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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


Didattica e creatività: la Bauhaus dei bambini

Reading time: < 1 minute

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Segnalo un bel libro di Alma Tigre, Annika De Tullio e Bepi Petino. Parla del rapporto tra la didattica e la creatività a scuola, partendo da un modello ispirato alla Bauhaus. Un tema molto attuale, affrontato peraltro in modo pragmatico, concreto, effettivamente creativo. Gli autori mi hanno chiesto di scriverne la prefazione, cosa che ho fatto più che volentieri. Eccola…

Kinderbauhaus: prefazione di Mario Rotta

Tigre A., De Tullio A. & Petino G.B. (2017). Kinderbauhaus. Didattica per la creatività. Bari, Mario Adda Editore.

La rete e la corazzata Potemkin

Reading time: 3 – 5 minutes

Ed ecco che ancora una volta mi hanno “derubato” del mio profilo Instagram e delle relative immagini. Nel senso che ora le mie immagini risulteranno associate a qualche profilo dal nome improbabile e dalla ancor più improbabile sensibilità visiva (a proposito, se lo scoprite segnalatelo subito come improprio). Ci sono riusciti 2 volte su una decina di tentativi che ero riuscito a bloccare. Ma è diffiicle e soprattutto oneroso passare le giornate a difendere la propria privacy, a fare cioè quello che dovrebbe fare il social medium in questione. Ma in fondo, ai social, cosa importa? Basta che ci sia traffico, cioè dati che passano per la rete, non importa a nome di chi o di che cosa si tratta.

Ora ho un nuovo profilo (mariorotta) e risulta che non ho condiviso nessuna immagine (nei due profili trafugati ne avevo accumulate quasi 2000, usavo Instagram come una sorta di diario visivo immediato, che poi è questo l’uso più coerente di Instagram). Così ho deciso che condividerò poco o niente: mi prenderò una socialpausa, ovvero non mi presterò al gioco perverso del tutto quanto fa traffico. Magari sceglierò una sola immagine al giorno, e la sceglierò con cura, ragionando sulla qualità, sui significati. Che è quello che si dovrebbe sempre fare, se si crede non tanto nei generici socialtutto ma nel principio della condivisione della conoscenza che a suo tempo identificavamo con la rete, prima che la rete diventasse quella inutile palude che ormai è diventata: una discarica dove si socializzano le apparenze, uno strumento di navigazione nel nulla che, come un celebre battello cinematografico, potremmo e dovremmo finalmente etichettare come “una boiata pazzesca”.

Con la differenza che almeno la corazzata Potemkin, quella vera, ammetteva l’ammutinamento, il cambio di ruolo, una gamma di possibilità legate al libero arbitrio degli uomini, alla loro capacità di distingue tra ciò che è bene e ciò che è male o almeno tra ciò che è opportuno e ciò che non lo è. Mentre i socialtutto non accettano altre logiche se non quella del profitto ad ogni costo legato al traffico di qualsiasi genere, compreso quello delle bufale (e altri animali), quello della futilità (detta anche fuffa) e perfino quelli del dolore e della paura; che in questo momento, anzi, attirano inserzionisti come mosche sul parabrezza.

Eppure basterebbe poco: basterebbe ad esempio che i social guidassero gli utenti alla definizione, al mantenimento e alla modifica dei protocolli legati alla privacy e alla sicurezza nello stesso modo semplice e intuitivo con cui li guidano e li spingono a condividere stronzate. La privacy e la sicurezza in un click, così come in un click possiamo dire cosa pensiamo, dove ci troviamo, cosa facciamo e altre amenità che spesso e volentieri non interessano a nessuno. La scelta della privacy e della sicurezza, insomma, come valori primari ed evidenti, anziché come risultato di un lungo, noioso e contorto percorso dove attraverso interfacce tetre e tristi dobbiamo indicare numero di telefono (potenzialmente rivendibili ai call center), colore degli occhi, nomi degli amici e dei parenti, cosa abbiamo fatto e dove eravamo la sera di capodanno, cosa c’è scritto esattamente nel captcha che appare in piccolo in fondo a destra cioè nella stessa posizione del bagno nei ristoranti. Confermando poi il tutto con il codice che arriverà via SMS e così via. Salvo constatare, dopo essersi rotti le scatole per un’oretta abbondante, che il giorno dopo il tuo account non c’è più, o si chiama kimberly609060, o è stato oscurato dai separatisti curdi (mi è capitato anche quello), o è finito nella fuffa generale come un pizzico di pepe in un minestrone cucinato da un master chef (si fa per dire…) a cui in una cucina vera non affiderebbero neanche lo schiacciapatate.

Sarà anche una boiata, ma a volte vorrei averla una corazzata Potemkin. Digitale, ovviamente, capace di navigare in rete. Per poter rivolgere i suoi cannoni dove dico io…

8 aprile 2016: le onde del cambiamento

Reading time: 6 – 9 minutes

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Dopo il workshop che si è tenuto a Fiastra, nelle Marche, l’11 marzo 2016, Smart Skills Center e Laboratorio Formazione organizzano un nuovo evento dedicato alle prospettive dell’innovazione nel mondo della scuola e della didattica. Il convegno si concentrerà su Le Onde del Cambiamento: strategie didattiche e innovazione organizzativa nella scuola digitale e si terrà a Milano, presso l’Auditorium del Centro Scolastico di via Natta l’8 aprile 2016.

Le domande essenziali a cui a Milano si cercherà di dare alcune risposte riguarderanno prima di tutto gli effetti dell’innovazione metodologica, organizzativa e tecnologica sulla scuola nel suo complesso: bisogna capire se e come alcune forme di innovazione possono effettivamente produrre delle ricadute in grado di innescare processi di cambiamento in senso positivo. Si cercherà poi di fare il punto sulla formazione continua degli insegnanti e su quali sono le modalità più efficaci per attuare delle strategie in proposito.

Il convegno sarà articolato in una sessione plenaria che si terrà durante la mattinata e in una serie di aree di confronto su tematiche specifiche a cui si potrà partecipare nel pomeriggio. La sessione plenaria del mattino, coordinata da Mario Rotta, sarà introdotta da Patrizia Appari di Laboratorio Formazione. Sarà poi centrata sul confronto tra 3 “punti di vista” sul tema della formazione degli insegnanti e del cambiamento che questo può introdurre nella scuola e nella didattica. Il punto di vista istituzionale sarà interpretato da Maria Chiara Pettenati di Indire. Il punto di vista delle Università sarà discusso da Paolo Paolini del Master DOL del Politecnico di Milano. Il punto di vista dell’imprenditoria e delle agenzie formative sarà delineato da Anna Delle Foglie di Smart Skills Center. La sessione plenaria sarà poi conclusa da Daniele Barca, dirigente del MIUR e responsabile del Piano Nazionale per la Scuola Digitale.

Nel pomeriggio si formeranno i vari “tavoli” e i relativi gruppi di discussione: i temi affrontati saranno centrati sulle strategie didattiche innovative e sulle relative prospettive. Ogni tavolo sarà animato e coordinato da un esperto, che mostrerà esempi concreti e porrà domande critiche ai partecipanti. Mario Rotta coordinerà la discussione sul tema abbiamo un problema! La didattica problem-based. Eleonora Guglielman gestirà un gruppo sul tema dove, quando e come: ubiquità, autonomia e personalizzazione. Uno spazio sul tema per gioco, ma sul serio: l’approccio ludico alla didattica, sarà coordinato da Vindice Deplano. Aurora di Benedetto animerà il tavolo su la classa asimmetrica: nuove strategie didattiche e nuovi modelli organizzativi. Del tema in altre parole: la didattica CLIL si occuperà il gruppo coordinato da Nuccia Silvana Pirruccello. Stefania Quattrocchi guiderà un gruppo di lavoro sul tema oltre il testo: autoproduzione di materiale didattico, mentre l’area di discussione sul tema so di sapere: valutazione e didattica per competenze sarà coordinata da Patrizia Appari. Ci si ritroverà poi brevemente in plenaria per condividere gli elementi emersi nei gruppi e le domande critiche su cui si potrà continuare a lavorare in rete.

La partecipazione al convegno è aperta a tutti. Basta visualizzare il programma e compilare il modulo di iscrizione sul sito di Laboratorio Formazione o sul sito di Smart Skills Center. Si richiede un contributo di 14 euro per ogni partecipante, anche per poter garantire a tutti i presenti un buffet organizzato dai ragazzi di un Istituto Alberghiero. Nel corso della giornata verrà anche dedicato un breve spazio al concorso di idee Smart Education, un’opportunità per gli insegnanti e le scuole che vogliono realizzare un progetto di e-learning.

Cartoline da Fiastra: le 3 leggi dell’e-learning

Reading time: 2 – 2 minutes

Se ne è parlato all’Abbadia di Fiastra l’11 marzo 2016, durante il workshop Ai confini dell’apprendimento. E se ne parlerà ancora. Sono le 3 leggi dell’e-learning: un omaggio indiretto a Isaac Asimov, ma anche un modo per definire in estrema sintesi quali potrebbero (o dovrebbero) essere le caratteristiche imprescidibili di un ambiente di apprendimento in rete. Eccole:

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La prima legge sancisce il principio che il fondamento di ogni progetto di e-learning consiste nella dimensione metodologico-didattica e nella cura dei contenuti.

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La seconda legge sancisce il principio che in ogni progetto di e-learning va considerata una dimensione organizzativa, che tuttavia non può prevalere su quella metodologico-didattica o sulla cura dei contenuti.

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La terza legge sancisce il principio che in ogni progetto di e-learning va considerata anche una dimensione tecnologica, che tuttavia non può contrastare l’importanza della dimensione organizzativa, né prevalere su quella metodologico-didattica o sulla cura dei contenuti.

I principi di eKnow

Reading time: 2 – 2 minutes

Un video che illustra in breve i principi essenziali del progetto eKnow e alcune delle caratteristiche dei modelli metodologici e organizzativi in corso di sperimentazione. Se ne parlerà tra le altre cose all’Abbadia di Fiastra l’11 marzo 2016, durante il workshop Ai confini dell’apprendimento. La partecipazione ai workshop è aperta a tutti e totalmente gratuita. Basta visualizzare il programma e compilare il modulo di iscrizione. Alle 13, presso la Foresteria dell’Abbadia di Fiastra, sarà offerto un rinfresco. Nel corso della giornata verrà anche presentato il concorso Smart Education, un’opportunità per gli insegnanti e le scuole che vogliono realizzare un progetto di e-learning.

Il progetto eKnow: un ambiente flessibile per la formazione in rete di formatori e insegnanti

Reading time: 4 – 6 minutes

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Il progetto eKnow, promosso da Smart Skills Center e realizzato da IBIS Multimedia Network, grazie a una rete di collaboratori ed esperti coordinati da Mario Rotta, si caratterizza tra le altre cose per almeno due aspetti innovativi e significativi. Il primo è legato al modo in cui in eKnow si interpreta l’e-learning: i corsi sono strutturati su vari modelli metodologici e organizzativi, che “attraversano” l’intera gamma delle possibili esperienze di apprendimento in rete: dai MOOCs (corsi aperti di ultima generazione supportati indirettamente e da seguire in autonomia), a corsi brevi basati sull’approccio problemico e in cui si interagisce con esperti ed e-tutor (li chiamiamo SPOCs), a corsi professionali per insegnanti e formatori basati sulle cosiddette e-tivities e sull’azione di formatori esperti, per arrivare ad ambienti di apprendimento sociale per comunità di interessi e di innovazione animati da un e-coach e un’information broker (li chiamiamo PLECs) o a percorsi di scoperta georeferenziati (detti GLOCs) in cui le attività didattiche programmate diventano accessibili solo in prossimità di luoghi o punti di interesse che questo particolare tipo di tecnologia aiuta a scoprire o riscoprire.

Il secondo aspetto che rende il progetto organico è rappresentato dai criteri in base a cui i corsi vengono programmati, progettati e prodotti. Tutti i “titoli” sono infatti definiti in modo da rappresentare un’opzione completa per la formazione di insegnanti e formatori: anche se ogni corso è autoconsistente infatti, i progettisti curano molto la complementarietà tra i corsi, che possono quindi essere considerati anche come elementi di un percorso più ampio, complesso e personalizzabile. Questo aspetto è rafforzato anche dal fatto che la quasi totalità dei contenuti dei corsi in programmazione rientra nel Quadro di Riferimento Europeo delle Competenze Chiave per l’Apprendimento Permanente (a cui peraltro è dedicato un MOOC introduttivo): questo significa che un insegnante o un formatore possono non solo costruire un percorso di sviluppo professionale, ma possono anche dedicarsi a una specificare area di competenza, che potrà essere affrontata partendo se necessario da corsi introduttivi (MOOCs) per arrivare alle relative comunità di apprendimento, passando attraverso dei corsi brevi o problem solving e dei corsi professionali.

Si possono fare alcuni esempi. Prendiamo in considerazione l’area di competenza che a livello europeo è definita capacità di comunicare in una lingua straniera: su questo “asse” troviamo un MOOC introduttivo di Avvicinamento alla Lingua Inglese, ma anche un corso più specifico sul PBL nella Didattica della Lingua Inglese e un set di corsi professionali sulla Didattica eCLIL. Se invece ci spostiamo sull’asse della competenza digitale possiamo partire da un MOOC sui Principi essenziali di Informatica, per poi procedere con alcuni corsi brevi su competenze digitali specifiche tipo Come rendere più efficace una presentazione multimediale o Come cercare, trovare e selezionare immagini digitali in rete, per arrivare fino ai corsi professionali sul cosiddetto Information Brokering o sulla Knowledge Visualization e concludere il percorso partecipando alle attività di una Community of Thinking sulle Tecnologie Digitali e Strategie di Apprendimento. Insomma, un sistema modulare, flessibile ed elastico (dove non a caso non si parla di piattaforme ma di trampolini), che può crescere anche attraverso le istanze e le necessità degli utenti, nel quadro di un approccio rigoroso e attento alla chiarezza comunicativa, all’efficacia formativa, all’utilizzo di Risorse Educative Aperte e alla coerenza delle procedure di valutazione (curate da Laboratorio Formazione di Milano), oltre che all’apporto di formatori, docenti, esperti ed e-tutor di grande esperienza.

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Verso i GLOCs: un approccio sperimentale alla didattica situata e al pensiero critico

Reading time: 4 – 6 minutes

I GLOCs [Geo Localized Online Courses] sono ambienti di apprendimento aperti basati sul posizionamento geografico dei partecipanti e sul principio della “glocalizzazione”. L’ipotesi di lavoro consiste nello stimolare un approccio esplorativo alla realtà, mediato dalla tecnologia ma prima di tutto basato sulla scoperta effettiva di elementi, tracce e dettagli che appartengono al mondo reale. Metodologicamente, si tratta di forme di didattica outdoor e allo stesso tempo situata, simili ai webquest, in cui, al contrario di quanto accade in certe applicazioni apparentemente analoghe di realtà aumentata, non è la tecnologia che filtra e indirizza la percezione del mondo, ma il mondo in quanto tale che rivela a chi sa osservare ciò che contiene e i possibili percorsi che si possono sviluppare a partire da quella determinata angolazione, da quel punto di vista, da quel determinato luogo.

Il modello metodologico che ne deriva consiste essenzialmente nello sviluppo di percorsi di scoperta parzialmente guidati su un’area territoriale delimitata (tipicamente, una città d’arte, ma si possono considerare anche altre opzioni): il percorso di scoperta è realizzato mettendo in evidenza degli oggetti o dei luoghi, in prossimità dei quali (se si cammina nell’area oggetto del percorso con un dispositivo dotato di GPS) si può accedere a dei contenuti, ovvero ottenere delle informazioni e svolgere specifiche attività didattiche o di approfondimento.

Ecco un esempio sperimentale, disponibile fino al 31 maggio 2015 sul portale di IBIS Multimedia Network: Guardarsi intorno (1, Arezzo)

[in piattaforma: http://www.ibismultimedia.net/moodle/course/view.php?id=16]

Nel caso specifico il percorso consiste nella scoperta di 18 “luoghi” in grado di raccontare la storia della città di Arezzo e, indirettamente, l’evoluzione dell’arte, della scienza, della tecnologia, della letteratura e del pensiero. I criteri adottati per scegliere i 18 luoghi sono quindi in parte legati alle tipicità del contesto storico urbano preso in esame (si evidenziano ad esempio alcuni luoghi imprescindibili, anche se si cerca di osservarli da punti di vista inconsueti), in parte riferibili al bisogno di mostrare anche oggetti meno noti e scontati, solitamente trascurati dalle guide o collocati ai margini delle passeggiate in città.

Lo schema seguito nella realizzazione dei contenuti riferiti a ciascun oggetto o luogo segnalato nel percorso è a sua volta molto rigoroso e tiene conto di almeno tre esigenze primarie: affidare la scoperta del luogo o dell’oggetto segnalato a un breve racconto il cui scopo non è spiegare dettagliatamente che cosa si sta osservando, ma stimolare forme di osservazione critica, curiosità e attenzione ad alcuni dettagli: l’approccio utilizzato richiama, in sostanza, lo storytelling; integrare il racconto con una serie di domande aperte il cui scopo è stimolare riflessioni critiche, anche attraverso tecniche che richiamano il “pensiero laterale”: le domande suggerite possono servire al singolo “viaggiatore” per interrogarsi su ciò che sta osservando in modo da collocarlo meglio rispetto ai contesti in cui può rientrare (contesto storico, urbanistico, visivo…) e agli eventuali gruppi per discutere e condividere impressioni, raccogliere altre informazioni, sviluppare associazioni di idee, sempre a contatto diretto con il luogo o l’oggetto su cui ci si sta interrogando; suggerimenti sul significato e le implicazioni delle domande aperte associate ai vari luoghi sono in ogni caso riportati in questa guida metodologica; mettere a disposizione di chi volesse approfondire alcuni aspetti o tematiche specificamente riferibili al luogo o all’oggetto segnalato alcuni strumenti e risorse, sotto forma di attività da svolgere direttamente in piattaforma: discussioni basate su forum, raccolte di immagini, pagine di diario, conversazioni, lettura di fonti e relativi commenti, confronti tra dettagli, ricerche iconografiche e così via…

Il percorso proposto si può quindi sviluppare in due diverse modalità o livelli:

  • Scoperta dei luoghi e degli oggetti selezionati, lettura del “racconto” associato e confronto o discussione sulla base delle domande critiche relative: in questo caso si può indicativamente calcolare che si possa dedicare ad ogni luogo inserito nel percorso un arco di tempo compreso tra i 30 e i 60 minuti (al netto delle eventuali necessità logistiche: orari e modalità di accesso, affollamento…)
  • Scoperta, lettura, confronto e svolgimento di una o entrambe le attività di approfondimento collegate al luogo o all’oggetto: in questo caso si può indicativamente calcolare che si debba dedicare ad ogni luogo inserito nel percorso un arco di tempo compreso tra 1 e 3 ore (a seconda delle attività svolte o del grado di approfondimento di ciascuna di esse…)

 

Sulla base dello stesso modello, si cercherà di avviare la realizzazione di altri percorsi geolocalizzati, dedicati alla ri-scoperta delle città d’arte italiane, alla rilettura dei borghi storici o all’esplorazione di aree territoriali in cui si possano identificare elementi in grado di stimolare il pensiero critico e l’atteggiamento orientato alla soluzione dei problemi.

La biblioteca aperta e i suoi nemici

Reading time: 10 – 16 minutes

Per capire cosa sono esattamente le Risorse Educative Aperte o OER (Open Educational Resources) si possono ripercorrere vari riferimenti ben consolidati, che hanno generato e alimentato un dibattito ininterrotto a partire dal momento stesso in cui si comincia a parlare di apprendimento in rete (prima metà degli anni 90).

Il primo scenario in cui le OER assumono un significato preciso è quello che (non a caso) può essere raccolto sotto la sigla generica “Educazione Aperta e Distribuita” (ODL, Open & Distance Learning, Distributed Learning). Con questa terminologia si indicano generalmente le strategie di insegnamento e apprendimento online basate sulla disponibilità incondizionata di risorse e materiali didattici (sia nel tempo che indipendentemente dagli obiettivi formali dell’apprendimento), anziché sulla definizione di percorsi strutturati e finalizzati che impongono agli studenti ritmi comuni e scadenze precise, nonché, di conseguenza, materiali e contenuti specifici e spesso tendenzialmente “chiusi”. Uno scenario di questo tipo evoca evidentemente l’ipotesi che l’e-learning rappresenti una soluzione plausibile per l’attivazione di percorsi di apprendimento aperti, informali, continui e centrati sui bisogni individuali e sulla personalizzazione del processo.

In realtà, si può parlare di Educazione Aperta e Distribuita sia quando ci si riferisce a insiemi di materiali formativi a disposizione di singoli studenti interessati, sia quando in una organizzazione si allestiscono e si configurano repository o knowledge base di risorse ritenute utili per far fronte a bisogni formativi ricorrenti, ad esempio la necessità di disporre in qualsiasi momento di informazioni tecniche o supporti linguistici. In questo senso, le risorse a cui ci si riferisce sono ricollegabili al concetto di Courseware, che identifica qualsiasi raccolta organica di software didattico e, per estensione, qualsiasi insieme di materiale educativo digitale (distribuito in rete o in altre forme) pertinente ad un percorso di studi definito o relativo agli obiettivi e ai compiti di un gruppo omogeneo di studenti (ad esempio una classe). Più specificamente, oggi si definisce Courseware sia la Knowledge Base di risorse educative digitali a disposizione degli iscritti ad un corso online, sia la biblioteca digitale in cui sono archiviati i contenuti didattici prodotti e distribuiti da una organizzazione complessa (un’università, un istituto di ricerca, un’azienda). I materiali raccolti in un Courseware possono essere di vario genere (e-documents, e-books, lezioni registrate, software, slides, immagini digitali, learning objects) e sono solitamente organizzati e indicizzati attraverso descrittori o TAGs riferibili a standard specifici (ad esempio il set Dublin Core) o a modelli appositamente predisposti. Un courseware, in realtà, può essere chiuso e riservato, oltre che aperto e accessibile: in questo secondo caso, si parla di Open Courseware o OCW. Il più importante esempio di OCW (che costituisce anche un modello per molte altre raccolte di contenuti didattici digitali) è quello del MIT di Boston, che dal 2002 mette a disposizione degli utenti della rete i materiali prodotti per i corsi della prestigiosa università.

Da questa visione, in parte, prendono forma anche quegli insiemi di contenuti tendenzialmente aperti che oggi chiamiamo MOOCs (Massive Open Online Courses): i MOOCs sono sotto certi aspetti l’ultimo anello di una catena evolutiva, in cui non è difficile riconoscere anche altre derivazioni, dalla tradizione universitaria canadese rispetto all’e-learning come opzione per la gestione di percorsi di apprendimento partecipati e allo stesso tempo come prospettiva per l’educazione continua, ad “antenati” nobili come l’approccio flessibile tipico delle Open University e successive interpretazioni del concetto di openness riferito sia ai percorsi che ai contenuti didattici (Siemens).

Alicia Martin a Icastica

Ma per capire davvero la galassia OER bisogna fare riferimento anche a un diverso percorso di ricerca e sperimentazione, in parte ricollegabile a quanto finora citato, in parte del tutto autonomo. Si tratta ovviamente dell’enfasi sull’aggettivo “aperto” come opzione privilegiata per la disseminazione e la condivisione della conoscenza, nel quadro di una strategia che evoca una visione utopistica della rete come garanzia di accesso universale alla formazione e come ipotesi per superare il cosiddetto divario digitale. Confluiscono in questa prospettiva il movimento a sostegno dell’Open Source nello sviluppo del software (Torvalds), la visione di Wikipedia, il concetto di shared knowledge e più in generale gli scenari riferibili alla cosiddetta Wikinomics (Tapscott e Williams, ma anche Rifkin), il dibattito sull’evoluzione del concetto di copyright e sul progressivo passaggio al concetto di commons e all’idea che la conoscenza (soprattutto se digitale) rappresenta un “bene comune” che va reso disponibile in quanto tale (Hess, Ostrom) e ri-condiviso alle stesse condizioni (un passaggio epocale evidentemente osteggiato dagli editori tradizionali e anche da molti autori). La reale differenza di questo approccio, rispetto a quello connesso alla gestione autonoma di un percorso formativo, consiste nel fatto che in questo caso gli insiemi di OER non sono necessariamente finalizzati a uno scopo didattico specifico, ma si privilegia la visione d’insieme, la relazione tra i contenuti digitali e i potenziali fruitori, di qualunque provenienza e per qualsiasi motivazione accedano alle conoscenze distribuite in questa modalità. Ne consegue una definizione più ampia di OER, che secondo un’accreditata definizione riferibile alla William and Flora Hewlett Foundation sono tutte le “teaching, learning, and research resources that reside in the public domain or have been released under an intellectual property license that permits their free use and re-purposing by others. Open educational resources include full courses, course materials, modules, textbooks, streaming videos, tests, software, and any other tools, materials, or techniques used to support access to knowledge”. Concetti ripresi anche a livello per così dire istituzionale da organizzazioni internazionali come OECD/OCSE, che definisce a sua volta gli OER come “digitised materials offered freely and openly for educators, students, and self-learners to use and reuse for teaching, learning, and research. OER includes learning content, software tools to develop, use, and distribute content, and implementation resources such as open licences”, o come UNESCO, che nei suoi libri bianchi ribadisce spesso il bisogno di intervenire rapidamente e in modo consistente sui contenuti digitali aperti, applicando 4 principi: l’ottimizzazione dei contenuti per la loro fruizione sui dispositivi mobili, l’adattamento dei portali locali e nazionali in funzione dell’accesso ubiquo, la garanzia dell’accesso incondizionato ai contenuti digitali educativi per tutti i cittadini, sia in termini di accessibilità in senso stretto che in termini di diritto di accesso e utilizzo e lo sviluppo di contenuti digitali “rilevanti” anche a livello locale [1]. Di fatto, in questa prospettiva, le Risorse Educative Aperte rappresentano un’opportunità strategica perché si possano attuare politiche educative coerenti, globali e allo stesso tempo circostanziate rispetto ai bisogni espressi dagli stessi utenti. Non è detto che si tratti della soluzione definitiva, soprattutto per quanto riguarda il superamento del divario digitale. Ma rispetto alla concezione “proprietaria” dei contenuti educativi che ha caratterizzato finora sia l’editoria che l’offerta formativa in generale, si tratta indiscutibilmente di un enorme passo in avanti: è in questo quadro di riferimento che si colloca un progetto come Alexandria:

Lo scopo primario del progetto è l’auspicio che si possa cominciare anche in Italia a colmare la distanza che su queste tematiche in particolare ci separa dalle analoghe esperienze internazionali: come è stato più volte documentato (si veda anche questo post) c’è carenza di OER italiane, in italiano e adeguate o coerenti rispetto ai bisogni della scuola e più in generale del sistema formativo italiano. Documenti OECD ci suggeriscono esplicitamente di tradurre in italiano e adattare al curriculum risorse educative aperte (OER) disponibili in altre lingue; sviluppare e promuovere una “banca” di risorse per insegnanti che includa ogni risorsa digitale aperta e, se possibile, anche altre tipologie di risorse digitali; incoraggiare gli insegnanti a sviluppare e condividere le loro risorse educative come risorse educative aperte (OER) riconoscendo loro premi e incentivi o attraverso altre dinamiche legate alla reputazione. Alexandria potrebbe rappresentare una prima risposta concreta a queste necessità strategiche.

Ma non si tratta solo di questo. In questo progetto si cerca infatti di enfatizzare altri due aspetti connessi al concetto attuale di OER e indirettamente ispirati dal modello editoriale che si delinea dietro iniziative di ampia portata come OER Commons. I due aspetti in questione riguardano l’incentivazione del self-publishing come opzione per agevolare la condivisone di risorse educative autoprodotte, e il conseguente focus sull’importanza della visibilità e della valorizzazione delle “buone pratiche” come strategia primaria di sviluppo dei contenuti digitali da distribuire in modalità aperta attraverso il repository.

L’enfasi sul self-publishing non ha bisogno di essere spiegata o giustificata. Come è stato più volte sottolineato, si tratta di una tendenza tipica (e inarrestabile) in atto nello scenario dell’editoria digitale, e particolarmente presente nell’ambito della scuola. In senso lato, evidenzia anche come i contenuti digitali distribuiti stiano riducendo la distanza formale tra insegnante e studente, delineando una figura nuova, che stiamo cominciando a chiamare e-knower e che allude sia a una delle possibili evoluzioni del soggetto che apprende o che esprime un bisogno di apprendimento, che a una definizione alternativa per una figura di formatore in grado di operare negli scenari più avanzati della società della conoscenza e in particolare nei processi in cui prevalgono la componente informale e quella orientata al Knowledge Management. Il concetto evoca lo scenario della conoscenza digitale condivisa rappresentato dalle OER, e per estensione può indicare anche il “cittadino digitale” attivo e consapevole, ovvero colui che è in grado di utilizzare autonomamente e adeguatamente la rete come fonte di informazione e per l’apprendimento. Un “nuovo abitante” (per citare Jannis e Granieri) che cerca e scarica conoscenze per rielaborarle e produrre altre conoscenze, che in tal senso può anche decidere di “vendere”, in virtù del fatto che (come confermano indirettamente le definizioni di OER citate) garantire l’accesso, la libera diffusione e la riusabilità di una risorsa digitale non presuppone necessariamente la distribuzione gratuita.

Alexandria suggerisce in modo evidente questo approccio, che introduce indirettamente al tema della condivisione delle buone pratiche come metafora di ciò che potrebbe o dovrebbe diventare il core di questo insieme di risorse digitali. Condividere buone pratiche educative (prima ancora che contenuti originali, ben più faticosi da elaborare) rappresenta uno dei focus primari di questa fase dell’evoluzione delle stesse teorie sull’apprendimento basato sulle nuove tecnologie. Sia a livello europeo che extraeuropeo la ricerca si concentra proprio su questi aspetti, che dopo anni di confronto sui modelli teorici e organizzativi appare come un passaggio necessario per validare i risultati raggiunti e ricavarne indicazioni operative applicabili e trasferibili. Puntare su azioni sistematiche di condivisione delle pratiche, unitamente al lavoro necessario per modificare l’atteggiamento degli operatori in tal senso, è quindi uno dei suggerimenti più importanti che si possono dare a tutti coloro che operano a contatto con lo scenario dell’apprendimento in rete: si tratta di consolidare una prima prassi, che è la disponibilità a condividere prassi, per poter poi identificare gli elementi positivi comuni e trasversali alle diverse esperienze e disseminarli. Questo bisogno è facilmente intuibile (e sotto certi aspetti si ricollega ad alcuni dei principi ispiratori di un progetto parallelo: EduCloud), ma bisogna fare un passo avanti, cominciando ad esempio a concentrarsi sulla produzione e la condivisione sistematica di quella che potremmo definire “letteratura di sintesi” (le cosiddette “smart tips”, i manuali o le lesson plans diffuse soprattutto in ambito anglosassone), cioè contenuti semplici ed essenziali, facilmente applicabili in un contesto didattico, in grado di rappresentare un riferimento utile per molti (in quanto idee per impostare un’attività, ad esempio), e un vantaggio per tutti. Si tratta inoltre di cominciare non tanto a produrre (sappiamo bene che ci sono molte risorse digitali nei cassetti virtuali di insegnanti, studenti o altri autori e co-autori), ma a diffondere, valorizzare, segnalare (in Alexandria si introduce non a caso la distinzione tra risorse interne – caricate dagli autori – e link a risorse esterne co-taggate), arricchire, incrementare, in una parola co-costruire una “nuvola” di saperi e di meta-conoscenze indirizzata a tutti coloro che si occupano (o si preoccupano) di educazione digitale.

La visione che il progetto esprime, in sostanza, è quella di una biblioteca aperta. Che evidentemente ha i suoi nemici, come ne ha la stessa società della conoscenza di cui essa fa parte integrante. Ma una biblioteca aperta ha un vantaggio strategico: è tendenzialmente collaborativa, e può quindi evolversi sia verso il consolidamento di progetti editoriali che verso altre direzioni, tra cui lo sviluppo di prodotti digitali innovativi o l’attivazione di reti di relazioni virtuose tra interessati ad uno stesso argomento o al riuso e al perfezionamento di specifici contenuti. Tutto, come sempre, dipenderà da noi…

[1] Letteralmente: “Lastly, the creation of educational content in regional, national and local languages, as well as access to mobile devices that display and support composition in local languages, are necessary to guarantee broad access to mobile learning. In addition to language, content should also be relevant to the communities in which learners live, study and work. A UNESCO empirical study on local content showed that there is a strong correlation between the development of communications network infrastructure and the growth of local content in a country (OECD, 2012). This means that simply expanding connectivity is likely to promote the development of content meaningful to local populations. Networks, and the connectivity they enable, lay the necessary foundations for and encourage the development of context-specific content”

Nel riquadro: un’installazione di Alicia Martin a Icastica 2013 (Arezzo)

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Mario Rotta
Mario Rotta

Sul progetto Alexandria, lanciato nei giorni scorsi da CurrikiItalia (e più in particolare da Agostino Quadrino), si stanno già sviluppando …

Verso l’ubiquitous learning

Reading time: 1 – 2 minutes

Ubiquilearn: ragionamenti su alcune tendenze in atto negli scenari dell’e-learning
Intervento al Congresso SIeL, Roma, 13 dicembre 2013

Ha ancora senso parlare di mobilità o di mobile learning in senso stretto? Non sarebbe forse più corretto parlare di ubiquità, ovvero di modalità trasparenti per la configurazione di ambienti di apprendimento in grado di garantire un accesso dinamico alle risorse digitali disponibili e forme più fluide e allo stesso tempo più coerenti di interazione sociale a scopo educativo? L’intervento cercherà di mettere a fuoco alcuni elementi utili a chi intende riflettere su questi scenari in evoluzione.

presentazione SIeL infografica

Presentazione [slides, IT, PDF]
Contributo [testo, versione draft, IT, PDF]

Si può anche seguire la registrazione completa dell’intervento:

A proposito di e-Learning: temi e tendenze a confronto al convegno SELF di Bologna

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Il 21 novembre 2013 si è svolto a Bologna il convegno “E-Learning: esperienze di oggi, prospettive di domani“, promosso dalla Regione Emilia-Romagna e da SELF, il sistema federato della stessa regione per il supporto all’e-learning nella pubblica amministrazione. Nell’ambito del convegno, sono stati attivati dei laboratori di confronto tra operatori di settore: uno per chi opera nella Pubblica Amministrazione e negli enti locali, uno per gli operatori delle Aziende Sanitarie, uno per le Università e uno per la Scuola. Ogni laboratorio, guidato da due coordinatori, ha sviluppato una discussione sullo stato dell’arte riferibile alle esperienze di e-learning attuate dai partecipanti, sulla base di alcuni input (domande-guida) raggruppabili su 4 aree di riflessione, strettamente concatenate: il problema delle tecnologie, il problema delle competenze, i servizi e le pratiche. Queste note cercheranno di riassumere sinteticamente quanto è emerso e di evidenziare alcuni aspetti su cui impostare delle azioni di sviluppo o di miglioramento.

Per quanto riguarda le tecnologie l’input iniziale ai gruppi si limitava ad un invito a riflettere su quali sono quelle più utilizzate nei contesti di appartenenza, di quali si auspica l’integrazione e quali sono quelle che appaiono più utili o più efficaci. La tendenza più evidente che ha preso forma in questo dibattito si può riassumere evidenziando una sorta di doppio atteggiamento, apparentemente contraddittorio. Da un lato, infatti, si auspica l’utilizzo di una varietà più ampia di tecnologie funzionali a obiettivi formativi (dove per varietà ci si riferisce sia al bisogno di tecnologie più specializzate sia all’ipotesi che determinate tecnologie permettano di espandere o arricchire il setting didattico), mentre dall’altro si invoca una sorta di atteggiamento selettivo, centrato sul bisogno non solo di concentrarsi su poche tecnologie ben definite ma anche su variabili quali la semplicità e l’immediatezza di utilizzo e la verifica dell’adeguatezza delle tecnologie selezionate rispetto ai modelli didattici adottati. Va detto che questo secondo atteggiamento è più evidente soprattutto nell’ambito della scuola, dove peraltro con il termine tecnologie ci si riferisce sia al software che a una certa gamma di hardware, mentre negli altri contesti la discussione si è concentrata quasi esclusivamente sulle soluzioni software e sui tools di rete. Si tratta di un dilemma ben noto a tutti coloro che si occupano di tecnologie didattiche, anche se nei laboratori del convegno sembra aver assunto una connotazione particolare, legata soprattutto alla riflessione sul secondo ambito di discussione su cui si sono concentrati i gruppi: quello delle competenze.

Quello delle competenze professionali è un problema centrale per le strutture della pubblica amministrazione: tutti gli operatori percepiscono in modo netto il bisogno di competenza connesso all’attuazione di qualsiasi programma di e-learning o di didattica basata sulle tecnologie. La differenza tra i vari scenari appare in proposito talora sfumata, talora più netta. Dipende da come si identificano e si collocano le competenze. Nella scuola e nelle università, ad esempio, viene percepita chiaramente una sorta di doppia necessità: da un lato il bisogno di professionisti dell’e-learning in senso stretto, dall’altro il bisogno di elaborare strategie per colmare il divario di competenza riscontrabile negli operatori, che soprattutto in ambienti come la scuola rappresenta forse l’ostacolo principale all’uso sistematico delle tecnologie digitali. Di fatto, la scuola evidenzia la necessità di scegliere con cura le tecnologie da integrare nel proprio contesto organizzativo perché si rende conto del fatto che molti insegnanti non sono in grado di usarle con la competenza necessaria, sia sul piano strettamente tecnico che su quello metodologico. Questa preoccupazione riguarda anche il mondo universitario, ma nei due casi la reazione è diversa. La scuola ritiene infatti che si debba delimitare il set di competenze minimo necessario agli insegnanti per portare avanti programmi supportati dalle tecnologie, per poi procedere con piani di formazione mirati, mentre l’università prova a ragionare sulla possibilità di identificare figure specifiche di supporto in grado di compensare eventuali carenze operative dei docenti impegnati nella didattica, figure che talora vengono descritte come dei super-specialisti (in grado di muoversi, ad esempio, in uno scenario aperto alla varietà tecnologica e alla sperimentazione) che potrebbero sia emergere dal contesto che delinearsi come soggetti esterni già in possesso dei requisiti necessari. La posizione delle università si apre già agli scenari che gli operatori delle PA e quelli della sanità hanno esplorato in modo più approfondito e osservando il problema da altre angolazioni. L’ipotesi di partenza è sempre legata alla percezione di un gap di competenza tra la realtà in cui si muovono gli operatori e le aspettative e le opportunità che l’e-learning implica in determinati contesti. La differenza sostanziale tra PA e sanità da un lato e scuola e università dall’altro consiste nel fatto che mentre in ambito scolastico o universitario è difficile ipotizzare che le competenze ritenute necessarie possano emergere dal contesto stesso (anche perché non sarebbe possibile ratificarle), nelle PA e in ambito sanitario si ritiene plausibile e anche auspicabile che le professionalità in grado di rispondere ai bisogni identificati possano o talora debbano emergere dall’interno delle stesse organizzazioni, attraverso politiche orientate alla verifica e alla valorizzazione, ovvero cercando di riconoscere le “competenze di fatto” già esistenti fino a certificarle come “competenze di diritto”. Questo processo implica la definizione di procedure trasparenti di certificazione e, in seconda istanza, l’adozione di prassi organizzative in grado di consolidare il ruolo degli operatori qualificati come specialisti competenti: un aspetto, quest’ultimo, su cui PA e enti locali sembrano aperti a varie soluzioni, mentre in ambito sanitario vanno considerati alcuni vincoli giuridico-istituzionali, che talora spingono gli operatori delle aziende sanitarie a valutare altre ipotesi, ad esempio l’affidamento del supporto specialistico anche a soggetti esterni in grado di interagire in modo flessibile con chi opera già in ambito formativo all’interno delle strutture.

PA e sanità, in tal senso, sembrano in grado di cogliere un nodo essenziale: la stretta interrelazione tra competenze professionali, figure, ruoli e servizi integrativi o di supporto. Nelle PA in particolare si percepiscono i servizi quasi come fattori strategici per garantire l’integrazione delle tecnologie nei processi formativi e il supporto necessario agli operatori. Si arriva anche a identificare l’oggetto di alcuni servizi essenziali: ad esempio servizi orientati alla verifica dell’usabilità delle risorse e dei contenuti, o servizi organizzativi. La presenza nel territorio di un centro come il SELF rafforza sicuramente questa percezione, che è relativamente chiara anche in ambito sanitario; meno in ambito scolastico o universitario, dove da un lato si tende a sovrapporre il concetto di servizio alla presenza di figure di supporto (che vengono percepite come figure di servizio agli operatori), dall’altro si intuisce che sarebbero necessari più servizi ma senza riuscire a identificarli, neppure, sembrerebbe, all’interno dello stesso SELF. Nella PA, e ancora di più in ambito sanitario, si evidenzia in ogni caso anche un bisogno di condivisione di servizi, per quanto non ci sia ancora sufficiente chiarezza su cosa è possibile condividere e soprattutto in che modo. Si coglie comunque un fondamentale bisogno di co-progettazione, unitamente a una richiesta di flessibilità delle infrastrutture di servizio rispetto alle esigenze metodologico-organizzative riscontrabili nei vari scenari e nei diversi contesti.

Il riferimento alla flessibilità è di primaria importanza anche relativamente al tema delle pratiche da condividere. In tutti gli ambiti si coglie soprattutto un bisogno di visibilità delle esperienze realizzate, a cui però non sembra corrispondere una strategia praticabile, se non quella più sperimentata che consiste nell’organizzazione periodica di occasioni di confronto, come quella rappresentata dallo stesso convegno nell’ambito del quale si sono tenuti i laboratori a cui si riferiscono queste note.

Eppure il tema della condivisione delle buone pratiche rappresenta uno dei focus primari di questa fase dell’evoluzione dell’e-learning. Sia a livello europeo che extraeuropeo la ricerca si concentra proprio su questi aspetti, che dopo anni di confronto sui modelli teorici e organizzativi appare come un passaggio necessario per validare i risultati raggiunti e ricavarne indicazioni operative applicabili e trasferibili. Puntare su azioni sistematiche di codifica e condivisione delle pratiche, unitamente al lavoro necessario per modificare l’atteggiamento degli operatori in tal senso, è quindi uno dei suggerimenti più importanti che si possono dare a tutti coloro che operano a contatto con uno scenario come quello in cui si colloca il progetto SELF. Le premesse ci sono, e in parte anche gli strumenti: si tratta di consolidare una prima prassi, che è la disponibilità a condividere prassi, per poter poi identificare gli elementi positivi comuni e trasversali alle diverse esperienze e disseminarli. Questo bisogno è stato intuito anche nel corso dei laboratori, ma bisogna fare un passo avanti, cominciando ad esempio a produrre in modo sistematico della letteratura di sintesi (le cosiddette “smart tips”, o i manuali per gli operatori diffusi soprattutto in ambito anglosassone) che possa rappresentare un riferimento utile per tutti, e quindi, sotto certi aspetti, un servizio di supporto co-progettato. Pubblicazioni come i “Quaderni del SELF” si muovono già in questa direzione, ma per arricchire la panoramica delle possibilità ci si può rifare a modelli autorevoli come le attività di ricerca e sintesi svolte dal centro inglese JISC, o altre ipotesi simili.

Sul piano delle competenze il passaggio da effettuare è più difficile, poiché in molti casi sussistono vari ostacoli ad azioni realmente efficaci in questo campo. Va purtroppo considerata anche la presenza di atteggiamenti di resistenza negli operatori (in particolare in ambito scolastico, ma non solo): si è resistenti non tanto all’e-learning inteso come opportunità educativa, quanto alla tecnologia in sé e soprattutto al cambiamento con cui ci si deve confrontare nel momento in cui si introducono fattori di innovazione in un contesto organizzativo. Per superare queste resistenze si possono praticare due strategie. Una viene percepita da molti come valida e praticabile: consiste nello stimolare la crescita delle competenze tecnologiche e la modifica degli atteggiamenti nei confronti delle tecnologie attraverso meccanismi diretti o indiretti di incentivazione e riconoscimento. Che tuttavia presuppongono dinamiche legate al concetto di valutazione delle competenze possedute o acquisite, che non risultano sempre attuabili (nella scuola, ad esempio, parlare di valutazione delle competenze degli insegnanti è quasi un argomento tabù) e che in ogni caso implicano modifiche significative nel contesto organizzativo. L’altra strategia potrebbe consistere nel diluire le resistenze all’innovazione tecnologica progettando e attuando piani formativi improntati ad una percezione delle tecnologie come strumento per migliorare competenze di tipo comunicativo, organizzativo e metodologico, che in quanto tali dovrebbero essere più facilmente accettate, come divario su cui intervenire con azioni di miglioramento, da chi opera nella formazione. Questa è del resto la strada tracciata a livello europeo dal quadro di riferimento delle competenze digitali, dove si evidenzia come focus della crescita della persona non tanto l’abilità tecnologica, quanto piuttosto la consapevolezza della relazione funzionale tra le tecnologie e i loro ambiti applicativi.

Questa ipotesi di lavoro porta a ritenere che si possa indirizzare in tal senso anche parte delle politiche orientate ai servizi, progettando o potenziando ad esempio quelli più centrati sul supporto motivazionale alle persone, quelli legati alla ratifica della professionalità acquisita (ad esempio un sistema uniforme di e-portfolio utilizzabile – come suggeriscono le linee guida UE – sia come modalità di validazione dei crediti formativi che come strumento di mappatura del know-how “reale” disponibile all’interno delle organizzazioni) e quelli connessi alla semplificazione, ovvero alla gestione del passaggio dalla sperimentazione tecnologica in quanto tale alla gestione degli strumenti tecnologici in funzione delle esigenze didattiche specifiche del contesto in cui si opera.

Resterebbe infine da riflettere sulle specificità di ciascun ambito operativo, per capire meglio quali sono i nodi critici e come intervenire in proposito. Il problema è che alcuni nodi critici che potrebbero emergere analizzando le discussioni che si sono sviluppate non sembrano affrontabili se non entrando nel merito di scenari ben più ampi e densi di implicazioni. Per quanto riguarda la scuola, ad esempio, non si può prescindere dalle implicazioni legate alle interazioni – spesso conflittuali – tra le politiche ministeriali e il principio di autonomia degli istituti: una tensione che in parte ha generato uno scenario caratteristico, a macchie di leopardo, in cui il problema principale potrebbe paradossalmente essere rappresentato dalla divari sempre più ampio che emerge tra situazioni di forte criticità operativa in cui anche un progetto modesto ha poche probabilità di essere attuato e progetti di assoluta eccellenza che in quanto tali (e considerando la situazione complessiva) risultano difficilmente trasferibili. Nelle università, al contrario, il bisogno primario evidenziato durante la discussione sembra essere legato alla mancanza di una prospettiva utile per andare oltre quello che si potrebbe definire una sorta di “grande freddo”: che significa assenza di comunicazione interna, crisi di identità, mancanza di “passione” e di intensità. Come si affrontano problematiche di questa portata? Appare evidente che c’è bisogno di una visione a lungo termine e che pochi suggerimenti operativi non possono bastare. Paradossalmente, PA e Sanità si scontrano con problematiche di natura quasi opposta: c’è fermento, si procede, sembra che non manchi la motivazione, né, talora, le risorse sufficienti quanto meno a portare avanti progetti mirati. Ma la domanda che prende forma è: come “tesaurizzare” tutto questo? Come evitare che gli sforzi compiuti vengano vanificati? Cosa fare (e come) per migliorare ancora? Forse, una prima risposta, sia pure molto parziale, sta nella ricerca di tutte le possibili sinergie tra gli attori, in modo da ottimizzare le risorse disponibili e limitare i rischi di dispersività o di accentuazione del particolarismo così frequenti nello scenario italiano. In una parola, nella messa a punto di un sistema pensato come un servizio ai processi formativi e strutturato come una rete di formatori. La strada, in tal senso, è già tracciata: si tratta solo di definirla meglio e farne un’infrastruttura primaria in grado di connettersi con le altre reti che attraversano il paesaggio complesso della società della conoscenza.