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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


Ma la scuola ha ancora un futuro?

Reading time: 1 – 2 minutes

Al Future Forum 2013 di Udine si è parlato in questi giorni del futuro della scuola e di come cambiano i modi di elaborare e condividere la conoscenza nel mondo digitale. Ecco un video registrato da Giorgio Jannis per Friuli Future Forum in cui cerco di esprimere alcuni concetti essenziali:

Attraverso questo link si può accedere anche alla pagina che ripercorre – attraverso altre registrazioni video, sintesi trascritte e commenti – la conversazione che si è svolta nel pomeriggio del 5 novembre. Oltre al sottoscritto sono intervenuti Salvatore Giuliano (con un video) e Agostino Quadrino, moderati da Armando Massarenti. Il taglio degli interventi è volutamente “militante”, talora provocatorio: l’obiettivo è rimettere in movimento una discussione a 360 gradi sul significato stesso della scuola come ambiente di cambiamento per i cittadini di domani.

Un esempio di eccellenza

Reading time: 4 – 6 minutes

Spesso, quando ci si riferisce alla realtà universitaria italiana, si evidenziano soprattutto le carenze di un sistema della formazione che non appare troppo orientato all’innovazione e all’eccellenza, e talora, anzi, sembra che voglia fare di tutto per impedire che emergano esempi positivi. Non è sempre così: anche nelle università italiane (o nonostante le università italiane) possono prendere forma progetti innovativi e aree di eccellenza, che di solito assumono due forme, quella dei laboratori e dei centri di ricerca specializzati in ambiti molto specifici (di solito legati alla nostra tradizione), e, più raramente, quella delle scuole speciali, dei percorsi di studio avanzati centrati sul merito, sulla motivazione e sul “potenziamento” (brutta parola, ma efficace) delle competenze e degli interessi degli studenti. A quest’ultima categoria sembra appartenere la Scuola Galileiana di Studi Superiori dell’ Università di Padova, su cui pubblichiamo volentieri una scheda che ne illustra sinteticamente le caratteristiche e l’attività.

Dal sito della Scuola Galileiana di Studi Superiori

Scheda (fonte: Scuola Galileiana di Studi Superiori di Padova)
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La Scuola Galileiana di Studi Superiori di Padova è una scuola di eccellenza per 24 giovani diplomati che si iscrivono al primo anno di uno dei corsi dell’Università di Padova. Un percorso parallelo al normale corso universitario che mette a disposizione dei suoi studenti due classi: una umanistica “Scienze Morali”  ed una scientifica “Scienze Naturali”. Il bando per l’ammissione al prossimo anno accademico sarà disponibile nel sito da giugno. La Scuola cerca di promuovere la cultura in tutte le sue forme coinvolgendo i suoi allievi, ma soprattutto i giovani in generale, all’interno di incontri, seminari ed iniziative culturali. Una realtà formativa di stampo classico che si interfaccia coi giovani quotidianamente, per migliorare il proprio servizio anche on line grazie ai social network. La Scuola è presente infatti su Facebook, Twitter, Linkedin e Google Plus, in particolare sulla Fan Page Facebook, la Scuola ha proposto alcuni sondaggi per investigare sul mondo universitario. Recentemente è stato domandato agli utenti la loro opinione su come migliorare le facoltà umanistiche, per renderle più appetibili ai giovani ma soprattutto per connetterle maggiormente al tessuto sociale e al mondo del lavoro. Una delle soluzioni più votate è stata l’integrazione di settori disciplinari scientifici ma soprattutto operativi all’interno di queste facoltà. Secondo molti partecipanti, solo attraverso la messa in pratica un giovane può addentrarsi nel lavoro vero, per comprendere se quel determinato percorso è indicato per le proprie peculiarità. Un’esperienza lavorativa, al giorno d’oggi, è molto importante per maturare quel senso di fiducia nei propri mezzi e nelle proprie possibilità che spesso manca a molti giovani. Altro dato emerso è la necessità di avvicinare il mondo universitario a quello aziendale mediante stage mirati, ma soprattutto incontri ufficiali ed informali che coinvolgano gli studenti all’interno di aziende ed organizzazioni, in grado di offrire una reale esperienza di crescita e formazione. In questi ultimi anni è diventato fondamentale insegnare agli studenti delle facoltà umanistiche nozioni connesse agli strumenti che la rete mette a disposizione ma anche al fare rete, trasmettendo alle nuove leve l’importanza delle idee e dello sviluppo delle stesse. Facoltà umanistiche che possono diventare terreno fertile non solo per futuri docenti, ricercatori e per chi vuole cimentarsi col mondo dell’informazione e della produzione di contenuti online e offline, ma anche per chi vuole fare impresa o lanciare una start-up. L’università del futuro deve quindi insegnare delle materie, ma anche indicare una via ai suoi studenti. Questo potrà avverarsi solo se tutti gli attori interessati, scuola, aziende ma anche la politica e gli stessi giovani, prenderanno atto del reciproco ruolo, delle possibilità e delle richieste, trovando terreni comuni di influenza.
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Forse è ancora presto per dire se sia questa la strada giusta da percorrere per rinnovare e rilanciare gli studi universitari in Italia: il problema dei centri di eccellenza, talora, consiste proprio nel loro carattere di “eccezionalità”, in una parola nella difficoltà di riprodurne il modello a meno che non si verifichino condizioni particolari,  spesso legate a fenomenologie collocate nello spazio e nel tempo, non esportabili. Ma l’idea di avviare un percorso attraverso cui un gruppo ristretto di studenti possa recuperare una sorta di visione universale della conoscenza, superando l’ormai obsoleta distinzione tra studi di ambito umanistico e di ambito scientifico, è sicuramente interessante; così come l’ipotesi che gli stessi studenti si facciano interpreti di bisogni e istanze reali, reindirizzando in qualche modo il focus dell’offerta universitaria verso pratiche di confronto più consistente con il tessuto sociale. Vedremo. Nel frattempo, auguriamo alla scuola di esplorare territori che possano diventare patrimonio di tutti.

Sperimentando: eBook e iPad a scuola

Reading time: 2 – 2 minutes

Venerdì 8 aprile 2011 si è svolto a Milano, nell’auditorium Nervi (grattacielo Pirelli), il convegno “E-didattica. Tecnologie e contenuti digitali a scuola e in biblioteca“, organizzato dall’Ufficio Scolastico Regionale per “presentare alcune delle esperienze più significative nel campo dell’innovazione didattico-metodologica attraverso l’utilizzo di tecnologie e prodotti digitali nelle scuole e nelle biblioteche lombarde”. In quella occasione, insieme a Dianora Bardi, altri insegnanti coinvolti nel progetto e alcuni studenti, abbiamo presentato in modo dettagliato i primi risultati della sperimentazione in corso al Liceo Lussana di Bergamo, su cui sta prendendo forma un sito di documentazione (al momento riservato) e stanno continuando ad uscire articoli e commenti: la sperimentazione consiste nell’utilizzo integrato di iPad ed eBook Reader come ambienti di apprendimento personalizzati e come strumenti per insegnare e apprendere. Dal monitoraggio della sperimentazione cominciano a emergere alcuni dati interessanti e tracce utili per approfondire la ricerca in questa direzione: in sintesi, ecco quanto osservato fino a questo momento elaborando e interpretando questionari, diari di bordo e altre informazioni ricavate dal monitoraggio effettuato. Sulla ricerca uscirà anche un eBook, che ne presenterà dettagliatamente i presupposti, la metodologia, gli strumenti e le ricadute osservate.

Mario Rotta, Sperimentando. Tecnologie mobili, contenuti digitali personalizzati e innovazione nei processi educativi. Slides a integrazione dell’intervento al convegno [PDF, IT]

Non ho letto il libro, ma ho visto l’eBook

Reading time: 7 – 12 minutes

Questo ragionamento comincia con due video che presentano due progetti di editoria digitale. Il primo illustra un’applicazione sulla tavola periodica degli elementi per iPad:

L’autore parla della sua realizzazione con molta cognizione di causa e spiega che per affrontare certi argomenti è importante poter interagire in modo diretto con le informazioni, manipolare immagini e modelli tridimensionali, esplorare formule e molecole, per poi concludere che la tecnologia digitale in generale, e in particolare l’iPad, si prestano particolarmente alla rielaborazione/ripensamento di un vecchio libro di chimica di base in forma di applicazione multimediale, suggerendo indirettamente che è così che si dovrebbero progettare e sviluppare i libri digitali.

Il secondo video presenta un’imminente edizione digitale de “La guerra dei mondi” di Herbert G.Wells attraverso un vero e proprio trailer:

Il trailer è molto breve e veloce, ma sembra di capire che questa ristampa elettronica (diciamo così) del celebre romanzo, considerato uno degli archetipi della “science fiction”, è ampiamente basata su inserti multimediali (video, suoni) ed elementi interattivi, e largamente integrata da veri e propri giochi ispirati al testo. Anche in questo caso sembra di poter cogliere il messaggio che è così che dovrebbero essere i libri digitali.

Potrei concludere qui, dicendo semplicemente “tutto molto bello”, come diceva un vecchio cronista sportivo, o cavandomela con un più schietto e toscano “bellino”.  Ma le motivazioni di questo breve articolo sono racchiuse in una domanda che merita più attenzione: in questo mondo 2.0 e oltre verso cui ci stiamo muovendo, c’è ancora un “campo semantico” che definisce il significato della parola libro digitale (eBook) e delimita l’orizzonte di quel territorio all’interno del quale si può ragionevolmente parlare di libri digitali? Io credo proprio di sì, anche se so bene che è molto difficile (e sarebbe oltremodo lungo e noioso) illustrarne i descrittori e le variabili. Tuttavia, penso che si possa ragionevolmente concordare sul fatto che i libri digitali, in quanto libri, sono prima di tutto “tecnologie della conoscenza”, e che quali che siano le mutazioni genetiche a cui sono sottoposti nelle epoche di transizione tra modi tradizionali e modalità più innovative di concepirli e produrli, non si possa prescindere da questa loro funzione primaria, né dal legame tra questa funzione e la mediazione fondamentale della scrittura. Questo non significa che al di fuori di questa definizione di campo non si possa parlare di tecnologie e conoscenza: ma non si tratterà più di libri. Si configureranno piuttosto altre categorie, che potremmo definire, ad esempio, tecnologie dell’informazione e della comunicazione per la conoscenza, per comprendere le quali dovremo tuttavia elaborare e applicare nuovi parametri di giudizio e di merito, che ci permettano di andare oltre la superficie della patina tecnologica e di valutare la reale profondità e consistenza dei significati che essa, eventualmente, racchiude.

Ma non è così. Sarebbe logico che lo fosse, ma non lo è. Nei giudizi e nei ragionamenti prevale l’impatto, non la consistenza. L’apparenza, non i reali significati. E anche una certa confusione terminologica. Le realizzazioni che ho citato, ad esempio, a rigor di logica dovrebbero essere presentate come forme di intrattenimento, o al limite come esempi di edutainment (una forma di contaminazione/rimediazione già esplorata negli anni 80 e 90). E invece si parla di libri digitali, anzi, si evidenzia il fatto che proprio questi esperimenti sono i libri digitali, come se si dovesse marcare un territorio lontano da quello tradizionalmente occupato dai libri a stampa, come se un conto fossero i libri (tradizionali, cartacei), un conto fossero gli eBook. Con buona pace di entrambi.  Questa percezione semplificata del problema non regge, e dimostra quanto sia ancora immaturo il dibattito sulla reale portata della rivoluzione digitale. Se da un romanzo si ricava un film (in italiano, più correttamente, si dovrebbe parlare di “riduzione” cinematografica) a nessuno verrebbe in mente di dire che il film è il libro, né di sostenere che il film sostituisce il libro, o ne rappresenta l’evoluzione, o è addirittura migliore del libro. Può anche darsi che lo sia (migliore del libro), ma basta ragionare un po’ per capire che il giudizio di merito e di valore andrebbe riformulato in ogni caso, tenendo conto della diversità dei codici espressivi dei due media e accettando una delimitazione del campo semantico, per cui il libro dovrà e potrà essere valutato soltanto per quello che è (un libro) e il film per quello che è (un film), utilizzando per ciascuno parametri diversi e specifici. Soltanto gli sciocchi (in realtà è capitato a tutti) semplificheranno dicendo “non ho letto il libro, ma ho visto il film”, ignorando tuttavia che questa sovrapposizione può essere considerata accettabile soltanto in rarissimi casi, ad esempio quando la scrittura è funzionale alla resa cinematografica, ovvero, più banalmente, quando il libro non è stato scritto per essere letto ma per diventare un film.

Ma il ragionamento che sto cercando di portare avanti non ha la pretesa di ripercorrere un dibattito ben noto ai semiologi e ai massmediologi: consiste piuttosto nel sostenere che, in questa fase di passaggio così densa di equivoci ed esperimenti non sempre condotti con rigore scientifico, è importante che si sappia cosa intendiamo quando parliamo di eBook, cioè di libri digitali. A me piace pensare che siano prima di tutto libri, e che dei libri rappresentino l’evoluzione naturale, logica, coerente. Mi interessa meno l’ipotesi che possano o debbano diventare “altro”, qualcosa di diverso dai libri e più vicino all’intrattenimento: temo che queste ipotesi alternative nascondano in realtà operazioni orientate ad afferrare al volo qualche quota di mercato, e temo anche che entro breve possano portare qualche nato digitale (sicuramente molto sveglio sul piano tecnologico ma non per questo necessariamente intelligente) a dire “non ho letto il libro, ma ho visto l’eBook”.  A conti fatti, temo anche che non si tratti di una semplice (si fa per dire) questione terminologica o semantica. Intravedo segnali ben più allarmanti, ad esempio la tendenza alla semplificazione (che è riscontrabile nel primo esempio, il cui taglio è sostanzialmente divulgativo, simile a quello di un documentario) e alla spettacolarizzazione (così evidente nel secondo esempio, che per inciso sembra fingere di ignorare che dal testo di Wells sono già state ricavate diverse versioni cinematografiche, almeno un paio delle quali anche pregevoli). Due tendenze analoghe a ciò che si può osservare nella politica o in altri campi, e che personalmente non condivido, poiché implicano un doppio inganno: da un lato, infatti, semplificare e spettacolarizzare un insieme di conoscenze non è, come potrebbe sembrare, un modo per agevolare i processi di apprendimento facendo leva in particolare sul fattore motivazionale, ma una forma di “riduzionismo” cognitivo, che alimenta l’idea che acquisire la conoscenza sia facile e lineare; dall’altro, semplificare e spettacolarizzare finisce col rafforzare modelli educativi trasmissivi, sostanzialmente tradizionali, nascondendoli dietro il paravento di una comunicazione multimediale che peraltro ripropone spesso e volentieri il registro linguistico rassicurante e conformista del programma televisivo.

In realtà, da quasi due decenni parliamo di coinvolgimento attivo del soggetto nei processi di apprendimento e nella costruzione di nuove conoscenze. Da altrettanto tempo parliamo di ipertestualità come modello di organizzazione non lineare delle informazioni o come modalità di attraversamento poliprospettico di quel paesaggio in progress che è il sapere, in senso epistemologico. Parliamo di reti come modalità di relazione comunicativa tra le persone. Parliamo di approccio problemico e della ricerca di soluzioni e significati come strategia educativa. Della fatica di scrivere, dell’importanza della lettura, del ruolo essenziale che gioca nell’efficacia di un libro la capacità di lasciare spazio all’immaginazione del lettore attraverso il testo. E ancora, parliamo di libri aperti, di scrittura digitale collaborativa, di nuove relazioni tra autori e lettori, di interfacce basate sull’accessibilità, l’usabilità e la relazione dinamica tra la rappresentazione sintetica e la percezione analitica nella visualizzazione delle informazioni.

Sono spazi immensi, su cui si potrebbero gettare le fondamenta per lo sviluppo di un’editoria digitale seria, rigorosa, proficua e realmente innovativa. Ma non si investe in questa direzione, né si sostiene chi è disposto a investire in questa ricerca: negli USA, come abbiamo visto, si fanno videogiochi o divulgazione scientifica di base, operazioni degnissime ma insufficienti, e sostanzialmente ancorate all’idea che la conoscenza sia una sorta di fabbisogno alimentare e i libri digitali siano pillole, integratori; in Italia non si fa neanche quello, anzi, si uccide l’editoria sperimentale agevolando accordi tra grandi gruppi editoriali (gli stessi che fino a poco tempo fa hanno ostacolato la diffusione dei libri digitali facendo del nostro paese, secondo le parole di Amazon, un mercato marginale) e operatori della telefonia il cui profilo coincide (forse non a caso, visto il dibattito politico e culturale che imperversa sui cosiddetti organi di informazione) con le forme prorompenti di una soubrette di cui personalmente ignoro il curriculum. Non penso che tutto questo, nel lungo periodo, costituisca un problema: sulla lunga distanza si vedrà chi ha saputo cogliere gli aspetti più significativi dello scenario emergente e chi invece si è limitato a offrire le caramelle ai bambini o peggio. Certo però che nel frattempo ce ne vuole di pazienza…

[addendum, 14 febbraio 2011]
Su argomenti simili a quelli affrontati in questo post segnalo:
Post C.W. (2011), Reading in the Age of Screens. Publishing Perspectives, February 11, 2011.

Scuola, futuro e altre ambiguità

Reading time: 7 – 12 minutes

Nel dibattito sulla scuola che da settembre tornerà a riempire le pagine secondarie dei giornali, le mailing-list per pochi vecchi amici, i blog con meno di 25 lettori e qualche buon caro vecchio volantino appeso in bacheca, continuano a persistere – a mio parere – almeno 3 ambiguità, che definirei “insanabili” se l’aggettivo non evocasse uno scenario ospedaliero, introducendo un’ulteriore ambiguità nella discussione. La prima riguarda cosa si intende per scuola pubblica, la seconda i presupposti dell’innovazione tecnologica, la terza il concetto di valutazione. Sono temi assolutamente politici, su cui, purtroppo, la destra marcia e la sinistra arranca, l’una e l’altra dal basso di una sostanziale cecità e dall’alto di una tendenziale voglia di mantenere il confronto/scontro su un piano apparentemente ideologico per non entrare realmente nel merito dei problemi: che vorrebbe dire identificarli, discuterne, affrontarli e se possibile risolverli. Senza pregiudizi e condizionamenti.

Ma torniamo alle ambiguità appena accennate. Penso che prima di tutto valga la pena riflettere, mettendo da parte un certo conformismo e perfino le emozioni, sul concetto di scuola pubblica e sull’equivoco di fondo che condiziona qualsiasi ragionamento sensato su questo tema fondamentale. L’equivoco ricorrente è la sostanziale confusione tra scuola “pubblica” e scuola “statale”. Per la destra la scuola statale equivale alla scuola pubblica, per la sinistra il contrario. Così i primi cercano di smantellare la scuola pubblica in quanto statale (avendo in odio almeno a parole qualsiasi forma di statalismo), i secondi difendono la scuola statale in quanto tale, ovvero in quanto (apparentemente) pubblica. Sono posizioni che nascondono una contraddizione: una scuola “pubblica” (a mio parere) dovrebbe infatti essere di tutti e per tutti, ovvero essere gratuita, accessibile da parte di chiunque e a tutti i livelli (il che significa integrazione, abbattimento delle barriere architettoniche, rispetto delle diversità, ampiezza e completezza dei programmi di insegnamento e così via) e aperta alle istanze della società civile, ovvero in grado di formare i “cittadini” di oggi e di domani, senza distinzioni di sesso, razza, religione o altro. Questi principi potrebbero e dovrebbero essere applicati indipendentemente dalla natura giuridica della scuola. In ogni caso il fatto che una scuola sia statale non implica di per sé che gli stessi principi siano attuati: molte scuole statali non sono gratuite, non sono accessibili e non operano come potrebbero e dovrebbero sui significati e le implicazioni del concetto di “cittadinanza” (italiana ed europea, ma anche universale o digitale). Dalla sinistra che vorrei mi aspetterei di conseguenza non tanto una difesa della scuola statale in quanto tale, e meno che mai di questa scuola statale, ma l’avvio di un progetto a lungo termine su come costruire anche in Italia una scuola che possa dirsi realmente “pubblica”.

Il secondo equivoco riguarda l’innovazione tecnologica. Provo ormai un certo sconforto nel constatare che se ne discute ancora in termini di opportunità e che le perplessità che solitamente emergono in merito siano legate soprattutto agli interessi personali, alle conoscenze effettive e agli atteggiamenti dei funzionari, dei presidi, dei docenti, delle parti sociali, dei genitori, degli editori e magari anche degli eruditi e degli enti locali. In pratica, il problema viene affrontato (si fa per dire) considerando tutte le componenti del sistema-scuola… tranne che gli studenti. Eppure dovrebbero essere proprio gli studenti il punto di partenza di qualsiasi ragionamento sull’importanza e sul ruolo delle tecnologie come fattore di innovazione in ambito didattico. Se così fosse, avremmo già capito che gli studenti sono pronti, aperti e disponibili, e che non si interrogano tanto sui presupposti e sulle implicazioni delle tecnologie, ma sulle ragioni insondabili per cui a scuola (con l’eccezione di qualche isola felice presidiata da qualche insegnante volenteroso) si finge che non esistano o che se ne possa fare a meno. Diciamolo apertamente: la scuola italiana è indietro di 10-15 anni. Ma non rispetto alle scuole di altri paesi: è in ritardo rispetto al mondo nel suo complesso, rispetto alla realtà, quella stessa realtà che, ci piaccia o no, ci circonda e ci condiziona, e che potremmo a nostra volta condizionare se la conoscessimo meglio, se avessimo gli utensili “cognitivi” per poter reagire se e quando non ci piace più la direzione verso cui si sta muovendo, o la forma che sta assumendo. Utensili che oggi sono in gran parte rappresentati proprio dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e dalla competenza con cui si utilizzano. Ma a scuola – quanto meno in molte, troppe scuole – tutto questo non si insegna e di conseguenza non si impara: più che indietro, la scuola italiana appare ferma, imprigionata “dentro” una visione del mondo che adottando un brutto termine mutuato proprio dall’evoluzione tecnologica potremmo ragionevolmente definire “obsoleta”. Un mondo dove ancora si pensa che l’uso “eccessivo” delle tecnologie possa rappresentare un pericolo, ignorando ambiguamente che è proprio l’analfabetismo tecnologico che spinge ad un approccio acritico e crea i presupposti del divario e della dipendenza, come potrebbe spiegarci facilmente chi si occupa di media education. E dove, altrettanto ambiguamente, si ritiene che l’innovazione tecnologica sia un processo che si può decidere se e quando innescare in base a presupposti ancora da discutere, ignorando che un conto è la scelta personale e individuale (di per sé rispettabilissima) di interessarsi o meno di una determinata tecnologia, un conto è il ruolo e l’atteggiamento consapevole che una scuola “pubblica” dovrebbe comunque avere rispetto a un fenomeno in atto, alle istanze che esso comporta e all’importanza che rappresenta per i cittadini di domani. Ma intanto abbiamo perso del tempo prezioso: oggi la scuola dovrebbe semplicemente “assorbire” le tecnologie in quanto strumenti per interagire con il mondo. Gli stessi strumenti che gli studenti possiedono e usano già. Per aiutarli a usarli meglio, con più consapevolezza, con più “intelligenza” (e sottolineo le virgolette). La destra non ha una visione organica su queste problematiche. Spesso “usa” le tecnologie come alibi o come paravento: è gente limitata, non si può pretendere di più. Ma dalla sinistra che vorrei mi aspetto che si dica a chiare lettere che è ora di avviare investimenti strutturali di ampia portata in questa direzione, e che non è più ammissibile che nella scuola si possa ancora pretendere di insegnare senza utilizzare o addirittura senza neanche conoscere le ICT. Mi aspetto in sostanza che si rilegga il concetto di autonomia come opportunità per spingere i dirigenti e le altre componenti dell’organizzazione scolastica ad assumersi la responsabilità di essere veicoli del cambiamento e dell’innovazione; e che si ridisegni il profilo professionale dei docenti, introducendo il principio della competenza tecnologica sia come elemento indispensabile per l’accesso all’insegnamento che come parametro per il riconoscimento di incentivi e per la valorizzazione del ruolo dei docenti che hanno investito e investono nel potenziamento delle proprie conoscenze rispetto all’utilizzo delle tecnologie in ambito didattico.

Questo ragionamento porta alla terza riflessione, quella sulla valutazione. Un tasto che nella scuola italiana non si può neanche sfiorare (vi ricordate di Berlinguer?) ma su cui di tanto in tanto tornano sia la sinistra che la destra, non necessariamente da diversi punti di vista. L’ambiguità in questo caso è tra principio e metodi. Non si discute quasi mai su come si possano introdurre dei meccanismi di valutazione della didattica e del lavoro dei docenti, dei dirigenti o di altre componenti, e in che cosa potrebbero consistere, ma sul presupposto stesso della valutabilità. Così, ad esempio, tra le reazioni alla bozza di riforma Aprea, non emergono ragionamenti che affrontano lucidamente il problema interrogandosi su come migliorare certe ipotesi o ridefinire le modalità del rapporto tra docenti, dirigenti, componenti e organizzazione della scuola, ma prevalgono esternazioni come questa: “ogni docente sarà ricattabile e licenziabile, poiché verrà posto sotto il giogo di decisioni arbitrarie piovute dall’alto e persino dall’esterno, classificato in fasce di merito (leggasi di demerito) e verrà valutato non in base a un merito proprio e oggettivo (titoli di studio, cultura personale…), ma, come dicevamo, secondo la sua produttività”. Ma di che cosa stiamo parlando? La verità è che se la destra spinge sull’introduzione di forme di valutazione pensando forse di utilizzarle per ridurre il numero degli insegnanti e recuperare qualche euro, la sinistra è contraria alle valutazioni in quanto tali. Dimenticando o ignorando non solo che valutare seriamente la didattica e gli insegnanti potrebbe introdurre finalmente nella scuola fattori di qualità e incentivi al miglioramento, ma anche che la tanto auspicata innovazione metodologica fondata sulla ridefinizione del ruolo dei docenti e sulla centralità degli studenti rispetto ai processi di apprendimento, sbandierata e sostenuta proprio dall’ala impegnata e progressista della ricerca pedagogica, implica di per sé il principio della valutazione rigorosa delle competenze, delle strategie didattiche e dei risultati ottenuti, superando la sovrapposizione ambigua tra il concetto di libertà di insegnamento sancito dalla costituzione e la pretesa arbitraria di insegnare senza alcuna forma di controllo o di verifica, che non è affatto una garanzia dell’indipendenza dei docenti, ma un modo per abbassare costantemente la soglia di credibilità della scuola. Proprio quello che interessa a chi non cerca altro che occasioni per smantellare il sistema scolastico e sostituirlo con una scuola non-pubblica, cioè a pagamento, non accessibile a tutti e centrata sull’appartenenza di parte anziché sulla cittadinanza.

Mi rendo conto che si tratta di temi complessi e controversi, su cui ci vorrebbe ben altro che un post su un blog soltanto per identificare i termini esatti del problema. Ma sono stanco di questa destra aggressiva, razzista, buffona e indifferente rispetto al valore della conoscenza, così come, in parte, anche di una certa sinistra che su questi argomenti si dimostra spesso ottusa, conservatrice fino all’immobilismo, ancorata a modelli scontati e conformista. Dalla sinistra che vorrei mi aspetto invece che si dica senza mezzi termini che la scuola non va difesa ma cambiata, e si indichi come. Spiegando con altrettanta chiarezza che la prima vera riforma consiste nel migliorare la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento, ovvero nel restituire alla scuola valore e significato e agli insegnanti dignità e passione. Per aiutare i nostri ragazzi a costruire il futuro e gettare le basi di un mondo migliore. Pretendo troppo?

La conoscenza? Una minoranza…

Reading time: 4 – 7 minutes

Questa riflessione parte dalla politica, ma ho deciso di pubblicarla in questo blog (che ha un taglio specifico, tecnico…) perchè è di società della conoscenza che si parla, ed è il caso di renderlo evidente collocando il post proprio qui. Il punto di partenza di queste poche righe sono i risultati delle elezioni regionali in Sardegna. Seguendo la campagna elettorale, come tutti, nell’affanno degli impegni e attraverso frammenti di informazione, mi era sembrato di capire che Renato Soru considerasse la formazione e la società della conoscenza come priorità assolute del suo programma di governo, mentre Ugo Cappellacci mettesse ai primi posti il concetto generico di “sviluppo”, il turismo e altre amenità un po’ più prevedibili. Il fatto che qualcuno, finalmente, parlasse di apprendimento e conoscenza in un programma elettorale, per di più in Italia, mi aveva regalato qualche speranza. Così, osservando i risultati elettorali, ho pensato che questo nostro paese è davvero irrecuperabile, se premia ancora chi si fa vedere col capo del governo, sorridente e abbronzato, e punisce chi “osa” porre all’attenzione degli elettori temi importanti e urgenti che hanno realmente a che fare con il futuro e che si chiamano scuola, università, ricerca, formazione. Trattenendo la rabbia che mi suggeriva di mettere in rete la mia amarezza, tuttavia, ho cercato di ragionare e sono andato a vedere con un po’ di calma i programmi elettorali, per capire meglio perchè il risultato è stato quello che è. Ecco alcuni stralci che si riferiscono a entrambi i candidati. A livello di indirizzi generali Soru (fonte) parla di “sostegno alle politiche dell’istruzione, della conoscenza e della ricerca” e di “diritto allo studio con la possibilità di raggiungere i più alti livelli di istruzione anche in un luogo scarsamente popolato e con un basso indice di natalità”. Poi, nel programma dedicato più in dettaglio a “conoscenza e cultura” (fonte) afferma “che la scuola debba essere potente fattore di emancipazione: chi nasce con meno opportunità deve poter acquisire libertà, possibilità e speranza grazie alla scuola. La scuola pubblica deve essere sostenuta attraverso un disegno di legge innovativo in materia di istruzione e formazione professionale; con il sostegno allo sviluppo degli asilo nido e di una scuola per l’infanzia di grande qualità” e che “l’istruzione e la formazione sono per tutta la vita dice l’Europa; lo saranno anche per la Sardegna. Intendiamo perciò promuovere una campagna straordinaria per l’istruzione e la formazione degli adulti, che contenga l’opportunità di un pieno riconoscimento delle competenze già acquisite nel corso della vita“. Cappellacci, per parte sua (fonte) dice che intende “lanciare un piano strategico sul capitale umano, sulla istruzione e la formazione dei giovani come variabile chiave dello sviluppo futuro dell’isola. La priorità sulla quale concentrare l’attenzione è proprio su una delle risorse più importanti: il capitale umano, i giovani. Istruzione, formazione, conoscenza delle lingue, specializzazione internazionale con ampio riconoscimento del merito, cultura d’impresa sono gli aspetti principali del piano strategico per i giovani della Sardegna”. A livello di dichiarazioni di intenti, sinceramente, non vedo differenze significative: capire che (soprattutto nei momenti di crisi) è necessario investire nella conoscenza e nella formazione non è nè di destra nè di sinistra, è semplice buon senso, e non mi stupisce che entrambi i candidati ne abbiano dato prova. Più politiche, in senso stretto, sono le strategie che si mettono in atto per raggiungere gli obiettivi sbandierati nelle dichiarazioni: le differenze, nella sostanza, stanno in quale tipo di scuola o università si decide di sostenere, in quanti fondi si indirizzanosul capitolo “società della conoscenza”, in come si imposta e a chi si affida la delicata questione della formazione continua. E in quale grado di innovazione si è disposti a introdurre in una scuola, in una università, in un sistema della formazione che – diciamolo senza mezzi termini – in Italia (e quindi anche in Sardegna) fanno acqua da tutte le parti. Non ho trovato indicazioni particolari in merito nel programma di Cappellacci (segno che si tratta solo di dichiarazioni di facciata?), mentre ho scaricato l’intero programma cultura e conoscenza di Soru (fonte) e l’ho letto. In effetti c’è qualcosa che ritengo di sinistra nell’attenzione alla dimensione pubblica dell’istruzione, qualcosa di non troppo chiaro nel riferimento al concetto di autonomia e qualcosa di demagogico (diciamolo) in certi rimandi al concetto di innovazione e termini correlati (come “crescita”). Quello che mi stupisce e un po’ mi indispone, visto che è di Soru che si parla, è che non ci sia quasi accenno al ruolo delle tecnologie didattiche, che non si usi mai la parola Internet, che non si citi neanche l’e-learning come opzione, che non ci sia quasi traccia, insomma, degli ultimi 15 anni di dibattito e di ricerca sulle strategie innovative per l’apprendimento e l’insegnamento, continuando a ignorare le quali non si possono a mio parere impostare politiche attuali ed efficaci per la società della conoscenza. Perchè questa paura? Perchè tanta diffidenza? Voglio sperare che non si tratti di un calcolo per non avventurarsi su una strada pericolosa, per non doversi giustificare di fronte a una sedicente opinione pubblica che in fondo pensa che in rete ci siano più pericoli che opportunità. Ma temo che sia così, almeno in parte, visto che in altri capitoli dello stesso programma di Soru si parla di rete, ma in quanto infrastruttura, a generico sostegno delle imprese. Insomma, questo povero paese resta sospeso tra una maggioranza che sceglie chi promette soluzioni facili sapendo di mentire e una minoranza che non ha mai il coraggio di guardare in avanti una volta per tutte, dimostrando di credere davvero nel valore della conoscenza. Eppure, altrove, c’è chi di queste cose parla apertamente e lucidamente (Obama: technology). E vince le elezioni…

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Grazie Titti: interessante la metafora dei salti quantici. Mi ricorda le visioni di Star Trek, di cui sono da sempre …
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Ritengo che siano tutti molto ancorati. Una conoscenza e soprattutto una nuova conoscenza si fa: 1 credendoci davvero; 2 mettendoci passione; 3 investendo su …

Il futuro della scuola: appuntamento a Milano

Reading time: 3 – 5 minutes

Il futuro non è + quello di una volta
Auditorum ITIS Conti e LS Vittorio Veneto
Piazza Zavattari 3, Milano

Milano_concept

Il 19 e il 20 gennaio 2009, a Milano, si parlerà del futuro, che soprattutto quando ci si riferisce alla relazione tra scuola, didattica e innovazione tecnologica, non è decisamente più quello di una volta. Ma cosa accadrà esattamente in quei giorni? Come si affronterà l’oggetto del seminario? Per una volta, vorremmo provare a evitare l’impostazione abituale di questo genere di eventi e immaginare un approccio più pragmatico e allo stesso tempo decisamente programmatico. Ci piacerebbe che tutti i presenti fossero partecipanti attivi, e soprattutto che al termine delle due giornate prendesse forma una “carta” su come rendere effettiva l’innovazione nella scuola.

Dopo l’appuntamento di Dobbiaco abbiamo cercato di lavorare in rete per capire a cosa potevamo ragionevolmente riferirci, oggi, alludendo ai nuovi scenari della cultura digitale, alla scuola del futuro e al futuro della scuola. Tra le tante istanze in gioco, hanno cominciato a delinearsi alcune “direzioni” più nitide (anche se ancora in parte da esplorare) verso cui potremmo orientarci: i social networks, la scrittura collaborativa, i blog in quanto narrazione distribuita, i mondi virtuali, gli aggregatori di informazioni e gli strumenti avanzati per la ricerca di risorse in rete, gli ambienti di apprendimento e la cultura “open”, gli ambienti di comunicazione per la partecipazione attiva e il dialogo con il territorio. Non stiamo sostenendo che questi sono gli unici scenari possibili o che questi strumenti o ambienti rappresentano di per sé fattori di innovazione per la scuola: ci sembra però che capire come utilizzare questi stessi strumenti e come collocarli in una visione della didattica rappresentino oggi un potenziale di innovazione da non trascurare, oltre che un elemento essenziale della cittadinanza digitale.

Quello che ci piacerebbe fare a Milano è lasciare che dei gruppi di insegnanti si “incamminino” in queste direzioni, con l’aiuto di un animatore, per definire una sorta di “agenda” su ciascuno degli ambiti che raccoglierà un certo numero di interessati: agenda intesa come linee guida essenziali, ad esempio le 10 cose da fare e da non fare per inserire questi strumenti o questi ambienti nella scuola in modo che rappresentino un reale fattore di innovazione. Senza dimenticare un invito a discutere sulle competenze necessarie per applicare le linee guida che a poco a poco prenderanno forma. L’obiettivo è pragmatico e programmatico: poter dire, al termine del seminario, che cosa dovremmo realmente fare per costruire insieme un nuovo paradigma educativo. Una sorta di manifesto per una riforma “attiva” della scuola, fondata non sulla ristrutturazione (eufemismo che significa tagli e riduzioni) ma sull’innovazione tecnologica in quanto veicolo di innovazione metodologica. Del resto l’idea di un manifesto per una scuola innovativa è nell’aria: l’appuntamento di Milano potrebbe quindi rientrare in questa “catena di eventi ininterrotti”, e auspicabilmente rappresentarne l’anello mancante.

Ma non basterà organizzare dei gruppi di lavoro (o meglio, dei focus) su ciascuna delle direzioni indicate, né animarli e moderarli. Sarebbe molto utile e importante che nei gruppi fossero presenti (materialmente o virtualmente) esperti e protagonisti di sperimentazioni, ricerche o applicazioni su quegli stessi ambiti. Non tanto, tuttavia, come portatori di risultati o testimonianze, quanto piuttosto, per una volta, come “ascoltatori” o “osservatori”: l’agenda a cui punteremo non sarà infatti soltanto un programma concreto di lavoro, ma anche un’opportunità per tutti gli stakeholders, un modo per capire verso cosa indirizzare studi, investimenti, azioni di sistema, riforme. Diamoci tutti appuntamento a Milano, quindi, anche informalmente o virtualmente, per capire su cosa si dovrà lavorare nei prossimi anni per immaginare una scuola che torni a essere innovativa, e per condividere una traccia per un futuro che non sia più quello di tutte le volte che abbiamo sentito parlare invano di tecnologie e didattica…

Patrizia Appari
Luisanna Fiorini
Pierluigi Fontanesi
Giorgio Jannis
Maddalena Mapelli
Mario Rotta

Per saperne di più: http://lnx.laboratorioformazione.it/

Il futuro non è più quello di una volta… meno male!

Reading time: 3 – 5 minutes

“Il futuro non è più quello di una volta” è il titolo-pretesto di un seminario organizzato da Laboratorio Formazione (sul sito sono disponibili il programma e il modulo di iscrizione), che si svolgerà a Milano nei giorni 19 e 20 gennaio 2009. Avrebbe dovuto tenersi in ottobre (2008) ma il momento non è favorevole alla partecipazione, insegnanti e ricercatori sono impegnati in ben altre scadenze! Così abbiamo deciso di rimandare l’incontro,ma di approfittare del tempo che passerà per attuare un esperimento “web enhanced” (2.0 and beyond direbbe forse qualche amico anglosassone). Il seminario sarà infatti impostato come un laboratorio articolato in sessioni parallele, in ciascuna delle quali un “cittadino digitale” con un po’ più di esperienza cercherà di guidare i partecipanti e i destinatari alla scoperta e all’esplorazione dei possibili usi educativi delle tecnologie di rete e, soprattutto, dei territori digitali, della rete in quanto modalità di relazione tra persone che apprendono dalle persone interagendo con le persone. Ci siamo quindi messi in testa (che c’è di male?) di avviare i lavori del seminario adesso, online, provando “gli strumenti che verranno presentati e discussi nelle giornate del seminario e offrendo, così, la possibilità di immergersi nelle pratiche, riflettere, confrontarsi, condividere, incontrarsi con i relatori del seminario, sviluppare una metariflessione”. Insomma, stiamo provando a costruire online le comunità di utenti che a gennaio a Milano si materializzeranno come partecipanti al seminario, che a quel punto potrebbe anche diventare un evento nel ciclo di vita delle stesse comunità che riusciremo ad aggregare. Un po’ come un paesaggio che prende forma nel tempo e nello spazio immateriale di Internet, un paesaggio con alcuni elementi identificabili, ma anche aperto, fluido, in continua evoluzione. Che ne pensate? Vi interessa? Maddalena Mapelli vi accoglierà e vi guiderà su Ibrid@menti, dove, nella rubrica Mettiamoci in rete, si discuterà su quali sono le competenze richieste dalla learning society agli insegnanti per la costruzione di una consapevole, critica, creativa, collaborativa cittadinanza digitale. Luisanna Fiorini vi porterà su Cittadinanzadigitale, il wiki che ha preso forma prima e dopo il workshop del luglio scorso a Dobbiaco, per provare ad arricchirlo con ulteriori riflessioni di esperti, non esperti, webnauti e docenti sugli strumenti necessari per promuovere la cittadinanza digitale. Patrizia Appari gestirà la sezione Blog di Laboratorio Formazione proponendo una discussione sulla base della domanda: “le competenze digitali sono ancora un bisogno formativo per gli insegnanti italiani?”. Francesca Scalabrini vi guiderà in Facebook per partecipare alla discussione su “le competenze digitali per l’uso collaborativo delle rete tra professionisti”. Altri spazi saranno gestiti da Bonaria Biancu e Giorgio Jannis. Quanto a me… a me piacerebbe visualizzare dinamicamente la “crescita” delle comunità che ciascuno aggregherà sui sui temi portanti del seminario, come in una specie di Sim City (a proposito, chi conosce questo Visitor Ville? Rappresenta la frequentazione di spazi in rete da parte degli utenti proprio come una città in crescita e in continuo movimento…). Ma andrebbe bene anche una semplice mappa con colori che cambiano, altimetrie variabili, “segni” che si accumulano. Strumenti che permettano visualizzazioni fluide di dati quali il numero degli utenti, la pubblicazione di post o messaggi o l’inserimento di link, anche in modo semplice. Non è importante il risultato grafico ma il significato che la visualizzazione potrebbe assumere: essere allo stesso tempo un modo per mostrare come e quanto stanno crescendo le comunità che riusciremo ad aggregare sui vari temi che affronteremo e una metafora del territorio digitale…

L’e-learning in Italia: il silenzio dei colpevoli

Reading time: 3 – 4 minutes

Sempre più spesso, da qualche tempo, leggo articoli che parlano dell’e-learning in Italia evidenziando le debolezze e i ritardi del nostro sistema. Ne cito volentieri uno, tra i tanti, molto accurato e impietoso sia nell’analisi che nelle conclusioni: “Italia: quale innovazione nelle Università?” pubblicato da Giovanni Arata su “Punto Informatico”. I dati che l’articolo evidenzia sono preoccupanti: mentre in molti altri paesi le Università utilizzano l’e-learning e più in generale le tecnologie di rete in modo sistematico e investendo sia sulle tecnologie che sul rinnovamento dell’offerta formativa, in Italia si va raramente oltre le sperimentazioni sporadiche, e lo stesso osservatorio SIe-L rileva una situazione frammentaria, l’assenza di una visione e una scarsa attenzione nei confronti dell’innovazione. Arata si spinge anche più lontano, parlando di “periferia culturale”. Lo sapevamo già, e ne avevamo discusso in varie occasioni, evidenziando tra le altre cose come il ritardo che l’Italia sta accumulando sia in parte legato al fatto che l’e-learning, nel nostro paese, è ancora prevalentemente oggetto di discussione accademica, e non ancora una pratica diffusa in differenti contesti. Ma leggendo l’articolo di Arata altre connessioni hanno preso forma nella mia mente: ad esempio, vedo una relazione tra i dati degli osservatori e le voci che sempre più spesso mi riferiscono di sedicenti esperti di formazione in rete che a seminari e convegni vanno ripetendo che l’e-learning è morto. Sono affermazioni che si commentano da sole, come quelle di chi una decina di anni fa, in pieno e-bang, dissertava apoditticamente sulla morte del libro, con la differenza che se non altro ne parlava in tono nostalgico. Dire che l’e-learning è morto sapendo che non abbiamo neanche avuto il coraggio di esplorarne a fondo gli scenari e gli orizzonti che potrebbe aprirci è un atteggiamento autolesionista che uccide l’innovazione prima ancora che possa crescere, forse per non correre il rischio di commettere gli errori che chi cerca di “fare”, inevitabilmente, commette. Non mi stupisce più di tanto, in un paese che in Europa è tra gli ultimi in quanto a diffusione e uso delle tecnologie informatiche e tra i primi quando si tratta di apparecchi televisivi e telefonini. Mi stupisce piuttosto che di fronte a certe affermazioni non emergano particolari reazioni: che sia una sorta di silenzio dei colpevoli? Nel frattempo la nostra distanza dalle società avanzate aumenta: provate ad esempio ad ascoltare le parole e le opinioni di due “guru” del web 2.0 sull’evoluzione della conoscenza (Stephen Downes e George Siemens su Whois TV) per capire non tanto se e quanto certe prospettive siano realistiche o si possa essere d’accordo o meno con i significati di determinate tendenze, ma per verificare quanto sia ancora viva e vitale la ricerca orientata all’innovazione. L’e-learning, ovvero l’uso integrato delle tecnologie come ambienti per costruire conoscenze e potenziare l’apprendimento, è un treno che è già partito, anzi, che sta cominciando a correre. E noi lo stiamo perdendo…

Person Stephen Downes

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Gli e-Books, finalmente…

Reading time: 1 – 2 minutes

Arrivano segnali positivi sulla diffusione degli eBook. Finalmente anche in Italia si coglie qualche segale di innovazione reale! La decisione di Garamond di proporre testi scolastici in adozione sotto forma di eBook è stata coraggiosa, ma lungimirante: pare che siano già centinaia gli insegnanti pronti a fare questa scelta, che garantirebbe quanto meno costi più contenuti per le famiglie, praticità (anziché portare a scuola un pesantissimo zaino i ragazzi potrebbero limitarsi a poche centinaia di grammi di device…) e flessibilità d’uso, tre vantaggi “netti”, concreti, in grado da soli (anche al di là di ulteriori riflessioni sulle opportunità didattiche che potrebbero aprirsi grazie a una più ampia diffusione di una cultura orientata ai contenuti digitali…) di dare una risposta ai timori e alle resistenze che finora hanno limitato la diffusione degli eBook nel nostro paese. Timori che forse non sono del tutto disinteressati. Se ne parla più a fondo sul sito di Garamond (ebookditesto.it) e su un articolo pubblicato su La Stampa di domenica 30 marzo 2008.

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otello carrieri
otello carrieri

E' vero. E' davvero molto interessante riuscire ad attuare questa rivoluzione nelle scuole. E-book....podcast... Concordo pienamente con l'entusiasmo mostrato nelle scuole …
admin
admin

Sono d'accordo: le tecnologie non hanno un significato in sè, ma possono diventare "significative" solo se e quando sono strumenti …
otello carrieri
otello carrieri

Concordo pianamente con la sua opinione e ne faccio indubbio tesoro. Sono consapevole della necessità di innovazione e della nuova …