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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


Autori, lettori e valore del lavoro intellettuale nella società della conoscenza: una modesta proposta

Reading time: 6 – 10 minutes

Questa modesta proposta deve molto a una serie di letture e di riferimenti che citerò e ad alcuni episodi (anche spiacevoli) che ho personalmente affrontato. Si tratta di dare una risposta (sia pure ipotetica, provvisoria, parziale…) a una domanda che ci si pone da diverso tempo ma che soprattutto negli ultimi anni – ad esempio da quando si è cominciato a parlare sistematicamente di social networking, di eBook e di distribuzione aperta dei contenuti in rete – sta diventando sempre più pressante: come si può riconsiderare e ridefinire il valore del lavoro intellettuale nella società della conoscenza? Provo subito a circoscrivere l’ambito del ragionamento. Non parlerò di copyright o di licenze di distribuzione, su cui è già stato detto, scritto e fatto moltissimo, e su cui rimando volentieri al bel contributo su “La conoscenza come bene comune” curato da Paolo Ferri per Bruno Mondadori. Parlerò invece del valore di ciò che ciascuno di noi elabora e distribuisce in rete, del lavoro che implica e di come si potrebbe riconoscerlo e valorizzarlo.

Mi vengono subito in mente un paio di letture e riferimenti. La prima lettura è un vecchio testo di Max Weber, che un secolo fa spiegava già molto lucidamente che l’attività intellettuale è una professione a tutti gli effetti e in quanto tale dovrebbe garantire a chi la svolge un guadagno, tipicamente attraverso forme di pagamento diretto o indiretto dei prodotti di quell’attività da parte di chi ne usufruisce. Oggi sembrano affermazioni scontate, e per di più superate. Ma a suo tempo non erano banali: era ancora diffusa una certa visione romantica della cultura come qualcosa di etereo, che non può sporcarsi con del “vile” denaro. Eppure (ecco un secondo riferimento che mi viene in mente) l’argomento era e restò attuale per molto tempo, tanto che nel 1960 Ted Nelson ne recupera, per così dire, il framework di base tra i presupposti stessi del progetto Xanadu. Un’idea semplice e geniale, che immaginava una rete di persone che svolgono un lavoro intellettuale (ad esempio scrivono un articolo) utilizzando il lavoro intellettuale di altre persone in modo trasparente e riconoscendo alla fonte un guadagno. Proprio così, basta rileggere le 17 regole originarie del progetto per capire che questi aspetti, il valore del lavoro intellettuale e il suo riconoscimento materiale, sono parte integrante di quella splendida utopia. Poi sappiamo com’è andata, le reti sono diventate a poco a poco una realtà, certe dinamiche allora soltanto anticipate sono diventate prassi. Ma ancora stiamo discutendo del trust level del web semantico; e del valore della conoscenza. Tra posizioni estreme che vanno dalla difesa del meccanismo obsoleto del copyright da parte di molti editori che non hanno capito che non si può applicare ai prodotti immateriali (ad esempio un eBook) la stessa logica che ha regolato per decenni la distribuzione di oggetti fisici (ad esempio i libri), all’idea affascinante ma distorta che la conoscenza sia e debba essere sempre e comunque gratuita, confondendo forse la gratuità con l’accessibilità.

In realtà, dovremmo ragionare sul fatto che dietro ogni frammento della rete, dietro ogni nota su FaceBook, dietro ogni ricerca condivisa, dietro ogni post di ogni blog, dietro ogni pagina di ogni wiki, dietro ogni articolo, o serie di slides, o registrazione, o eBook, c’è del lavoro intellettuale. Che in quanto tale ha, o dovrebbe avere un valore. Perché allora chi ha svolto quel lavoro di solito non ci guadagna nulla? La risposta consiste quasi sempre nel ribadire il principio essenziale di equità che ispira la filosofia della condivisione peer-to-peer : nella società della conoscenza ciascuno condivide risorse proprie per poter utilizzare risorse condivise da altri, attivando e mantenendo un’ipotetico circuito virtuoso di scambi in grado di imprimere alla conoscenza in quanto tale una spinta incrementale. D’accordo, tutto molto bello: ma siamo proprio sicuri che funzioni così? A me il meccanismo reale sembra molto più asimmetrico (e qui entrano in gioco anche varie vicende personali): quante volte vi è capitato di constatare che la vostra partecipazione a un network implicava un impegno molto superiore a quello di altri partecipanti teoricamente (e talora anche formalmente) alla pari? E quante volte avete avuto la spiacevole sensazione che i materiali che avevate correttamente diffuso in rete in licenza CC erano stati scaricati e utilizzati anche in contesti dove chi li utilizzava otteneva un vantaggio diretto o indiretto grazie al vostro lavoro, mentre voi non avreste ottenuto mai nulla da quegli stessi utilizzatori? Qualcosa non funziona in questa configurazione aprioristicamente aperta e ostinatamente ottimistica, probabilmente perché un conto è considerare le potenzialità latenti di tutti gli utenti della rete come ipotesi per uno scenario ideale, un conto è ammettere che nella realtà gli utenti non sono tutti uguali, non si ispirano agli stessi principi e non condividono di fatto i doveri che l’interagire in un contesto sociale (quale è la rete) ed esercitare in quello stesso contesto dei diritti ragionevolmente imporrebbe. Inoltre, bisogna ammettere che per quanto si possa riconoscere che il lavoro intellettuale che si svolge in rete implica e rappresenta un valore, non si sa bene come calcolarlo e quantificarlo.

Ed è proprio qui che si colloca il senso di questa mia modesta proposta. Mi ispiro in parte alle “banche del tempo”, in parte alle transazioni virtuali di ambienti come Second Life. Per suggerire un’ipotesi non certo innovativa ma spero concreta, e soprattutto organica. Propongo che si fondino e si gestiscano delle “banche della conoscenza“, che potrebbero anche rappresentare l’evoluzione del ruolo degli editori nella società della rete. Come funziona una “banca della conoscenza”? E cosa implica per gli autori e gli utenti? Le transazioni in denaro non c’entrano nulla. E nemmeno la gestione di prodotti e servizi, o gli ambienti di sharing a cui talora si associa il termine “knowledge bank“. Piuttosto, dovrebbe consistere in una sorta di infrastruttura di garanzia. Io me l’immagino così:

  • Tutti gli utenti hanno un “conto” in una banca della conoscenza. Il conto iniziale è uguale a zero.
  • Ogni utente attribuisce un valore a ciò che elabora e decide di condividere in rete. Il valore attribuito potrebbe essere calcolato sulla base del lavoro richiesto dall’elaborazione che si sta condividendo: se ad esempio, per pubblicare un post su un blog sono state necessarie 3 ore di lavoro, si potrebbe attribuire al post pubblicato un valore pari a 3.
  • Ogni volta che un altro utente utilizza quel post (scaricandolo, stampandolo, citandolo o semplicemente mostrandolo e commentandolo in un contesto) il valore corrispondente (ad esempio 3) viene addebitato sul conto dell’utente/lettore e accreditato sul conto dell’utente/autore. Col tempo gli utenti/autori più utilizzati vedranno il proprio conto crescere, gli utenti/lettori che utilizzano più risorse ma non ne producono o non ne condividono risulteranno debitori. Su questa base si potrebbe anche calcolare il valore delle interazioni, o il valore delle risorse, nonché la “reputazione” degli utenti.
  • Ogni utente può utilizzare gli eventuali crediti accumulati per acquisire risorse prodotte e distribuite da altri. Per quanto riguarda i debiti contratti, al contrario, si potrebbe anche pensare ad una loro periodica riconversione in denaro reale, da ridistribuire tra gli utenti creditori: in questo modo gli utilizzatori che non producono e non distribuiscono risorse diventerebbero una forma indiretta di sostegno economico agli utenti che interpretano meglio lo spirito della rete, e questo potrebbe rappresentare per gli uni uno stimolo a collaborare all’elaborazione e alla distribuzione di nuove conoscenze, per gli altri un incentivo alla qualità e un premio al lavoro svolto. Chi gestisce la “banca della conoscenza” potrebbe anche ricavare un guadagno da queste transazioni.
  • Nulla vieta di esplorare altre forme e modalità di conversione dei crediti maturati, così come dei debiti accumulati. In ogni caso, in attesa di nuove ipotesi di calcolo e riconoscimento del valore del lavoro intellettuale, si avrebbero dei parametri di riferimento utili per identificare e riconoscere la “ricchezza” reale in rete, ovvero la capacità degli utenti di utilizzare in modo trasparente delle risorse e delle conoscenze per costruire e distribuire altre risorse e altre conoscenze.

Certo, gestire una “banca della conoscenza” non si prospetta nè semplice nè immediatamente redditizio. A meno che ad altri non vengano idee migliori, che possano contribuire a perfezionare questa ipotesi di lavoro. Ad esempio, leggendo alcuni commenti al link a questo post su FaceBook, mi viene in mente che forse, per agevolare l’avvio di un processo di questo genere, si potrebbe o si dovrebbe lavorare sui metadata delle risorse (ovvero affiancare la ricerca già in atto, quella orientata al web semantico), prevedendo un campo “valore” il cui contenuto possa essere letto, utilizzato come riferimento, calcolato e recuperato a cura delle banche della conoscenza. Ma il problema è come rendere univoco il processo, come gestire ad esempio la scissione iniziale tra contenuti aperti e gratuiti (ovvero senza valore attribuito), contenuti con un valore di scambio funzionale e contenuti protetti e a pagamento…

Sull’argomento segnalo (grazie a un suggerimento di Agostino Quadrino): Grazzini, “L’economia della conoscenza oltre il capitalismo”, Codice Edizioni.

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Antonello
Antonello

Interessante proposta. Hai citato Paolo Ferri. Grande! E' stato il relatore della mia tesi. Antonello
ibridamenti
ibridamenti

Interessantissimo il post e il dibattito :-) Anche se sono reduce da una colica renale, fosso due appunti e mi …
Giorgio Jannis
Giorgio Jannis

Lo dicevo a Mario (qui sopra, nel commento sul pensiero "industriale"; poi lui mi ha risposto per bene) lo ribadisco …
Mario Rotta
Mario Rotta

Sono assolutamente d'accordo con Giorgio quando ricorda che la nostra identità in rete dovrebbe essere autonoma, e direi anche "unica": …
Giorgio Jannis
Giorgio Jannis

E' argomento che anche qui abbiamo sfiorato, parlando di micropagamenti: le nuove forme di remunerazione. In seguito all'annuncio di Google del …

Gli eBook, le fonti e la rivoluzione digitale

Reading time: 3 – 5 minutes

Parliamo ancora di eBook partendo da una riflessione informale che mi sono ritrovato a fare nel corso del convegno “Classroom Anywhere” (organizzato a Bari dall’Istituto Marco Polo) e che ha suscitato alcune reazioni controverse. La mia osservazione era molto semplice: un eBook reader (ovvero un dispositivo portatile a “inchiostro elettronico”) può “contenere” una quantità pressoché illimitata di testi digitali; in ambito educativo questo significa – tra le altre cose – che anziché essere costretti a ricorrere a una selezione di alcuni testi o parti di testi (come abitualmente si fa adottando delle “antologie”), si potrebbero raccogliere integralmente su una memoria solida tutti i testi di uno specifico dominio epistemologico in modo che ciascuno (ad esempio uno studente) possa averli sempre a portata di mano e consultarli in qualunque momento. Questo approccio (ecco il succo della mia riflessione) potrebbe da un lato modificare radicalmente il rapporto che abbiamo (e che soprattutto i ragazzi hanno) con le fonti, dall’altro spingere gli insegnanti a esplorare nuovi modi di affrontare, che so, una storia della letteratura, o la storia in quanto tale, o qualsiasi altra materia che si appoggia su documenti che un conto è avere sempre a disposizione in versione integrale, un conto è dover andare faticosamente a cercare nelle biblioteche o online (nella migliore delle ipotesi) o dover consultare attraverso i frammenti incompleti di un compendio antologico. Non mi sembrava di aver detto nulla di sconvolgente. Tuttavia, in quella stessa occasione (e anche in altre) sono subito emerse posizioni contrarie all’ipotesi delineata e apertamente orientate alla difesa dell’importanza delle antologie proprio in quanto selezioni ragionate e criticamente commentate. Per quanto mi riguarda, anche se comprendo le ragioni di queste diverse posizioni, non le condivido, per una serie di ragioni che vado a spiegare. La prima ragione è che le “antologie” (in quanto tali, e più in generale tutti i compendi selettivi) esprimono comunque uno e un solo punto di vista su un dominio epistemologico. Potranno anche essere ben fatte e l’autore potrà anche essere professionalmente ineccepibile: sta di fatto che sono e restano una scelta di parte, spesso legata a una visione romantica e militante, o addirittura a un’interpretazione ideologicamente connotata. E proprio perché basate su una scelta, in sostanza, suggeriscono e spesso determinano ciò che è importante e ciò che non lo è, ciò che a parere dell’autore dovrebbe essere visibile e ciò che non vale la pena di osservare o rileggere. Un po’ come le guide dei musei, che personalmente ho sempre detestato perché cercano di privare il visitatore del piacere di esplorare. Proporre selezioni o compendi, ovviamente, è lecito, e valutarne il “taglio” può anche essere interessante: ma trovo che contrasti apertamente con quasi tutte le “evidenze” della pedagogia contemporanea, che convergono sulla centralità e sul ruolo attivo dello studente nei processi di apprendimento, sulla valorizzazione degli stili cognitivi, sulla personalizzazione dei percorsi, sull’insegnamento come mediazione, sull’apprendimento come scoperta guidata dalla serendipity e sulla conoscenza come costruzione o co-costruzione fondata sulla creatività, la rielaborazione personale e l’approccio problemico. Questa pedagogia (così come la società della conoscenza che si va configurando attraverso il cosiddetto web 2.0 e release successive) ha bisogno di fonti e non di “passi scelti”, di documentazione estesa, non di selezioni di parte, di strumenti con cui confrontarsi apertamente, non di punti di vista parziali. La seconda ragione per cui sento di poter sostenere una posizione aperta alle raccolte integrali di fonti testuali rese possibili dai formati digitali e dai devices portatili è che è proprio questa opportunità che rende tangibili alcuni fondamenti della società della conoscenza. Mi riferisco al valore che la conoscenza esprime nel momento in cui risulta integralmente accessibile a tutti e al significato che può assumere nel momento in cui ciascuno può disporne liberamente per rielaborarla e integrarla con le proprie conoscenze. Sul primo aspetto la rete ha un ruolo essenziale, il secondo è lo scenario in cui potrebbero collocarsi gli eBook, soprattutto nel loro significato esteso di contenitori potenziali di raccolte integrali di testi e documenti annotabili, in una parola, nella loro natura di “biblioteche digitali”. Non sono forse argomentazioni valide e sufficienti?

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kika
kika

Sono pienamente d'accordo. Ritengo le motivazioni espresse sicuramente valide ed ampiamente sufficienti per motivare l'utilizzo degli e-book nelle scuole. Ritengo questo …
Riccarda Suppini
Riccarda Suppini

In ogni caso, benvengano gli e-book! Anche dovesse trattarsi di "riproposizioni in pdf" dei testi tradizionali esistenti, espressione della scelta …
Salvo Piccinini
Salvo Piccinini

gent. prof. Rotta, trovo la sua proposta estremamente interessante, ma poco praticabile. tenterò di spiegarmi a partire da un esempio. qualche anno …
Lidia N.
Lidia N.

“Ladri di IDEE” Gli eBook nelle strategie di apprendimento orientate alla mobilità e all’ubiquità di Mario Rotta PAG. 57(Banche della conoscenza) Società …

Digitalia et mirabilia

Reading time: 4 – 7 minutes

Torno a parlare di eBook, o meglio, di un problema specifico che è stato anche recentemente oggetto di discussione tra i sostenitori (spassionati) della rivoluzione digitale e i più prudenti critici sui vantaggi dei libri elettronici. Uno degli argomenti di cui si è parlato molto, in particolare, è il presunto risparmio economico che gli eBook garantirebbero agli utenti e non solo: c’è chi sostiene che questo risparmio sarebbe consistente, chi invece afferma che non si risparmia nulla, anzi (posizioni simili sono emerse anche nel convegno del 17 marzo a Roma). Personalmente, si sa, faccio parte di chi sta cercando di accelerare la rivoluzione digitale, nonostante la mia consolidata passione per i vecchi libri illustrati e le edizioni antiche. Ma su un tema come quello del vantaggio economico degli eBook non penso che si debba parlare lasciandosi trascinare dall’emotività. Penso piuttosto che si debbano cercare dati certi, valutare studi, confrontare testimonianze e sperimentazioni concrete. Così mi sono messo a cercare risorse specifiche sull’argomento e sono rimasto molto colpito da un articolo di un bibliotecario e un ricercatore pubblicato su D-Lib Magazine nel 2003: Comparing Library Resource Allocations for the Paper and the Digital Library. Lo studio mette a confronto in modo molto accurato, elaborando grafici comparativi su vari parametri, il costo di allestimento, mantenimento e gestione di una biblioteca tradizionale e di una digitale, quando ancora di biblioteche digitali si parlava poco e male. Non si esprimono giudizi particolari, ma la diversissima ripartizione delle percentuali di spesa rispetto alle varie voci nei due casi analizzati emerge in modo impressionante. Gli autori concludono (nel 2003) che è ormai più che conveniente pensare a biblioteche digitali anziché continuare a immaginarne di analogiche. Credo che valga la pena leggere lo studio anche per chi volesse ragionare sulla sua propria biblioteca: ci sono quanto meno elementi per capire che mentre costruire una biblioteca tradizionale implica investimenti consistenti nella logistica e nella manutenzione, costruire una biblioteca digitale permette di “spostare” l’utilizzo del denaro (e del tempo) su aspetti ben più interessanti, quali la selezione e l’organizzazione. Stimolato dal contributo sono andato in cerca di altri esempi. Ho trovato una riflessione ben documentata sulla differenza di costo tra un archivio analogico e un archivio digitale in azienda (Digital vs. Paper. Which Costs Less AND Drives More Sales?): il costo del digitale pare che implichi un risparmio medio del 75 per cento. Ho apprezzato un blog di un bibliotecario inglese sulla “digital preservation” in cui si mettono a fuoco 5 vantaggi strategici del digitale, tra cui quelli indiretti ma di grande impatto sociale rappresentati dalla diminuzione del consumo della carta e del relativo inquinamento (ribaditi rimandando a dati governativi americani anche in un articolo pubblicato sul Los Angeles Times). E mi è piaciuto molto anche il racconto di un autore che ripercorre la sua valutazione della convenienza o meno di pubblicare in formato digitale piuttosto che su carta. Non salto a facili conclusioni. Aggiungo soltanto qualche ulteriore spunto (legato all’esperienza personale) per riflettere meglio su questi argomenti. Prima di tutto distinguerei il problema in vari “segmenti”: gli archivi, le biblioteche e le raccolte personali di libri (segmento in cui rientra anche l’uso dei libri a scuola). Per quanto riguarda gli archivi penso proprio che ormai i formati digitali abbiano reso evidenti dei vantaggi “netti”: se osservo il mio archivio della fine degli anni 80 non posso fare a meno di notare che è una pila di carta che occupa oltre 1 metro di scaffali e dove è diventato difficile ritrovare qualcosa (anche se ho studiato archivistica e ho sempre archiviato con molta cura); nel corso degli anni 90 il mio archivio cartaceo è via via più snello ma occupa ancora 50-60 centimetri di scaffale all’anno. Il mio archivio cartaceo del 2008 è una cartella di 5 o 6 centimetri di spessore, giusto l’essenziale. Usare i formati digitali con intelligenza mi ha permesso cioè di diminuire drasticamente la carta e contribuire alla salvaguardia dell’ambiente, contrariamente all’ipotesi mai dimostrata ma sostenuta da molti secondo cui l’uso del PC e la scrittura digitale non soltanto non permetterebbero di risparmiare carta ma ne aumenterebbero addirittura il consumo. Per quanto riguarda le biblioteche rimando agli articoli citati: aggiungo soltanto che bisogna ragionare sulla trasformazione della biblioteca da spazio fisico a luogo virtuale. Che ci piaccia o no è quello che sta accadendo, e se è vero che questo potrebbe comportare la perdita di un importante punto di riferimento legato al territorio è anche vero che quella infinita biblioteca digitale che è la rete permette (sempre attraverso la mediazione dell’intelligenza) due salti di qualità importantissimi, l’accesso (teoricamente) incondizionato a qualsiasi risorsa e la moltiplicazione esponenziale delle garanzie di conservazione e trasmissione della conoscenza affidata ai linguaggi, compresa quella enorme massa di “letteratura grigia” che le biblioteche tradizionali perdono, dimenticano o nascondono. Resta infine il problema delle raccolte personali di libri, o di libri scolastici, o di testi necessari per un percorso di studi universitario. La mia esperienza personale a distanza di anni mi sussurra che se per mettere insieme la bibliografia su cui ho lavorato per la mia tesi di laurea ho speso 3 anni e non so neanche quanto denaro, negli ultimi 3 anni ho accumulato diverse centinaia di eBook e ePaper spendendo pochissimo, o meglio, spendendo qualcosa in più per acquistare quei volumi che ritenevo indispensabili ma non erano disponibili in formato digitale. Se fossi uno studente o una famiglia con un figlio alle superiori non avrei dubbi su quale strategia seguire e su quale investimento strategico attuare in questo momento.

Comunicare diversa-mente

Reading time: < 1 minute Capitani P. e Rotta M. (eds) (2008), Comunicare diversa-mente: gli scenari della comunicazione e lo spazio dell’informazione. 2 voll. (eBook). Roma, Garamond.

Primi eBook di una collana sulla “conoscenza digitale”, sono scaricabili gratuitamente (per utenti registrati) dal portale di Garamond. Link diretto: http://ebooks.garamond.it/index.php?risorsa=index.

Overload 2.0: la società della conoscenza proibita

Reading time: < 1 minute Rotta M. (2007), Overload 2.0: la società della conoscenza proibita. In corso di pubblicazione…
Testo (versione draft)
Slides (intervento alla giornata di studio “Apprendere, socializzare, conoscere con le tecnologie”, Firenze, 30 marzo 2007)

Condizioni di utilizzo: Creative Commons 2.5, attribuzione, non commerciale, non opere derivate (informazioni dettagliate).

Strategie di ricerca e risorse didattiche in rete

Reading time: < 1 minute Le risorse didattiche in rete: ricerca e selezione di informazioni in Internet, in Capitani P. (a cura di), “Scuola domani, Milano, Franco Angeli, 2006, pp. 112-138″.

Testo (variante)
Link alla scheda del volume

Condizioni di utilizzo: Creative Commons 2.5, attribuzione, non commerciale, non opere derivate (informazioni dettagliate).

Sulla società della conoscenza

Reading time: < 1 minute Sulla società della conoscenza, introduzione al volume: Capitani P. (2003), Il servizio informativo, Milano, Editrice Bibliografica.

Testo integrale [PDF, IT]

Condizioni di utilizzo: Creative Commons 2.5, attribuzione, non commerciale, non opere derivate (informazioni dettagliate).

Risorse Internet e strategie di ricerca

Reading time: < 1 minute Rotta M. (1999), Risorse Internet sulla cooperazione in campo educativo: situazioni e strategie di ricerca, in "La scuola in rete. Problemi ed esperienze di cooperazione online", a cura di Pier Cesare Rivoltella, Collana Kinoglaz Media, Santhià, GS Editrice. Testo integrale (variante, PDF, IT)

Condizioni di utilizzo: Creative Commons 2.5, attribuzione, non commerciale, non opere derivate (informazioni dettagliate).