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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


Esserci o non esserci

Reading time: 2 – 2 minutes

Rotta M. (2010), Esserci o non esserci? La rete come desiderio, presenza e rappresentazione. Religioni e Società, Anno XXV, 65, Gennaio-Aprile 2010.

Rendo disponibile una versione di un contributo che sarà pubblicato su un’importante rivista di studi sociali. Non è il risultato di uno studio specifico o di una sperimentazione, ma il racconto di alcune esperienze di vita in rete. È quindi espressione di una prospettiva, una delle tante angolazioni da cui si può osservare il paesaggio virtuale che si srotola sotto i nostri occhi, ogni giorno, in quell’universo altrimenti indistinto e ancora in gran parte inesplorato che storpiando una battuta di Joseph Licklider abbiamo chiamato Internet. Si parte dalla rielaborazione di alcune riflessioni sulle improprietà di linguaggio di chi pretende di decodificare un fenomeno così fluido e multiforme, per arrivare a ipotizzare alcune possibili chiavi di lettura del cosiddetto Web 2.0 in quanto insieme di forme di aggregazione sociale ancora tutte da definire, con un’attenzione particolare a tre tipologie di social networks, o meglio, a tre momenti distinti e a loro modo concatenati di social networking, esemplificati da Facebook, Twitter e Nstreet.

Esserci o non esserci [Testo, PDF, IT]
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La rete, la libertà e l’immaginazione

Reading time: 4 – 7 minutes

Marco Longo mi sollecita una riflessione su una sua nota dedicata al tema della libertà in rete e provocatoriamente intitolata Troppa libertà in Rete? Occorre un Bavaglio o maggiore Consapevolezza? E io, liberamente, accetto la sfida e rispondo di getto. Già, ma come? L’istinto mi suggerisce una reazione spassionatamente libertaria, mentre la ragione mi sussurra di essere più critico. Che fare, anzi, che dire? Forse l’approccio più sensato, in attesa di un saggio esteso sull’argomento, consiste nel ripartire dalle domande e dalle istanze avanzate dallo stesso Longo e provare ad aggiungere qualcosa, punto per punto, caso per caso. Prima di tutto Longo si chiede se “la rete permette veramente a tutti di esprimere il proprio pensiero? O piuttosto c’è chi la utilizza di più e chi magari invece molto meno o per nulla?” Su questo aspetto ritengo che la riposta sia scontata: non importa se non tutti riescono a esprimere liberamente e coscientemente il proprio pensiero in rete, quello che conta è che la rete garantisca a tutti l’opportunità di esprimersi e di essere “autori” o emittenti di messaggi. La rete, in sostanza, è un ambiente in cui ciascuno di noi può interagire con chiunque altro su base assolutamente paritaria: in quanto tale, è il più potente strumento di libertà e di democrazia diretta che l’umanità abbia mai avuto a disposizione. Come altri strumenti dello stesso genere è ancora imperfetto (e largamente sottovalutato), ma al momento è lo scenario con più potenzialità in tal senso, e non a caso i regimi autoritari, totalitari e oligarchici (e anche molti demagoghi camuffati da democratici) fanno di tutto per limitarne l’uso o condizionarne gli effetti. Certo, al di là degli enunciati generali sul bisogno di difendere la libertà in rete e la libertà della rete, è importante anche riflettere sulle implicazioni positive o talora negative dello stesso scenario. Ma sul piano “politico” non ho dubbi: la libertà non è mai abbastanza, e questo vale particolarmente in rete. Longo, tuttavia, esprime qualche ragionevole dubbio ricordando che “in Rete e in particolare nei Blog e nei SN tendono a manifestare con maggiore insistenza e veemenza il proprio pensiero (qualunque esso sia) soprattutto le persone che non hanno altri luoghi, modalità o spazi offline per esprimersi… ma sappiamo che questo accade in un’epoca di progressiva scomparsa dei luoghi storici o usuali di agregazione e socializzazione, soprattutto negli spazi metropolitani, nonché in un periodo storico/sociale di progressiva caduta di ideali, di aumento della solitudine e dell’anomia”. “Tutto questo, suo malgrado, favorisce di fatto il flaming e le boutades aggressive delle personalità più narcisistiche o dei gruppi più violenti”. Queste considerazioni, a mio parere, non sono di natura politica, ma semantica. Se sul piano politico è giusto che si affermi in ogni modo e con ogni mezzo il principio della libertà della rete e nella rete, sul piano semantico è chiaro che occorre prestare attenzione non tanto al contenuto delle informazioni e delle comunicazioni che si intrecciano in rete, quanto alle modalità e ai codici che rendono le interazioni comprensibili e riconoscibili. Purtroppo siamo abituati ad analizzare i fenomeni legati alla comunicazione partendo da modelli mentali consolidati da secoli e che sono accomunati dal concetto di “accentramento”: il registro comunicativo, cioè, è solitamente definito da un soggetto emittente riconoscibile (un editore, un’istituzione, un giornale, una televisione) che interpreta il ruolo di mediatore nei confronti di molti. Questo modo di procedere semplifica di fatto la comunicazione perché ne determina a priori quanto meno i connotati generali, le cornici di riferimento e i codici linguistici (qualcuno ricorderà che Pasolini spiegò agli increduli che è stata la televisione, e non la Crusca, a uniformare la lingua italiana), permettendoci di concentrarci, ad esempio, sui contenuti o sulla rilevanza dei significati. In rete, invece, ciascuno di noi è mediatore nei confronti di ciascun altro, e di conseguenza non esistono codici o registri comuni o quanto meno dati per scontati: nel momento stesso in cui ogni individuo può essere sia lettore che autore, di fatto ogni individuo, prima ancora di inviare un messaggio, è soggetto attivo nella definizione provvisoria di modalità semantiche che ogni altro individuo deve poter comprendere per potersi concentrare sul contenuto, sull’oggetto stesso della comunicazione. Così, mentre in un sistema dei media di tipo tradizionale è sufficiente, per chi invia un messaggio, identificare il massimo comune divisore tra i destinatari, in rete è come se tutti fossimo costantemente alla ricerca di un minimo comune multiplo. Questa fenomenologia produce rumore, incomprensioni, l’impressione di una comunicazione frammentaria ed equivoca, ma solo perché ci distoglie dal contenuto per spingerci a esplorare gli strumenti stessi della comunicazione. E penso che anche questo sia un passo in avanti, un’affermazione di libertà: non siamo più soltanto destinatari passivi ma soggetti attivi, sempre, comunque, nel momento stesso in cui ci iscriviamo a un social network, per il fatto stesso di esserci e condividere le stesse opportunità con chiunque altro. Diciamo di più: la rete, oltre che libertà, è immaginazione. Perché non pone limiti astratti e preconcetti alla natura stessa delle nostre interazioni. Siamo noi, piuttosto, che spesso ci autolimitiamo per paura, opportunismo, o più semplicemente per abitudine, perché preferiamo riproporci nel Web per ciò che pensiamo di essere piuttosto che immaginare ciò che potremmo fare. Detto questo, a me poi non interessa più di tanto se in rete interagiscono, comunicano e pubblicano informazioni anche degli stupidi, dei malintenzionati o dei facinorosi. A me interessa piuttosto che sia possibile riconoscerli, identificarli, smascherarli, o più semplicemente collocare i loro messaggi nel contesto a cui appartengono. Il vero problema è poter capire, avere gli elementi per farlo, ed è proprio quello su cui si sta lavorando in questi anni 2.0, anzi, ormai 2.1: la ricerca di una semantica del Web che renda possibile sia la libera espressione di qualunque istanza in qualunque modo sotto forma di messaggio o contenuto che la possibilità di ricollocare quel messaggio e quel contenuto in un flusso tracciabile che permetta all’autore di capire che cosa succede al suo frammento di conoscenza e al lettore di recuperarlo e riconnetterlo con altri. Certo, questo presuppone consapevolezza, senso di responsabilità, possesso di strumenti e strategie di ricerca, classificazione, rielaborazione: ci aspetta un lungo lavoro…

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Giorgio Jannis
Giorgio Jannis

Ben scritto, veramente. La questione dei codici e dei frame interpretativi è cruciale. Su "tecnologie traccianti" trovi qualcosa di mio …