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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


La nausea sociale

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I segnali sono evidenti. Diretti e indiretti. Tra i segnali diretti che qualcosa si sta incrinando nel mondo apparentemente perfetto dei social media basta citare una certa letteratura che ormai alla parola social associa termini come “noia” o “nausea”. Si va dalle riflessioni del reporter viaggiatore, che a Taiwan scopre che le reti sociali stanno diventando sempre meno attraenti (il blog si chiama My Kafkaesque life, e merita una visita solo per il titolo), a uno studio indiano che evidenzia come la maggior parte dei giovani (di quell’immenso paese) consideri poco interessante quello che succede all’interno di Facebook o Google+ rispetto alle noiose procedure di registrazione, login e configurazione, fino agli articoli di specialisti come Weinberg, che spiegano semplicemente (si fa per dire) che anche i social media sono un fenomeno transitorio, e che forse abbiamo ormai imboccato la curva discendente della parabola della loro espansione. Ci sono poi numerosi segnali indiretti di abuso delle reti sociali, ovvero del moltiplicarsi di situazioni e atteggiamenti che provocano nausea o falsano il significato del concetto stesso di “networking” immettendo nel flusso delle interazioni troppe informazioni, spesso superflue, o messaggi troppo mirati: a parte l’invadenza del marketing diretto o indiretto su tutte le pagine di tutti gli ambienti di rete (a me nausea moltissimo che mi si suggerisca in modo apparentemente bonario e discreto che cosa potrebbe piacermi…), il più evidente di questi segnali è l’ormai costante presenza dei politici tra i frequentatori di FB, G+ o Twitter. Ce ne sono di almeno due categorie: quelli che non hanno nulla da dire (la maggior parte, a essere sinceri) ma lo dicono lo stesso, soprattutto perché esibire un badge – ammesso che sappiano cos’è un badge – è un’opzione imprescindibile per chi fonda il suo ruolo sulla visibilità; e quelli che magari hanno anche qualcosa da dire, ma pensano che dirlo anche su FB, G+ e Twitter, oltre che in televisione, sia soprattutto un modo per parlare ai giovani (del cui futuro nessuno si preoccupa davvero, ma anche loro sono elettori…). Non so quale delle due categorie ci sia, e quale ci faccia, per così dire. In realtà entrambe, e con loro gli strateghi del marketing, i pubblicitari e purtroppo anche molti giornalisti, non comprendono il reale significato dei social media. Li percepiscono da un lato come amplificatori di messaggi indirizzati, per usare una terminologia tecnica, da uno a molti; dall’altro come territori da colonizzare, mercati da conquistare, palcoscenici da calpestare, applicando la logica perversa del “di tutto di più”, anche se sappiamo che genera sovraccarico, e di conseguenza annulla l’efficacia delle informazioni che si vorrebbero trasmettere.

La copertina di una rivista del 1979: esprime già una visione della rete come opportunità di scambio tra pari…

Un approccio colpevolmente sbagliato: per definizione, le reti sociali non sono strumenti per creare consenso o promuovere un prodotto, ma scenari attraverso cui si può allargare il confronto tra i punti di vista e configurare così nuove forme di democrazia diretta, partecipata, condivisa; sono mondi trasversali, fluidi, in cui la visibilità conta ben poco rispetto alla fiducia che si fonda sulla reputazione che ciascuno costruisce a poco a poco e non senza fatica; sono spazi per mettere in comune la conoscenza, e renderla allo stesso tempo disponibile a tutti e rielaborabile da parte di tutti. In una parola, NON sono mezzi di comunicazione di massa, e non somigliano alla radio o alla televisione. Sono piuttosto ambienti all’interno dei quali si possono allacciare o sciogliere di volta in volta i nodi di una trama di relazioni in cui non conta chi dice cosa e in che modo lo dice, ma chi contribuisce concretamente alla crescita complessiva di un sapere in grado di diventare patrimonio collettivo. Nulla di nuovo, in realtà: questa visione della rete non è troppo diversa da certe intuizioni che risalgono alla fine degli anni ’70, ed è allineata con la ricerca sul web semantico. Configura gli ambienti di interazione sociale come “metacomunità”, ovvero come aggregazioni dinamiche definite da parametri quali un reale interesse in comune, il fatto di utilizzare e/o arricchire una stessa knowledge base o la necessità di collaborare (attivamente) per risolvere un problema che interessa tutti. Ed è su questi parametri che si misurerà l’effettiva utilità – e indirettamente la sopravvivenza – degli strumenti di networking che oggi conosciamo. In attesa che altri, con qualcosa in più o qualcosa in meno, prendano il loro posto, come è sempre successo.

Adesso, però, il problema più impellente è un altro: come reagire alla noia? Come difendersi dall’invadenza degli imbonitori, dei ciarlatani e dei furbetti di tutti i quartieri che direttamente o indirettamente alimentano il senso di nausea che non so voi ma per quanto mi riguarda provo sempre più spesso ogni volta che scorro lo stream dei miei FB, G+, Twitter & C? La soluzione potrebbe essere anche semplice: cancelliamo chi disturba, smettiamo di seguire chi non ha nulla da dire ma preme “invio” sette o otto volte ogni quarto d’ora. Ma così non si risolve il problema, si aggira. Bisognerebbe piuttosto sforzarsi di riscoprire forme di interazione più interessanti, più complesse, in grado di contrastare l’assuefazione alla semplificazione che dilaga nella realtà, nei reality e purtroppo anche nel Web. Ed è proprio qui che prendono forma le prime vere difficoltà: un approccio più orientato alla complessità e alla consistenza richiede una certa fatica, comporta un impegno non indifferente, che in questi tempi di crisi non si può pretendere da nessuno. Tuttavia, potremmo cominciare restituendo alla conoscenza il fascino che le appartiene, ed evidenziando come non possa esserci conoscenza senza condivisione. Un uomo evidentemente molto saggio scrisse: “per natura, tutti hanno il desiderio di sapere. E poiché nessuno può sapere tutto, mentre si può sapere ogni singola cosa, bisogna che ciascuno sappia qualche cosa in particolare e che quanto non sa uno lo sappia un altro; cosicché tutte le cose sono conosciute in maniera tale per cui non sono conosciute da nessuno in particolare, ma da tutti insieme“. Non aveva un account su Twitter…

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catepol
catepol

bellissima riflessione, mario, grazie