Parliamo ancora di eBook partendo da una riflessione informale che mi sono ritrovato a fare nel corso del convegno “Classroom Anywhere” (organizzato a Bari dall’Istituto Marco Polo) e che ha suscitato alcune reazioni controverse. La mia osservazione era molto semplice: un eBook reader (ovvero un dispositivo portatile a “inchiostro elettronico”) può “contenere” una quantità pressoché illimitata di testi digitali; in ambito educativo questo significa – tra le altre cose – che anziché essere costretti a ricorrere a una selezione di alcuni testi o parti di testi (come abitualmente si fa adottando delle “antologie”), si potrebbero raccogliere integralmente su una memoria solida tutti i testi di uno specifico dominio epistemologico in modo che ciascuno (ad esempio uno studente) possa averli sempre a portata di mano e consultarli in qualunque momento. Questo approccio (ecco il succo della mia riflessione) potrebbe da un lato modificare radicalmente il rapporto che abbiamo (e che soprattutto i ragazzi hanno) con le fonti, dall’altro spingere gli insegnanti a esplorare nuovi modi di affrontare, che so, una storia della letteratura, o la storia in quanto tale, o qualsiasi altra materia che si appoggia su documenti che un conto è avere sempre a disposizione in versione integrale, un conto è dover andare faticosamente a cercare nelle biblioteche o online (nella migliore delle ipotesi) o dover consultare attraverso i frammenti incompleti di un compendio antologico. Non mi sembrava di aver detto nulla di sconvolgente. Tuttavia, in quella stessa occasione (e anche in altre) sono subito emerse posizioni contrarie all’ipotesi delineata e apertamente orientate alla difesa dell’importanza delle antologie proprio in quanto selezioni ragionate e criticamente commentate. Per quanto mi riguarda, anche se comprendo le ragioni di queste diverse posizioni, non le condivido, per una serie di ragioni che vado a spiegare. La prima ragione è che le “antologie” (in quanto tali, e più in generale tutti i compendi selettivi) esprimono comunque uno e un solo punto di vista su un dominio epistemologico. Potranno anche essere ben fatte e l’autore potrà anche essere professionalmente ineccepibile: sta di fatto che sono e restano una scelta di parte, spesso legata a una visione romantica e militante, o addirittura a un’interpretazione ideologicamente connotata. E proprio perché basate su una scelta, in sostanza, suggeriscono e spesso determinano ciò che è importante e ciò che non lo è, ciò che a parere dell’autore dovrebbe essere visibile e ciò che non vale la pena di osservare o rileggere. Un po’ come le guide dei musei, che personalmente ho sempre detestato perché cercano di privare il visitatore del piacere di esplorare. Proporre selezioni o compendi, ovviamente, è lecito, e valutarne il “taglio” può anche essere interessante: ma trovo che contrasti apertamente con quasi tutte le “evidenze” della pedagogia contemporanea, che convergono sulla centralità e sul ruolo attivo dello studente nei processi di apprendimento, sulla valorizzazione degli stili cognitivi, sulla personalizzazione dei percorsi, sull’insegnamento come mediazione, sull’apprendimento come scoperta guidata dalla serendipity e sulla conoscenza come costruzione o co-costruzione fondata sulla creatività, la rielaborazione personale e l’approccio problemico. Questa pedagogia (così come la società della conoscenza che si va configurando attraverso il cosiddetto web 2.0 e release successive) ha bisogno di fonti e non di “passi scelti”, di documentazione estesa, non di selezioni di parte, di strumenti con cui confrontarsi apertamente, non di punti di vista parziali. La seconda ragione per cui sento di poter sostenere una posizione aperta alle raccolte integrali di fonti testuali rese possibili dai formati digitali e dai devices portatili è che è proprio questa opportunità che rende tangibili alcuni fondamenti della società della conoscenza. Mi riferisco al valore che la conoscenza esprime nel momento in cui risulta integralmente accessibile a tutti e al significato che può assumere nel momento in cui ciascuno può disporne liberamente per rielaborarla e integrarla con le proprie conoscenze. Sul primo aspetto la rete ha un ruolo essenziale, il secondo è lo scenario in cui potrebbero collocarsi gli eBook, soprattutto nel loro significato esteso di contenitori potenziali di raccolte integrali di testi e documenti annotabili, in una parola, nella loro natura di “biblioteche digitali”. Non sono forse argomentazioni valide e sufficienti?