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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


Un esempio di eccellenza

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Spesso, quando ci si riferisce alla realtà universitaria italiana, si evidenziano soprattutto le carenze di un sistema della formazione che non appare troppo orientato all’innovazione e all’eccellenza, e talora, anzi, sembra che voglia fare di tutto per impedire che emergano esempi positivi. Non è sempre così: anche nelle università italiane (o nonostante le università italiane) possono prendere forma progetti innovativi e aree di eccellenza, che di solito assumono due forme, quella dei laboratori e dei centri di ricerca specializzati in ambiti molto specifici (di solito legati alla nostra tradizione), e, più raramente, quella delle scuole speciali, dei percorsi di studio avanzati centrati sul merito, sulla motivazione e sul “potenziamento” (brutta parola, ma efficace) delle competenze e degli interessi degli studenti. A quest’ultima categoria sembra appartenere la Scuola Galileiana di Studi Superiori dell’ Università di Padova, su cui pubblichiamo volentieri una scheda che ne illustra sinteticamente le caratteristiche e l’attività.

Dal sito della Scuola Galileiana di Studi Superiori

Scheda (fonte: Scuola Galileiana di Studi Superiori di Padova)
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La Scuola Galileiana di Studi Superiori di Padova è una scuola di eccellenza per 24 giovani diplomati che si iscrivono al primo anno di uno dei corsi dell’Università di Padova. Un percorso parallelo al normale corso universitario che mette a disposizione dei suoi studenti due classi: una umanistica “Scienze Morali”  ed una scientifica “Scienze Naturali”. Il bando per l’ammissione al prossimo anno accademico sarà disponibile nel sito da giugno. La Scuola cerca di promuovere la cultura in tutte le sue forme coinvolgendo i suoi allievi, ma soprattutto i giovani in generale, all’interno di incontri, seminari ed iniziative culturali. Una realtà formativa di stampo classico che si interfaccia coi giovani quotidianamente, per migliorare il proprio servizio anche on line grazie ai social network. La Scuola è presente infatti su Facebook, Twitter, Linkedin e Google Plus, in particolare sulla Fan Page Facebook, la Scuola ha proposto alcuni sondaggi per investigare sul mondo universitario. Recentemente è stato domandato agli utenti la loro opinione su come migliorare le facoltà umanistiche, per renderle più appetibili ai giovani ma soprattutto per connetterle maggiormente al tessuto sociale e al mondo del lavoro. Una delle soluzioni più votate è stata l’integrazione di settori disciplinari scientifici ma soprattutto operativi all’interno di queste facoltà. Secondo molti partecipanti, solo attraverso la messa in pratica un giovane può addentrarsi nel lavoro vero, per comprendere se quel determinato percorso è indicato per le proprie peculiarità. Un’esperienza lavorativa, al giorno d’oggi, è molto importante per maturare quel senso di fiducia nei propri mezzi e nelle proprie possibilità che spesso manca a molti giovani. Altro dato emerso è la necessità di avvicinare il mondo universitario a quello aziendale mediante stage mirati, ma soprattutto incontri ufficiali ed informali che coinvolgano gli studenti all’interno di aziende ed organizzazioni, in grado di offrire una reale esperienza di crescita e formazione. In questi ultimi anni è diventato fondamentale insegnare agli studenti delle facoltà umanistiche nozioni connesse agli strumenti che la rete mette a disposizione ma anche al fare rete, trasmettendo alle nuove leve l’importanza delle idee e dello sviluppo delle stesse. Facoltà umanistiche che possono diventare terreno fertile non solo per futuri docenti, ricercatori e per chi vuole cimentarsi col mondo dell’informazione e della produzione di contenuti online e offline, ma anche per chi vuole fare impresa o lanciare una start-up. L’università del futuro deve quindi insegnare delle materie, ma anche indicare una via ai suoi studenti. Questo potrà avverarsi solo se tutti gli attori interessati, scuola, aziende ma anche la politica e gli stessi giovani, prenderanno atto del reciproco ruolo, delle possibilità e delle richieste, trovando terreni comuni di influenza.
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Forse è ancora presto per dire se sia questa la strada giusta da percorrere per rinnovare e rilanciare gli studi universitari in Italia: il problema dei centri di eccellenza, talora, consiste proprio nel loro carattere di “eccezionalità”, in una parola nella difficoltà di riprodurne il modello a meno che non si verifichino condizioni particolari,  spesso legate a fenomenologie collocate nello spazio e nel tempo, non esportabili. Ma l’idea di avviare un percorso attraverso cui un gruppo ristretto di studenti possa recuperare una sorta di visione universale della conoscenza, superando l’ormai obsoleta distinzione tra studi di ambito umanistico e di ambito scientifico, è sicuramente interessante; così come l’ipotesi che gli stessi studenti si facciano interpreti di bisogni e istanze reali, reindirizzando in qualche modo il focus dell’offerta universitaria verso pratiche di confronto più consistente con il tessuto sociale. Vedremo. Nel frattempo, auguriamo alla scuola di esplorare territori che possano diventare patrimonio di tutti.