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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


Realtà e rappresentazione, ovvero della superficialità dei media e della profondità della rete

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Dunque, ricapitolando: ormai la cosiddetta realtà è il risultato di una progressiva stratificazione di fotografie parziali, è come un’immagine di sfondo su cui si stanno accumulando dei layer che ne nascondono ogni volta qualche dettaglio per rivelarne altri. Solo così si spiega la schizofrenia di chi in questi giorni sta cercando (non si sa su che basi) di interpretare le rivolte in atto in varie parti del mondo attraverso i social media in generale e (verrebbe da dire) nonostante i social media. Il problema è che non si può. Non si può pretendere né che tutto accada indipendentemente dall’esistenza di un ambiente come Twitter, né che tutto ciò che accade esista solo perché su Twitter migliaia di persone lo raccontano o perché è presumibilmente attraverso i social media che i rivoltosi comunicano. A parte il fatto che è grazie alle tante “reti” disponibili che comunicano tra loro anche i poliziotti, i militari, i netturbini, i commercianti, i filosofi, i fotografi, i giornalisti, gli informati, gli informatici, gli informatori e perfino i benpensanti, dovrebbe essere evidente che non è controllando (in senso lato) il flusso dei messaggi che circolano su Twitter o in qualcuno dei tanti “altrove” del Web che si possono comprendere, appoggiare o combattere le rivolte in corso. Raccontare forse, sia pure in modo parziale e frammentario, ma non capire, né tanto meno contribuire a espandere o limitare, giustificare o reprimere.

E invece? Tutti in prima linea a cercare di attribuire un significato alla rete in funzione di ciò che accade o a ciò che accade in funzione della rete. Ovvero a rincorrere il mito dell’interpretazione dei messaggi in rete come “rappresentazione” della realtà: il noto opinionista si aggrappa alla “foto di quel teppista che si aggira fra le fiamme di Londra in tuta e scarpette firmate” per azzardare l’ipotesi che il mondo in cui ci sembrava di vivere sta finendo (ma pensa?), il sociologo parla addirittura del lato oscuro della comunicazione come se fosse imminente l’uscita del VII episodio di Guerre Stellari, la testata giornalistica cerca (e trova) la presunta “immagine simbolo” delle “notti di guerriglia londinesi” (birminghamesi forse è meno trendy). Alla fine, quasi a chiudere l’insolito cerchio, il premier britannico minaccia di “spengere” i social network come un leader cinese qualsiasi.

Quello che colpisce in tutta questa letteratura è che, di fatto, giudizi e opinioni (pro o contro che siano) non si basano su fonti e dati verificabili, ma su sensazioni epidermiche, icone, simbologie acritiche, epifenomenologie mediatiche. Come se si volesse riassumere a tutti i costi la complessità della situazione in elementi semplificati, assunti perentori, tassonomie. Questo bisogno è tipico di una società delle comunicazioni di massa, ovvero di una società fortemente strutturata, in cui pochi “emittenti” (presumibilmente autorevoli) filtrano e indirizzano l’informazione ritenuta necessaria o sufficiente verso moltitudini di destinatari tendenzialmente in grado di recepirla in modo uniforme. In una società di quel tipo una fotografia di Robert Capa pubblicata sulla copertina di Life può effettivamente rappresentare la realtà di una guerra in atto, per quanto non ne documenti la genesi e la collocazione storica.

Ma ormai non viviamo più in una società delle comunicazioni di massa. Che ci piaccia o no, viviamo in una società di reti sociali, ovvero di legami fluidi tra gruppi e comunità di persone che non possono più essere classificati nè come emittenti nè come destinatari di messaggi, per la semplice ragione che sono (tutti e allo stesso tempo) entrambe le cose. Una società di conversazioni: talora continue, talora interrotte, talora saltuarie, ricorsive, ricorrenti. Una società che vive in ambienti attraverso cui non solo si condividono conoscenze, ma dove spesso ciò che altrimenti rimarrebbe tacito diventa esplicito e ciò che abitualmente avremmo considerato scontatamente privato diventa discretamente pubblico.

Non mi interessa – qui e ora – definire, sottoscrivere o immaginare le regole che questa società della conoscenza e delle reti dovrebbe o potrebbe avere, per la semplice ragione che non si può pretendere che abbia delle regole definite, o quanto meno ipotizzabili in modo deterministico o attraverso riferimenti spazio-temporali. Mi interessa piuttosto ribadire un concetto essenziale: per interpretare questa società, o più semplicemente per viverci, non si possono applicare (come invece fanno quasi tutti) gli stessi parametri che sono stati elaborati per interpretare la società delle comunicazioni di massa. Non servono. Non funzionano. Perché non tengono conto di due differenze sostanziali: la prima è che mentre quella società accettava implicitamente gerarchie fondate sull’autorità, questa presuppone soltanto relazioni fondate sulla reputazione; la seconda è che rispetto alla società delle comunicazioni di massa oggi possiamo contare su una quantità enormemente superiore di informazioni da elaborare, condividere e immettere nel flusso della conversazione globale.

Per capire (davvero) i fenomeni, quindi, dovremmo raccogliere e confrontare insiemi dinamici di fonti eterogenee utilizzando come meta-descrittori gli input che filtrano grazie alla reputazione sociale dei nostri interlocutori e come strumento di analisi la consapevolezza che deriva dal potenziamento della nostra capacità di cercare, trovare, elaborare, selezionare, organizzare, comparare e valutare risorse diffuse e documentazione distribuita. In sostanza, andare oltre la superficialità della rappresentazione della realtà che caratterizza i media tradizionali per penetrare nella profondità e nello spessore della decodifica delle informazioni sulla realtà che soltanto l’interagire in rete e con la rete può garantire. Ma quasi nessuno lo fa: è faticoso, meglio continuare a pensare che si possa affidare il compito di esprimere un significato a qualche frammento iconico o audiovisivo che chissà perché dovrebbe spiegare tutto nel momento stesso in cui lo semplifica e lo generalizza, regalando magari all’autore o al soggetto 15 secondi di celebrità. Perfino a Warhol verrebbe da sorridere…

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Orietta Berlanda
Orietta Berlanda

Sono una corsista di Dol, trovo interessanti le sue riflessioni. Vorrei con questo post sperimentare appunto uno scambio di informazioni …
Mario Rotta
Mario Rotta

Molto bene Orietta, anche questo è un modo per interagire in rete: il problema è che è un modo poco …