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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


8 aprile 2016: le onde del cambiamento

Reading time: 6 – 9 minutes

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Dopo il workshop che si è tenuto a Fiastra, nelle Marche, l’11 marzo 2016, Smart Skills Center e Laboratorio Formazione organizzano un nuovo evento dedicato alle prospettive dell’innovazione nel mondo della scuola e della didattica. Il convegno si concentrerà su Le Onde del Cambiamento: strategie didattiche e innovazione organizzativa nella scuola digitale e si terrà a Milano, presso l’Auditorium del Centro Scolastico di via Natta l’8 aprile 2016.

Le domande essenziali a cui a Milano si cercherà di dare alcune risposte riguarderanno prima di tutto gli effetti dell’innovazione metodologica, organizzativa e tecnologica sulla scuola nel suo complesso: bisogna capire se e come alcune forme di innovazione possono effettivamente produrre delle ricadute in grado di innescare processi di cambiamento in senso positivo. Si cercherà poi di fare il punto sulla formazione continua degli insegnanti e su quali sono le modalità più efficaci per attuare delle strategie in proposito.

Il convegno sarà articolato in una sessione plenaria che si terrà durante la mattinata e in una serie di aree di confronto su tematiche specifiche a cui si potrà partecipare nel pomeriggio. La sessione plenaria del mattino, coordinata da Mario Rotta, sarà introdotta da Patrizia Appari di Laboratorio Formazione. Sarà poi centrata sul confronto tra 3 “punti di vista” sul tema della formazione degli insegnanti e del cambiamento che questo può introdurre nella scuola e nella didattica. Il punto di vista istituzionale sarà interpretato da Maria Chiara Pettenati di Indire. Il punto di vista delle Università sarà discusso da Paolo Paolini del Master DOL del Politecnico di Milano. Il punto di vista dell’imprenditoria e delle agenzie formative sarà delineato da Anna Delle Foglie di Smart Skills Center. La sessione plenaria sarà poi conclusa da Daniele Barca, dirigente del MIUR e responsabile del Piano Nazionale per la Scuola Digitale.

Nel pomeriggio si formeranno i vari “tavoli” e i relativi gruppi di discussione: i temi affrontati saranno centrati sulle strategie didattiche innovative e sulle relative prospettive. Ogni tavolo sarà animato e coordinato da un esperto, che mostrerà esempi concreti e porrà domande critiche ai partecipanti. Mario Rotta coordinerà la discussione sul tema abbiamo un problema! La didattica problem-based. Eleonora Guglielman gestirà un gruppo sul tema dove, quando e come: ubiquità, autonomia e personalizzazione. Uno spazio sul tema per gioco, ma sul serio: l’approccio ludico alla didattica, sarà coordinato da Vindice Deplano. Aurora di Benedetto animerà il tavolo su la classa asimmetrica: nuove strategie didattiche e nuovi modelli organizzativi. Del tema in altre parole: la didattica CLIL si occuperà il gruppo coordinato da Nuccia Silvana Pirruccello. Stefania Quattrocchi guiderà un gruppo di lavoro sul tema oltre il testo: autoproduzione di materiale didattico, mentre l’area di discussione sul tema so di sapere: valutazione e didattica per competenze sarà coordinata da Patrizia Appari. Ci si ritroverà poi brevemente in plenaria per condividere gli elementi emersi nei gruppi e le domande critiche su cui si potrà continuare a lavorare in rete.

La partecipazione al convegno è aperta a tutti. Basta visualizzare il programma e compilare il modulo di iscrizione sul sito di Laboratorio Formazione o sul sito di Smart Skills Center. Si richiede un contributo di 14 euro per ogni partecipante, anche per poter garantire a tutti i presenti un buffet organizzato dai ragazzi di un Istituto Alberghiero. Nel corso della giornata verrà anche dedicato un breve spazio al concorso di idee Smart Education, un’opportunità per gli insegnanti e le scuole che vogliono realizzare un progetto di e-learning.

Ma la scuola ha ancora un futuro?

Reading time: 1 – 2 minutes

Al Future Forum 2013 di Udine si è parlato in questi giorni del futuro della scuola e di come cambiano i modi di elaborare e condividere la conoscenza nel mondo digitale. Ecco un video registrato da Giorgio Jannis per Friuli Future Forum in cui cerco di esprimere alcuni concetti essenziali:

Attraverso questo link si può accedere anche alla pagina che ripercorre – attraverso altre registrazioni video, sintesi trascritte e commenti – la conversazione che si è svolta nel pomeriggio del 5 novembre. Oltre al sottoscritto sono intervenuti Salvatore Giuliano (con un video) e Agostino Quadrino, moderati da Armando Massarenti. Il taglio degli interventi è volutamente “militante”, talora provocatorio: l’obiettivo è rimettere in movimento una discussione a 360 gradi sul significato stesso della scuola come ambiente di cambiamento per i cittadini di domani.

A proposito dei libri di testo (e del ruolo della scuola)

Reading time: 4 – 6 minutes

Questo breve contributo prende spunto da una nota che Agostino Quadrino (Garamond) ha pubblicato su Facebook e che si riferisce agli esiti di una Ricerca Europea sui Libri di Testo effettuata nell’ambito di Eurydice. Quadrino scrive: “Dal rilevamento qui indicato risulta che in tutta Europa hanno l’obbligo di adottare libri di testo solo Grecia, Cipro e Malta, con pochissimi casi di controllo centrale della produzione editoriale e con significativa diffusione di contenuti didattici digiali. La validità e qualità dei materiali è generalmente verificata solo dagli insegnanti. Abbiamo discusso spesso di questi temi con Gino Roncaglia, Roberto Maragliano, Mario Rotta, Marco Guastavigna ed altri amici e colleghi. Mi pare che ci sia un elemento in più di discussione, per chi volesse contribuire“. Ho provato a rispondere con un semplice commento, ma poi mi sono lasciato prendere la mano e ho messo insieme alcuni appunti più estesi, che riporto volentieri qui come spunto per una riflessione più ampia sul ruolo (e sul futuro) della scuola.

Quando si parla di scuola e di libri di testo a scuola si può parlare “liberamente” e allo stesso tempo “concretamente”? Sembra di no, ma lo faccio lo stesso. Evidenziando sotto forma di ragionamento iperbolico (purtroppo in breve e quindi in un modo diretto che potrebbe essere frainteso, ma non importa) alcuni elementi che entrano in gioco in questo specifico scenario in questo specifico momento:

  • Una “società della conoscenza” – relativamente alla funzione che in merito può svolgere la scuola – può ragionevolmente fondarsi sulla funzione imprescindibile dei libri di testo? Non credo proprio: quello che si sta configurando è uno scenario molto più ampio e complesso, in cui ciò che conta davvero è legato alla distribuzione e alla condivisione della conoscenza, non alla sua “ratifica” e meno che mai a qualsiasi pretesa di selezione, di sintesi, di uniformità. Dovremmo piuttosto imparare a confrontarci con la complessità della conoscenza.
  • La complessità, le istanze legate alla distribuzione e alla condivisione della conoscenza, la crescita dell’attenzione sulla dimensione sociale dell’apprendimento, sono fattori di cambiamento molto importanti, che suggeriscono in modo evidente che il problema della relazione tra scuola e contenuti funzionali o utili per l’apprendimento non si può più affrontare attraverso soluzioni tradizionali e improntate alla chiusura, ma affacciandosi su territori più ampi, come quelli verso i quali possono accompagnarci l’editoria digitale e la rete.
  • In sostanza, la scuola deve decidere che cosa essere. Se preferisce configurarsi come ambiente chiuso e impermeabile alle sollecitazioni della società, può continuare ad adottare libri di testo (termine peraltro inadeguato, in realtà gli studenti non adottano i libri, è la scuola che li impone, “adottare” presupporrebbe una certa libertà di scelta…). Ma una scuola così impostata sarebbe letteralmente fuori dal mondo, astratta, poco motivante in quanto inadeguata rispetto alla realtà. Forse è il momento di pensare a una scuola più vera, più realistica, più utile: questo significa sporcarsi le mani con le istanze, gli stimoli, i pericoli, i rumori, gli squarci, la discontinuità e le criticità del mondo reale e di quello digitale, che ormai della realtà, della società in cui viviamo, fa parte integrante, ci piaccia o no, e in i ragazzi vivono già.
  • In estrema sintesi, a me piacerebbe una scuola che la smettesse di pretendere di dare risposte suffragate da libri che (chissà poi perché) fanno testo. La nostra scuola, purtroppo, spesso si limita a questo, fingendo peraltro di ignorare che questa impostazione è legata a due funzioni che la scuola ha svolto nel passato e in relazione a momenti storici precisi (la scuola come forma di indottrinamento di massa di ispirazione fascista e la scuola come veicolo di alfabetizzazione e di acculturazione di massa del dopoguerra), funzioni che ormai non hanno più alcuna ragion d’essere, e rappresentano anzi un ostacolo rispetto a una visione della scuola come ambiente in cui si costruisce la relazione tra i futuri cittadini e l’insieme delle conoscenze e delle competenze di cui ciascuno di loro avrà bisogno per affrontare e risolvere problemi, sciogliere dilemmi, prendere decisioni. Che è poi lo scenario della “scuola senza pareti” di cui si parla da tempo.

La questione legata alla valutazione dei contenuti (digitali), in questi termini, appare sotto certi aspetti oziosa: in linea di massima, nel momento in cui i contenuti non rappresentano più l’obiettivo dell’apprendimento ma un insieme di strumenti per apprendere in funzione dell’applicazione concreta di quanto appreso, è il contesto stesso che ne determina – nei fatti – sia la validità intrinseca che quella pratica. Ed è questo che si intende nel rapporto Eurydice riferendosi alla libertà di valutazione degli insegnanti e al loro ruolo in tal senso. Se poi si vuole ragionare sul concetto di qualità, allora bisogna ricordare che da decenni la ricerca e le prassi hanno dimostrato che una vera e propria certificazione della qualità, ad esempio l’assegnazione a determinati contenuti di un marchio di eccellenza o di un’etichetta che possa renderli più visibili e accettabili, non può essere affidata né ai soggetti direttamente interessati (gli insegnanti, in questo caso), né alle seconde parti interessate (editori, MIUR e istituzioni legate al MIUR), ma solo a soggetti che rientrino tra le cosiddette “terze parti indipendenti”, ad esempio specifiche società o commissioni, come in effetti accade in diversi altri paesi.

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Orietta Berlanda
Orietta Berlanda

Come in ogni settore focale è la questione del controllo qualità, che confermi l'autorevolezza della fonte. Attendiamo allora il costituirsi …
Mario Rotta
Mario Rotta

No, per quanto riguarda la scuola e i libri per la scuola in Italia non si intravede nulla di simile …
Maria Rosaria Baglieri
Maria Rosaria Baglieri

Secondo me, la vera questione è che " la scuola deve decidere che cosa essere " e sono ormai molti, …

Parliamo di scuola (in rete)

Reading time: 1 – 2 minutes

In una delle sessioni preliminari di Web Conference in vista del prossimo congresso SIeL (Reggio Emilia, 14-16 settembre 2011) si parla di tecnologie di rete a scuola, toccando vari aspetti del problema e soffermandosi in particolare sulle implicazioni delle tecnologie per l’apprendimento aperto e informale e su come valutarne le ricadute. Modera Mario Rotta. Intervengono Stefano Penge, Elena Zizioli, Cinzia Ferranti e Antonio Nazzaro.

Il futuro della scuola: appuntamento a Milano

Reading time: 3 – 5 minutes

Il futuro non è + quello di una volta
Auditorum ITIS Conti e LS Vittorio Veneto
Piazza Zavattari 3, Milano

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Il 19 e il 20 gennaio 2009, a Milano, si parlerà del futuro, che soprattutto quando ci si riferisce alla relazione tra scuola, didattica e innovazione tecnologica, non è decisamente più quello di una volta. Ma cosa accadrà esattamente in quei giorni? Come si affronterà l’oggetto del seminario? Per una volta, vorremmo provare a evitare l’impostazione abituale di questo genere di eventi e immaginare un approccio più pragmatico e allo stesso tempo decisamente programmatico. Ci piacerebbe che tutti i presenti fossero partecipanti attivi, e soprattutto che al termine delle due giornate prendesse forma una “carta” su come rendere effettiva l’innovazione nella scuola.

Dopo l’appuntamento di Dobbiaco abbiamo cercato di lavorare in rete per capire a cosa potevamo ragionevolmente riferirci, oggi, alludendo ai nuovi scenari della cultura digitale, alla scuola del futuro e al futuro della scuola. Tra le tante istanze in gioco, hanno cominciato a delinearsi alcune “direzioni” più nitide (anche se ancora in parte da esplorare) verso cui potremmo orientarci: i social networks, la scrittura collaborativa, i blog in quanto narrazione distribuita, i mondi virtuali, gli aggregatori di informazioni e gli strumenti avanzati per la ricerca di risorse in rete, gli ambienti di apprendimento e la cultura “open”, gli ambienti di comunicazione per la partecipazione attiva e il dialogo con il territorio. Non stiamo sostenendo che questi sono gli unici scenari possibili o che questi strumenti o ambienti rappresentano di per sé fattori di innovazione per la scuola: ci sembra però che capire come utilizzare questi stessi strumenti e come collocarli in una visione della didattica rappresentino oggi un potenziale di innovazione da non trascurare, oltre che un elemento essenziale della cittadinanza digitale.

Quello che ci piacerebbe fare a Milano è lasciare che dei gruppi di insegnanti si “incamminino” in queste direzioni, con l’aiuto di un animatore, per definire una sorta di “agenda” su ciascuno degli ambiti che raccoglierà un certo numero di interessati: agenda intesa come linee guida essenziali, ad esempio le 10 cose da fare e da non fare per inserire questi strumenti o questi ambienti nella scuola in modo che rappresentino un reale fattore di innovazione. Senza dimenticare un invito a discutere sulle competenze necessarie per applicare le linee guida che a poco a poco prenderanno forma. L’obiettivo è pragmatico e programmatico: poter dire, al termine del seminario, che cosa dovremmo realmente fare per costruire insieme un nuovo paradigma educativo. Una sorta di manifesto per una riforma “attiva” della scuola, fondata non sulla ristrutturazione (eufemismo che significa tagli e riduzioni) ma sull’innovazione tecnologica in quanto veicolo di innovazione metodologica. Del resto l’idea di un manifesto per una scuola innovativa è nell’aria: l’appuntamento di Milano potrebbe quindi rientrare in questa “catena di eventi ininterrotti”, e auspicabilmente rappresentarne l’anello mancante.

Ma non basterà organizzare dei gruppi di lavoro (o meglio, dei focus) su ciascuna delle direzioni indicate, né animarli e moderarli. Sarebbe molto utile e importante che nei gruppi fossero presenti (materialmente o virtualmente) esperti e protagonisti di sperimentazioni, ricerche o applicazioni su quegli stessi ambiti. Non tanto, tuttavia, come portatori di risultati o testimonianze, quanto piuttosto, per una volta, come “ascoltatori” o “osservatori”: l’agenda a cui punteremo non sarà infatti soltanto un programma concreto di lavoro, ma anche un’opportunità per tutti gli stakeholders, un modo per capire verso cosa indirizzare studi, investimenti, azioni di sistema, riforme. Diamoci tutti appuntamento a Milano, quindi, anche informalmente o virtualmente, per capire su cosa si dovrà lavorare nei prossimi anni per immaginare una scuola che torni a essere innovativa, e per condividere una traccia per un futuro che non sia più quello di tutte le volte che abbiamo sentito parlare invano di tecnologie e didattica…

Patrizia Appari
Luisanna Fiorini
Pierluigi Fontanesi
Giorgio Jannis
Maddalena Mapelli
Mario Rotta

Per saperne di più: http://lnx.laboratorioformazione.it/

Scuola e TIC: cosa resta del futuro?

Reading time: 6 – 10 minutes

Prefazione al volume:
Benetton S. e Favini D. (2007), Teorie, strategie e strumenti online per il recupero scolastico. Torino, Ananke.

Oltre dieci anni fa, una voce autorevole come quella di Michael Moore affermò che per poter sostenere l’impatto dell’innovazione tecnologica “sarà sempre più necessario modificare le classiche pratiche pedagogiche per cui le nostre scuole sono organizzate, così come le istituzioni che supportano queste pratiche” . L’affermazione era dettata più che altro dal buon senso, ma evidenziava un aspetto essenziale del problema: qualsiasi innovazione, nella scuola, dovrebbe implicare un approccio sistemico ed essere considerata in termini di fattibilità.

Parallelamente, si è cominciato ad affrontare il problema delle potenzialità didattiche delle tecnologie, nel quadro dell’evoluzione del concetto di tecnologie didattiche. Due studiosi canadesi, Bracewell e Laferriere , analizzarono ad esempio in modo specifico l’impatto prodotto dalle nuove tecnologie in relazione ai cambiamenti introdotti dalle stesse tecnologie nella scuola e nella formazione. Si riscontrarono alcune possibili ricadute positive almeno in tre grandi aree. La prima riguardava l’apprendimento in sé: si cominciò a osservare che le nuove tecnologie potevano stimolare particolarmente lo sviluppo di certe abilità intellettuali, tra cui il saper ragionare per affrontare la soluzione di un problema, l’imparare a imparare, la creatività. Si osservò inoltre che le nuove tecnologie potevano contribuire a migliorare l’apprendimento in vari soggetti e a sviluppare determinate attitudini, anche se la natura e l’ampiezza dell’apprendimento dipendevano dalle preconoscenze e dalla strategia didattica. Una seconda area di ricaduta positiva riguardava la motivazione degli studenti: la maggior parte degli studenti sembrava mostrare più interesse nei confronti delle attività didattiche basate sulle nuove tecnologie piuttosto che sull’approccio tradizionale. Inoltre, l’attenzione e la concentrazione che la maggior parte degli studenti mostrava nei confronti di una attività formativa risultava maggiore in ambienti di apprendimento tecnologici rispetto a quanto non accadeva in contesti didattici tradizionali. Una terza area di ricaduta riguardava infine il modo in cui gli studenti, sfruttando specifiche potenzialità delle tecnologie, potevano modificare la loro capacità di mettere in “relazione” saperi e conoscenze.

Secondo Bracewell e Laferriere, in sostanza, le nuove tecnologie avrebbero potuto stimolare la ricerca di informazioni più approfondite su argomenti e concetti e aiutare gli studenti nella soluzione dei problemi. L’uso delle nuove tecnologie avrebbe promosso inoltre la cooperazione tra gli studenti di una stessa classe o tra studenti di classi e scuole diverse, vicine o remote, rendendo gli studenti più consapevoli rispetto ad altre realtà, ampliando il loro orizzonte cognitivo, stimolando l’attuazione di progetti più pertinenti. Infine, le potenzialità delle nuove tecnologie come strumenti di simulazione o manipolazione virtuale, integrazione tra le informazioni o rappresentazione grafica dei problemi avrebbe contribuito a stimolare negli studenti la capacità di collegare la conoscenza con vari aspetti della loro personalità, assicurando una più profonda assimilazione di ciò che apprendevano.

Dietro questa serie di osservazioni, frutto di accurate indagini sul campo, si avvertono gli echi di una visione ottimistica tipica della metà degli anni 90, alcune ipotesi di lavoro ancora valide e molte aspettative che a distanza di anni non hanno avuto il riscontro che si sperava. La costante è rappresentata dall’accettazione dell’idea che l’impatto più evidente che le nuove tecnologie hanno sulla scuola non riguarda è tanto i contenuti dell’apprendimento, ma il processo stesso dell’apprendere, ciò che porta un individuo ad acquisire, definire, rielaborare delle conoscenze, all’interno di uno scenario in cui la consapevolezza, la motivazione, l’approccio critico ai problemi diventano elementi ordinari dei percorsi di apprendimento e non occasionali deviazioni dalla linearità di uno standard identificato in un sapere fatto di nozioni spesso astratte.

Col tempo, hanno avvalorato questa concezione anche altre esperienze e modelli, dalle ipotesi di lavoro di Papert sulle tecnologie come strumenti per aiutare a pensare, alle esperienze della Riel sui “circoli” di apprendimento, alle aspettative sulle possibilità di “distribuire” il sapere attraverso le reti delineate da Resnick, tutto sembra convergere verso l’idea che la conoscenza debba essere almeno situata, costruita, distribuita e condivisa, e che su questa base si debbano sperimentare le potenzialità delle nuove tecnologie in relazione al processo dell’apprendere.

Cosa resta, oggi, di quel dibattito? La scuola è riuscita a coglierne le suggestioni più importanti? Forse non del tutto, almeno in Italia, dove si sono manifestate resistenze culturali e ritardi infrastrutturali, proprio mentre altri fenomeni stavano ulteriormente modificando lo scenario delle possibili applicazioni: la diffusione delle reti, la semplificazione dei linguaggi e la riduzione della distanza tra utente e autore, fino all’idea che almeno l’accesso a certe conoscenze di base possa essere agevolato attraverso un supporto tecnologico, anche semplice magari, ma riusabile, strumento nelle mani degli insegnanti, oggetto dell’apprendere per i ragazzi.

Di fatto, alcune ipotesi sono state accantonate o trascurate, in particolare quelle orientate all’uso critico delle tecnologie per agevolare la costruzione di “situazioni” e rinnovare la didattica reimpostandola sui problemi: probabilmente questo approccio richiede tempi (e costi) che la scuola italiana non è ancora in grado di sostenere. Al contrario, è stato enfatizzato, talora acriticamente, il presunto legame, non sempre dimostrabile, tra motivazione all’apprendimento, attrattività delle nuove tecnologie e della comunicazione multimediale, distribuzione delle conoscenze attraverso Internet e approccio collaborativo supportato dalla comunicazione in rete. Si tratta di aspettative lecite, che tuttavia esprimono un eccesso di fiducia, come se le TIC potessero risolvere i problemi reali e urgenti che in questi stessi anni la scuola è chiamata ad affrontare: il calo della motivazione degli studenti, la crescita dell’insuccesso scolastico e l’aumento del tasso di abbandono, la perdita della capacità di trasmettere ai ragazzi conoscenze utili, o quanto meno sufficientemente solide da permettere loro di essere ancora “competitivi” in una società sempre più complessa e fondata su ritmi sempre più veloci.

Il volume di Dario Favini e Sonia Benetton si colloca oggi sullo sfondo di queste complesse problematiche, o meglio, le affronta attraverso il punto di vista di chi opera sul campo, in prima linea, confrontandosi ogni giorno con i problemi della scuola. Favini e Benetton sono due insegnanti che hanno deciso di passare dalla sperimentazione tecnologica alla pratica quotidiana dell’uso di tecnologie per insegnare e apprendere, un passaggio che, al di là del dibattito teorico, rappresenta la vera sfida per chi si muove nel contesto. Si sono concentrati su un problema reale: l’aumento della dispersione scolastica, impietosamente documentato da dati che dovrebbero preoccupare qualsiasi dirigente, e si sono chiesti in che modo le nuove tecnologie avrebbero potuto essere di aiuto: agli insegnanti, per migliorare la loro capacità di insegnare, agli studenti, per recuperare motivazione. Pragmaticamente, hanno sperimentato e osservato (è così che si fa…), applicando diverse strategie, centrate però su precise riflessioni critiche: che cosa sono i cosiddetti learning objects? Come si possono selezionare, costruire, collocare in un percorso? Possono realmente diventare “oggetti di apprendimento”? Possono essere di aiuto nel sostegno, nel recupero dei ragazzi in difficoltà, nella lotta alla dispersione?

Favini e Benetton non pretendono di dare una risposta definitiva a queste domande, né di ricavare dalle loro sperimentazioni un modello. Ci raccontano però la loro esperienza documentandola con i risultati ottenuti, e mettendoci a disposizione tutti gli strumenti di analisi e monitoraggio utilizzati. E i risultati sono molto incoraggianti, e ci aiutano a capire che spesso, quando si parla di tecnologie applicate alla didattica, contano soprattutto le “evidenze empiriche”, più che le astrazioni teoriche. E conta anche il contesto didattico, nella fattispecie rappresentato dalle capacità e dalle competenze degli insegnanti (che si possono incrementare, supportare…) e dal punto di vista degli studenti, che da figure passive nel processo formativo diventerebbero non solo “soggetti”, ma sempre più attivamente coinvolti nel processo stesso.

Certo, non si tratta di un passaggio facile. Appare chiaro, ad esempio, che negli ambienti di apprendimento in rete la capacità dell’insegnante di gestire o attivare una varietà di interazioni può contribuire in modo significativo alla modifica degli atteggiamenti dei componenti della classe. Appare altrettanto evidente che è necessario che gli insegnanti, più che “affidarsi” ai learning objects, imparino a “dominarli”, analizzandoli, costruendoli, modificandoli, usandoli per ciò che sono, degli strumenti per raggiungere degli obiettivi didattici e non un modo per delegare alle tecnologie il compito di insegnare.

Ma forse siamo sulla strada giusta. Si stanno cogliendo le vere opportunità da sfruttare in relazione all’introduzione proficua di nuove tecnologie nel contesto didattico. E inevitabilmente si configura l’immagine di una scuola molto diversa da quella tradizionale, già simile a quella stessa scuola che Brown chiamerebbe “community of thinking”, un ambiente in cui tutti gli attori elaborano conoscenze affrontando criticamente e costruttivamente i problemi, e ricorrendo a vecchie e nuove tecnologie se e quando è necessario, con intelligenza, magari sapendo di poter contare su forme di supporto, risorse utili, contenuti riutilizzabili, linee guida, tracce di lavoro: un’immagine della scuola che, di fronte a molte situazioni reali, apparirà forse utopistica, ma che di fatto presuppone non tanto una particolare disponibilità di mezzi e tecnologie, quanto, piuttosto, un cambiamento di mentalità, una voglia di aprirsi ad una vera innovazione, che, nel momento in cui ne modifica il ruolo, possa restituire agli studenti una rinnovata motivazione, e agli insegnanti una nuova passione.

Ipermultimediamente

Reading time: < 1 minute Alcuni appunti estesi e formalizzati per un libro mai completato sulla tecnologie a scuola. Ma sono anche un "manifesto", il programma di lavoro di un gruppo di esperti (tra cui Giovanni Barbi, Francesco Leonetti, Michela Bini) che stava cercando di delineare un approccio strategico al problema dell'integrazione delle ICT nel contesto educativo come ipotesi per il passaggio da una fase sperimentale a una fase più attuale. Ipermultimediamente [PDF, IT]

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