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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


A proposito dei libri di testo (e del ruolo della scuola)

Reading time: 4 – 6 minutes

Questo breve contributo prende spunto da una nota che Agostino Quadrino (Garamond) ha pubblicato su Facebook e che si riferisce agli esiti di una Ricerca Europea sui Libri di Testo effettuata nell’ambito di Eurydice. Quadrino scrive: “Dal rilevamento qui indicato risulta che in tutta Europa hanno l’obbligo di adottare libri di testo solo Grecia, Cipro e Malta, con pochissimi casi di controllo centrale della produzione editoriale e con significativa diffusione di contenuti didattici digiali. La validità e qualità dei materiali è generalmente verificata solo dagli insegnanti. Abbiamo discusso spesso di questi temi con Gino Roncaglia, Roberto Maragliano, Mario Rotta, Marco Guastavigna ed altri amici e colleghi. Mi pare che ci sia un elemento in più di discussione, per chi volesse contribuire“. Ho provato a rispondere con un semplice commento, ma poi mi sono lasciato prendere la mano e ho messo insieme alcuni appunti più estesi, che riporto volentieri qui come spunto per una riflessione più ampia sul ruolo (e sul futuro) della scuola.

Quando si parla di scuola e di libri di testo a scuola si può parlare “liberamente” e allo stesso tempo “concretamente”? Sembra di no, ma lo faccio lo stesso. Evidenziando sotto forma di ragionamento iperbolico (purtroppo in breve e quindi in un modo diretto che potrebbe essere frainteso, ma non importa) alcuni elementi che entrano in gioco in questo specifico scenario in questo specifico momento:

  • Una “società della conoscenza” – relativamente alla funzione che in merito può svolgere la scuola – può ragionevolmente fondarsi sulla funzione imprescindibile dei libri di testo? Non credo proprio: quello che si sta configurando è uno scenario molto più ampio e complesso, in cui ciò che conta davvero è legato alla distribuzione e alla condivisione della conoscenza, non alla sua “ratifica” e meno che mai a qualsiasi pretesa di selezione, di sintesi, di uniformità. Dovremmo piuttosto imparare a confrontarci con la complessità della conoscenza.
  • La complessità, le istanze legate alla distribuzione e alla condivisione della conoscenza, la crescita dell’attenzione sulla dimensione sociale dell’apprendimento, sono fattori di cambiamento molto importanti, che suggeriscono in modo evidente che il problema della relazione tra scuola e contenuti funzionali o utili per l’apprendimento non si può più affrontare attraverso soluzioni tradizionali e improntate alla chiusura, ma affacciandosi su territori più ampi, come quelli verso i quali possono accompagnarci l’editoria digitale e la rete.
  • In sostanza, la scuola deve decidere che cosa essere. Se preferisce configurarsi come ambiente chiuso e impermeabile alle sollecitazioni della società, può continuare ad adottare libri di testo (termine peraltro inadeguato, in realtà gli studenti non adottano i libri, è la scuola che li impone, “adottare” presupporrebbe una certa libertà di scelta…). Ma una scuola così impostata sarebbe letteralmente fuori dal mondo, astratta, poco motivante in quanto inadeguata rispetto alla realtà. Forse è il momento di pensare a una scuola più vera, più realistica, più utile: questo significa sporcarsi le mani con le istanze, gli stimoli, i pericoli, i rumori, gli squarci, la discontinuità e le criticità del mondo reale e di quello digitale, che ormai della realtà, della società in cui viviamo, fa parte integrante, ci piaccia o no, e in i ragazzi vivono già.
  • In estrema sintesi, a me piacerebbe una scuola che la smettesse di pretendere di dare risposte suffragate da libri che (chissà poi perché) fanno testo. La nostra scuola, purtroppo, spesso si limita a questo, fingendo peraltro di ignorare che questa impostazione è legata a due funzioni che la scuola ha svolto nel passato e in relazione a momenti storici precisi (la scuola come forma di indottrinamento di massa di ispirazione fascista e la scuola come veicolo di alfabetizzazione e di acculturazione di massa del dopoguerra), funzioni che ormai non hanno più alcuna ragion d’essere, e rappresentano anzi un ostacolo rispetto a una visione della scuola come ambiente in cui si costruisce la relazione tra i futuri cittadini e l’insieme delle conoscenze e delle competenze di cui ciascuno di loro avrà bisogno per affrontare e risolvere problemi, sciogliere dilemmi, prendere decisioni. Che è poi lo scenario della “scuola senza pareti” di cui si parla da tempo.

La questione legata alla valutazione dei contenuti (digitali), in questi termini, appare sotto certi aspetti oziosa: in linea di massima, nel momento in cui i contenuti non rappresentano più l’obiettivo dell’apprendimento ma un insieme di strumenti per apprendere in funzione dell’applicazione concreta di quanto appreso, è il contesto stesso che ne determina – nei fatti – sia la validità intrinseca che quella pratica. Ed è questo che si intende nel rapporto Eurydice riferendosi alla libertà di valutazione degli insegnanti e al loro ruolo in tal senso. Se poi si vuole ragionare sul concetto di qualità, allora bisogna ricordare che da decenni la ricerca e le prassi hanno dimostrato che una vera e propria certificazione della qualità, ad esempio l’assegnazione a determinati contenuti di un marchio di eccellenza o di un’etichetta che possa renderli più visibili e accettabili, non può essere affidata né ai soggetti direttamente interessati (gli insegnanti, in questo caso), né alle seconde parti interessate (editori, MIUR e istituzioni legate al MIUR), ma solo a soggetti che rientrino tra le cosiddette “terze parti indipendenti”, ad esempio specifiche società o commissioni, come in effetti accade in diversi altri paesi.

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Orietta Berlanda
Orietta Berlanda

Come in ogni settore focale è la questione del controllo qualità, che confermi l'autorevolezza della fonte. Attendiamo allora il costituirsi …
Mario Rotta
Mario Rotta

No, per quanto riguarda la scuola e i libri per la scuola in Italia non si intravede nulla di simile …
Maria Rosaria Baglieri
Maria Rosaria Baglieri

Secondo me, la vera questione è che " la scuola deve decidere che cosa essere " e sono ormai molti, …

Non ho letto il libro, ma ho visto l’eBook

Reading time: 7 – 12 minutes

Questo ragionamento comincia con due video che presentano due progetti di editoria digitale. Il primo illustra un’applicazione sulla tavola periodica degli elementi per iPad:

L’autore parla della sua realizzazione con molta cognizione di causa e spiega che per affrontare certi argomenti è importante poter interagire in modo diretto con le informazioni, manipolare immagini e modelli tridimensionali, esplorare formule e molecole, per poi concludere che la tecnologia digitale in generale, e in particolare l’iPad, si prestano particolarmente alla rielaborazione/ripensamento di un vecchio libro di chimica di base in forma di applicazione multimediale, suggerendo indirettamente che è così che si dovrebbero progettare e sviluppare i libri digitali.

Il secondo video presenta un’imminente edizione digitale de “La guerra dei mondi” di Herbert G.Wells attraverso un vero e proprio trailer:

Il trailer è molto breve e veloce, ma sembra di capire che questa ristampa elettronica (diciamo così) del celebre romanzo, considerato uno degli archetipi della “science fiction”, è ampiamente basata su inserti multimediali (video, suoni) ed elementi interattivi, e largamente integrata da veri e propri giochi ispirati al testo. Anche in questo caso sembra di poter cogliere il messaggio che è così che dovrebbero essere i libri digitali.

Potrei concludere qui, dicendo semplicemente “tutto molto bello”, come diceva un vecchio cronista sportivo, o cavandomela con un più schietto e toscano “bellino”.  Ma le motivazioni di questo breve articolo sono racchiuse in una domanda che merita più attenzione: in questo mondo 2.0 e oltre verso cui ci stiamo muovendo, c’è ancora un “campo semantico” che definisce il significato della parola libro digitale (eBook) e delimita l’orizzonte di quel territorio all’interno del quale si può ragionevolmente parlare di libri digitali? Io credo proprio di sì, anche se so bene che è molto difficile (e sarebbe oltremodo lungo e noioso) illustrarne i descrittori e le variabili. Tuttavia, penso che si possa ragionevolmente concordare sul fatto che i libri digitali, in quanto libri, sono prima di tutto “tecnologie della conoscenza”, e che quali che siano le mutazioni genetiche a cui sono sottoposti nelle epoche di transizione tra modi tradizionali e modalità più innovative di concepirli e produrli, non si possa prescindere da questa loro funzione primaria, né dal legame tra questa funzione e la mediazione fondamentale della scrittura. Questo non significa che al di fuori di questa definizione di campo non si possa parlare di tecnologie e conoscenza: ma non si tratterà più di libri. Si configureranno piuttosto altre categorie, che potremmo definire, ad esempio, tecnologie dell’informazione e della comunicazione per la conoscenza, per comprendere le quali dovremo tuttavia elaborare e applicare nuovi parametri di giudizio e di merito, che ci permettano di andare oltre la superficie della patina tecnologica e di valutare la reale profondità e consistenza dei significati che essa, eventualmente, racchiude.

Ma non è così. Sarebbe logico che lo fosse, ma non lo è. Nei giudizi e nei ragionamenti prevale l’impatto, non la consistenza. L’apparenza, non i reali significati. E anche una certa confusione terminologica. Le realizzazioni che ho citato, ad esempio, a rigor di logica dovrebbero essere presentate come forme di intrattenimento, o al limite come esempi di edutainment (una forma di contaminazione/rimediazione già esplorata negli anni 80 e 90). E invece si parla di libri digitali, anzi, si evidenzia il fatto che proprio questi esperimenti sono i libri digitali, come se si dovesse marcare un territorio lontano da quello tradizionalmente occupato dai libri a stampa, come se un conto fossero i libri (tradizionali, cartacei), un conto fossero gli eBook. Con buona pace di entrambi.  Questa percezione semplificata del problema non regge, e dimostra quanto sia ancora immaturo il dibattito sulla reale portata della rivoluzione digitale. Se da un romanzo si ricava un film (in italiano, più correttamente, si dovrebbe parlare di “riduzione” cinematografica) a nessuno verrebbe in mente di dire che il film è il libro, né di sostenere che il film sostituisce il libro, o ne rappresenta l’evoluzione, o è addirittura migliore del libro. Può anche darsi che lo sia (migliore del libro), ma basta ragionare un po’ per capire che il giudizio di merito e di valore andrebbe riformulato in ogni caso, tenendo conto della diversità dei codici espressivi dei due media e accettando una delimitazione del campo semantico, per cui il libro dovrà e potrà essere valutato soltanto per quello che è (un libro) e il film per quello che è (un film), utilizzando per ciascuno parametri diversi e specifici. Soltanto gli sciocchi (in realtà è capitato a tutti) semplificheranno dicendo “non ho letto il libro, ma ho visto il film”, ignorando tuttavia che questa sovrapposizione può essere considerata accettabile soltanto in rarissimi casi, ad esempio quando la scrittura è funzionale alla resa cinematografica, ovvero, più banalmente, quando il libro non è stato scritto per essere letto ma per diventare un film.

Ma il ragionamento che sto cercando di portare avanti non ha la pretesa di ripercorrere un dibattito ben noto ai semiologi e ai massmediologi: consiste piuttosto nel sostenere che, in questa fase di passaggio così densa di equivoci ed esperimenti non sempre condotti con rigore scientifico, è importante che si sappia cosa intendiamo quando parliamo di eBook, cioè di libri digitali. A me piace pensare che siano prima di tutto libri, e che dei libri rappresentino l’evoluzione naturale, logica, coerente. Mi interessa meno l’ipotesi che possano o debbano diventare “altro”, qualcosa di diverso dai libri e più vicino all’intrattenimento: temo che queste ipotesi alternative nascondano in realtà operazioni orientate ad afferrare al volo qualche quota di mercato, e temo anche che entro breve possano portare qualche nato digitale (sicuramente molto sveglio sul piano tecnologico ma non per questo necessariamente intelligente) a dire “non ho letto il libro, ma ho visto l’eBook”.  A conti fatti, temo anche che non si tratti di una semplice (si fa per dire) questione terminologica o semantica. Intravedo segnali ben più allarmanti, ad esempio la tendenza alla semplificazione (che è riscontrabile nel primo esempio, il cui taglio è sostanzialmente divulgativo, simile a quello di un documentario) e alla spettacolarizzazione (così evidente nel secondo esempio, che per inciso sembra fingere di ignorare che dal testo di Wells sono già state ricavate diverse versioni cinematografiche, almeno un paio delle quali anche pregevoli). Due tendenze analoghe a ciò che si può osservare nella politica o in altri campi, e che personalmente non condivido, poiché implicano un doppio inganno: da un lato, infatti, semplificare e spettacolarizzare un insieme di conoscenze non è, come potrebbe sembrare, un modo per agevolare i processi di apprendimento facendo leva in particolare sul fattore motivazionale, ma una forma di “riduzionismo” cognitivo, che alimenta l’idea che acquisire la conoscenza sia facile e lineare; dall’altro, semplificare e spettacolarizzare finisce col rafforzare modelli educativi trasmissivi, sostanzialmente tradizionali, nascondendoli dietro il paravento di una comunicazione multimediale che peraltro ripropone spesso e volentieri il registro linguistico rassicurante e conformista del programma televisivo.

In realtà, da quasi due decenni parliamo di coinvolgimento attivo del soggetto nei processi di apprendimento e nella costruzione di nuove conoscenze. Da altrettanto tempo parliamo di ipertestualità come modello di organizzazione non lineare delle informazioni o come modalità di attraversamento poliprospettico di quel paesaggio in progress che è il sapere, in senso epistemologico. Parliamo di reti come modalità di relazione comunicativa tra le persone. Parliamo di approccio problemico e della ricerca di soluzioni e significati come strategia educativa. Della fatica di scrivere, dell’importanza della lettura, del ruolo essenziale che gioca nell’efficacia di un libro la capacità di lasciare spazio all’immaginazione del lettore attraverso il testo. E ancora, parliamo di libri aperti, di scrittura digitale collaborativa, di nuove relazioni tra autori e lettori, di interfacce basate sull’accessibilità, l’usabilità e la relazione dinamica tra la rappresentazione sintetica e la percezione analitica nella visualizzazione delle informazioni.

Sono spazi immensi, su cui si potrebbero gettare le fondamenta per lo sviluppo di un’editoria digitale seria, rigorosa, proficua e realmente innovativa. Ma non si investe in questa direzione, né si sostiene chi è disposto a investire in questa ricerca: negli USA, come abbiamo visto, si fanno videogiochi o divulgazione scientifica di base, operazioni degnissime ma insufficienti, e sostanzialmente ancorate all’idea che la conoscenza sia una sorta di fabbisogno alimentare e i libri digitali siano pillole, integratori; in Italia non si fa neanche quello, anzi, si uccide l’editoria sperimentale agevolando accordi tra grandi gruppi editoriali (gli stessi che fino a poco tempo fa hanno ostacolato la diffusione dei libri digitali facendo del nostro paese, secondo le parole di Amazon, un mercato marginale) e operatori della telefonia il cui profilo coincide (forse non a caso, visto il dibattito politico e culturale che imperversa sui cosiddetti organi di informazione) con le forme prorompenti di una soubrette di cui personalmente ignoro il curriculum. Non penso che tutto questo, nel lungo periodo, costituisca un problema: sulla lunga distanza si vedrà chi ha saputo cogliere gli aspetti più significativi dello scenario emergente e chi invece si è limitato a offrire le caramelle ai bambini o peggio. Certo però che nel frattempo ce ne vuole di pazienza…

[addendum, 14 febbraio 2011]
Su argomenti simili a quelli affrontati in questo post segnalo:
Post C.W. (2011), Reading in the Age of Screens. Publishing Perspectives, February 11, 2011.

Intervista sulle nuove forme del libro

Reading time: < 1 minute Fabrizio Pecori mi ha intervistato per My Media, in occasione dell’uscita di “Insegnare ed apprendere con gli eBook”.

“Il rapporto tra il libro e la didattica è uno tra i più consolidati ed al tempo stesso criticamente studiati che si conosca, ma al mutare della forma del libro (e per estensione della comunicazione in generale) può e deve corrispondere una mutazione delle forme dell’apprendimento e della didattica: la rassegna ragionata di esperienze, contesti, possibilità e sperimentazioni offerta da questo eBook fornisce una analisi autorevole dei nuovi scenari tracciati ed in via di definizione. Ho avuto il piacere di parlarne con un autore”. [Fabrizio Pecori]

Intervista a Mario Rotta, My Media, marzo 2010.

Quale mercato per l’e-learning “made in Italy”?

Reading time: 4 – 6 minutes

L’obiettivo di questa riflessione è duplice: da un lato si tratta di capire se esiste e in che cosa consiste un e-learning “made in Italy”; dall’altro si cercherà di osservare quali sono le tendenze internazionali e come si sta evolvendo il mercato dell’e-learning per identificare se e cosa di ciò che si progetta e si produce in Italia in ambito e-learning può interessare altri mercati.Prima di tutto un breve ragionamento sull’e-learning “made in Italy”. Non è difficile identificarne e riassumerne le macro-fenomenologie: sperimentazioni avanzate e orientate alla formazione post-laurea nelle università, focus sull’approccio erogativo in ambito editoriale o nella formazione del personale della pubblica amministrazione, prevalenza di prodotti orientati alla formazione “obbligatoria” in ambito aziendale, limitata produzione di contenuti in lingue diverse dall’italiano, contenuti tendenzialmente generalisti (con qualche significativa eccezione specialistica radicata in contesti molto precisi, come la formazione manageriale), tendenziale assenza (anche in questo caso con qualche significativa eccezione) di e-learning providers in grado di competere su scenari più ampi e di prodotti e/o contenuti specificamente orientati verso altri mercati. Non stiamo interpretando dati (per quelli si rimanda a osservatori accreditati quali ANEE o Assinform): sono piuttosto impressioni legate alla percezione che prende forma sul fenomeno osservando i progetti più conosciuti e leggendo tra le righe delle notizie sui progetti in corso. Ma se la situazione è davvero questa, che cosa possiamo fare in concreto per cominciare a “esportare” e-learning?

Probabilmente (al di là della soluzione dei problemi “strutturali”…) dovremmo prima di tutto imparare a confrontarci di più con le tendenze dei mercati internazionali e capire, se ci interessa “vendere” e-learning all’estero, che cosa, in altri paesi, potrebbero o vorrebbero comprare in Italia: è un ragionamento semplice, che sicuramente molte imprese fanno già. La difficoltà consiste nel capire “cosa”. Proviamo a dare qualche suggerimento…

A livello internazionale (stiamo parlando di mercato e non di ricerca…) l’e-learning è ancora considerato un settore in crescita, anzi, un settore che – dopo un momento di stasi dovuto all’inevitabile reazione a un “e-boom” eccessivamente ottimista che si colloca tra gli anni 1997 e 2002 – si sta consolidando e sta nuovamente crescendo. Ovviamente, sono cambiate le aspettative. Non solo ci si aspetta più professionalità e meno improvvisazione, ma è evidente l’interesse per alcune “applicazioni”: c’è molto interesse per le soluzioni “rapide” (che significa sia strumenti per produrre contenuti e corsi in modo veloce ed economico, sia corsi brevi e con un evidente valore aggiunto in termini di efficacia…), per le applicazioni orientate alla valorizzazione della mobilità (ovvero tutto ciò che può essere erogato/gestito via podcast, mobile devices o lettori di eBook), per i contenuti specialistici (di contenuti generalisti ce ne sono ormai anche troppi…) e per gli ambienti di apprendimento flessibili e integrati, meglio se attenti al fenomeno delle reti sociali, intese tuttavia come opportunità per modellare comunità professionali trasversali rispetto ad un ambito o consolidare pratiche di condivisione e collaborazione nelle organizzazioni. Queste tendenze sono documentate, e ogni giorno se ne parla sui principali blog o tra gli analisti dei “learning trends”, insieme ad altri desiderata che riguardano le politiche per l’educazione e per l’accesso alle informazioni, la semantica del web e l’integrazione tra tecnologie e bisogni degli utenti. Che cosa possiamo fare?

Partendo da una situazione concreta, possiamo provare a capire, ad esempio, che cosa potrebbe interessare al mercato ispanico e latino-americano, al di là degli accordi bilaterali tra partners su progetti particolari. In linea con gli scenari descritti si ritiene che imprese italiane orientate all’e-learning potrebbero costruire opportunità interessanti almeno per questa serie di applicazioni e prodotti:

  • contenuti, e in particolare corsi brevi e flessibili di lingua e cultura italiana, arte e archeologia (in varie lingue) per tutti i livelli, così come corsi e materiali avanzati per integrare percorsi formativi specialistici, in ambiti quali le scienze della terra e dell’ambiente, il restauro (dove siamo riconosciuti i migliori al mondo…), la medicina, la chimica, la biologia, la moda e il design;
  • editoria elettronica per la mobilità, ad esempio e-Books di letteratura italiana con traduzione, materiali di supporto al turimo in Italia, guide personalizzabili, repertori di musica classica;
  • soluzioni innovative e percorsi formativi per professionisti dell’e-learning, e in particolare per e-tutor, mediatori di informazioni, manager didattici (almeno in inglese, meglio se in altre lingue diffuse…);
  • tecnologie integrate per l’apprendimento continuo e in particolare know-how per la personalizzazione di ambienti software orientati al social networking e al knowledge management o per la ricerca e la progettazione di soluzioni funzionali all’innovazione in medie e grandi organizzazioni.

Sono soltanto alcune idee, delle ipotesi di lavoro: ma chi si riconosce in queste riflessioni e pensa di rispondere ai profili che queste indicazioni di mercato implicano potrebbe cominciare proprio da qui, per impostare su queste basi una strategia efficace.