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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


La rete tradita

Reading time: 9 – 14 minutes

La rete è stata tradita, e il tradimento continua. Questo è ciò che percepisco da tempo, e che oggi dichiaro apertamente, nella speranza che le parole che riuscirò a organizzare e disseminare contribuiscano a risvegliare qualche coscienza, o almeno ad aprire e mantenere in vita una discussione. La rete è stata tradita perché ne sono stati stravolti i principi originari, perché se ne fraintende il significato e se ne nascondono, se ne limitano le potenzialità. E tutto questo accade colpevolmente: non è altro che il risultato della collisione tra alcune strategie “devianti” e l’incapacità di reagire, l’assuefazione di gran parte dei cosiddetti “utenti”. Ma non vorrei apparire nostalgico o catastrofista (due atteggiamenti che rifiuto), ragion per cui proverò ad argomentare meglio queste affermazioni così perentorie.

Tutti coloro che hanno cominciato a comunicare, lavorare, studiare, insegnare o interagire in rete più di 15-20 anni fa sanno perfettamente che lo scenario che avrebbe potuto (e dovuto) delinearsi racchiudeva una gamma di possibilità che visionari come Cerf, Licklider o Nelson (e molti altri ancora) avevano già intuito e tracciato. Ne evidenzio alcune che ritengo essenziali:

  • il rovesciamento del paradigma comunicativo tipico dei media tradizionali e dei mass-media, in base al quale le informazioni, i contenuti, i messaggi sono selezionati ed erogati da pochi soggetti emittenti verso una grande quantità di destinatari riceventi, passivi: in rete, al contrario, ogni persona connessa è soggetto attivo, invia messaggi, condivide informazioni, senza passare necessariamente attraverso filtri o mediazioni, anzi, diventando essa stessa filtro e mediatore nei confronti di tutti gli altri soggetti con cui interagisce alla pari.
  • L’allargamento delle opportunità di accesso alle informazioni e ai contenuti indipendentemente dalle limitazioni legate a fattori spazio-temporali, materiali ed economici: la promessa consisteva nell’immaginare che ciascun cittadino del pianeta Terra potesse in un futuro non troppo lontano connettersi velocemente e gratuitamente alla rete per accedere universalmente, gratuitamente e liberamente alla totalità delle conoscenze disponibili, abbattendo le difficoltà geografiche e ogni altra forma di discriminazione culturale diretta o indiretta.
  • La possibilità di esplorare nuove modalità di interazione tra persone e conoscenze, sfruttando da un lato le opportunità “multimodali” della cultura digitale (scrittura ipertestuale, organizzazione semantica delle risorse, integrazione dinamica tra comunicazione verbale e comunicazione visiva…), puntando dall’altro sull’approccio collaborativo, sulla reticolarità delle relazioni e sulla gestione asincrona della comunicazione, in quanto ipotesi di innovazione e di cambiamento nei paradigmi educativi e nella gestione dei saperi.

Questi principi sono stati realmente applicati? Queste promesse sono state mantenute? La risposta è no. Anzi, proprio negli ultimi anni, contrariamente a ciò che sembra o si pretende talora di dimostrare, molti hanno cercato di stravolgere il significato della la rete indirizzandola diversamente. Tutto questo è accaduto e accade per una serie di ragioni che talora sfuggono agli stessi addetti ai lavori. Ma più spesso è accaduto e accade in base a precise strategie o malcelati interessi, colpevolmente. E si possono fare nomi e cognomi dei responsabili.

Il paradigma comunicativo reticolare, orizzontale e disintermediato che dovrebbe prevalere in rete, ad esempio, è limitato dal continuo riaffiorare del modello broadcast: sono sempre meno i siti e gli ambienti online dove si interagisce e sempre di più quelli che “trasmettono” utilizzando “canali” diretti o che erogano verticalmente informazioni e contenuti filtrati a monte, con buona pace della visione di Siemens. Le ragioni di questo tradimento sono evidenti: i modelli comunicativi reticolari, basati sull’interazione orizzontale tra gli utenti, non si prestano alla vendita di spazi pubblicitari, mentre inserzioni e altre forme di advertising si possono introdurre facilmente nei giornali online, negli inserti video, nelle applicazioni per l’iPad o per la barra di Google e in generale in qualsiasi ambiente che anziché essere gestito da un singolo utente nel quadro di riferimento di una rete paritaria di persone è di fatto pilotato e controllato da un apparato o da una società, compresi, in aperta contraddizione con ciò che vorrebbero essere, i più noti social network. Personalmente, mi sono stancato da tempo dell’invadenza della pubblicità. Non si può muovere un passo per strada o in una stazione senza essere tormentati da immagini idiote e da stupidi slogan, non si può guardare o ascoltare nulla senza essere interrotti da spot pensati da degli stronzi per insegnare a dei mentecatti a vivere come imbecilli: ritrovare tutto questo anche in rete, in quel territorio che per definizione dovrebbe aiutarci ad andare oltre la persistenza dei messaggi indesiderati, è qualcosa che non riesco a sopportare. Ma abbiamo tutti delle responsabilità: capita ad esempio che qualche sconosciuto ci scriva proponendoci di inserire un link o un banner che rimanda ad un sito sul nostro blog, e magari accettiamo, perché il link ci sembra pertinente, o innocuo. In realtà, quasi sempre, si tratta di un modo per reindirizzare utenti su spazi dove si annidano (letteralmente) messaggi promozionali. A me ad esempio è arrivata una proposta di scambio di link molto ben formulata da parte di un sedicente esperto di cultura digitale che mi presentava un suo sito apparentemente molto ben fatto, in realtà basato su una home page senza rimandi effettivi ad altre sezioni (soltanto annunciate) ma con link tanto discreti quanto subdoli ad altre home page della stessa natura e forma, come in un caleidoscopio di nodi nel vuoto, però quantificabili in migliaia di click per tot centesimi ciascuno che con ogni probabilità qualcuno avrebbe guadagnato, non so chi e mi sfugge il perché ma immagino che funzioni così. Io naturalmente non accetto queste proposte, ma quanti blogger cedono magari inconsapevolmente a questo gioco? Più in generale, ci rendiamo conto che più usiamo Facebook per condividere informazione ridondante, più contribuiamo ad aumentare il valore degli spazi promozionali che la società che gestisce Facebook rivende? Di fatto, non siamo più soltanto consumatori/target, ma anche cavie da laboratorio che utilizzando quello che pensano sia uno strumento producono inconsapevolmente plusvalenze che altri incassano: non voglio con questo fare il moralista, rimando nel caso, per chi volesse approfondire la questione con una lettura intelligente, a Telepolis del sociologo Javier Echeverria: vorrei però far notare che se questo è lo scenario il senso della rete è stato fuorviato, si riduce il territorio intrigante dell’interazione in funzione dell’aumento dello spazio destinato alla più rassicurante (e sponsorizzabile) fruizione.

Ancora più evidenti sono le responsabilità per quanto riguarda il tradimento della promessa (o della speranza) che la rete potesse garantire a tutti, ovunque e in qualunque momento, il libero accesso alla totalità delle conoscenze. Lasciamo perdere il problema irrisolto del digital divide tra paesi ricchi e paesi poveri, limitiamoci alla situazione italiana, sotto certi aspetti esemplare. Mentre in paesi come la Finlandia si ragiona sul diritto dei cittadini all’accesso veloce alla rete, in Italia non c’è alcuna visione politica né sulla banda larga né su come incentivare le reti wireless. Gli operatori telefonici (che non a caso sono tra i maggiori inserzionisti pubblicitari sia in TV che sulla stampa) vendono ancora chiavette, spacciando per accesso veloce e senza fili connessioni lente e costose, mentre il governo regalerà ad amici di amici le frequenze che si libereranno grazie al digitale terrestre, le stesse che altrove saranno utilizzate proprio come opzione per reti più ampie, veloci e capillari. In pratica, il nostro diritto a una rete stabile, veloce, a basso costo, è calpestato dall’alleanza di fatto tra un oligopolio interessato e l’inettitudine (forse non disinteressata) di una certa classe dirigente. Le cose non vanno meglio sul versante della disponibilità dei contenuti digitali: i grandi gruppi editoriali non solo non investono ma ostacolano la diffusione degli eBook e dei libri digitali in generale, limitandosi ad annunciare non meglio precisati “portali” (altri esempi di gestione verticistica e non reticolare della conoscenza) che al momento hanno la forma di una home page statica che per quanto mi riguarda mi sarei vergognato a caricare in rete nel 1996. Ma non va meglio in ambito pubblico, se un ministro di un paese che possiede i ¾ del patrimonio culturale dell’intera umanità, anziché farsi carico di investimenti sistematici sulle biblioteche digitali o sui musei virtuali affida ad un accordo con Google la digitalizzazione di parte dei volumi antichi e rari delle biblioteche nazionali e considera perfino un successo essere arrivati a tanto! La verità è che del diritto dei cittadini di poter disporre più facilmente di più informazioni e più conoscenze non importa a nessuno, probabilmente perché almeno a questa classe politica non importa che i cittadini “crescano”, siano più informati, consapevoli, abbiano più opportunità di documentarsi, leggere, studiare, imparare. La verità è che al di là di quello che si condivide a qualche convegno manca una visione del futuro centrata sulla semantica del web e sulla distribuzione aperta dei contenuti digitali. La verità è che anche in questo caso, uno dei significati più profondi della rete è stato snaturato.

Ma anche in altri ambiti e rispetto ad altre aspettative le cose non vanno meglio. Pensiamo ad esempio all’uso educativo degli ambienti di rete, alla comunicazione didattica, all’e-learning, alle opportunità formative legate all’attivazione di comunità virtuali e network sociali come opzioni per l’apprendimento permanente. Certo, non mancano le sperimentazioni, ma concretamente, sistematicamente, che cosa si è fatto? Poco o nulla, direi. Il linguaggio multimodale della rete viene raramente sfruttato e ancora oggi la maggior parte dei “materiali formativi” digitali che circolano sono vecchie, noiose e inutili slides per di più in Power Point, o lezioni registrate da docenti che evidentemente hanno un sogno nella vita: essere invitati a Quark da Piero Angela per un siparietto. Rispetto ai modelli di interazione educativa alternativi alla scuola, all’università o alla formazione tradizionali, poi, capita che troppi sedicenti esperti o ricercatori cavalchino la novità o la tendenza del momento (è successo e succede con l’e-learning, il Web 2.0, il Knowledge Management) per poi affrettarsi a dichiararla morta quando produrre articoli sullo stesso argomento non serve più ad arricchire il curriculum. In realtà, tanto per fare un esempio, l’e-learning non è morto: non è mai nato, né cresciuto. Per l’incapacità organizzativa delle istituzioni universitarie. Per l’assenza di una visione aperta e lungimirante nelle imprese. Per l’incompetenza di molte agenzie formative. E perché per molti formatori è più comodo continuare a insegnare in modo tradizionale, così come (immagino) per molti studenti è più facile imparare in modo passivo, come si è sempre fatto; in fondo tutti sono capaci di ascoltare qualcuno che dice delle cose (anche stupide magari) e ripeterle, mentre per contribuire all’arricchimento collaborativo di un wiki bisogna organizzarsi, rimboccarsi le maniche, assumersi delle responsabilità. Vi sembro troppo aggressivo? Ma no, è solo che sto parlando di un mondo che conosco troppo bene per non cedere a un minimo di “fervore”. E so che al di là di qualche oasi felice, è in gran parte una giungla in cui per andare avanti non basta neppure il machete. Sta di fatto che anche in questo caso le promesse della rete non sono state mantenute: delle straordinarie potenzialità educative di questo insieme meraviglioso di infrastrutture tecnologiche si fa un uso limitato, riduttivo, e anziché esplorare nuovi formati didattici e nuovi processi di apprendimento ci si rifugia spesso dietro la forma apparentemente rassicurante dell’insegnamento tradizionale, giustificandone per di più l’impianto conservatore attraverso l’uso decontestualizzato di qualche gadget tecnologico, di qualche (ahimè) “piattaforma” o di qualche ambiente apparentemente aperto e interattivo dove in realtà non succede quasi mai nulla di significativo.

Mi dispiace aver dipinto un quadro dalle tonalità così fosche. In realtà so bene che non tutto è perduto e che ci sono ancora, in rete, energie, creatività e volontà. Forse la rete alimenta e moltiplica la stupidità, l’assuefazione, la genericità, l’insistenza, la ridondanza. Ma anche la possibilità di combattere e resistere, di condividere risorse e conoscenze, di creare le circostanze perché persone diverse, culture diverse possano incontrarsi e dialogare, e da quella scintilla nascano idee, occasioni, fenomeni, progetti. In ogni caso non bisogna mai abbassare la guardia, né cedere al conformismo sociale o al consumismo del nulla a cui molti stanno cercando di portarci. E poco importa se saranno soltanto i 25 lettori del nostro blog personale a capire e a sperare ancora: in rete nessuno è un’isola, siamo tutti parte di arcipelaghi verso cui prima o poi altri navigheranno. Nel frattempo faremo come sempre: continueremo a scrivere, a interagire, a progettare, a testimoniare. E a resistere…

Popolo e reti: qualche precisazione

Reading time: 3 – 5 minutes

In questi giorni (a dire il vero da qualche tempo), si sente usare sempre più spesso un termine che forse merita qualche riflessione e qualche precisazione: mi riferisco a “popolo della rete“. Non sono sicuro che si tratti di un neologismo consolidato: ho cercato a lungo e non ho trovato traccia di una definizione ragionevole, se si escludono alcune note critiche di Carlo Formenti , Giancarlo Livraghi, che afferma che “non esiste alcun ‘popolo della rete’, e anche chi si occupa seriamente dell’internet non dedica ai ‘numeri’ generali più interesse di quanto meritano”, e Giorgio Jannis, che ribadisce che “non esiste nessun ‘popolo della Rete’, come dicono i giornali: quelle persone siamo noi, normali cittadini, metà o più della popolazione italiana (e solo la miopia culturale e politica ha impedito e impedisce tuttora la riduzione banalmente tecnica del digital divide, altrimenti saremmo molti di più), che ritengono la frequentazione della Rete una normale pratica quotidiana, ludica o professionale, e soprattutto considerano il web una risorsa preziosa per vivere meglio”. Cercando ancora, non ho trovato neanche riferimenti certi o pertinenti in lingua inglese, dove parole come “people” o “crowd”, talora usate a proposito di Web 2.0, assumono in realtà significati diversi e dovrebbero essere più correttamente tradotte con “gente” o “masse” (se proprio si vuole cedere al ricordo nostalgico di qualche lettura ormai fuori moda). Perché, dunque, così tanta enfasi su un termine che nella migliore delle ipotesi non significa nulla? Temo che si tratti della combinazione di due tipiche derive italiane. La prima è la superficialità con cui si coniano o si usano definizioni che non corrispondono necessariamente a un significato consolidato: non so su quale giornale o in quale notiziario qualcuno abbia parlato per la prima volta di “popolo della rete”, ma è certo che altri hanno ripreso la stessa definizione senza chiedersi perché. La seconda deriva è probabilmente legata all’appiattimento dell’informazione su schemi obsoleti e fortemente improntati a una visione strutturata, solida, della società nel suo complesso e dei fenomeni legati all’impatto delle nuove tecnologie: non avendo idea di cosa sia realmente una rete, molti giornalisti la chiamano “popolo”, sovrapponendo un concetto che conoscono o almeno credono che sia comprensibile a un concetto che altrimenti sarebbe lungo e faticoso sia spiegare che capire. Ecco, è proprio su questo che ritengo opportune alcune precisazioni. Il termine “popolo della rete” è sciocco, fastidioso e fuorviante. Non solo non significa nulla, ma esprime un concetto che è il contrario esatto di “rete”. Il “popolo”, se applichiamo una definizione corretta, è un insieme omogeneo di persone vincolate da una comune appartenenza istituzionale, culturale o territoriale. Una “rete” è invece l’insieme dei nodi che un certo numero di individui non necessariamente omogenei e senza vincoli originari stabilisce liberamente in base a un interesse o a un obiettivo. In sostanza, è uno strumento attraverso cui ciascuno di noi può decidere di condividere conoscenze nello spazio di una comunità (intesa come insieme temporaneo di individui collegati da nodi specifici) o collaborare con altri soggetti attivi, in modo fluido e consapevole. Per essere più chiari: il popolo è dato a priori, la rete si costruisce e si modifica giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. Il popolo è ricettivo rispetto alla ricerca di un consenso, la rete è proattiva rispetto alla costruzione di opinioni e punti di vista. Il popolo si identifica in una morale diffusa, la rete può fondarsi soltanto su un’etica condivisa. Insomma, il termine “popolo della rete” è più che scorretto, è stupido. Lascia presupporre qualcosa che molti forse vorrebbero: la possibilità di considerare gli utenti di Internet come destinatari passivi di messaggi promozionali e quindi come bacino di consumatori o elettori strumentalizzabili. Non è così, per fortuna, la rete è ogni connessione, ed è ciò che da ciascuna connessione può scaturire. Non lasciamoci fuorviare: in rete, finalmente, non siamo più popolo, non siamo più numeri, ma isole di arcipelaghi che talora prendono forma, altre volte galleggiano per incontrare altre isole; è una conquista importante, un passo in avanti lungo il percorso che porta dall’assuefazione alla morale come delega rispetto ai problemi all’etica della responsabilità come ricerca dinamica delle loro possibili soluzioni. La rete siamo soltanto noi, e possiamo farlo.

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Mario Rotta
Mario Rotta

Che domande mi fai Caterina!? ;)
Giorgio
Giorgio

L'utilizzo banalizzante di espressioni milleusi da parte dei giornalisti italiani (ci sono molti "popoli della ...") ha prodotto danni, dentro …
gigicogo
gigicogo

Molto interessante. Ma si potrebbe applicare un po' ovunque: Il popolo delle discoteche Il popolo delle due ruote Il popolo...... Forse si mistifica un po', …
catepol
catepol

Seriamente, pur utilizzando la rete e abitandola da anni, oramai, pur partecipando alle più diverse dinamiche, pur relazionandomi con x(mila?) …
Mario Rotta
Mario Rotta

Si abusa della parola popolo in mille occasioni, poco fa ad esempio mi è arrivato un invito ad un gruppo …

Sulle comunità virtuali: un’intervista

Reading time: < 1 minute Link a un'intervista video che l'amico e collega Romolo Pranzetti ha registrato in occasione del convegno CESVOT di Lido di Camaiore (24 novembre 2007). Mi ha chiesto di parlare di comunità virtuali, con particolare riferimento a eTutorCommunity, per spiegare le ragioni del progetto e illustrarne le finalità. La conversazione con Romolo è veloce, si parla di comunità professionali e del ruolo che possono avere nei nuovi scenari dell'e-learning, quasi un'anticipazione di un'indagine che si sta evolvendo e che si confronterà con le tendenze in corso al prossimo convegno AIF e al prossimo expo e-learning di Barcellona. L'intervista è sul portale "comeweb” [IT], che è anche un eccellente contenitore di materiali video, audio, testuali e multimediali sulle “relazioni pericolose” tra educazione e ICT.

Virtual Communities: materiali formativi 2007

Reading time: < 1 minute Materiali formativi sulle comunità virtuali, a cura di Mario Rotta. Questi materiali si concentrano in particolare sull'analisi dei fattori che determinano il successo di una comunità virtuale, sulla progettazione strutturata delle communities e sulla casistica di riferimento. Sono stati elaborati nell'ambito di corsi e seminari tenuti tra il 2003 e il 2007 per Università di Firenze, Ecipa Veneto, Irre Toscana, Cesvot, ARSIA Toscana e successivamente riadattati. Progettare una comunità virtuale (traccia, PDF, IT)
Le comunità virtuali: progettazione, strategie e criticità (slides, PDF, IT)

Condizioni di utilizzo: Creative Commons 2.5, attribuzione, non commerciale, non opere derivate (informazioni dettagliate).

Le sfumature di un mosaico

Reading time: 6 – 10 minutes

Postfazione per una raccolta di elaborati e ricerche prodotta da una “community of innovation”di ex-studenti del master “Progettazione e gestione delll’e-learning” (Università di Firenze).

Quante sfumature ci sono in un mosaico? E che cosa sono le sfumature di un mosaico? Ne scelgo uno, reale, concreto, l’ho fotografato poco tempo fa in una giornata di sole invernale. La luce ne scompone i pezzi e allo stesso tempo ne ricompone le forme. Le sfumature sembrano poche, ma in realtà sono moltissime, ogni elemento, ogni tessera, se vogliamo, è una sfumatura e può a sua volta scomporsi a seconda della luce. L’insieme, a volte, è quel miracolo di semplicità e allo stesso tempo complessità che spesso ci lascia stupiti, e che più spesso ancora ci disorienta, poiché anziché offrirci una visione sul piatto d’argento dell’apparenza ci costringe a ricomporla, a trovare incastri e armonie che possano esprimere un significato plausibile. A patto che si abbiano occhi per osservare e quella capacità ormai paradossalmente obsoleta che consiste nel cogliere relazioni, assonanze, quel tanto di somiglianza e quel tanto di diversità.

Lo so, sono solo metafore. Potrei abusarne, giocando sulle ragioni per cui gli “ivaniani” [la comunità degli ex-studenti si chiama Ivan Community in ricordo dell’osteria di Arezzo dove a volte ci siamo ritrovati, ndr] hanno voluto definire “mosaico” la loro antologia. Ma non sarò così sciocco da cedere a questa facile tentazione, né vorrei apparire così presuntuoso da non farlo, in nome o per conto di un ruolo che probabilmente in tutta questa vicenda ho avuto, ma che non ritengo ormai così determinante. Più umilmente, vorrei cogliere quelle sfumature che in qualche modo accomunano i lavori qui raccolti, per capire se in certe costanti, nelle similitudini di certi approcci, c’è di che ragionare sullo stato dell’arte, o materia per riflettere su cosa è e cosa potrà diventare questo scenario che oggi chiamiamo momentaneamente e-learning.

La prima assonanza che colgo è l’interesse attento, capillare, per alcuni temi cari al dibattito sulla società dell’informazione, e in particolare per tutto ciò che riguarda le modalità di elaborazione e le strategie per la diffusione dei contenuti digitali. Nella sostanza, in molte di queste tesi di master c’è una costante attenzione, ma forse sarebbe meglio dire “allusione”, all’idea che la significatività dell’e-learning sia legata anche alla produzione di contenuti digitali innovativi, con specificità proprie. Si insiste sulla necessità di elaborare nuovi modelli di organizzazione delle informazioni in Internet e nuove modalità di descrizione utili nella ricerca di risorse, o su quanto sia importante sperimentare tecniche di produzione di e-content o e-knowledge basate su un nuovo “concept”, se così si può dire, segno che i contenuti non sono più percepiti solo come “materiali” funzionali a percorsi educativi in cui l’innovazione è assente o limitata a qualche spunto metodologico indiretto o astratto, ma diventano parte integrante del processo di insegnamento e apprendimento in rete, fino a esprimersi attraverso un linguaggio autonomo, pertinente. O per arrivare a immaginarne l’integrazione “virtuosa” con le strategie per la gestione, la condivisione e la distribuzione del patrimonio di conoscenze che una qualsiasi organizzazione possiede, ma che non può più permettersi il lusso di sprecare o disperdere, considerando, per usare un eufemismo, che ci sono delle potenzialità nei sistemi informativi basati sulle reti.

La seconda assonanza nel mosaico riguarda il tema della valutazione: molte tesi lo affrontano direttamente, altre più indirettamente, certo è che emerge un bisogno prioritario di capire cosa come e perché valutare: valutare per prendere delle decisioni utili a una buona progettazione o per migliorare l’organizzazione di un corso in rete, valutare per scegliere una piattaforma, dei contenuti, valutare per capire come supportare meglio gli studenti online o per capire se hanno raggiunto degli obiettivi. Può sembrare una tematica scontata, ma in realtà non lo è affatto quando se ne comincia a parlare in modo così esteso e diffuso in relazione a scenari in cui finora ha prevalso la dicotomia viscerale e manichea tra l’entusiasmo per l’innovazione fine a se stessa e la diffidenza nei confronti della novità: il contrario esatto di un reale approccio critico, che non può che fondarsi – come emerge finalmente in molti di questi lavori – sulla ricerca di rigorosi criteri di analisi e valutazione.

Per estensione, la terza assonanza percepibile nel mosaico è il costante richiamo al problema della qualità. Si sa che è uno dei temi più attuali del dibattito sull’e-learning, ma in questi lavori è interessante notare come il concetto di qualità non sia percepito solo in relazione alle procedure di controllo, ma piuttosto come riflessione sul miglioramento e sull’eccellenza, identificazione degli elementi che possono rendere un corso, un contenuto, o l’azione di una figura professionale, più efficaci, o semplicemente più veri, più concreti. Si tratta di segnali importanti, talora legati anche a riflessioni sulle figure professionali innovative che l’e-learning sta alimentando, le più importanti delle quali, quell’e-tutor, quell’information broker e quel change manager a cui le tesi raccolte nel mosaico fanno costantemente riferimento, sono non a caso impegnate, sia pure su versanti diversi, proprio nella ricerca dell’eccellenza e nella “scansione” dei significati che l’impatto dell’e-learning può assumere negli scenari in evoluzione dell’educazione, della didattica e della formazione.

Ma queste che ho voluto evidenziare non sono altro che le tessere più appariscenti del mosaico. Altri elementi, apparentemente più evanescenti, in realtà ben più consistenti, tornano con regolarità nei lavori degli “ivaniani”, anche se è più difficile parlarne. Penso ad esempio alla ricerca di strade, percorsi per immaginare se e come è possibile oggi “crescere” in quanto esperti e professionisti della società della conoscenza, filo conduttore che attraversa diagonalmente tutti i lavori raccolti: quanto contano in questa ricerca di miglioramento i saperi e le competenze dell’individuo, e le strategie per incrementarli, arricchirli? E che importanza può assumere, parallelamente, la ricerca di spazi per confrontarsi e condividere con altri la propria ricchezza intellettuale? In fondo è di questo che stiamo parlando: gli “ivaniani” sono pur sempre ex-studenti di un master che hanno cominciato a studiare da soli, ciascuno nella sua stanza o nel suo ufficio, leggendo libri, rovistando dentro una piattaforma per cercare tracce di esercizi e spunti su cui riflettere. Ma poi hanno trovato la forza e il coraggio di parlarsi, e di continuare a parlarsi ancora, di mettere in comune errori e successi, cercando un modo per sostenersi a vicenda dapprima, per mantenersi costantemente in contatto poi. E allora mi chiedo: è così che si diventa professionisti dell’e-learning? Percorrendo questa sorta di crinale sospeso – se mi è consentito cercare un linguaggio consono e allo stesso tempo evocativo – tra la coscienza individuale e l’intelligenza collettiva? Me lo domando, ma non riesco a dare una riposta “scientifica”. E mi vengono in mente, piuttosto, altre similitudini, ricordi, letture.

Qualcuno si ricorda ancora delle “Operette Morali”?
Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest’anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là?
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.

Non potrebbe essere questo, magari opportunamente riadattato, il dialogo tra uno qualsiasi degli “ivaniani” e i loro nuovi colleghi, quegli stessi che ora sono impegnati in un percorso, simile e allo stesso tempo diverso, che li porterà un domani a riflettere sul significato di ciò che è stato e di ciò che sarà? E qualcuno si ricorda ancora dell’astronave Enterprise? In fondo osservare gli “ivaniani” è come cogliere il passaggio dalla generazione dei “pionieri” a una di più disincantati e allo stesso tempo attenti esploratori dell’e-learning. Perfino il nome evoca quei popoli strani ma non troppo, provenienti da mondi lontani eppure così vicini, saggiamente impegnati a usare tecnologie dal volto umano per arrivare finalmente là dove nessuno è mai stato prima.

E forse è proprio questo il senso del mosaico: nelle infinte sfumature che legano in qualche modo perfino Leopardi e Star Trek. O più semplicemente, nelle tante sfaccettature di quelle tessere che oggi cominciano a emergere, a diventare via via più nitide: ciascuna con un suo colore, una sua densità, una sua forma, tutte insieme pronte a ricomporre una visione.

Post-scriptum. A queste sfumature aggiungo volentieri, come un tocco di spezie in cucina, alcuni appunti e riflessioni su questa stessa comunità di pratiche di professionisti dell’e-learning. Gli appunti sono parte integrante del blog della summer school del Master per “progettisti di e-learning” (Università di Firenze) 2004/2005. La summer school si è tenuta nel Chianti. Il blog aperto per l’occasione si chiama “inventare l’e-learning”, ed è animato dagli stessi studenti del master.

Virtual Communities: materiali formativi 2003

Reading time: 1 – 2 minutes

Materiali formativi sulle comunità virtuali, a cura di Mario Rotta.
Questi materiali si concentrano in particolare sulle caratteristiche delle comunità virtuali, sulle tipologie di networking e sui fattori che determinano il successo di una comunità virtuale, con riferimenti specifici alle strategie di supporto e agli ambienti asincroni utilizzabili. Sono stati elaborati nell’ambito di corsi e seminari tenuti tra il 2000 e il 2003 per l’Università di Firenze e altre università, e successivamente riadattati.

Le comunità virtuali: strategie e modelli (slides, HTML, IT)
Le comunità virtuali e le strategie di supporto (slides, HTML, IT)
Le comunità virtuali e gli ambienti di apprendimento (slides, HTML, IT)

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