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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


La rete, la conoscenza e la verità

Reading time: 4 – 6 minutes

Come osservatore dei fenomeni che hanno accompagnato la nascita, l’espansione e l’evoluzione di Internet, mi permetto qualche ragionamento sulle implicazioni semantiche della pubblicazione su Wikileaks di alcune migliaia di documenti digitali. Prima di tutto va chiarito che non si tratta di una fuga di notizie. Una fuga di notizie, in senso stretto, si ha quando si mettono in circolazione informazioni false o artefatte allo scopo di far credere altro ad altri. Le notizie non fuggono da sole, si lascia che fuggano, per ragioni insondabili o talora più evidenti. E di solito le lascia fuggire chi le fabbrica, non chi le cattura e le mette in circolazione. In questo caso, al contrario, si è trattato della pubblicazione di documenti esistenti, magari segreti o protetti ma dichiaratamente reali, la cui consultazione da parte di giornalisti, storici, ricercatori e cittadini è solitamente regolamentata ma, prima o poi o a certe condizioni, teoricamente e praticamente possibile: un’operazione di natura archivistica, quindi, la cui anomalia consiste nel fatto che i documenti sono stati resi pubblici molto prima di quanto prevedano (o impongano) le norme di quasi tutti i paesi, ma tendenzialmente lecita sul piano etico, se all’interno dell’etica si comprende il diritto di tutti alla trasparenza dell’informazione. Piuttosto, prima di mettere le mani avanti e reagire in modo preventivamente isterico o prudentemente auto assolutorio come hanno fatto in molti, ci si sarebbe dovuti chiedere se e fino a che punto è lecito che dei documenti – pubblici per loro stessa natura in quanto prodotti nell’ambito dell’operato di persone che sono state direttamente o indirettamente delegate dai cittadini – non siano pubblicamente disponibili per 30, 40 o 50 anni, e in base a quali presupposti si ritiene di dover impedire per un certo arco di tempo l’accesso a queste e ad altre tipologie di documentazione. Ma non ho letto nulla su questi aspetti del problema in questi giorni. Probabilmente mi è sfuggito, ma sono anche propenso a ritenere che l’assenza di questi elementi nel “dibattito” in corso sia dovuta al fatto che in Italia prevalgono da un lato la tendenza a proteggere i documenti il più a lungo possibile in nome di una ragion di stato di cui nessuno ha peraltro mai rese note le motivazioni (prova ne siano i tanti, troppi segreti che impediscono di fare chiarezza su gravi episodi accaduti decenni orsono), dall’altro la scarsa attenzione alla documentazione come fonte a sostegno dell’informazione (siamo prevalentemente un paese di opinionisti che non documentano e non supportano ciò che dicono, ma lo dicono lo stesso). In realtà, anche senza esprimere giudizi di merito o di metodo su ciò che ha fatto Wikileaks in questi giorni, bisognerebbe ammettere che si è trattato di un “gesto” con implicazioni semantiche interessantissime, che può aiutarci a capire meglio la rete e la società della conoscenza che in rete, grazie alla rete si sta configurando. Va ribadito un concetto essenziale: non sono state messe in circolazione notizie discutibili, ma sono stati resi pubblici documenti reali che possono essere utilizzati come fonti per capire meglio o valutare diversamente governi, persone, scelte politiche, strategie. Con buona pace di molti dei nostri onnipresenti commentatori, non si tratta di gossip, né di rivelazioni auspicate o temute. Si tratta di documenti ufficiali, comunicazioni, scambi di informazioni attraverso i quali si possono leggere, o meglio, rileggere cose che in gran parte sapevamo o pensavamo di sapere. Con la significativa differenza che ora possiamo fondare le nostre intuizioni sulla consultazione di un’adeguata documentazione, che può comprovare (o smentire) ciò che pensavamo o sapevamo. È proprio questo che in altri paesi si teme (il vero problema per gli USA non sembra che sia il contenuto dei documenti pubblicati, ma la possibilità che attraverso i documenti si intuisca che i responsabili delle scelte politiche spesso mentono ai cittadini che li hanno eletti) e che in Italia non si riesce proprio a comprendere: il valore intrinseco di ogni archivio non è in ciò che rivela, ma in ciò che permette di ricostruire. Non è in ciò che qualcuno può rivelare estraendolo dal contesto, ma nei contesti che attraverso i documenti che contiene tutti posso provare a ricostruire. Il veicolo di questo valore intrinseco è proprio la rete, in quanto archivio degli archivi, memoria delle memorie. E anche in quanto territorio della conoscenza: che come ricordava Wittgenstein è un paesaggio che si può attraversare da più angolazioni, meglio se col supporto di un’adeguata documentazione, si potrebbe aggiungere. Ma qui si tocca il vero nodo irrisolto delle vicende di questi giorni: la rete alimenta la conoscenza, ma la conoscenza aiuta davvero a cogliere la verità? E siamo sicuri che la verità sia opportuna? Sono le risposte a queste domande che angosciano giornalisti e politici, e in particolare il ministro degli affari esteri. Emergono di nuovo l’idea totalitaria che ci siano cose che devono essere mantenute segrete per questioni di immagine o di opportunità e l’opportunistica constatazione che la verità può essere scomoda e quindi non è necessaria. Si continua a non capire che un archivio condiviso in rete non contiene la verità, ma solo gli elementi attraverso i quali la o le verità che ci interessano possono essere ricostruite. Verità che, è bene ricordarlo, non consistono necessariamente nelle affermazioni riportate in un documento, ma nella possibilità di filtrare, attraverso quelle stesse affermazioni, i fatti, le decisioni, le azioni su cui dovremmo esercitare il nostro diritto di valutare. Resterebbe da parlare della libertà. Ma purtroppo è un concetto sempre più vago e semanticamente indefinibile… sarà per un’altra volta.

Non ho letto il libro, ma ho visto l’eBook

Reading time: 7 – 12 minutes

Questo ragionamento comincia con due video che presentano due progetti di editoria digitale. Il primo illustra un’applicazione sulla tavola periodica degli elementi per iPad:

L’autore parla della sua realizzazione con molta cognizione di causa e spiega che per affrontare certi argomenti è importante poter interagire in modo diretto con le informazioni, manipolare immagini e modelli tridimensionali, esplorare formule e molecole, per poi concludere che la tecnologia digitale in generale, e in particolare l’iPad, si prestano particolarmente alla rielaborazione/ripensamento di un vecchio libro di chimica di base in forma di applicazione multimediale, suggerendo indirettamente che è così che si dovrebbero progettare e sviluppare i libri digitali.

Il secondo video presenta un’imminente edizione digitale de “La guerra dei mondi” di Herbert G.Wells attraverso un vero e proprio trailer:

Il trailer è molto breve e veloce, ma sembra di capire che questa ristampa elettronica (diciamo così) del celebre romanzo, considerato uno degli archetipi della “science fiction”, è ampiamente basata su inserti multimediali (video, suoni) ed elementi interattivi, e largamente integrata da veri e propri giochi ispirati al testo. Anche in questo caso sembra di poter cogliere il messaggio che è così che dovrebbero essere i libri digitali.

Potrei concludere qui, dicendo semplicemente “tutto molto bello”, come diceva un vecchio cronista sportivo, o cavandomela con un più schietto e toscano “bellino”.  Ma le motivazioni di questo breve articolo sono racchiuse in una domanda che merita più attenzione: in questo mondo 2.0 e oltre verso cui ci stiamo muovendo, c’è ancora un “campo semantico” che definisce il significato della parola libro digitale (eBook) e delimita l’orizzonte di quel territorio all’interno del quale si può ragionevolmente parlare di libri digitali? Io credo proprio di sì, anche se so bene che è molto difficile (e sarebbe oltremodo lungo e noioso) illustrarne i descrittori e le variabili. Tuttavia, penso che si possa ragionevolmente concordare sul fatto che i libri digitali, in quanto libri, sono prima di tutto “tecnologie della conoscenza”, e che quali che siano le mutazioni genetiche a cui sono sottoposti nelle epoche di transizione tra modi tradizionali e modalità più innovative di concepirli e produrli, non si possa prescindere da questa loro funzione primaria, né dal legame tra questa funzione e la mediazione fondamentale della scrittura. Questo non significa che al di fuori di questa definizione di campo non si possa parlare di tecnologie e conoscenza: ma non si tratterà più di libri. Si configureranno piuttosto altre categorie, che potremmo definire, ad esempio, tecnologie dell’informazione e della comunicazione per la conoscenza, per comprendere le quali dovremo tuttavia elaborare e applicare nuovi parametri di giudizio e di merito, che ci permettano di andare oltre la superficie della patina tecnologica e di valutare la reale profondità e consistenza dei significati che essa, eventualmente, racchiude.

Ma non è così. Sarebbe logico che lo fosse, ma non lo è. Nei giudizi e nei ragionamenti prevale l’impatto, non la consistenza. L’apparenza, non i reali significati. E anche una certa confusione terminologica. Le realizzazioni che ho citato, ad esempio, a rigor di logica dovrebbero essere presentate come forme di intrattenimento, o al limite come esempi di edutainment (una forma di contaminazione/rimediazione già esplorata negli anni 80 e 90). E invece si parla di libri digitali, anzi, si evidenzia il fatto che proprio questi esperimenti sono i libri digitali, come se si dovesse marcare un territorio lontano da quello tradizionalmente occupato dai libri a stampa, come se un conto fossero i libri (tradizionali, cartacei), un conto fossero gli eBook. Con buona pace di entrambi.  Questa percezione semplificata del problema non regge, e dimostra quanto sia ancora immaturo il dibattito sulla reale portata della rivoluzione digitale. Se da un romanzo si ricava un film (in italiano, più correttamente, si dovrebbe parlare di “riduzione” cinematografica) a nessuno verrebbe in mente di dire che il film è il libro, né di sostenere che il film sostituisce il libro, o ne rappresenta l’evoluzione, o è addirittura migliore del libro. Può anche darsi che lo sia (migliore del libro), ma basta ragionare un po’ per capire che il giudizio di merito e di valore andrebbe riformulato in ogni caso, tenendo conto della diversità dei codici espressivi dei due media e accettando una delimitazione del campo semantico, per cui il libro dovrà e potrà essere valutato soltanto per quello che è (un libro) e il film per quello che è (un film), utilizzando per ciascuno parametri diversi e specifici. Soltanto gli sciocchi (in realtà è capitato a tutti) semplificheranno dicendo “non ho letto il libro, ma ho visto il film”, ignorando tuttavia che questa sovrapposizione può essere considerata accettabile soltanto in rarissimi casi, ad esempio quando la scrittura è funzionale alla resa cinematografica, ovvero, più banalmente, quando il libro non è stato scritto per essere letto ma per diventare un film.

Ma il ragionamento che sto cercando di portare avanti non ha la pretesa di ripercorrere un dibattito ben noto ai semiologi e ai massmediologi: consiste piuttosto nel sostenere che, in questa fase di passaggio così densa di equivoci ed esperimenti non sempre condotti con rigore scientifico, è importante che si sappia cosa intendiamo quando parliamo di eBook, cioè di libri digitali. A me piace pensare che siano prima di tutto libri, e che dei libri rappresentino l’evoluzione naturale, logica, coerente. Mi interessa meno l’ipotesi che possano o debbano diventare “altro”, qualcosa di diverso dai libri e più vicino all’intrattenimento: temo che queste ipotesi alternative nascondano in realtà operazioni orientate ad afferrare al volo qualche quota di mercato, e temo anche che entro breve possano portare qualche nato digitale (sicuramente molto sveglio sul piano tecnologico ma non per questo necessariamente intelligente) a dire “non ho letto il libro, ma ho visto l’eBook”.  A conti fatti, temo anche che non si tratti di una semplice (si fa per dire) questione terminologica o semantica. Intravedo segnali ben più allarmanti, ad esempio la tendenza alla semplificazione (che è riscontrabile nel primo esempio, il cui taglio è sostanzialmente divulgativo, simile a quello di un documentario) e alla spettacolarizzazione (così evidente nel secondo esempio, che per inciso sembra fingere di ignorare che dal testo di Wells sono già state ricavate diverse versioni cinematografiche, almeno un paio delle quali anche pregevoli). Due tendenze analoghe a ciò che si può osservare nella politica o in altri campi, e che personalmente non condivido, poiché implicano un doppio inganno: da un lato, infatti, semplificare e spettacolarizzare un insieme di conoscenze non è, come potrebbe sembrare, un modo per agevolare i processi di apprendimento facendo leva in particolare sul fattore motivazionale, ma una forma di “riduzionismo” cognitivo, che alimenta l’idea che acquisire la conoscenza sia facile e lineare; dall’altro, semplificare e spettacolarizzare finisce col rafforzare modelli educativi trasmissivi, sostanzialmente tradizionali, nascondendoli dietro il paravento di una comunicazione multimediale che peraltro ripropone spesso e volentieri il registro linguistico rassicurante e conformista del programma televisivo.

In realtà, da quasi due decenni parliamo di coinvolgimento attivo del soggetto nei processi di apprendimento e nella costruzione di nuove conoscenze. Da altrettanto tempo parliamo di ipertestualità come modello di organizzazione non lineare delle informazioni o come modalità di attraversamento poliprospettico di quel paesaggio in progress che è il sapere, in senso epistemologico. Parliamo di reti come modalità di relazione comunicativa tra le persone. Parliamo di approccio problemico e della ricerca di soluzioni e significati come strategia educativa. Della fatica di scrivere, dell’importanza della lettura, del ruolo essenziale che gioca nell’efficacia di un libro la capacità di lasciare spazio all’immaginazione del lettore attraverso il testo. E ancora, parliamo di libri aperti, di scrittura digitale collaborativa, di nuove relazioni tra autori e lettori, di interfacce basate sull’accessibilità, l’usabilità e la relazione dinamica tra la rappresentazione sintetica e la percezione analitica nella visualizzazione delle informazioni.

Sono spazi immensi, su cui si potrebbero gettare le fondamenta per lo sviluppo di un’editoria digitale seria, rigorosa, proficua e realmente innovativa. Ma non si investe in questa direzione, né si sostiene chi è disposto a investire in questa ricerca: negli USA, come abbiamo visto, si fanno videogiochi o divulgazione scientifica di base, operazioni degnissime ma insufficienti, e sostanzialmente ancorate all’idea che la conoscenza sia una sorta di fabbisogno alimentare e i libri digitali siano pillole, integratori; in Italia non si fa neanche quello, anzi, si uccide l’editoria sperimentale agevolando accordi tra grandi gruppi editoriali (gli stessi che fino a poco tempo fa hanno ostacolato la diffusione dei libri digitali facendo del nostro paese, secondo le parole di Amazon, un mercato marginale) e operatori della telefonia il cui profilo coincide (forse non a caso, visto il dibattito politico e culturale che imperversa sui cosiddetti organi di informazione) con le forme prorompenti di una soubrette di cui personalmente ignoro il curriculum. Non penso che tutto questo, nel lungo periodo, costituisca un problema: sulla lunga distanza si vedrà chi ha saputo cogliere gli aspetti più significativi dello scenario emergente e chi invece si è limitato a offrire le caramelle ai bambini o peggio. Certo però che nel frattempo ce ne vuole di pazienza…

[addendum, 14 febbraio 2011]
Su argomenti simili a quelli affrontati in questo post segnalo:
Post C.W. (2011), Reading in the Age of Screens. Publishing Perspectives, February 11, 2011.