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Due o tre cose che so di Facebook

Friday, May 21st, 2010

Queste parole non sono certo un saggio breve, e nemmeno la colonna di un’opinionista. Sono soltanto alcune riflessioni (e neppure a caldo…) su quel “fenomeno” multi-mediatico che va sotto il nome neanche troppo originale di Facebook. Sono appunti scritti di getto tempo fa e poi dimenticati dentro l’icona di una cartella, fino a quando, questa mattina, mi è capitato di leggere su Repubblica un lungo articolo di Vittorio Zucconi sulle “guerre del social network”. Quello di Zucconi non è uno dei tanti, troppi articoli che evidenziano i rischi e i pericoli delle reti sociali, e neppure uno studio sulla fenomenologia della rete: è un mix di informazioni dettagliate su alcuni elementi essenziali del problema (sempre che di problema si tratti) e riflessioni più superficiali sull’inevitabile deriva della natura umana verso il narcisismo o la sopraffazione; per questo l’ho trovato interessante; per questo mi ha lasciato perplesso. Tanto da spingermi a recuperare questi appunti per provare brevemente a spiegare due o tre cose che so di Facebook, senza pregiudizi.

Come sottolinea più volte lo stesso Zucconi Facebook è prima di tutto un’operazione commerciale. Aggiungerei che in quanto tale è solo una delle tante operazioni commerciali che quotidianamente prendono forma in rete e più in generale sul mercato delle nuove tecnologie. Zuckerberg e Jobs sembrano molto diversi, ma hanno in comune un obiettivo semplice, chiaro ad entrambi: fare più soldi possibile. Vendendo ciò che hanno costruito, ovvero giocattoli accattivanti che il 3 per cento degli utenti o degli acquirenti userà intelligentemente (smontandoli e rimontandoli, proprio come i giocattoli), mentre il restante 97 per cento li subirà in modo sciocco e passivo, giocandoci un po’ fino a romperli, diventandone dipendente, autogiustificandosi o autoconformandosi, abbandonandoli col tempo.

Tutto questo mi interessa relativamente, o meglio, mi interessa in quanto parte in causa, soggetto attivo che rientra in quel 3 per cento di utenti consapevoli che potrebbero perfino insegnare agli altri non dico qualche trucco per sopravvivere ma almeno qualche esempio o qualche buona pratica. Ma non è questo il punto. Il fatto è che se lo scenario è quello che ho appena provato a descrivere, ne consegue che il problema non sono i prodotti o le applicazioni in sé. Il problema è altrove, e possiamo facilmente localizzarlo: è, in uguale misura, nel modello di business (chiamiamolo così) che si basa sulla moltiplicazione degli spazi promozionali nei contesti a più alta visibilità e dove è possibile raccogliere il maggior numero di “dati sensibili” (al solo scopo di vendere pubblicità e aumentare il valore dei pacchetti azionari) e nell’assenza di politiche educative capaci di “accompagnare” gli utenti lungo un percorso di crescita e di sviluppo che possa aiutarli a fare un uso più consapevole delle tecnologie a loro disposizione.

In sostanza, il problema non è Facebook e non è neanche “dentro” Facebook (così come in qualunque altra applicazione): il vero problema è che manca completamente una visione politica in grado non dico di contrastare ma quanto meno limitare l’invadenza di un modello economico vincente, uniformante e pervasivo, che sta palesemente tentando di allungare le sue mani sulla rete, così come su qualsiasi altro spazio disponibile. Diciamo la verità: i tanti discorsi sulla privacy violata, le prese di posizione dei governi “contro” i presunti abusi che si commettono su Facebook o grazie a Facebook o addirittura in nome e per conto di Facebook, le cause combattute, quelle vinte o quelle perse, non sono altro che l’ammissione indiretta del fallimento di ciò che auspicavano i visionari che hanno immaginato il Web. Speravano e speravamo che fosse lo strumento di un salto evolutivo, l’orizzonte degli eventi attraverso cui avrebbe preso forma una nuova intelligenza. E invece somiglia sempre più a una sorta di TV personalizzata, gestita da chi cerca soltanto di plasmare consumatori e quasi del tutto ignorata (salvo cavalcarne certi aspetti) da chi dovrebbe aiutare i cittadini a essere coscienti delle opportunità che potrebbero aprirsi.

Ma paradossalmente, in questo gioco di colpevolezze convergenti, è proprio Facebook (così come qualsiasi altro social network) l’unica arma che abbiamo. Fino a prova contraria, in una rete sociale “intermediata” si possono applicare senza troppa fatica alcuni principi essenziali di cittadinanza digitale attiva e consapevole: ad esempio circoscrivere le proprie relazioni/amicizie in base a esigenze o aspettative personali o allargarle se si desidera più visibilità; oppure limitare le proprie azioni alla condivisione di risorse e informazioni che riteniamo utili, applicando magari il principio della rarità (è inutile ri-condividere un’informazione che altri mille hanno già condiviso); o ancora, riflettere e valutare secondo coscienza prima di accettare amicizie, sottoscrivere cause, aderire a gruppi o dichiarare di partecipare a eventi. Tutto sommato, nulla di così diverso da ciò che facciamo nella vita di tutti i giorni e nel cosiddetto mondo reale.

La differenza consiste nel fatto che in rete tutto tende a essere amplificato: ci affascina e allo stesso tempo ci spaventa che 500 milioni di persone siano “su” Facebook, dimenticando che non è vero (in un qualsiasi social network gli utenti “contemporanei” sono meno del 5 per cento degli utenti potenziali e registrati) e che altrettante persone, anzi di più, in questo stesso momento sono impegnate in altre attività definibili come “sociali”, e la cosa non ci preoccupa minimamente. O ancora, ci si indigna se degli idioti fondano un gruppo con intenti riprovevoli, fino a fondare altri gruppi per chiederne la cancellazione, ignorando che non si elimina la stupidità nascondendola o rendendola meno visibile, ma imparando a riconoscerla, e ben venga un modo (tutto sommato relativamente innocuo) per farla uscire allo scoperto. Infine, non mi dispiacerebbe che si ragionasse senza equivoci sulla relazione tra il concetto di privacy e il concetto di “trasparenza”, che sono molto più correlati di ciò che può sembrare a prima vista: personalmente, ritengo che in una rete sociale (sottolineando sociale) la trasparenza debba prevalere sulla privacy, ovvero sia la trasparenza a definire lo spazio al di fuori del quale si colloca la privacy. Ragionare sul rispetto, la protezione e la sicurezza dei cosiddetti dati personali (escludendo ovviamente quelli che potrebbero essere usati per scopi criminali o fraudolenti) non solo è pretestuoso, è inutile: certo, è un discorso che meriterebbe di essere approfondito e affrontato con ben altro respiro, ma provocatoriamente mi limito a dire che in un social network, paradossalmente, è proprio la nostra trasparenza a proteggerci, perché siamo noi che abbiamo deciso cosa rivelare di noi stessi, delimitando ciò che desideriamo resti privato attraverso la visibilità di ciò che abbiamo scelto di rendere pubblico.

Ecco, queste sono due o tre cose che so di Facebook, e di altre reti sociali. Ce ne sarebbero molte altre, evidentemente. Ma non voglio neanche lontanamente pretendere di essere esaustivo, ho cercato soltanto di introdurre qualche elemento (spero non scontato) nella discussione in corso. Per una ragione molto semplice: perché penso che Facebook non sia né un bene né un male, né il problema né la soluzione, né la causa né l’effetto. Credo soltanto che come per altre tecnologie o ambienti di comunicazione se ne possa fare un uso positivo, se vogliamo. Vorrei dire intelligente, ma temo che sia un programma troppo ambizioso.

Esserci o non esserci

Wednesday, January 13th, 2010

Rotta M. (2010), Esserci o non esserci? La rete come desiderio, presenza e rappresentazione. Religioni e Società, Anno XXV, 65, Gennaio-Aprile 2010.

Rendo disponibile una versione di un contributo che sarà pubblicato su un’importante rivista di studi sociali. Non è il risultato di uno studio specifico o di una sperimentazione, ma il racconto di alcune esperienze di vita in rete. È quindi espressione di una prospettiva, una delle tante angolazioni da cui si può osservare il paesaggio virtuale che si srotola sotto i nostri occhi, ogni giorno, in quell’universo altrimenti indistinto e ancora in gran parte inesplorato che storpiando una battuta di Joseph Licklider abbiamo chiamato Internet. Si parte dalla rielaborazione di alcune riflessioni sulle improprietà di linguaggio di chi pretende di decodificare un fenomeno così fluido e multiforme, per arrivare a ipotizzare alcune possibili chiavi di lettura del cosiddetto Web 2.0 in quanto insieme di forme di aggregazione sociale ancora tutte da definire, con un’attenzione particolare a tre tipologie di social networks, o meglio, a tre momenti distinti e a loro modo concatenati di social networking, esemplificati da Facebook, Twitter e Nstreet.

Esserci o non esserci [Testo, PDF, IT]
Condizioni di utilizzo: Creative Commons 2.5, attribuzione, non commerciale, non opere derivate (informazioni dettagliate).

References on e-tutoring 2.0

Wednesday, August 19th, 2009

Rotta M. (2009), The e-Tutor in Learning 2.0 Scenarios: Profile, Professional Empowerment and New Roles. In Lambropoulos N. & Romero M. (2009), Educational Social Software for Context-Aware Learning: Collaborative Methods and Human Interaction. Hershey PA, IGI Global.

Useful links [EN]:

L’e-Tutor al tempo del web 2.0

Friday, October 3rd, 2008

Un seminario sull’evoluzione della figura professionale dell’e-Tutor nell’ambito della giornata interuniversitaria “Argumenta” organizzata dal Servei de Llengues dell’Universitat Autonoma de Barcelona (UAB) e coordinata da Enric Serra. Nel corso del seminario sono stati approfonditi in modo particolare i ruoli che l’e-Tutor tenderà ad assumere in scenari educativi orientati al social networking e alla personalizzazione degli ambienti e delle strategie di apprendimento.

The e-Tutor in a web 2.0 perspective [Slides, PDF, EN]
L’eTutor a l’era del web 2.0 [Slides, PDF, CA]

Reti di vetro

Monday, July 14th, 2008

Si è tenuto nei giorni scorsi a Dobbiaco (10-13 luglio 2008) un seminario sulla “cittadinanza digitale”. Non è necessario che racconti com’è andata, sono più che sufficienti le testimonianze raccolte in tempo reale nel wiki dell’evento, curato da Luisanna Fiorini (segnalo in particolare anche una mappa mentale di ciò che è stato detto e fatto e degli argomenti che sono stati toccati), oltre che nelle pagine dei tanti bloggers presenti, come Giorgio Jannis, Maddalena Mapelli (che ha annotato quasi tutti gli interventi anche nel blog di Ibrid@menti), Gianni Marconato. Sono già online anche delle belle raccolte di immagini sul luogo e sull’evento, e probabilmente anche molte altre opinioni, impressioni, resoconti, commenti, fotografie di cui al momento non sono a conoscenza, ma farò il possibile. Che cosa posso aggiungere? Vorrei solo accennare brevemente a una sensazione che ho provato durante queste giornate, mentre fuori dalle finestre della splendida struttura che ci ospitava le nubi di un temporale improvviso proiettavano sulla terra luci modificate, e nelle stanze si parlava di web 2.0 e oltre. In quel momento mi sono guardato intorno, e ho constatato che anche in Italia si può parlare di innovazione, e si può fare innovazione (anche ad alto livello), ma a crederci davvero siamo in pochi, e sempre gli stessi o quasi, da sempre, come se gli anni non passassero, come se il mondo, nel frattempo, non cambiasse alla velocità dei lampi e con la stessa intensità dei venti. Sarà per via dell’ambientazione, ma mi sono ricordato del “gioco delle perle di vetro” di Hesse: i saggi sono rinchiusi in uno spazio dove possono dialogare e creare, ma senza interagire troppo con il resto del mondo, impegnato in “negozi” più ordinari; il fatto è che non si sa bene se sono i saggi a scegliere l’isolamento che permette loro di essere ciò che sono, o se è il resto del mondo che cerca di metterli in condizione di non nuocere. Forse sono vere entrambe le ipotesi. Sono solo visioni, pagine lette da ragazzo che riaffiorano durante un temporale estivo. Ma ultimamente provo spesso sensazioni come queste: se siamo noi i cittadini digitali – e non c’è motivo di pensare che non sia così -perchè non riusciamo a portare nel mondo, là fuori, quei messaggi semplici e chiari, e per questo eversivi, che riusciamo così bene a scambiarci tra le mura del nostro castello? La partecipazione attiva, il senso della rete, la condivisione della conoscenza, la libertà dell’informazione… perchè siamo sempre in così pochi a parlarne? Perchè non riusciamo a farci ascoltare? Siamo reti di vetro: trasparenti e fragili.

Appunti e riflessioni in forma di slides [PDF, IT]