Posts Tagged ‘e-Learning’

La rete tradita

Friday, July 9th, 2010

La rete è stata tradita, e il tradimento continua. Questo è ciò che percepisco da tempo, e che oggi dichiaro apertamente, nella speranza che le parole che riuscirò a organizzare e disseminare contribuiscano a risvegliare qualche coscienza, o almeno ad aprire e mantenere in vita una discussione. La rete è stata tradita perché ne sono stati stravolti i principi originari, perché se ne fraintende il significato e se ne nascondono, se ne limitano le potenzialità. E tutto questo accade colpevolmente: non è altro che il risultato della collisione tra alcune strategie “devianti” e l’incapacità di reagire, l’assuefazione di gran parte dei cosiddetti “utenti”. Ma non vorrei apparire nostalgico o catastrofista (due atteggiamenti che rifiuto), ragion per cui proverò ad argomentare meglio queste affermazioni così perentorie.

Tutti coloro che hanno cominciato a comunicare, lavorare, studiare, insegnare o interagire in rete più di 15-20 anni fa sanno perfettamente che lo scenario che avrebbe potuto (e dovuto) delinearsi racchiudeva una gamma di possibilità che visionari come Cerf, Licklider o Nelson (e molti altri ancora) avevano già intuito e tracciato. Ne evidenzio alcune che ritengo essenziali:

  • il rovesciamento del paradigma comunicativo tipico dei media tradizionali e dei mass-media, in base al quale le informazioni, i contenuti, i messaggi sono selezionati ed erogati da pochi soggetti emittenti verso una grande quantità di destinatari riceventi, passivi: in rete, al contrario, ogni persona connessa è soggetto attivo, invia messaggi, condivide informazioni, senza passare necessariamente attraverso filtri o mediazioni, anzi, diventando essa stessa filtro e mediatore nei confronti di tutti gli altri soggetti con cui interagisce alla pari.
  • L’allargamento delle opportunità di accesso alle informazioni e ai contenuti indipendentemente dalle limitazioni legate a fattori spazio-temporali, materiali ed economici: la promessa consisteva nell’immaginare che ciascun cittadino del pianeta Terra potesse in un futuro non troppo lontano connettersi velocemente e gratuitamente alla rete per accedere universalmente, gratuitamente e liberamente alla totalità delle conoscenze disponibili, abbattendo le difficoltà geografiche e ogni altra forma di discriminazione culturale diretta o indiretta.
  • La possibilità di esplorare nuove modalità di interazione tra persone e conoscenze, sfruttando da un lato le opportunità “multimodali” della cultura digitale (scrittura ipertestuale, organizzazione semantica delle risorse, integrazione dinamica tra comunicazione verbale e comunicazione visiva…), puntando dall’altro sull’approccio collaborativo, sulla reticolarità delle relazioni e sulla gestione asincrona della comunicazione, in quanto ipotesi di innovazione e di cambiamento nei paradigmi educativi e nella gestione dei saperi.

Questi principi sono stati realmente applicati? Queste promesse sono state mantenute? La risposta è no. Anzi, proprio negli ultimi anni, contrariamente a ciò che sembra o si pretende talora di dimostrare, molti hanno cercato di stravolgere il significato della la rete indirizzandola diversamente. Tutto questo è accaduto e accade per una serie di ragioni che talora sfuggono agli stessi addetti ai lavori. Ma più spesso è accaduto e accade in base a precise strategie o malcelati interessi, colpevolmente. E si possono fare nomi e cognomi dei responsabili.

Il paradigma comunicativo reticolare, orizzontale e disintermediato che dovrebbe prevalere in rete, ad esempio, è limitato dal continuo riaffiorare del modello broadcast: sono sempre meno i siti e gli ambienti online dove si interagisce e sempre di più quelli che “trasmettono” utilizzando “canali” diretti o che erogano verticalmente informazioni e contenuti filtrati a monte, con buona pace della visione di Siemens. Le ragioni di questo tradimento sono evidenti: i modelli comunicativi reticolari, basati sull’interazione orizzontale tra gli utenti, non si prestano alla vendita di spazi pubblicitari, mentre inserzioni e altre forme di advertising si possono introdurre facilmente nei giornali online, negli inserti video, nelle applicazioni per l’iPad o per la barra di Google e in generale in qualsiasi ambiente che anziché essere gestito da un singolo utente nel quadro di riferimento di una rete paritaria di persone è di fatto pilotato e controllato da un apparato o da una società, compresi, in aperta contraddizione con ciò che vorrebbero essere, i più noti social network. Personalmente, mi sono stancato da tempo dell’invadenza della pubblicità. Non si può muovere un passo per strada o in una stazione senza essere tormentati da immagini idiote e da stupidi slogan, non si può guardare o ascoltare nulla senza essere interrotti da spot pensati da degli stronzi per insegnare a dei mentecatti a vivere come imbecilli: ritrovare tutto questo anche in rete, in quel territorio che per definizione dovrebbe aiutarci ad andare oltre la persistenza dei messaggi indesiderati, è qualcosa che non riesco a sopportare. Ma abbiamo tutti delle responsabilità: capita ad esempio che qualche sconosciuto ci scriva proponendoci di inserire un link o un banner che rimanda ad un sito sul nostro blog, e magari accettiamo, perché il link ci sembra pertinente, o innocuo. In realtà, quasi sempre, si tratta di un modo per reindirizzare utenti su spazi dove si annidano (letteralmente) messaggi promozionali. A me ad esempio è arrivata una proposta di scambio di link molto ben formulata da parte di un sedicente esperto di cultura digitale che mi presentava un suo sito apparentemente molto ben fatto, in realtà basato su una home page senza rimandi effettivi ad altre sezioni (soltanto annunciate) ma con link tanto discreti quanto subdoli ad altre home page della stessa natura e forma, come in un caleidoscopio di nodi nel vuoto, però quantificabili in migliaia di click per tot centesimi ciascuno che con ogni probabilità qualcuno avrebbe guadagnato, non so chi e mi sfugge il perché ma immagino che funzioni così. Io naturalmente non accetto queste proposte, ma quanti blogger cedono magari inconsapevolmente a questo gioco? Più in generale, ci rendiamo conto che più usiamo Facebook per condividere informazione ridondante, più contribuiamo ad aumentare il valore degli spazi promozionali che la società che gestisce Facebook rivende? Di fatto, non siamo più soltanto consumatori/target, ma anche cavie da laboratorio che utilizzando quello che pensano sia uno strumento producono inconsapevolmente plusvalenze che altri incassano: non voglio con questo fare il moralista, rimando nel caso, per chi volesse approfondire la questione con una lettura intelligente, a Telepolis del sociologo Javier Echeverria: vorrei però far notare che se questo è lo scenario il senso della rete è stato fuorviato, si riduce il territorio intrigante dell’interazione in funzione dell’aumento dello spazio destinato alla più rassicurante (e sponsorizzabile) fruizione.

Ancora più evidenti sono le responsabilità per quanto riguarda il tradimento della promessa (o della speranza) che la rete potesse garantire a tutti, ovunque e in qualunque momento, il libero accesso alla totalità delle conoscenze. Lasciamo perdere il problema irrisolto del digital divide tra paesi ricchi e paesi poveri, limitiamoci alla situazione italiana, sotto certi aspetti esemplare. Mentre in paesi come la Finlandia si ragiona sul diritto dei cittadini all’accesso veloce alla rete, in Italia non c’è alcuna visione politica né sulla banda larga né su come incentivare le reti wireless. Gli operatori telefonici (che non a caso sono tra i maggiori inserzionisti pubblicitari sia in TV che sulla stampa) vendono ancora chiavette, spacciando per accesso veloce e senza fili connessioni lente e costose, mentre il governo regalerà ad amici di amici le frequenze che si libereranno grazie al digitale terrestre, le stesse che altrove saranno utilizzate proprio come opzione per reti più ampie, veloci e capillari. In pratica, il nostro diritto a una rete stabile, veloce, a basso costo, è calpestato dall’alleanza di fatto tra un oligopolio interessato e l’inettitudine (forse non disinteressata) di una certa classe dirigente. Le cose non vanno meglio sul versante della disponibilità dei contenuti digitali: i grandi gruppi editoriali non solo non investono ma ostacolano la diffusione degli eBook e dei libri digitali in generale, limitandosi ad annunciare non meglio precisati “portali” (altri esempi di gestione verticistica e non reticolare della conoscenza) che al momento hanno la forma di una home page statica che per quanto mi riguarda mi sarei vergognato a caricare in rete nel 1996. Ma non va meglio in ambito pubblico, se un ministro di un paese che possiede i ¾ del patrimonio culturale dell’intera umanità, anziché farsi carico di investimenti sistematici sulle biblioteche digitali o sui musei virtuali affida ad un accordo con Google la digitalizzazione di parte dei volumi antichi e rari delle biblioteche nazionali e considera perfino un successo essere arrivati a tanto! La verità è che del diritto dei cittadini di poter disporre più facilmente di più informazioni e più conoscenze non importa a nessuno, probabilmente perché almeno a questa classe politica non importa che i cittadini “crescano”, siano più informati, consapevoli, abbiano più opportunità di documentarsi, leggere, studiare, imparare. La verità è che al di là di quello che si condivide a qualche convegno manca una visione del futuro centrata sulla semantica del web e sulla distribuzione aperta dei contenuti digitali. La verità è che anche in questo caso, uno dei significati più profondi della rete è stato snaturato.

Ma anche in altri ambiti e rispetto ad altre aspettative le cose non vanno meglio. Pensiamo ad esempio all’uso educativo degli ambienti di rete, alla comunicazione didattica, all’e-learning, alle opportunità formative legate all’attivazione di comunità virtuali e network sociali come opzioni per l’apprendimento permanente. Certo, non mancano le sperimentazioni, ma concretamente, sistematicamente, che cosa si è fatto? Poco o nulla, direi. Il linguaggio multimodale della rete viene raramente sfruttato e ancora oggi la maggior parte dei “materiali formativi” digitali che circolano sono vecchie, noiose e inutili slides per di più in Power Point, o lezioni registrate da docenti che evidentemente hanno un sogno nella vita: essere invitati a Quark da Piero Angela per un siparietto. Rispetto ai modelli di interazione educativa alternativi alla scuola, all’università o alla formazione tradizionali, poi, capita che troppi sedicenti esperti o ricercatori cavalchino la novità o la tendenza del momento (è successo e succede con l’e-learning, il Web 2.0, il Knowledge Management) per poi affrettarsi a dichiararla morta quando produrre articoli sullo stesso argomento non serve più ad arricchire il curriculum. In realtà, tanto per fare un esempio, l’e-learning non è morto: non è mai nato, né cresciuto. Per l’incapacità organizzativa delle istituzioni universitarie. Per l’assenza di una visione aperta e lungimirante nelle imprese. Per l’incompetenza di molte agenzie formative. E perché per molti formatori è più comodo continuare a insegnare in modo tradizionale, così come (immagino) per molti studenti è più facile imparare in modo passivo, come si è sempre fatto; in fondo tutti sono capaci di ascoltare qualcuno che dice delle cose (anche stupide magari) e ripeterle, mentre per contribuire all’arricchimento collaborativo di un wiki bisogna organizzarsi, rimboccarsi le maniche, assumersi delle responsabilità. Vi sembro troppo aggressivo? Ma no, è solo che sto parlando di un mondo che conosco troppo bene per non cedere a un minimo di “fervore”. E so che al di là di qualche oasi felice, è in gran parte una giungla in cui per andare avanti non basta neppure il machete. Sta di fatto che anche in questo caso le promesse della rete non sono state mantenute: delle straordinarie potenzialità educative di questo insieme meraviglioso di infrastrutture tecnologiche si fa un uso limitato, riduttivo, e anziché esplorare nuovi formati didattici e nuovi processi di apprendimento ci si rifugia spesso dietro la forma apparentemente rassicurante dell’insegnamento tradizionale, giustificandone per di più l’impianto conservatore attraverso l’uso decontestualizzato di qualche gadget tecnologico, di qualche (ahimè) “piattaforma” o di qualche ambiente apparentemente aperto e interattivo dove in realtà non succede quasi mai nulla di significativo.

Mi dispiace aver dipinto un quadro dalle tonalità così fosche. In realtà so bene che non tutto è perduto e che ci sono ancora, in rete, energie, creatività e volontà. Forse la rete alimenta e moltiplica la stupidità, l’assuefazione, la genericità, l’insistenza, la ridondanza. Ma anche la possibilità di combattere e resistere, di condividere risorse e conoscenze, di creare le circostanze perché persone diverse, culture diverse possano incontrarsi e dialogare, e da quella scintilla nascano idee, occasioni, fenomeni, progetti. In ogni caso non bisogna mai abbassare la guardia, né cedere al conformismo sociale o al consumismo del nulla a cui molti stanno cercando di portarci. E poco importa se saranno soltanto i 25 lettori del nostro blog personale a capire e a sperare ancora: in rete nessuno è un’isola, siamo tutti parte di arcipelaghi verso cui prima o poi altri navigheranno. Nel frattempo faremo come sempre: continueremo a scrivere, a interagire, a progettare, a testimoniare. E a resistere…

Learning in “next generation” environments

Thursday, February 11th, 2010

Learning in a “next generation” educational environment: some effective strategies for educators in the Web 2.0

Presentation and resources for a european seminar on e-Learning and learning 2-0 trends for educators.
Città di Castello, Centro Studi Villa Montesca. February, 2010.

Presentation and resources [PDF, EN]
Suggestions for a workshop [PDF, EN]

Un eBook sugli eBook

Saturday, February 6th, 2010

Rotta M., Bini M. & Zamperlin P. (2010), Insegnare e apprendere con gli eBook. Dall’evoluzione della tecnologia del libro ai nuovi scenari educativi. Roma, Garamond.
ISBN 978-88-96819-00-5

Copertina eBook

Il libro affronta il problema dell’impatto degli eBook nell’educazione e nella formazione, partendo da un’analisi del fenomeno eBook. Si evidenzia come gli eBook non siano altro che l’evoluzione della tecnologia del libro, si approfondisce il problema delle tipologie di eBook, dei formati specifici e dei dispositivi dedicati per la lettura degli eBook e si discute sugli effetti controversi che gli eBook stanno già avendo sull’atteggiamento dei lettori e degli autori, sul lavoro degli editori e sulle biblioteche. Ci si concentra successivamente su tre delle possibili implicazioni degli eBook in ambito educativo, esplorando il ruolo che essi potrebbero avere contro la riluttanza alla lettura, le sinergie tra dispositivi dedicati e altre tecnologie nel quadro delle ipotesi di lavoro in corso sul cosiddetto mobile o ubiquitous learning e la relazione tra eBook, dispositivi di lettura, ambienti personalizzati di apprendimento e biblioteche digitali. In appendice il volume riporta lo schema di un sondaggio sull’impatto degli eBook, uno scenario didattico integrato e una traccia per costruire iperlibri multimodali. Una ricca bibliografia sui temi trattati completa la pubblicazione.

Il libro è disponibile sul portale di Garamond ed è distribuito con una formula innovativa: si potrà infatti leggere online un’anteprima esaustiva e/o scaricare l’intero testo in due formati, uno impaginato su fogli A4 e uno ottimizzato per essere utilizzato direttamente su dispositivi di lettura dedicati (eReaders). Una ulteriore innovazione è stata introdotta nella strategia di distribuzione dell’eBook completo: il prezzo del libro è infatti liberamente definibile dal lettore, ovvero ciascuno può decidere che valore attribuire all’eBook, e quanto reputa equo pagarlo. La formula non è del tutto nuova in assoluto, essendo stata adottata in casi di distribuzione e vendita di musica, ma nel settore editoriale è un esperimento che ben pochi hanno tentato finora. Di fatto, si sta ridisegnando il rapporto tra autore, editore e lettore, ed è proprio il lettore che diventa finalmente artefice reale del successo della pubblicazione e protagonista attivo, coinvolto, di parte della stessa politica editoriale.

Per una formazione ecosostenibile

Tuesday, October 6th, 2009

Dal 7 al 18 di dicembre i grandi della Terra si incontreranno a Copenhagen per discutere su come affrontare il problema dei cambiamenti climatici provocati dall’inquinamento e dalla cattiva gestione delle risorse energetiche del pianeta. In occasione di questi appuntamenti, si parla molto di educazione ai comportamenti responsabili sul piano ecologico, ma non si affronta quasi mai il problema di cosa gli educatori e i formatori possono direttamente fare per ridurre l’inquinamento e contribuire a loro volta alle politiche ambientali. Vorrei quindi evidenziare almeno 3 cattive abitudini che connotano l’educazione e la formazione come attività umane non ancora eco-sostenibili, o addirittura come attività che hanno un impatto negativo sull’ambiente.

La prima cattiva abitudine riguarda l’uso della carta. Nell’educazione e nella formazione si fa ancora un uso abnorme di carta, sotto forma di libri, dispense, documenti. Per produrre così tanta carta si abbattono alberi (e fin qui passi, se ne possono piantare altri) ma soprattutto sono necessari processi industriali altamente inquinanti, a elevato impatto ambientale e dove si fa uso di sostanze nocive. L’alternativa consiste negli eBook e nei dispositivi dedicati per la lettura e l’archiviazione di documenti elettronici: si tratta di tecnologie sempre più “attuali”, che tuttavia incontrano forti resistenze, oltre che negli uffici e nelle organizzazioni, proprio tra insegnanti, formatori, editori. A scuola, nelle università, nei corsi di formazione si consumano ancora, irresponsabilmente, tonnellate e tonnellate di carta, che potrebbero essere “risparmiate” incentivando l’uso di testi in formato elettronico su lettori digitali (ePaper). Le motivazioni di chi si oppone a questa opportunità sono le più svariate: dalla nostalgia disinteressata per l’odore delle pagine alla difesa (interessata) del presunto “valore” dei libri da parte degli editori, che in realtà sono quasi tutti nel panico (cito volentieri Luca De Biase) di fronte alla prospettiva di dover reinventare il loro modello di business per sopravvivere agli scenari e alle implicazioni della rivoluzione digitale. Il risultato è uno spreco inammissibile, paragonabile all’ostinazione di chi volesse continuare a usare automobili a benzina senza marmitta catalitica pur sapendo che sono ormai disponibili auto ibride o elettriche. E con la differenza che mentre in quest’ultimo caso alcune motivazioni sarebbero quanto meno comprensibili (il prezzo, l’autonomia…), il confronto tra carta elettronica e carta, per quanto riguarda i costi e l’impatto ambientale, è assolutamente improponibile, come dimostrano in modo chiaro numerosi articoli e report (esempio A, esempio B, esempio C). Ogni insegnante, ogni formatore dovrebbe cominciare a usare sempre più spesso e sistematicamente testi e documenti digitali, mentre a livello politico si dovrebbero introdurre incentivi per agevolare un graduale passaggio ai libri elettronici (soprattutto in ambito didattico), sotto forma di ecotasse per chi pubblica contenuti che implicano un alto consumo di carta e agevolazioni fiscali per l’acquisto dei dispositivi digitali di lettura, alla stregua di quanto si è cominciato a fare per le automobili.

La seconda cattiva abitudine è quella legata al pregiudiziale orientamento delle agenzie formative e dei formatori verso modelli didattici basati sulla compresenza dei partecipanti. Proviamo a pensare a quante sono le ore/uomo di formazione erogate in un paese come l’Italia ogni anno, e a quante di queste ore implicano spostamenti, viaggi, uso di mezzi di trasporto pubblici o privati. Il risultato non è soltanto uno spreco inimmaginabile di tempo e di denaro, ma un assurdo sovraccarico sul sistema dei trasporti, con conseguente consumo di energia ed emissione di gas nocivi. Sappiamo benissimo quale potrebbe essere la soluzione: si chiama e-Learning, e se ne parla da molti anni, anche in termini di compatibilità ambientale. Se anche soltanto il 30-40 per cento delle attività di formazione che implicano la mobilità dei partecipanti fosse sistematicamente “spostato” online, le emissioni di gas nocivi si ridurrebbero considerevolmente, e si otterrebbero benefici indiretti in termini di maggiore efficienza del sistema dei trasporti (ad esempio: meno auto in circolazione = meno ingorghi = meno inquinamento). Ma aziende, organizzazioni, agenzie formative e formatori non ne vogliono sapere, e spesso e volentieri continuano a costringere i soggetti coinvolti nei progetti di formazione a muoversi per ritrovarsi in aula o attorno a un tavolo, anche quando non sarebbe strettamente necessario. Eppure l’e-Learning è stato oggetto di ricerca e sperimentazione per anni e anni, e oggi possiamo affermare senza timore di essere smentiti che investire sistematicamente in soluzioni progressivamente e gradualmente orientate all’uso integrato di ICT e reti in ambito educativo è un’opzione praticabile e sostenuta da tecnologie affidabili, modelli di riferimento e buone pratiche. Ciò nonostante persistono resistenze e indifferenza, talora supportate da affermazioni (quasi mai documentate) sulla presunta insostituibile efficacia dell’aula, della classe o del faccia a faccia come modalità di approccio alla trasmissione della conoscenza. Non solo non è vero, ma sostenerlo, oggi, denota una colpevole ignoranza sia sul piano tecnologico che su quello metodologico, oltre che l’assuefazione a un modello che non si vuole mettere in discussione perché ripensarlo implicherebbe fatica, acquisizione di nuove competenze, cambiamenti organizzativi. In sostanza, si continua a fare formazione attraverso strategie ad alto impatto ambientale soltanto perché è più facile, quando sarebbe possibile, come formatori o agenzie formative, dare un contributo significativo alla tutela dell’ambiente praticando altre strategie, di cui conosciamo ormai i limiti e i vantaggi, le caratteristiche e le possibilità. Trovo questo atteggiamento colpevolmente irresponsabile, oltre che sciocco. La strada da percorrere può consistere nell’incentivare il passaggio a modelli integrati di formazione introducendo nei bandi o nelle specifiche per la validazione dei corsi a tutti i livelli “quote” vincolanti di e-Learning.

La terza cattiva abitudine è il corollario delle precedenti: l’eccesso della combinazione tra contenuto analogico e approccio sincrono nei processi formativi. Nei corsi, in sostanza, si parla molto e si enfatizza il momento, come se non fosse cambiato nulla dai tempi di Socrate, da quelli delle università medievali o da quelli della maestrina con la penna rossa. Niente (se non la pigrizia dei formatori) giustifica il mantenimento di certe consuetudini, dalle quali conseguono fenomeni come l’abuso di carta o la resistenza all’e-Learning. Al contrario, è relativamente facile mostrare i vantaggi della digitalizzazione sistematica dei contenuti e dell’approccio asincrono, sia in termini metodologici (che però non sono oggetto di questa riflessione) che in termini di impatto ambientale: digitalizzando i contenuti si introduce ad esempio un “fattore di riuso” che può aiutare a ottimizzare la gestione dei processi e la durata dei percorsi (con vantaggi indiretti per quanto riguarda l’usura delle strutture o delle attrezzature); si creano inoltre le condizioni per una fruizione più orientata all’uso di dispositivi elettronici al posto di fogli, quaderni, penne. L’approccio asincrono, a sua volta, agevola una gestione più efficiente del tempo sia da parte dei formatori che dei partecipanti, generando un indotto in termini di risparmio energetico (ogni dispositivo eventualmente utilizzato è “acceso” soltanto quando è necessario e per il tempo necessario) e agevolando una mobilità più consapevole.

Non possiamo più domandarci che cosa la Terra può fare per noi, ma che cosa ognuno di noi può fare per la Terra. Come formatori e insegnanti, penso che ci si debba interrogare sulla compatibilità ambientale del nostro approccio all’educazione, e privilegiare di conseguenza le soluzioni più ecosostenibili. Ma temo che ci sia ancora molta strada da fare in questa direzione…

References on e-tutoring 2.0

Wednesday, August 19th, 2009

Rotta M. (2009), The e-Tutor in Learning 2.0 Scenarios: Profile, Professional Empowerment and New Roles. In Lambropoulos N. & Romero M. (2009), Educational Social Software for Context-Aware Learning: Collaborative Methods and Human Interaction. Hershey PA, IGI Global.

Useful links [EN]: