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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


La rete e la corazzata Potemkin

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Ed ecco che ancora una volta mi hanno “derubato” del mio profilo Instagram e delle relative immagini. Nel senso che ora le mie immagini risulteranno associate a qualche profilo dal nome improbabile e dalla ancor più improbabile sensibilità visiva (a proposito, se lo scoprite segnalatelo subito come improprio). Ci sono riusciti 2 volte su una decina di tentativi che ero riuscito a bloccare. Ma è diffiicle e soprattutto oneroso passare le giornate a difendere la propria privacy, a fare cioè quello che dovrebbe fare il social medium in questione. Ma in fondo, ai social, cosa importa? Basta che ci sia traffico, cioè dati che passano per la rete, non importa a nome di chi o di che cosa si tratta.

Ora ho un nuovo profilo (mariorotta) e risulta che non ho condiviso nessuna immagine (nei due profili trafugati ne avevo accumulate quasi 2000, usavo Instagram come una sorta di diario visivo immediato, che poi è questo l’uso più coerente di Instagram). Così ho deciso che condividerò poco o niente: mi prenderò una socialpausa, ovvero non mi presterò al gioco perverso del tutto quanto fa traffico. Magari sceglierò una sola immagine al giorno, e la sceglierò con cura, ragionando sulla qualità, sui significati. Che è quello che si dovrebbe sempre fare, se si crede non tanto nei generici socialtutto ma nel principio della condivisione della conoscenza che a suo tempo identificavamo con la rete, prima che la rete diventasse quella inutile palude che ormai è diventata: una discarica dove si socializzano le apparenze, uno strumento di navigazione nel nulla che, come un celebre battello cinematografico, potremmo e dovremmo finalmente etichettare come “una boiata pazzesca”.

Con la differenza che almeno la corazzata Potemkin, quella vera, ammetteva l’ammutinamento, il cambio di ruolo, una gamma di possibilità legate al libero arbitrio degli uomini, alla loro capacità di distingue tra ciò che è bene e ciò che è male o almeno tra ciò che è opportuno e ciò che non lo è. Mentre i socialtutto non accettano altre logiche se non quella del profitto ad ogni costo legato al traffico di qualsiasi genere, compreso quello delle bufale (e altri animali), quello della futilità (detta anche fuffa) e perfino quelli del dolore e della paura; che in questo momento, anzi, attirano inserzionisti come mosche sul parabrezza.

Eppure basterebbe poco: basterebbe ad esempio che i social guidassero gli utenti alla definizione, al mantenimento e alla modifica dei protocolli legati alla privacy e alla sicurezza nello stesso modo semplice e intuitivo con cui li guidano e li spingono a condividere stronzate. La privacy e la sicurezza in un click, così come in un click possiamo dire cosa pensiamo, dove ci troviamo, cosa facciamo e altre amenità che spesso e volentieri non interessano a nessuno. La scelta della privacy e della sicurezza, insomma, come valori primari ed evidenti, anziché come risultato di un lungo, noioso e contorto percorso dove attraverso interfacce tetre e tristi dobbiamo indicare numero di telefono (potenzialmente rivendibili ai call center), colore degli occhi, nomi degli amici e dei parenti, cosa abbiamo fatto e dove eravamo la sera di capodanno, cosa c’è scritto esattamente nel captcha che appare in piccolo in fondo a destra cioè nella stessa posizione del bagno nei ristoranti. Confermando poi il tutto con il codice che arriverà via SMS e così via. Salvo constatare, dopo essersi rotti le scatole per un’oretta abbondante, che il giorno dopo il tuo account non c’è più, o si chiama kimberly609060, o è stato oscurato dai separatisti curdi (mi è capitato anche quello), o è finito nella fuffa generale come un pizzico di pepe in un minestrone cucinato da un master chef (si fa per dire…) a cui in una cucina vera non affiderebbero neanche lo schiacciapatate.

Sarà anche una boiata, ma a volte vorrei averla una corazzata Potemkin. Digitale, ovviamente, capace di navigare in rete. Per poter rivolgere i suoi cannoni dove dico io…