alla nostra mente e alle sue infinite cornici vuote, appese in quel museo, in quel labirinto che è il cervello in attesa di essere riempite di qualcosa che finisce col renderle insostituibili. Delle immagini, di solito. Immagini che evocano delle emozioni. La memoria, insomma.

Che cosa ha a che fare tutto questo con Internet e con i libri d’arte ? Molto, direi. Molto più di quanto non si possa credere. Per la semplice ragione che negli anni in cui stiamo vivendo è in corso un’altra rivoluzione, paragonabile, per portata e possibili effetti, a quelle tre o quattro appena citate. Ora, immagino già le reazioni dei lettori più attenti: ecco, diranno, si finirà col parlare ancora una volta dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica e di quell’intellettuale ebreo morto in esilio durante le persecuzioni naziste che scrisse un paio di piccoli saggi la cui importanza si deve ritenere fondamentale per l’evoluzione delle teorie sull’arte del XX secolo. Ma no, povero Benjamin ! Lasciamolo riposare in pace insieme alle sue datate teorie. Non è di lui che parleremo, o meglio, non direttamente. Diciamo solo che come molti di coloro che credono fermamente nelle rivoluzioni, Benjamin non ha avuto il tempo di vederne scoppiare una. Gli sembrava che così fosse, gli sembrava che la fotografia e le tecniche di stampa a colori dei libri d’arte, insomma il fatto stesso che l’arte fosse diventata tecnicamente riproducibile, stessero modificando radicalmente il nostro rapporto con le opere: non più capolavori isolati circondati da un aura sacrale, da guardare quasi con timore e reverenza, ma, finalmente, immagini, fonti, documenti, strumenti della conoscenza utilizzabili perfino per scopi diversi dall’indagine filologica. L’idea, a ben pensarci, non era malvagia, anzi, era abbastanza rivoluzionaria. Ma non era quella la vera rivoluzione, con buona pace del filosofo tedesco.

La vera rivoluzione, o almeno l’ultima in ordine di tempo, è scoppiata in America circa 10 anni fa e si è propagata rapidamente ovunque. I 10 anni che sconvolsero il mondo non hanno nulla a che vedere con l’evoluzione delle meccaniche celesti o con il propagarsi delle teorie sull’uguaglianza: coincidono invece con la diffusione, su scala planetaria e a livello di massa, di un oggetto apparentemente freddo e complicato, in realtà versatile e relativamente semplice, che è già stato definito personal computer, e soprattutto con l’esplosione di un fenomeno dai contorni ancora indefiniti che tutti ormai conoscono con il nome in codice di World Wide Web, che sarebbe come dire “una rete grande quanto il mondo”. Di che cosa stiamo parlando, esattamente ? Per sommi capi, diciamo che stiamo parlando delle tecniche di riproduzione digitali e della possibilità di diffondere informazioni multimediali, ovvero testi, immagini, suoni, video e altro ancora, in modo integrato e capillarmente, tanto da poter raggiungere chiunque abbia un normale computer e una normalissima connessione telefonica.

Questa complessa serie di fenomeni sta modificando l’editoria, il mercato dei libri e la diffusione della cultura. E sta quindi cambiando, come già afferma il semiologo canadese Derrick De Kerkhove, quelle cornici della mente, quei brainframes che le altre grandi rivoluzioni culturali avevano definito e strutturato in un certo modo. Parliamo ad esempio di editoria artistica, e parliamone in termini semplici e di assoluta chiarezza. Molti sanno perfettamente che cosa significa scrivere un libro d’arte e pubblicarlo: si tratta di elaborare dei testi, scegliere di illustrarli con delle immagini, impaginare insieme i testi e le immagini e procedere ad una tiratura tipografica, per ottenere un oggetto dotato di una sua consistenza materiale, che potrà essere venduto e comprato, distrutto o conservato, tramandato o consumato. Nel complesso è un processo piuttosto lungo e costoso, che richiede pazienza più che velocità, abilità retorica più che conoscenze tecniche, controllo sulla qualità dell’oggetto più che elaborazione di strategie sulla sua diffusione. Proviamo ora a immaginare che cosa significa, al contrario, decidere di affidare a Internet gli scritti sull’arte che abbiamo pensato di pubblicare: si tratterà sempre e comunque di elaborare dei testi e di scegliere delle immagini, ma alla fine diffonderemo un risultato del tutto immateriale – non possiamo chiamarlo oggetto – un flusso di elettroni, a cui potremo dare la forma di testi, immagini, suoni, video, un “qualcosa” che nessuno sa ancora come vendere e nessuno ancora pensa di comprare, che non si può appoggiare su un comodino né su uno scaffale, di cui nessuno può garantire la sopravvivenza e che, non da ultimo, chiunque può modificare a suo assoluto piacimento e completamente al di fuori del nostro controllo. Non è spaventoso ?

Certo che lo è, ma non per le ragioni che leggiamo sui giornali. Spaventa per le stesse ragioni per cui Socrate era spaventato dai libri e dalla scrittura, lui, abituato alla comunicazione orale, convinto che il nuovo mezzo di comunicazione non potesse possedere la stessa efficacia della parola. Spaventa, in sostanza, perché si tratta di un mezzo di cui non conosciamo ancora la natura, spaventa come tutte le novità tecnologiche, come tutto ciò che mette in discussione le certezze su cui si fonda la nostra cultura e fa tremare le fondamenta della nostra tradizione. Spaventa in particolar modo gli appassionati d’arte, che difficilmente vorranno negarsi il piacere di sfiorare la carta patinata o di godere della bellezza di una riproduzione fotografica, come se le riproduzioni digitali non fossero all’altezza o come se qualcuno avesse decretato la “morte del libro”.

Eppure, in questo nuovo modo di elaborare e diffondere le idee si intravedono già enormi vantaggi e infiniti e stimolanti orizzonti. Certo, un contemporaneo di Benjamin dotato del senso dell’umorismo direbbe “quanto darei per sapere cosa se ne fa tanta gente di un orizzonte allargato”. Ma le implicazioni dell’editoria elettronica e della diffusione delle informazioni sul World Wide Web sono e restano di portata assolutamente epocale: basti pensare al fatto che chiunque, utilizzando i canali di Internet, può pubblicare i risultati di uno studio a costi bassissimi e con la garanzia di una potenziale e immediata diffusione planetaria, scardinando completamente il rapporto tra autore e editore, quello tra autore e lettore e quello tra autorevolezza dello studio e autorità delle istituzioni che ne garantiscono la qualità. Se questa non è una rivoluzione