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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


Un contributo sulle OER

Reading time: 1 – 2 minutes

"Tema", su Bricks

Rotta M. (2014), La biblioteca (digitale) di Alexandria, un ambiente flessibile per contenuti educativi aperti. “Bricks”, settembre 2014: “Produzione e condivisione di Risorse didattiche digitali“.

Un articolo in cui si parla del progetto Alexandria [http://www.alexandrianet.it/] e del ruolo delle risorse educative aperte (OER) negli scenari dell’apprendimento in rete. Alexandria è un servizio online per la condivisione e la distribuzione di contenuti educativi digitali. In estrema sintesi, si può definire un ambiente dedicato al self-publishing rivolto prevalentemente agli insegnanti e orientato alla pubblicazione online di materiali e risorse digitali autoprodotti, preferibilmente in formati aperti, per promuovere la collaborazione didattica, la conoscenza come bene comune e l’uso delle risorse educative aperte (Open Educational Resources – OER) nella scuola italiana.

La biblioteca aperta e i suoi nemici

Reading time: 10 – 16 minutes

Per capire cosa sono esattamente le Risorse Educative Aperte o OER (Open Educational Resources) si possono ripercorrere vari riferimenti ben consolidati, che hanno generato e alimentato un dibattito ininterrotto a partire dal momento stesso in cui si comincia a parlare di apprendimento in rete (prima metà degli anni 90).

Il primo scenario in cui le OER assumono un significato preciso è quello che (non a caso) può essere raccolto sotto la sigla generica “Educazione Aperta e Distribuita” (ODL, Open & Distance Learning, Distributed Learning). Con questa terminologia si indicano generalmente le strategie di insegnamento e apprendimento online basate sulla disponibilità incondizionata di risorse e materiali didattici (sia nel tempo che indipendentemente dagli obiettivi formali dell’apprendimento), anziché sulla definizione di percorsi strutturati e finalizzati che impongono agli studenti ritmi comuni e scadenze precise, nonché, di conseguenza, materiali e contenuti specifici e spesso tendenzialmente “chiusi”. Uno scenario di questo tipo evoca evidentemente l’ipotesi che l’e-learning rappresenti una soluzione plausibile per l’attivazione di percorsi di apprendimento aperti, informali, continui e centrati sui bisogni individuali e sulla personalizzazione del processo.

In realtà, si può parlare di Educazione Aperta e Distribuita sia quando ci si riferisce a insiemi di materiali formativi a disposizione di singoli studenti interessati, sia quando in una organizzazione si allestiscono e si configurano repository o knowledge base di risorse ritenute utili per far fronte a bisogni formativi ricorrenti, ad esempio la necessità di disporre in qualsiasi momento di informazioni tecniche o supporti linguistici. In questo senso, le risorse a cui ci si riferisce sono ricollegabili al concetto di Courseware, che identifica qualsiasi raccolta organica di software didattico e, per estensione, qualsiasi insieme di materiale educativo digitale (distribuito in rete o in altre forme) pertinente ad un percorso di studi definito o relativo agli obiettivi e ai compiti di un gruppo omogeneo di studenti (ad esempio una classe). Più specificamente, oggi si definisce Courseware sia la Knowledge Base di risorse educative digitali a disposizione degli iscritti ad un corso online, sia la biblioteca digitale in cui sono archiviati i contenuti didattici prodotti e distribuiti da una organizzazione complessa (un’università, un istituto di ricerca, un’azienda). I materiali raccolti in un Courseware possono essere di vario genere (e-documents, e-books, lezioni registrate, software, slides, immagini digitali, learning objects) e sono solitamente organizzati e indicizzati attraverso descrittori o TAGs riferibili a standard specifici (ad esempio il set Dublin Core) o a modelli appositamente predisposti. Un courseware, in realtà, può essere chiuso e riservato, oltre che aperto e accessibile: in questo secondo caso, si parla di Open Courseware o OCW. Il più importante esempio di OCW (che costituisce anche un modello per molte altre raccolte di contenuti didattici digitali) è quello del MIT di Boston, che dal 2002 mette a disposizione degli utenti della rete i materiali prodotti per i corsi della prestigiosa università.

Da questa visione, in parte, prendono forma anche quegli insiemi di contenuti tendenzialmente aperti che oggi chiamiamo MOOCs (Massive Open Online Courses): i MOOCs sono sotto certi aspetti l’ultimo anello di una catena evolutiva, in cui non è difficile riconoscere anche altre derivazioni, dalla tradizione universitaria canadese rispetto all’e-learning come opzione per la gestione di percorsi di apprendimento partecipati e allo stesso tempo come prospettiva per l’educazione continua, ad “antenati” nobili come l’approccio flessibile tipico delle Open University e successive interpretazioni del concetto di openness riferito sia ai percorsi che ai contenuti didattici (Siemens).

Alicia Martin a Icastica

Ma per capire davvero la galassia OER bisogna fare riferimento anche a un diverso percorso di ricerca e sperimentazione, in parte ricollegabile a quanto finora citato, in parte del tutto autonomo. Si tratta ovviamente dell’enfasi sull’aggettivo “aperto” come opzione privilegiata per la disseminazione e la condivisione della conoscenza, nel quadro di una strategia che evoca una visione utopistica della rete come garanzia di accesso universale alla formazione e come ipotesi per superare il cosiddetto divario digitale. Confluiscono in questa prospettiva il movimento a sostegno dell’Open Source nello sviluppo del software (Torvalds), la visione di Wikipedia, il concetto di shared knowledge e più in generale gli scenari riferibili alla cosiddetta Wikinomics (Tapscott e Williams, ma anche Rifkin), il dibattito sull’evoluzione del concetto di copyright e sul progressivo passaggio al concetto di commons e all’idea che la conoscenza (soprattutto se digitale) rappresenta un “bene comune” che va reso disponibile in quanto tale (Hess, Ostrom) e ri-condiviso alle stesse condizioni (un passaggio epocale evidentemente osteggiato dagli editori tradizionali e anche da molti autori). La reale differenza di questo approccio, rispetto a quello connesso alla gestione autonoma di un percorso formativo, consiste nel fatto che in questo caso gli insiemi di OER non sono necessariamente finalizzati a uno scopo didattico specifico, ma si privilegia la visione d’insieme, la relazione tra i contenuti digitali e i potenziali fruitori, di qualunque provenienza e per qualsiasi motivazione accedano alle conoscenze distribuite in questa modalità. Ne consegue una definizione più ampia di OER, che secondo un’accreditata definizione riferibile alla William and Flora Hewlett Foundation sono tutte le “teaching, learning, and research resources that reside in the public domain or have been released under an intellectual property license that permits their free use and re-purposing by others. Open educational resources include full courses, course materials, modules, textbooks, streaming videos, tests, software, and any other tools, materials, or techniques used to support access to knowledge”. Concetti ripresi anche a livello per così dire istituzionale da organizzazioni internazionali come OECD/OCSE, che definisce a sua volta gli OER come “digitised materials offered freely and openly for educators, students, and self-learners to use and reuse for teaching, learning, and research. OER includes learning content, software tools to develop, use, and distribute content, and implementation resources such as open licences”, o come UNESCO, che nei suoi libri bianchi ribadisce spesso il bisogno di intervenire rapidamente e in modo consistente sui contenuti digitali aperti, applicando 4 principi: l’ottimizzazione dei contenuti per la loro fruizione sui dispositivi mobili, l’adattamento dei portali locali e nazionali in funzione dell’accesso ubiquo, la garanzia dell’accesso incondizionato ai contenuti digitali educativi per tutti i cittadini, sia in termini di accessibilità in senso stretto che in termini di diritto di accesso e utilizzo e lo sviluppo di contenuti digitali “rilevanti” anche a livello locale [1]. Di fatto, in questa prospettiva, le Risorse Educative Aperte rappresentano un’opportunità strategica perché si possano attuare politiche educative coerenti, globali e allo stesso tempo circostanziate rispetto ai bisogni espressi dagli stessi utenti. Non è detto che si tratti della soluzione definitiva, soprattutto per quanto riguarda il superamento del divario digitale. Ma rispetto alla concezione “proprietaria” dei contenuti educativi che ha caratterizzato finora sia l’editoria che l’offerta formativa in generale, si tratta indiscutibilmente di un enorme passo in avanti: è in questo quadro di riferimento che si colloca un progetto come Alexandria:

Lo scopo primario del progetto è l’auspicio che si possa cominciare anche in Italia a colmare la distanza che su queste tematiche in particolare ci separa dalle analoghe esperienze internazionali: come è stato più volte documentato (si veda anche questo post) c’è carenza di OER italiane, in italiano e adeguate o coerenti rispetto ai bisogni della scuola e più in generale del sistema formativo italiano. Documenti OECD ci suggeriscono esplicitamente di tradurre in italiano e adattare al curriculum risorse educative aperte (OER) disponibili in altre lingue; sviluppare e promuovere una “banca” di risorse per insegnanti che includa ogni risorsa digitale aperta e, se possibile, anche altre tipologie di risorse digitali; incoraggiare gli insegnanti a sviluppare e condividere le loro risorse educative come risorse educative aperte (OER) riconoscendo loro premi e incentivi o attraverso altre dinamiche legate alla reputazione. Alexandria potrebbe rappresentare una prima risposta concreta a queste necessità strategiche.

Ma non si tratta solo di questo. In questo progetto si cerca infatti di enfatizzare altri due aspetti connessi al concetto attuale di OER e indirettamente ispirati dal modello editoriale che si delinea dietro iniziative di ampia portata come OER Commons. I due aspetti in questione riguardano l’incentivazione del self-publishing come opzione per agevolare la condivisone di risorse educative autoprodotte, e il conseguente focus sull’importanza della visibilità e della valorizzazione delle “buone pratiche” come strategia primaria di sviluppo dei contenuti digitali da distribuire in modalità aperta attraverso il repository.

L’enfasi sul self-publishing non ha bisogno di essere spiegata o giustificata. Come è stato più volte sottolineato, si tratta di una tendenza tipica (e inarrestabile) in atto nello scenario dell’editoria digitale, e particolarmente presente nell’ambito della scuola. In senso lato, evidenzia anche come i contenuti digitali distribuiti stiano riducendo la distanza formale tra insegnante e studente, delineando una figura nuova, che stiamo cominciando a chiamare e-knower e che allude sia a una delle possibili evoluzioni del soggetto che apprende o che esprime un bisogno di apprendimento, che a una definizione alternativa per una figura di formatore in grado di operare negli scenari più avanzati della società della conoscenza e in particolare nei processi in cui prevalgono la componente informale e quella orientata al Knowledge Management. Il concetto evoca lo scenario della conoscenza digitale condivisa rappresentato dalle OER, e per estensione può indicare anche il “cittadino digitale” attivo e consapevole, ovvero colui che è in grado di utilizzare autonomamente e adeguatamente la rete come fonte di informazione e per l’apprendimento. Un “nuovo abitante” (per citare Jannis e Granieri) che cerca e scarica conoscenze per rielaborarle e produrre altre conoscenze, che in tal senso può anche decidere di “vendere”, in virtù del fatto che (come confermano indirettamente le definizioni di OER citate) garantire l’accesso, la libera diffusione e la riusabilità di una risorsa digitale non presuppone necessariamente la distribuzione gratuita.

Alexandria suggerisce in modo evidente questo approccio, che introduce indirettamente al tema della condivisione delle buone pratiche come metafora di ciò che potrebbe o dovrebbe diventare il core di questo insieme di risorse digitali. Condividere buone pratiche educative (prima ancora che contenuti originali, ben più faticosi da elaborare) rappresenta uno dei focus primari di questa fase dell’evoluzione delle stesse teorie sull’apprendimento basato sulle nuove tecnologie. Sia a livello europeo che extraeuropeo la ricerca si concentra proprio su questi aspetti, che dopo anni di confronto sui modelli teorici e organizzativi appare come un passaggio necessario per validare i risultati raggiunti e ricavarne indicazioni operative applicabili e trasferibili. Puntare su azioni sistematiche di condivisione delle pratiche, unitamente al lavoro necessario per modificare l’atteggiamento degli operatori in tal senso, è quindi uno dei suggerimenti più importanti che si possono dare a tutti coloro che operano a contatto con lo scenario dell’apprendimento in rete: si tratta di consolidare una prima prassi, che è la disponibilità a condividere prassi, per poter poi identificare gli elementi positivi comuni e trasversali alle diverse esperienze e disseminarli. Questo bisogno è facilmente intuibile (e sotto certi aspetti si ricollega ad alcuni dei principi ispiratori di un progetto parallelo: EduCloud), ma bisogna fare un passo avanti, cominciando ad esempio a concentrarsi sulla produzione e la condivisione sistematica di quella che potremmo definire “letteratura di sintesi” (le cosiddette “smart tips”, i manuali o le lesson plans diffuse soprattutto in ambito anglosassone), cioè contenuti semplici ed essenziali, facilmente applicabili in un contesto didattico, in grado di rappresentare un riferimento utile per molti (in quanto idee per impostare un’attività, ad esempio), e un vantaggio per tutti. Si tratta inoltre di cominciare non tanto a produrre (sappiamo bene che ci sono molte risorse digitali nei cassetti virtuali di insegnanti, studenti o altri autori e co-autori), ma a diffondere, valorizzare, segnalare (in Alexandria si introduce non a caso la distinzione tra risorse interne – caricate dagli autori – e link a risorse esterne co-taggate), arricchire, incrementare, in una parola co-costruire una “nuvola” di saperi e di meta-conoscenze indirizzata a tutti coloro che si occupano (o si preoccupano) di educazione digitale.

La visione che il progetto esprime, in sostanza, è quella di una biblioteca aperta. Che evidentemente ha i suoi nemici, come ne ha la stessa società della conoscenza di cui essa fa parte integrante. Ma una biblioteca aperta ha un vantaggio strategico: è tendenzialmente collaborativa, e può quindi evolversi sia verso il consolidamento di progetti editoriali che verso altre direzioni, tra cui lo sviluppo di prodotti digitali innovativi o l’attivazione di reti di relazioni virtuose tra interessati ad uno stesso argomento o al riuso e al perfezionamento di specifici contenuti. Tutto, come sempre, dipenderà da noi…

[1] Letteralmente: “Lastly, the creation of educational content in regional, national and local languages, as well as access to mobile devices that display and support composition in local languages, are necessary to guarantee broad access to mobile learning. In addition to language, content should also be relevant to the communities in which learners live, study and work. A UNESCO empirical study on local content showed that there is a strong correlation between the development of communications network infrastructure and the growth of local content in a country (OECD, 2012). This means that simply expanding connectivity is likely to promote the development of content meaningful to local populations. Networks, and the connectivity they enable, lay the necessary foundations for and encourage the development of context-specific content”

Nel riquadro: un’installazione di Alicia Martin a Icastica 2013 (Arezzo)

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Mario Rotta
Mario Rotta

Sul progetto Alexandria, lanciato nei giorni scorsi da CurrikiItalia (e più in particolare da Agostino Quadrino), si stanno già sviluppando …

Dalle biblioteche digitali agli ambienti di apprendimento integrati

Reading time: 2 – 4 minutes

Rotta M. (2011). Biblioteche digitali e aggregatori didattici: ipotesi per l’interazione dinamica tra insiemi di fonti e reti sociali in ambito educativo: alcune riflessioni a margine del progetto E-pistemetec. Intervento alla Conferenza GARR 2011 – da 20 anni nel Futuro, Bologna, CNR, 8-10 novembre 2011.

Esempio di scheda integrata per e-pistemetec Esempio di layout per l'ambiente didattico e-pistemetec

Traccia sintetica della presentazione e sintesi sul progetto [PDF, IT]

La presentazione è una sintesi sull’evoluzione del progetto E-pistemeTEC, promosso da una partnership tra la Provincia di Cagliari, la Provincia di Carbonia e Iglesias, la città di Bastia (Corsica), il Comune di Lucca e il Comune di Genova, per la realizzazione di una Biblioteca Digitale sulle fonti per la storia della scienza e della tecnologia integrata con un ambiente di socializzazione e condivisione a scopo educativo. Il progetto è in fase di completamento e i risultati saranno pienamente accessibili nel corso del 2012.

Ecco anche la registrazione dell’intervento su GARR TV:

Biblioteche digitali, eBook e ambienti personali di apprendimento

Reading time: 1 – 2 minutes

Un ragionamento sulle biblioteche digitali, gli eBook e gli ambienti personali di apprendimento in occasione della giornata seminariale dedicata agli eBook a scuola che si è tenuta a Como il 27 gennaio 2011. Nella stessa occasione, è stata registrata una breve intervista sull’impatto degli eBook nei contesti educativi.

Slides a integrazione dell’intervento al seminario [PDF, IT]

Biblioteche digitali e conoscenza condivisa

Reading time: < 1 minute Biblioteche digitali e conoscenza condivisa.
Alcune riflessioni a margine del progetto E-pistemeTEC.
Intervento di Mario Rotta al convegno Lu.Be.C. 2010 (Lucca, 21-22 ottobre 2010).
L’intervento è un ragionamento sulle implicazioni legate all’allestimento di una biblioteca digitale di fonti per la storia della scienza (progetto E-pistemeTEC). Si è parlato di trasparenza e di integrazione, oltre che della flessibilità necessaria per organizzare in rete una raccolta di fonti specialistiche ma eterogenee.

Slides originali [PDF, IT]

Gli eBook, le fonti e la rivoluzione digitale

Reading time: 3 – 5 minutes

Parliamo ancora di eBook partendo da una riflessione informale che mi sono ritrovato a fare nel corso del convegno “Classroom Anywhere” (organizzato a Bari dall’Istituto Marco Polo) e che ha suscitato alcune reazioni controverse. La mia osservazione era molto semplice: un eBook reader (ovvero un dispositivo portatile a “inchiostro elettronico”) può “contenere” una quantità pressoché illimitata di testi digitali; in ambito educativo questo significa – tra le altre cose – che anziché essere costretti a ricorrere a una selezione di alcuni testi o parti di testi (come abitualmente si fa adottando delle “antologie”), si potrebbero raccogliere integralmente su una memoria solida tutti i testi di uno specifico dominio epistemologico in modo che ciascuno (ad esempio uno studente) possa averli sempre a portata di mano e consultarli in qualunque momento. Questo approccio (ecco il succo della mia riflessione) potrebbe da un lato modificare radicalmente il rapporto che abbiamo (e che soprattutto i ragazzi hanno) con le fonti, dall’altro spingere gli insegnanti a esplorare nuovi modi di affrontare, che so, una storia della letteratura, o la storia in quanto tale, o qualsiasi altra materia che si appoggia su documenti che un conto è avere sempre a disposizione in versione integrale, un conto è dover andare faticosamente a cercare nelle biblioteche o online (nella migliore delle ipotesi) o dover consultare attraverso i frammenti incompleti di un compendio antologico. Non mi sembrava di aver detto nulla di sconvolgente. Tuttavia, in quella stessa occasione (e anche in altre) sono subito emerse posizioni contrarie all’ipotesi delineata e apertamente orientate alla difesa dell’importanza delle antologie proprio in quanto selezioni ragionate e criticamente commentate. Per quanto mi riguarda, anche se comprendo le ragioni di queste diverse posizioni, non le condivido, per una serie di ragioni che vado a spiegare. La prima ragione è che le “antologie” (in quanto tali, e più in generale tutti i compendi selettivi) esprimono comunque uno e un solo punto di vista su un dominio epistemologico. Potranno anche essere ben fatte e l’autore potrà anche essere professionalmente ineccepibile: sta di fatto che sono e restano una scelta di parte, spesso legata a una visione romantica e militante, o addirittura a un’interpretazione ideologicamente connotata. E proprio perché basate su una scelta, in sostanza, suggeriscono e spesso determinano ciò che è importante e ciò che non lo è, ciò che a parere dell’autore dovrebbe essere visibile e ciò che non vale la pena di osservare o rileggere. Un po’ come le guide dei musei, che personalmente ho sempre detestato perché cercano di privare il visitatore del piacere di esplorare. Proporre selezioni o compendi, ovviamente, è lecito, e valutarne il “taglio” può anche essere interessante: ma trovo che contrasti apertamente con quasi tutte le “evidenze” della pedagogia contemporanea, che convergono sulla centralità e sul ruolo attivo dello studente nei processi di apprendimento, sulla valorizzazione degli stili cognitivi, sulla personalizzazione dei percorsi, sull’insegnamento come mediazione, sull’apprendimento come scoperta guidata dalla serendipity e sulla conoscenza come costruzione o co-costruzione fondata sulla creatività, la rielaborazione personale e l’approccio problemico. Questa pedagogia (così come la società della conoscenza che si va configurando attraverso il cosiddetto web 2.0 e release successive) ha bisogno di fonti e non di “passi scelti”, di documentazione estesa, non di selezioni di parte, di strumenti con cui confrontarsi apertamente, non di punti di vista parziali. La seconda ragione per cui sento di poter sostenere una posizione aperta alle raccolte integrali di fonti testuali rese possibili dai formati digitali e dai devices portatili è che è proprio questa opportunità che rende tangibili alcuni fondamenti della società della conoscenza. Mi riferisco al valore che la conoscenza esprime nel momento in cui risulta integralmente accessibile a tutti e al significato che può assumere nel momento in cui ciascuno può disporne liberamente per rielaborarla e integrarla con le proprie conoscenze. Sul primo aspetto la rete ha un ruolo essenziale, il secondo è lo scenario in cui potrebbero collocarsi gli eBook, soprattutto nel loro significato esteso di contenitori potenziali di raccolte integrali di testi e documenti annotabili, in una parola, nella loro natura di “biblioteche digitali”. Non sono forse argomentazioni valide e sufficienti?

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kika
kika

Sono pienamente d'accordo. Ritengo le motivazioni espresse sicuramente valide ed ampiamente sufficienti per motivare l'utilizzo degli e-book nelle scuole. Ritengo questo …
Riccarda Suppini
Riccarda Suppini

In ogni caso, benvengano gli e-book! Anche dovesse trattarsi di "riproposizioni in pdf" dei testi tradizionali esistenti, espressione della scelta …
Salvo Piccinini
Salvo Piccinini

gent. prof. Rotta, trovo la sua proposta estremamente interessante, ma poco praticabile. tenterò di spiegarmi a partire da un esempio. qualche anno …
Lidia N.
Lidia N.

“Ladri di IDEE” Gli eBook nelle strategie di apprendimento orientate alla mobilità e all’ubiquità di Mario Rotta PAG. 57(Banche della conoscenza) Società …

Digitalia et mirabilia

Reading time: 4 – 7 minutes

Torno a parlare di eBook, o meglio, di un problema specifico che è stato anche recentemente oggetto di discussione tra i sostenitori (spassionati) della rivoluzione digitale e i più prudenti critici sui vantaggi dei libri elettronici. Uno degli argomenti di cui si è parlato molto, in particolare, è il presunto risparmio economico che gli eBook garantirebbero agli utenti e non solo: c’è chi sostiene che questo risparmio sarebbe consistente, chi invece afferma che non si risparmia nulla, anzi (posizioni simili sono emerse anche nel convegno del 17 marzo a Roma). Personalmente, si sa, faccio parte di chi sta cercando di accelerare la rivoluzione digitale, nonostante la mia consolidata passione per i vecchi libri illustrati e le edizioni antiche. Ma su un tema come quello del vantaggio economico degli eBook non penso che si debba parlare lasciandosi trascinare dall’emotività. Penso piuttosto che si debbano cercare dati certi, valutare studi, confrontare testimonianze e sperimentazioni concrete. Così mi sono messo a cercare risorse specifiche sull’argomento e sono rimasto molto colpito da un articolo di un bibliotecario e un ricercatore pubblicato su D-Lib Magazine nel 2003: Comparing Library Resource Allocations for the Paper and the Digital Library. Lo studio mette a confronto in modo molto accurato, elaborando grafici comparativi su vari parametri, il costo di allestimento, mantenimento e gestione di una biblioteca tradizionale e di una digitale, quando ancora di biblioteche digitali si parlava poco e male. Non si esprimono giudizi particolari, ma la diversissima ripartizione delle percentuali di spesa rispetto alle varie voci nei due casi analizzati emerge in modo impressionante. Gli autori concludono (nel 2003) che è ormai più che conveniente pensare a biblioteche digitali anziché continuare a immaginarne di analogiche. Credo che valga la pena leggere lo studio anche per chi volesse ragionare sulla sua propria biblioteca: ci sono quanto meno elementi per capire che mentre costruire una biblioteca tradizionale implica investimenti consistenti nella logistica e nella manutenzione, costruire una biblioteca digitale permette di “spostare” l’utilizzo del denaro (e del tempo) su aspetti ben più interessanti, quali la selezione e l’organizzazione. Stimolato dal contributo sono andato in cerca di altri esempi. Ho trovato una riflessione ben documentata sulla differenza di costo tra un archivio analogico e un archivio digitale in azienda (Digital vs. Paper. Which Costs Less AND Drives More Sales?): il costo del digitale pare che implichi un risparmio medio del 75 per cento. Ho apprezzato un blog di un bibliotecario inglese sulla “digital preservation” in cui si mettono a fuoco 5 vantaggi strategici del digitale, tra cui quelli indiretti ma di grande impatto sociale rappresentati dalla diminuzione del consumo della carta e del relativo inquinamento (ribaditi rimandando a dati governativi americani anche in un articolo pubblicato sul Los Angeles Times). E mi è piaciuto molto anche il racconto di un autore che ripercorre la sua valutazione della convenienza o meno di pubblicare in formato digitale piuttosto che su carta. Non salto a facili conclusioni. Aggiungo soltanto qualche ulteriore spunto (legato all’esperienza personale) per riflettere meglio su questi argomenti. Prima di tutto distinguerei il problema in vari “segmenti”: gli archivi, le biblioteche e le raccolte personali di libri (segmento in cui rientra anche l’uso dei libri a scuola). Per quanto riguarda gli archivi penso proprio che ormai i formati digitali abbiano reso evidenti dei vantaggi “netti”: se osservo il mio archivio della fine degli anni 80 non posso fare a meno di notare che è una pila di carta che occupa oltre 1 metro di scaffali e dove è diventato difficile ritrovare qualcosa (anche se ho studiato archivistica e ho sempre archiviato con molta cura); nel corso degli anni 90 il mio archivio cartaceo è via via più snello ma occupa ancora 50-60 centimetri di scaffale all’anno. Il mio archivio cartaceo del 2008 è una cartella di 5 o 6 centimetri di spessore, giusto l’essenziale. Usare i formati digitali con intelligenza mi ha permesso cioè di diminuire drasticamente la carta e contribuire alla salvaguardia dell’ambiente, contrariamente all’ipotesi mai dimostrata ma sostenuta da molti secondo cui l’uso del PC e la scrittura digitale non soltanto non permetterebbero di risparmiare carta ma ne aumenterebbero addirittura il consumo. Per quanto riguarda le biblioteche rimando agli articoli citati: aggiungo soltanto che bisogna ragionare sulla trasformazione della biblioteca da spazio fisico a luogo virtuale. Che ci piaccia o no è quello che sta accadendo, e se è vero che questo potrebbe comportare la perdita di un importante punto di riferimento legato al territorio è anche vero che quella infinita biblioteca digitale che è la rete permette (sempre attraverso la mediazione dell’intelligenza) due salti di qualità importantissimi, l’accesso (teoricamente) incondizionato a qualsiasi risorsa e la moltiplicazione esponenziale delle garanzie di conservazione e trasmissione della conoscenza affidata ai linguaggi, compresa quella enorme massa di “letteratura grigia” che le biblioteche tradizionali perdono, dimenticano o nascondono. Resta infine il problema delle raccolte personali di libri, o di libri scolastici, o di testi necessari per un percorso di studi universitario. La mia esperienza personale a distanza di anni mi sussurra che se per mettere insieme la bibliografia su cui ho lavorato per la mia tesi di laurea ho speso 3 anni e non so neanche quanto denaro, negli ultimi 3 anni ho accumulato diverse centinaia di eBook e ePaper spendendo pochissimo, o meglio, spendendo qualcosa in più per acquistare quei volumi che ritenevo indispensabili ma non erano disponibili in formato digitale. Se fossi uno studente o una famiglia con un figlio alle superiori non avrei dubbi su quale strategia seguire e su quale investimento strategico attuare in questo momento.