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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


Ma la scuola ha ancora un futuro?

Reading time: 1 – 2 minutes

Al Future Forum 2013 di Udine si è parlato in questi giorni del futuro della scuola e di come cambiano i modi di elaborare e condividere la conoscenza nel mondo digitale. Ecco un video registrato da Giorgio Jannis per Friuli Future Forum in cui cerco di esprimere alcuni concetti essenziali:

Attraverso questo link si può accedere anche alla pagina che ripercorre – attraverso altre registrazioni video, sintesi trascritte e commenti – la conversazione che si è svolta nel pomeriggio del 5 novembre. Oltre al sottoscritto sono intervenuti Salvatore Giuliano (con un video) e Agostino Quadrino, moderati da Armando Massarenti. Il taglio degli interventi è volutamente “militante”, talora provocatorio: l’obiettivo è rimettere in movimento una discussione a 360 gradi sul significato stesso della scuola come ambiente di cambiamento per i cittadini di domani.

Scuola, futuro e altre ambiguità

Reading time: 7 – 12 minutes

Nel dibattito sulla scuola che da settembre tornerà a riempire le pagine secondarie dei giornali, le mailing-list per pochi vecchi amici, i blog con meno di 25 lettori e qualche buon caro vecchio volantino appeso in bacheca, continuano a persistere – a mio parere – almeno 3 ambiguità, che definirei “insanabili” se l’aggettivo non evocasse uno scenario ospedaliero, introducendo un’ulteriore ambiguità nella discussione. La prima riguarda cosa si intende per scuola pubblica, la seconda i presupposti dell’innovazione tecnologica, la terza il concetto di valutazione. Sono temi assolutamente politici, su cui, purtroppo, la destra marcia e la sinistra arranca, l’una e l’altra dal basso di una sostanziale cecità e dall’alto di una tendenziale voglia di mantenere il confronto/scontro su un piano apparentemente ideologico per non entrare realmente nel merito dei problemi: che vorrebbe dire identificarli, discuterne, affrontarli e se possibile risolverli. Senza pregiudizi e condizionamenti.

Ma torniamo alle ambiguità appena accennate. Penso che prima di tutto valga la pena riflettere, mettendo da parte un certo conformismo e perfino le emozioni, sul concetto di scuola pubblica e sull’equivoco di fondo che condiziona qualsiasi ragionamento sensato su questo tema fondamentale. L’equivoco ricorrente è la sostanziale confusione tra scuola “pubblica” e scuola “statale”. Per la destra la scuola statale equivale alla scuola pubblica, per la sinistra il contrario. Così i primi cercano di smantellare la scuola pubblica in quanto statale (avendo in odio almeno a parole qualsiasi forma di statalismo), i secondi difendono la scuola statale in quanto tale, ovvero in quanto (apparentemente) pubblica. Sono posizioni che nascondono una contraddizione: una scuola “pubblica” (a mio parere) dovrebbe infatti essere di tutti e per tutti, ovvero essere gratuita, accessibile da parte di chiunque e a tutti i livelli (il che significa integrazione, abbattimento delle barriere architettoniche, rispetto delle diversità, ampiezza e completezza dei programmi di insegnamento e così via) e aperta alle istanze della società civile, ovvero in grado di formare i “cittadini” di oggi e di domani, senza distinzioni di sesso, razza, religione o altro. Questi principi potrebbero e dovrebbero essere applicati indipendentemente dalla natura giuridica della scuola. In ogni caso il fatto che una scuola sia statale non implica di per sé che gli stessi principi siano attuati: molte scuole statali non sono gratuite, non sono accessibili e non operano come potrebbero e dovrebbero sui significati e le implicazioni del concetto di “cittadinanza” (italiana ed europea, ma anche universale o digitale). Dalla sinistra che vorrei mi aspetterei di conseguenza non tanto una difesa della scuola statale in quanto tale, e meno che mai di questa scuola statale, ma l’avvio di un progetto a lungo termine su come costruire anche in Italia una scuola che possa dirsi realmente “pubblica”.

Il secondo equivoco riguarda l’innovazione tecnologica. Provo ormai un certo sconforto nel constatare che se ne discute ancora in termini di opportunità e che le perplessità che solitamente emergono in merito siano legate soprattutto agli interessi personali, alle conoscenze effettive e agli atteggiamenti dei funzionari, dei presidi, dei docenti, delle parti sociali, dei genitori, degli editori e magari anche degli eruditi e degli enti locali. In pratica, il problema viene affrontato (si fa per dire) considerando tutte le componenti del sistema-scuola… tranne che gli studenti. Eppure dovrebbero essere proprio gli studenti il punto di partenza di qualsiasi ragionamento sull’importanza e sul ruolo delle tecnologie come fattore di innovazione in ambito didattico. Se così fosse, avremmo già capito che gli studenti sono pronti, aperti e disponibili, e che non si interrogano tanto sui presupposti e sulle implicazioni delle tecnologie, ma sulle ragioni insondabili per cui a scuola (con l’eccezione di qualche isola felice presidiata da qualche insegnante volenteroso) si finge che non esistano o che se ne possa fare a meno. Diciamolo apertamente: la scuola italiana è indietro di 10-15 anni. Ma non rispetto alle scuole di altri paesi: è in ritardo rispetto al mondo nel suo complesso, rispetto alla realtà, quella stessa realtà che, ci piaccia o no, ci circonda e ci condiziona, e che potremmo a nostra volta condizionare se la conoscessimo meglio, se avessimo gli utensili “cognitivi” per poter reagire se e quando non ci piace più la direzione verso cui si sta muovendo, o la forma che sta assumendo. Utensili che oggi sono in gran parte rappresentati proprio dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e dalla competenza con cui si utilizzano. Ma a scuola – quanto meno in molte, troppe scuole – tutto questo non si insegna e di conseguenza non si impara: più che indietro, la scuola italiana appare ferma, imprigionata “dentro” una visione del mondo che adottando un brutto termine mutuato proprio dall’evoluzione tecnologica potremmo ragionevolmente definire “obsoleta”. Un mondo dove ancora si pensa che l’uso “eccessivo” delle tecnologie possa rappresentare un pericolo, ignorando ambiguamente che è proprio l’analfabetismo tecnologico che spinge ad un approccio acritico e crea i presupposti del divario e della dipendenza, come potrebbe spiegarci facilmente chi si occupa di media education. E dove, altrettanto ambiguamente, si ritiene che l’innovazione tecnologica sia un processo che si può decidere se e quando innescare in base a presupposti ancora da discutere, ignorando che un conto è la scelta personale e individuale (di per sé rispettabilissima) di interessarsi o meno di una determinata tecnologia, un conto è il ruolo e l’atteggiamento consapevole che una scuola “pubblica” dovrebbe comunque avere rispetto a un fenomeno in atto, alle istanze che esso comporta e all’importanza che rappresenta per i cittadini di domani. Ma intanto abbiamo perso del tempo prezioso: oggi la scuola dovrebbe semplicemente “assorbire” le tecnologie in quanto strumenti per interagire con il mondo. Gli stessi strumenti che gli studenti possiedono e usano già. Per aiutarli a usarli meglio, con più consapevolezza, con più “intelligenza” (e sottolineo le virgolette). La destra non ha una visione organica su queste problematiche. Spesso “usa” le tecnologie come alibi o come paravento: è gente limitata, non si può pretendere di più. Ma dalla sinistra che vorrei mi aspetto che si dica a chiare lettere che è ora di avviare investimenti strutturali di ampia portata in questa direzione, e che non è più ammissibile che nella scuola si possa ancora pretendere di insegnare senza utilizzare o addirittura senza neanche conoscere le ICT. Mi aspetto in sostanza che si rilegga il concetto di autonomia come opportunità per spingere i dirigenti e le altre componenti dell’organizzazione scolastica ad assumersi la responsabilità di essere veicoli del cambiamento e dell’innovazione; e che si ridisegni il profilo professionale dei docenti, introducendo il principio della competenza tecnologica sia come elemento indispensabile per l’accesso all’insegnamento che come parametro per il riconoscimento di incentivi e per la valorizzazione del ruolo dei docenti che hanno investito e investono nel potenziamento delle proprie conoscenze rispetto all’utilizzo delle tecnologie in ambito didattico.

Questo ragionamento porta alla terza riflessione, quella sulla valutazione. Un tasto che nella scuola italiana non si può neanche sfiorare (vi ricordate di Berlinguer?) ma su cui di tanto in tanto tornano sia la sinistra che la destra, non necessariamente da diversi punti di vista. L’ambiguità in questo caso è tra principio e metodi. Non si discute quasi mai su come si possano introdurre dei meccanismi di valutazione della didattica e del lavoro dei docenti, dei dirigenti o di altre componenti, e in che cosa potrebbero consistere, ma sul presupposto stesso della valutabilità. Così, ad esempio, tra le reazioni alla bozza di riforma Aprea, non emergono ragionamenti che affrontano lucidamente il problema interrogandosi su come migliorare certe ipotesi o ridefinire le modalità del rapporto tra docenti, dirigenti, componenti e organizzazione della scuola, ma prevalgono esternazioni come questa: “ogni docente sarà ricattabile e licenziabile, poiché verrà posto sotto il giogo di decisioni arbitrarie piovute dall’alto e persino dall’esterno, classificato in fasce di merito (leggasi di demerito) e verrà valutato non in base a un merito proprio e oggettivo (titoli di studio, cultura personale…), ma, come dicevamo, secondo la sua produttività”. Ma di che cosa stiamo parlando? La verità è che se la destra spinge sull’introduzione di forme di valutazione pensando forse di utilizzarle per ridurre il numero degli insegnanti e recuperare qualche euro, la sinistra è contraria alle valutazioni in quanto tali. Dimenticando o ignorando non solo che valutare seriamente la didattica e gli insegnanti potrebbe introdurre finalmente nella scuola fattori di qualità e incentivi al miglioramento, ma anche che la tanto auspicata innovazione metodologica fondata sulla ridefinizione del ruolo dei docenti e sulla centralità degli studenti rispetto ai processi di apprendimento, sbandierata e sostenuta proprio dall’ala impegnata e progressista della ricerca pedagogica, implica di per sé il principio della valutazione rigorosa delle competenze, delle strategie didattiche e dei risultati ottenuti, superando la sovrapposizione ambigua tra il concetto di libertà di insegnamento sancito dalla costituzione e la pretesa arbitraria di insegnare senza alcuna forma di controllo o di verifica, che non è affatto una garanzia dell’indipendenza dei docenti, ma un modo per abbassare costantemente la soglia di credibilità della scuola. Proprio quello che interessa a chi non cerca altro che occasioni per smantellare il sistema scolastico e sostituirlo con una scuola non-pubblica, cioè a pagamento, non accessibile a tutti e centrata sull’appartenenza di parte anziché sulla cittadinanza.

Mi rendo conto che si tratta di temi complessi e controversi, su cui ci vorrebbe ben altro che un post su un blog soltanto per identificare i termini esatti del problema. Ma sono stanco di questa destra aggressiva, razzista, buffona e indifferente rispetto al valore della conoscenza, così come, in parte, anche di una certa sinistra che su questi argomenti si dimostra spesso ottusa, conservatrice fino all’immobilismo, ancorata a modelli scontati e conformista. Dalla sinistra che vorrei mi aspetto invece che si dica senza mezzi termini che la scuola non va difesa ma cambiata, e si indichi come. Spiegando con altrettanta chiarezza che la prima vera riforma consiste nel migliorare la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento, ovvero nel restituire alla scuola valore e significato e agli insegnanti dignità e passione. Per aiutare i nostri ragazzi a costruire il futuro e gettare le basi di un mondo migliore. Pretendo troppo?

L’e-learning in Italia: il silenzio dei colpevoli

Reading time: 3 – 4 minutes

Sempre più spesso, da qualche tempo, leggo articoli che parlano dell’e-learning in Italia evidenziando le debolezze e i ritardi del nostro sistema. Ne cito volentieri uno, tra i tanti, molto accurato e impietoso sia nell’analisi che nelle conclusioni: “Italia: quale innovazione nelle Università?” pubblicato da Giovanni Arata su “Punto Informatico”. I dati che l’articolo evidenzia sono preoccupanti: mentre in molti altri paesi le Università utilizzano l’e-learning e più in generale le tecnologie di rete in modo sistematico e investendo sia sulle tecnologie che sul rinnovamento dell’offerta formativa, in Italia si va raramente oltre le sperimentazioni sporadiche, e lo stesso osservatorio SIe-L rileva una situazione frammentaria, l’assenza di una visione e una scarsa attenzione nei confronti dell’innovazione. Arata si spinge anche più lontano, parlando di “periferia culturale”. Lo sapevamo già, e ne avevamo discusso in varie occasioni, evidenziando tra le altre cose come il ritardo che l’Italia sta accumulando sia in parte legato al fatto che l’e-learning, nel nostro paese, è ancora prevalentemente oggetto di discussione accademica, e non ancora una pratica diffusa in differenti contesti. Ma leggendo l’articolo di Arata altre connessioni hanno preso forma nella mia mente: ad esempio, vedo una relazione tra i dati degli osservatori e le voci che sempre più spesso mi riferiscono di sedicenti esperti di formazione in rete che a seminari e convegni vanno ripetendo che l’e-learning è morto. Sono affermazioni che si commentano da sole, come quelle di chi una decina di anni fa, in pieno e-bang, dissertava apoditticamente sulla morte del libro, con la differenza che se non altro ne parlava in tono nostalgico. Dire che l’e-learning è morto sapendo che non abbiamo neanche avuto il coraggio di esplorarne a fondo gli scenari e gli orizzonti che potrebbe aprirci è un atteggiamento autolesionista che uccide l’innovazione prima ancora che possa crescere, forse per non correre il rischio di commettere gli errori che chi cerca di “fare”, inevitabilmente, commette. Non mi stupisce più di tanto, in un paese che in Europa è tra gli ultimi in quanto a diffusione e uso delle tecnologie informatiche e tra i primi quando si tratta di apparecchi televisivi e telefonini. Mi stupisce piuttosto che di fronte a certe affermazioni non emergano particolari reazioni: che sia una sorta di silenzio dei colpevoli? Nel frattempo la nostra distanza dalle società avanzate aumenta: provate ad esempio ad ascoltare le parole e le opinioni di due “guru” del web 2.0 sull’evoluzione della conoscenza (Stephen Downes e George Siemens su Whois TV) per capire non tanto se e quanto certe prospettive siano realistiche o si possa essere d’accordo o meno con i significati di determinate tendenze, ma per verificare quanto sia ancora viva e vitale la ricerca orientata all’innovazione. L’e-learning, ovvero l’uso integrato delle tecnologie come ambienti per costruire conoscenze e potenziare l’apprendimento, è un treno che è già partito, anzi, che sta cominciando a correre. E noi lo stiamo perdendo…

Person Stephen Downes

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Quale mercato per l’e-learning “made in Italy”?

Reading time: 4 – 6 minutes

L’obiettivo di questa riflessione è duplice: da un lato si tratta di capire se esiste e in che cosa consiste un e-learning “made in Italy”; dall’altro si cercherà di osservare quali sono le tendenze internazionali e come si sta evolvendo il mercato dell’e-learning per identificare se e cosa di ciò che si progetta e si produce in Italia in ambito e-learning può interessare altri mercati.Prima di tutto un breve ragionamento sull’e-learning “made in Italy”. Non è difficile identificarne e riassumerne le macro-fenomenologie: sperimentazioni avanzate e orientate alla formazione post-laurea nelle università, focus sull’approccio erogativo in ambito editoriale o nella formazione del personale della pubblica amministrazione, prevalenza di prodotti orientati alla formazione “obbligatoria” in ambito aziendale, limitata produzione di contenuti in lingue diverse dall’italiano, contenuti tendenzialmente generalisti (con qualche significativa eccezione specialistica radicata in contesti molto precisi, come la formazione manageriale), tendenziale assenza (anche in questo caso con qualche significativa eccezione) di e-learning providers in grado di competere su scenari più ampi e di prodotti e/o contenuti specificamente orientati verso altri mercati. Non stiamo interpretando dati (per quelli si rimanda a osservatori accreditati quali ANEE o Assinform): sono piuttosto impressioni legate alla percezione che prende forma sul fenomeno osservando i progetti più conosciuti e leggendo tra le righe delle notizie sui progetti in corso. Ma se la situazione è davvero questa, che cosa possiamo fare in concreto per cominciare a “esportare” e-learning?

Probabilmente (al di là della soluzione dei problemi “strutturali”…) dovremmo prima di tutto imparare a confrontarci di più con le tendenze dei mercati internazionali e capire, se ci interessa “vendere” e-learning all’estero, che cosa, in altri paesi, potrebbero o vorrebbero comprare in Italia: è un ragionamento semplice, che sicuramente molte imprese fanno già. La difficoltà consiste nel capire “cosa”. Proviamo a dare qualche suggerimento…

A livello internazionale (stiamo parlando di mercato e non di ricerca…) l’e-learning è ancora considerato un settore in crescita, anzi, un settore che – dopo un momento di stasi dovuto all’inevitabile reazione a un “e-boom” eccessivamente ottimista che si colloca tra gli anni 1997 e 2002 – si sta consolidando e sta nuovamente crescendo. Ovviamente, sono cambiate le aspettative. Non solo ci si aspetta più professionalità e meno improvvisazione, ma è evidente l’interesse per alcune “applicazioni”: c’è molto interesse per le soluzioni “rapide” (che significa sia strumenti per produrre contenuti e corsi in modo veloce ed economico, sia corsi brevi e con un evidente valore aggiunto in termini di efficacia…), per le applicazioni orientate alla valorizzazione della mobilità (ovvero tutto ciò che può essere erogato/gestito via podcast, mobile devices o lettori di eBook), per i contenuti specialistici (di contenuti generalisti ce ne sono ormai anche troppi…) e per gli ambienti di apprendimento flessibili e integrati, meglio se attenti al fenomeno delle reti sociali, intese tuttavia come opportunità per modellare comunità professionali trasversali rispetto ad un ambito o consolidare pratiche di condivisione e collaborazione nelle organizzazioni. Queste tendenze sono documentate, e ogni giorno se ne parla sui principali blog o tra gli analisti dei “learning trends”, insieme ad altri desiderata che riguardano le politiche per l’educazione e per l’accesso alle informazioni, la semantica del web e l’integrazione tra tecnologie e bisogni degli utenti. Che cosa possiamo fare?

Partendo da una situazione concreta, possiamo provare a capire, ad esempio, che cosa potrebbe interessare al mercato ispanico e latino-americano, al di là degli accordi bilaterali tra partners su progetti particolari. In linea con gli scenari descritti si ritiene che imprese italiane orientate all’e-learning potrebbero costruire opportunità interessanti almeno per questa serie di applicazioni e prodotti:

  • contenuti, e in particolare corsi brevi e flessibili di lingua e cultura italiana, arte e archeologia (in varie lingue) per tutti i livelli, così come corsi e materiali avanzati per integrare percorsi formativi specialistici, in ambiti quali le scienze della terra e dell’ambiente, il restauro (dove siamo riconosciuti i migliori al mondo…), la medicina, la chimica, la biologia, la moda e il design;
  • editoria elettronica per la mobilità, ad esempio e-Books di letteratura italiana con traduzione, materiali di supporto al turimo in Italia, guide personalizzabili, repertori di musica classica;
  • soluzioni innovative e percorsi formativi per professionisti dell’e-learning, e in particolare per e-tutor, mediatori di informazioni, manager didattici (almeno in inglese, meglio se in altre lingue diffuse…);
  • tecnologie integrate per l’apprendimento continuo e in particolare know-how per la personalizzazione di ambienti software orientati al social networking e al knowledge management o per la ricerca e la progettazione di soluzioni funzionali all’innovazione in medie e grandi organizzazioni.

Sono soltanto alcune idee, delle ipotesi di lavoro: ma chi si riconosce in queste riflessioni e pensa di rispondere ai profili che queste indicazioni di mercato implicano potrebbe cominciare proprio da qui, per impostare su queste basi una strategia efficace.

Valore aggiunto e criticità dell’e-Learning

Reading time: < 1 minute Mario Rotta, E-Learning: il valore aggiunto e gli elementi di criticità nell’innovazione metodologica, organizzativa, didattica e tecnologica. Materiali didattici da una giornata seminariale presso l’Istituto Universitario Federale per la Formazione Professionale di Bellinzona (CH).

Materiale didattico originale a cura di Mario Rotta [PDF, IT]

Tecnologie e nuovi scenari educativi

Reading time: < 1 minute Intervento al convegno "Minori e computer: responsabilità e competenze per educare all'innovazione". Il convegno è stato organizzato dalla Mediateca di Codroipo (Udine) nel maggio del 2000. Trascrizione [IT]