MRxKNOWLEDGE

Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


Ma quanto vale l’economia digitale?

Reading time: 4 – 7 minutes

Ho provato più volte a osservare attentamente il TAG Cloud che riassume sinteticamente i punti salienti del discorso del nuovo Presidente del Consiglio Enrico Letta (pubblicato da repubblica.it), per cercare la traccia di una parola che da un po’ di tempo ricorre spesso perfino nelle frasi fatte di tanti politici di minor spessore. La parola è “digitale”. L’ho cercata ma non sono riuscito a trovarla. In pratica, questa assenza potrebbe significare che nella visione programmatica del nuovo governo, tra le numerose priorità, non sono state considerate le istanze della società della conoscenza, né quelle della cosiddetta economia digitale, che pure, in un momento di crisi, potrebbero (e dovrebbero) rappresentare per il nostro paese un’importante occasione di rilancio. Evidentemente, molti continuano a considerare marginale il peso economico dell’indotto legato alle tecnologie della conoscenza, ovvero, secondo una definizione più tecnica, di tutto ciò che permette, attraverso le tecnologie digitali, la condivisione dei valori intangibili rappresentati dal cosiddetto capitale intellettuale, e delle ricadute, in termini di risorse finanziarie o opportunità di lavoro, prodotte attraverso quelle stesse tecnologie e grazie alla loro progressiva integrazione in ambiti primari come l’informatica, l’educazione, l’editoria, la gestione del patrimonio storico e artistico, la comunicazione, ma anche in molti altri ambiti dove il “sapere” è fondamentale, dalla medicina alla gestione del territorio, dal turismo alla gestione delle infrastrutture. Ma di quale impatto stiamo parlando, esattamente? Gli scettici sostengono solitamente che si tratta di ricadute ancora poco significative, o, in ogni caso, difficilmente misurabili, trattandosi di scenari ancora in divenire. In realtà non solo di economia della conoscenza si è cominciato a parlare almeno negli anni ’80 (Romer, e prima ancora Arthur o Drucker), ma negli ultimi anni si è provato – a più livelli – a valutare in modo coerente l’impatto e l’indotto degli investimenti nel settore in termini di risultati economici. Così sono andato a cercare un po’ di documentazione specifica, e ho raccolto qualche elemento utile per capire che cosa potrebbe significare per la nostra economia investire nell’opzione digitale.

La prima fonte che ho selezionato è un rapporto curato nel 2009 da Kristian Uppenberg per la EIB: The Knowledge Economy in Europe. Il report di Uppenberg è molto utile per inquadrare lo scenario e avere dei termini di paragone. Ad esempio, da alcuni diagrammi si ricava che le risorse investite dall’Italia in questa direzione (sia quelle effettive che quelle intangibili) sono mediamente meno di un quarto di ciò che investono in Svezia, Finlandia e Giappone. Si tratta dei soliti noti, parlando di investimenti in tecnologie, ma analizzando i dati può essere significativo osservare che già nel 2006 investivano più di noi anche in Slovenia e Repubblica Ceca. La distanza cresce ulteriormente misurando gli investimenti in termini percentuali rispetto al PIL. Altri dati interessanti (per quanto più difficili da interpretare per chi non si occupa di economia in senso stretto) si possono trovare in un report del World Bank Institute: Measuring Knowledge in the World’s Economies. Tra le tabelle che riesco a leggere e interpretare ne segnalo una che evidenzia il KEI (Knowledge Economy Index), in pratica una classifica del peso complessivo di vari fattori (digitali e/o intangibili) sull’economia di una serie di paesi: non siamo tra i primi 10, ovvero nel gruppo in cui oltre ai soliti ci sono gli USA e quasi tutti i paesi UE più avanzati.

Ma quello che ci interessa di più è capire non tanto quanto si investe al momento in diffusione della conoscenza e tecnologie digitali, ma in che termini reali l’economia digitale può contribuire alla crescita del PIL: è un argomento su cui si interrogano in molti, e su cui, per cominciare, si può segnalare una sintesi di Irving Wladawsky-Berger – Beyond GDP – Measuring Value in a Service-oriented, Information-based, Digital Economy – che rimanda a sua volta a molte altre risorse. Altre informazioni utili, anche a livello metodologico, si possono trovare in un report dello European Policy Centre: The Economic Impact of a European Digital Single Market (2010). Il report aiuta a capire cosa misurare e come, e pubblica tra le altre cose un’interessantissima tabella che evidenzia il peso potenziale dell’economia digitale rispetto al PIL (in generale, in ambito UE) a seconda degli investimenti e in base a diverse proiezioni : nel periodo 2010-2020 si stima che l’economia digitale possa rappresentare (a livello europeo) da un minimo dell’8 a un massimo del 12% del PIL. Non sembrano opzioni che un governo in carica possa permettersi di trascurare. Certo, occorrono investimenti mirati, ma il valore aggiunto delle ricadute rispetto agli investimenti, come emerge da tutti i report, è estremamente interessante, e tendenzialmente superiore a quello che in questo momento si potrebbe ottenere privilegiando settori economici tradizionali. Dati più specifici sul nostro paese sono stati elaborati dal DAG (Digital Advisory Group), un’iniziativa promossa dall’American Chamber of Commerce in Italy e da McKinsey, insieme a vari partner italiani. Il DAG calcola che attualmente l’economia digitale rappresenti in Italia il 2% del PIL e abbia già creato 700 mila posti di lavoro. Stima inoltre che (oltre alla crescita del valore rispetto al PIL che possiamo valutare da soli confrontando i dati con le proiezioni a livello europeo) gli investimenti nel settore potrebbero creare 1,8 posti di lavoro per ogni posto di lavoro perso (gli editori tradizionali dovrebbero riflettere su questo dato…) e che la circolazione delle conoscenze e il potenziamento del capitale intellettuale favorito dall’economia digitale possa rilanciare in modo significativo l’espansione delle nostre PMI. Se fossi il capo del governo, comincerei a lavorarci oggi stesso…