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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


Ma la scuola ha ancora un futuro?

Reading time: 1 – 2 minutes

Al Future Forum 2013 di Udine si è parlato in questi giorni del futuro della scuola e di come cambiano i modi di elaborare e condividere la conoscenza nel mondo digitale. Ecco un video registrato da Giorgio Jannis per Friuli Future Forum in cui cerco di esprimere alcuni concetti essenziali:

Attraverso questo link si può accedere anche alla pagina che ripercorre – attraverso altre registrazioni video, sintesi trascritte e commenti – la conversazione che si è svolta nel pomeriggio del 5 novembre. Oltre al sottoscritto sono intervenuti Salvatore Giuliano (con un video) e Agostino Quadrino, moderati da Armando Massarenti. Il taglio degli interventi è volutamente “militante”, talora provocatorio: l’obiettivo è rimettere in movimento una discussione a 360 gradi sul significato stesso della scuola come ambiente di cambiamento per i cittadini di domani.

Scuola Digitale: qualche consiglio utile

Reading time: 6 – 10 minutes

Quando si tratta di scuola, almeno in Italia, le discussioni che cercano di andare oltre la constatazione delle quotidiane difficoltà di chi insegna (e a volte anche di chi impara) sono rare e procedono a folate improvvise, sostenute di solito dal vento della cronaca o dalle reazioni di qualche “visionario”, dando alla parola, ovviamente, un significato più che positivo. Sul tema della cosiddetta scuola digitale, ad esempio, si procede così da anni, sospesi – per così dire – tra speranze e delusioni, moti di rabbia e aspettative spesso disattese. La ricerca, per parte sua, sa bene che il problema di come integrare le tecnologie digitali nella scuola è stato posto parecchi anni fa (per quanto mi riguarda, ad esempio, ho partecipato ad una sperimentazione su questi argomenti già nel 1994, pubblicando l’anno successivo alcune riflessioni in merito), senza che nel frattempo si sia consolidato un quadro d’insieme stabile. In sostanza, come ho ribadito in più occasioni e in questo stesso knowledge blog, c’è una particolarità tutta italiana nel modo in cui questa gamma di problematiche viene affrontata: consiste in una sorta di scollamento tra i risultati a cui talora la ricerca è arrivata, la scarsa considerazione di quegli stessi risultati da parte del MIUR e dei suoi organismi (nonostante quelle ricerche o quei progetti fossero spesso sostenuti dallo stesso MIUR), l’assenza di poltiche stabili e di una visione strategica, il conflitto tra le opzioni legate all’innovazione e l’organizzazione quotidiana del sistema scolastico, spesso improntata alla pura sopravvivenza, l’isolamento tendenziale di alcuni stakeholders aperti all’innovazione e le pressioni di vari interessi lobbistici, talora anche insospettabili [1]. Insomma, una spirale perversa, perdente.

Ma ora si parla di nuovo di scuola digitale, con un particolare riferimento al tema (caldo) dell’introduzione nella scuola degli eBook e di altri contenuti “dematerializzati” nella gestione delle attività didattiche. Se ne parla già da qualche tempo, a dire il vero, senza esiti particolari: una circolare di qualche anno fa ad esempio parlava di graduale introduzione degli eBook al posto dei libri cartacei tradizionali (con implicazioni sulla spesa delle famiglie e sulla “portabilità” dei contenuti) a partire dal 2011. Poi però il momento del passaggio è stato rinviato, per poi essere rinviato ancora, fino ad arrivare all’ultimo decreto dell’attuale ministro, che parla nuovamente in termini interlocutori e contraddittori della questione. Ho già scritto cosa ne penso (post del 22 luglio 2013), ma credo che per avere un quadro più ampio sulle varie posizioni che si stanno delineando la cosa migliore da fare, al momento, sia rimandare a una lunga e articolata discussione avviata da Agostino Quadrino (Garamond) su Facebook, dove molti aspetti controversi del perché e del percome il processo di digitalizzazione della scuola italiana NON sia ancora stato avviato in modo sistematico sono stati letteralmente sviscerati e talora approfonditi. Ecco il  post di Agostino Quadrino.

Perché siamo a questo punto? E che cosa si può fare? Istintivamente, mi sono messo a cercare idee e spunti per capire come si colloca la situazione italiana rispetto a scenari più ampi: se dovessi definire un piano per la scuola digitale, la prima cosa che farei è proprio questa, capire come si sono mossi altrove, per mettere a fuoco una strategia più efficace, che tenga conto degli esempi positivi e anche degli errori già commessi. Così, cercando, ho trovato un ponderoso studio promosso dall’OECD e curato da un team internazionale di ricercatori, che si intitola “Review of the Italian Strategy for Digital Schools” (cit. Avvisati F., Hennessy S., Kozma R.B. & Vincent-Lancrin S. (2013), Review of the Italian Strategy for Digital Schools, OECD Education Working Papers, No 90, OECD Publishing).

Review of the Italian Strategy for Digital Schools

Si tratta di un volume che merita di essere letto e considerato con attenzione: ripercorre storicamente la questione (e fin qui, si limita a riferire fatti che tutti gli addetti ai lavori conoscono, in ogni caso in modo dettagliato e riportando informazioni non scontate); poi però mette a confronto la situazione italiana con numerosi dati e casistiche internazionali, per suggerire alcune priorità, linee d’azione e idee per migliorare l’approccio al tema dell’innovazione. Insomma, è istruttivo. Tra i dati riportati (oltre a quelli già noti) segnalo ad esempio:

  • le tabelle a pagina 98-101: mostrano comparativamente alcuni indicatori sull’uso delle ICT e sulle relative infrastrutture nella scuola italiana e in diversi altri paesi. Se ne ricava la distanza reale che ancora ci separa dai soliti paesi (Francia, Danimarca, Finlandia…), ma anche dalla Corea e rispetto alle media UE e OECD (e le conseguenti indicazioni prioritarie che potrebbero o dovrebbero essere inserite in un decreto, se l’intenzione fosse quella di colmare il nostro divario tecnologico).
  • La tabella a pagina 60: mostra, in relazione all’esperienza inglese, i possibili ambiti applicativi di un uso sistematico (e intelligente) delle lavagne interattive.

Ma questo genere di ricerche non è interessante solo per i dati che riporta, né i dati riportati implicano che sulla scuola italiana e sulle politiche relative prenda forma un giudizio totalmente negativo. I ricercatori che lavorano per istituti come OECD sanno bene che le conclusioni e le relative prese di posizione spettano ai decisori che operano nel contesto, ai ministri, alle forze politiche. La ricerca, piuttosto, serve ad evidenziare i nodi critici del problema, nodi che spesso portano a precise “raccomandazioni” sulle possibili linee d’azione. I nodi sono introdotti da un box (a pagina 25) che riassume sinteticamente le problematiche riscontrate: si va dai problemi di disponibilità delle risorse tecnologiche ai limiti riscontrabili tra gli insegnanti a livello di competenza digitale. La valutazione dei nodi critici riscontrati porta (box a pagina 30) a precise raccomandazioni ispirate al bisogno primario di velocizzare (speed-up) il processo di integrazione delle tecnologie digitali nel sistema scolastico: le raccomandazioni più specifiche riguardano il bisogno di incrementare i budget a disposizione delle scuole, il ruolo di Indire, l’aggiornamento professionale dei docenti (su cui si ipotizza un ruolo attivo delle singole scuole, valorizzando il training on the job rispetto ai piani nazionali), l’istituzione di meccanismi premianti per insegnanti innovatori (sul modello francese), l’adozione di politiche di monitoraggio e relative metriche. Si evidenziano inoltre quattro fattori critic, su cui si suggeriscono ipotesi di lavoro precise: definire politiche di “cross-government” per agevolare l’incremento della larghezza di banda disponibile; definire strategie di coinvolgimento attivo dei genitori sulle tematiche relative all’uso consapevole di Internet e delle risorse in rete; allineare il curriculum e le relative procedure di valutazione agli standard legati alle competenze digitali; integrare “longitudinalmente” l’uso educativo e l’uso organizzativo delle tecnologie digitali, ad esempio incentivando l’uso di registri elettronici e promuovendo una anagrafe degli studenti (leggi: portfolio). Si suggerisce inoltre l’ipotesi che debbano essere varati piani per la collaborazione tra pubblico e privato nell’ambito specifico della produzione e disseminazione dei contenuti digitali (a pagina 32, ad esempio, c’è un richiamo ai modelli americani in tal senso) e che si debba rapidamente procedere a un incremento della massa critica delle risorse digitali a disposizione delle scuole (un messaggio preciso agli editori e ai decisori istituzionali) attraverso 3 strategie che vale la pena di citare in modo letterale:

  • tradurre in italiano e adattare al curriculum risorse educative aperte (OER) disponibili in altre lingue;
  • sviluppare e promuovere una “banca” centrale di risorse per insegnanti che includa ogni risorsa digitale aperta e, se possibile, anche altre tipologie di risorse digitali;
  • incoraggiare gli insegnanti a sviluppare e condividere le loro risorse educative come risorse educative aperte (OER) riconoscendo loro premi e incentivi o attraverso altre dinamiche legate alla reputazione.

Gran parte di tutto questo – a pensarci bene – è presente non tanto nel bando, quanto piuttosto negli esiti a cui ha portato il progetto Editoria Digitale. Perché, dunque, siamo ancora qui a parlarne come di un’occasione mancata? Perché non si riparte una buona volta da quello che di positivo siamo riusciti a fare, aggregando in un progetto sistemico le migliori esperienze (altro suggerimento strategico che emerge dalla ricerca, riassunto in un box a pagina 39) e incentivando in modo serio la produzione e la condivisione di OER?

[1] a titolo di esempio, non posso fare a meno di notare come una delle tante discussioni sull’innovazione tecnologica nella scuola sia stata in qualche modo bloccata da una polemica sulla mancanza di carta igienica, a cui poco dopo si è ispirata una campagna promozionale condotta da un noto marchio di quello stesso settore merceologico…

Chi ha paura della scuola digitale? Riferimenti utili per confutare le posizioni del ministro dell’istruzione

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eReaders perduti (parodia da Indiana Jones)

Rileggo alcune dichiarazioni a proposito degli eBook a scuola riportate tra virgolette in un articolo uscito su Repubblica. Gli editori avrebbero affermato che “l’accelerazione sui libri digitali non poggiava su alcuna seria e documentata validazione di carattere pedagogico e culturale, così come non sono state valutate le possibili ricadute sulla salute di bambini e adolescenti esposti a un uso massiccio di apparecchiature tecnologiche”, e il ministro avrebbe detto “fermiamo tutto, l’accelerazione impressa all’introduzione dei libri digitali è stata eccessiva, voglio prendere in mano la questione ed esaminarla a fondo. Deponete le armi”.  Le rileggo perché sono abituato a non reagire in modo istintivo alle provocazioni, e anche perché mi annoia un po’, ormai, anno dopo anno, tornare a discutere sugli stessi argomenti senza che si vada avanti, senza che si esca dal confronto (sterile) tra posizioni palesemente dettate da interessi di parte, atteggiamenti di pura resistenza al cambiamento (lascio volentieri lo sviluppo del tema agli psicologi), inutili battibecchi pregiudiziali e varia umanità. Tuttavia, anche in questa occasione, anche se c’è un nuovo ministro a ripetere parole già ascoltate, o forse proprio per questo, vale la pena di intervenire nel cuore stesso del dibattito che si è già acceso in rete in proposito, anche solo per rammentare a chi afferma di voler governare l’Italia che non tutti sono al mare e che non si può far passare alla chetichella – approfittando per di più del fine settimana – l’ennesimo rinvio di una decisione su un tema a mio parere essenziale per tutti coloro che hanno davvero a cuore il ruolo della scuola rispetto al futuro del nostro paese. Ma ora basta con la retorica. Affido a questo post il compito di argomentare le mie opinioni in proposito. Che diamine, il ministro, i sottosegretari e i dirigenti del MIUR lo sapranno pur leggere un articolo in formato digitale! Lo scopo di questo articolo è confutare punto per punto la posizione del ministro in carica in relazione alle affermazioni degli editori, per dimostrarne l’inconsistenza.

Prima di tutto, vorrei confutare il riferimento alla presunta accelerazione sulla questione dei libri digitali a cui il ministro fa riferimento. Non c’è stata alcuna accelerazione, come è già stato fatto notare da più parti. Di eBook e di contenuti digitali per la scuola si parla da oltre 10 anni. Per quanto mi riguarda, posso citare esempi e ipotesi di sperimentazione che risalgono al 2003 [cfr. eBook: un’ipotesi], ma anche invitare il ministro a rileggere quanto meno i contributi di autori più importanti di me, come Eletti, Roncaglia o Maragliano, e a riflettere sul fatto che ci sono editori che hanno cominciato a proporre contenuti didattici digitali tra il 2007 e il 2008 [cfr. Gli e-Books, finalmente…]. Di quale accelerazione stiamo parlando? Capisco che rispetto a qualche dinosauro che evidentemente suggerisce atteggiamenti prudenti tutto il resto appaia drammaticamente veloce, ma oltre 10 anni di dibattito sull’argomento, per restare all’Italia e senza voler tirare in ballo la ricerca ancora più stratificata e consolidata che a partire dai primi anni ’90 si è occupata della relazione tra contenuti digitali e apprendimento, non mi sembrano affatto una brusca accelerazione, anzi.

E qui veniamo al secondo punto. Secondo gli editori e il ministro manca una “seria e documentata validazione di carattere pedagogico e culturale” che possa per così dire giustificare l’apertura di un credito nei confronti degli eBook come opzione per la scuola. Si potrebbe obiettare all’affermazione anche soltanto osservando che se non si incentiva la sperimentazione è evidentemente più difficile verificare il reale impatto di questa così come di altre tecnologie su un determinato scenario. Ma sarebbe troppo semplice e inutilmente polemico. Rispondo piuttosto elencando alcuni post pubblicati su questo stesso blog (che diamine, il ministro, i sottosegretari e i dirigenti del MIUR lo sapranno pur seguire un link!), non tanto in nome di un’autoreferenzialità che personalmente detesto, ma perché gli articoli che sto per citare fanno riferimento a sperimentazioni, convegni, documentazione e ricerche sia italiane che internazionali che dimostrano come sull’argomento ci sia stata ricerca e si siano delineate prospettive interessanti. Ecco alcuni punti di partenza per cominciare a esplorare lo scenario:

A partire da questo elenco, che potrebbe essere arricchito da diversi colleghi sperimentatori con ulteriori contributi (penso ai già citati Eletti, Roncaglia e Maragliano, ma anche a Agostino Quadrino, Maria Grazia Fiore e molti altri), ho verificato a mia volta lo stato della ricerca internazionale sull’impatto degli eBook a scuola e nelle università, e insieme a Michela Bini e Paola Zamperlin ho pubblicato all’inizio del 2010 un libro (anzi, un eBook) dedicato in modo specifico agli effetti di queste tecnologie in ambito didattico:

Rotta M., Bini M. & Zamperlin P. (2010), Insegnare e apprendere con gli eBook. Dall’evoluzione della tecnologia del libro ai nuovi scenari educativi. Roma, Garamond. [scheda ed estratti su: Un eBook sugli eBook]

La ricerca ha documentato che gli eBook, oltre a migliorare le abilità di lettura dei ragazzi e a modificare il loro stesso atteggiamento nei confronti della lettura, producono un primo impatto positivo sulle capacità epistemologiche e critiche, in parte legato al fatto che i dispositivi di lettura digitale agevolano l’uso integrato di una molteplicità di contenuti e l’accesso immediato a riferimenti incrociati e possibilità di confronto, in parte legato a fattori motivazionali; con la conseguenza che da un lato tendono a migliorare alcune capacità cognitive, dall’altro si creano i presupposti per un’evoluzione del setting metodologico verso formati didattici più centrati sui problemi e sulla socializzazione dei percorsi cognitivi che possono portare alla loro soluzione. Ma non è il caso di riassumere tutti i risultati che sono stati documentati richiamando ricerche e sperimentazioni nordamericane, inglesi e di altri paesi europei. Che diamine, il ministro, i sottosegretari e i dirigenti del MIUR lo sapranno pur leggere un libro in formato digitale! posso solo aggiungere che è a partire dal contributo citato che ha preso il via la prima sperimentazione integrale sull’utilizzo dei dispositivi mobili personali e dei contenuti digitali a scuola, una sperimentazione che è stata monitorata e analizzata e i cui risultati, più che incoraggianti, sono stati a loro volta pubblicati già nel 2011:

Bardi D., Castelli C., Cusconà S., Mora P., Morosini E., Rotta M., Testa S. & Testoni C. (a cura di) (2011), Oltre la carta: in aula con gli iPad e gli eBook Reader. Strategie, strumenti, appunti e riflessioni per una sperimentazione sull’uso integrato di mobile device e contenuti digitali personalizzati nella scuola secondaria superiore: il caso del Liceo “F.Lussana” di Bergamo. Con il contributo di Giuseppe Colosio, Cesare Quarenghi, Annamaria Romagnolo e gli studenti della 4L. Milano, Nova Multimedia Editore. [scheda ed estratti su: Oltre la carta: come integrare le tecnologie della conoscenza nella scuola]

Merita infine qualche riflessione anche l’affermazione circa i possibili danni alla salute dei bambini e dei ragazzi prodotti dai dispositivi tecnologici. Va detto che è molto nobile da parte degli editori preoccuparsi così tanto su questi aspetti: è singolare se mai che a condividere questa preoccupazione sia il ministro di un governo che non riesce a difendere i ragazzi dall’invadenza delle sale giochi, che non fa nulla per regolamentare seriamente la vendita di alcolici e tabacco ai minori e che accetta di buon grado che tutti, bambini compresi, possiedano e usino cellulari e altri dispositivi forse un po’ più invasivi di un eReader che fino a prova contraria, è di fatto un dispositivo spento nel momento in cui si sta leggendo, non va ricaricato tutti i giorni (e neanche tutte le settimane) e non è retroilluminato, ovvero non affatica gli occhi durante la lettura. Per non parlare delle ricadute positive indirette che gli eBook e gli eReader avrebbero sul peso degli zaini (di cui si leggerà sui giornali a settembre, un appuntamento classico ormai) e perfino sulla riduzione di emissioni nocive nell’atmosfera nell’eventualità (sostenuta a buon diritto da più parti) che gli eBook possano contribuire a un calo significativo nella produzione e nel consumo di carta. Potrei citare vari contributi in proposito (alcuni sono citati qui: Per una formazione ecosostenibile), ma non voglio neppure pensare che non ci si possa arrivare da soli. Che diamine, il ministro, i sottosegretari e i dirigenti del MIUR lo sapranno pur trovare il sito di Greenpeace cercandolo su Google!

Detto tutto questo, sperando di aver confutato in modo serio e circostanziato le posizioni che il ministro sembra esprimere o avvalorare, che cos’altro si può dire o fare per evitare che anche questa discussione si riduca a una polemica di 36 ore in rete? Penso che si debbano suggerire azioni precise, invitando tutti non tanto e non solo a indignarsi, ma a prepararsi al nuovo anno scolastico ricordando almeno che:

  • Non esistono (almeno che io sappia) normative vincolanti sull’obbligo dell’adozione dei libri di testo (di qualunque tipo o formato) e che imporre l’adozione può essere anche considerata una violazione sia del principio dell’autonomia scolastica che dell’articolo 33 della Costituzione. Questo significa che gli insegnanti possono opporre un semplice “no grazie” agli editori tradizionali e provare, se lo ritengono utile per la loro impostazione didattica, a orientarsi su soluzioni alternative, come l’uso di contenuti digitali aperti ad esempio.
  • Allo stato attuale è possibile per i ragazzi frequentare la scuola e svolgere qualsiasi programmazione didattica utilizzando dispositivi semplici e leggeri e contenuti poco costosi o addirittura gratuiti: è bene che i genitori lo sappiano e siano consapevoli del fatto che è un loro preciso diritto chiedere conto alle scuole delle ragioni per cui dovrebbero accollarsi oneri di spesa consistenti e costringere i ragazzi ad andare in giro con una decina di kilogrammi di carta sulle spalle quando è possibile (non obbligatorio, ma possibile) fare scelte diverse.
  • La ricerca educativa, le sperimentazioni e le evidenze empiriche sull’impatto e le ricadute dell’uso integrato di dispositivi mobili e contenuti digitali a scuola è ormai consistente e può offrire a dirigenti, insegnanti e genitori solide basi per impostare attività didattiche in grado di agire positivamente sia sulla motivazione che sulle competenze dei ragazzi, restituendo alla scuola (mi si perdoni l’enfasi) un ruolo significativo rispetto al futuro delle nuove generazioni.

Certo, in un paese normale non dovrebbe esserci neanche il bisogno di tornare ancora una volta a parlare di tutto questo. Si accetterebbe semplicemente l’ipotesi che la scuola debba o quanto meno possa tener conto dell’evoluzione tecnologica come opportunità per migliorare l’accesso alla conoscenza e la rielaborazione delle conoscenze. Ma l’Italia, si sa, è una sorta di paese interrotto, dove il futuro va cercato sfuggendo ai predatori della nostra cultura perduta…

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Ippolita Gallo
Ippolita Gallo

E-book per Ri-mediare la Scuola http://ippolitagallo.wordpress.com/e-book-per-ri-mediare-la-scuola/ Rotta considera l’e-book come la naturale evoluzione della “tecnologia” del libro, che a sua volta ha …
Mario Rotta
Mario Rotta

Nel frattempo anche Paolo Ferri interviene (criticamente) sull'argomento. Ecco il link: http://www.corrierecomunicazioni.it/it-world/22580_e-book-nelle-scuole-ferri-bicocca-rinvio-affossa-l-agenda-digitale.htm
Alberto Capece
Alberto Capece

Che il libro digitale finirà per sostituire gran parte di quelli di carta, non c'è alcun dubbio. E ancor meno …
Mario Rotta
Mario Rotta

Altri punti di vista sull'argomento. Ecco un articolo di Simone Aliprandi su Apogeo Online: http://www.apogeonline.com/webzine/2013/07/29/per-i-libri-di-testo-autogestiti
Mario Rotta
Mario Rotta

A margine di questa stessa discussione, c'è anche chi cerca di dimostrare non si sa bene su quali basi (o …

A proposito dei libri di testo (e del ruolo della scuola)

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Questo breve contributo prende spunto da una nota che Agostino Quadrino (Garamond) ha pubblicato su Facebook e che si riferisce agli esiti di una Ricerca Europea sui Libri di Testo effettuata nell’ambito di Eurydice. Quadrino scrive: “Dal rilevamento qui indicato risulta che in tutta Europa hanno l’obbligo di adottare libri di testo solo Grecia, Cipro e Malta, con pochissimi casi di controllo centrale della produzione editoriale e con significativa diffusione di contenuti didattici digiali. La validità e qualità dei materiali è generalmente verificata solo dagli insegnanti. Abbiamo discusso spesso di questi temi con Gino Roncaglia, Roberto Maragliano, Mario Rotta, Marco Guastavigna ed altri amici e colleghi. Mi pare che ci sia un elemento in più di discussione, per chi volesse contribuire“. Ho provato a rispondere con un semplice commento, ma poi mi sono lasciato prendere la mano e ho messo insieme alcuni appunti più estesi, che riporto volentieri qui come spunto per una riflessione più ampia sul ruolo (e sul futuro) della scuola.

Quando si parla di scuola e di libri di testo a scuola si può parlare “liberamente” e allo stesso tempo “concretamente”? Sembra di no, ma lo faccio lo stesso. Evidenziando sotto forma di ragionamento iperbolico (purtroppo in breve e quindi in un modo diretto che potrebbe essere frainteso, ma non importa) alcuni elementi che entrano in gioco in questo specifico scenario in questo specifico momento:

  • Una “società della conoscenza” – relativamente alla funzione che in merito può svolgere la scuola – può ragionevolmente fondarsi sulla funzione imprescindibile dei libri di testo? Non credo proprio: quello che si sta configurando è uno scenario molto più ampio e complesso, in cui ciò che conta davvero è legato alla distribuzione e alla condivisione della conoscenza, non alla sua “ratifica” e meno che mai a qualsiasi pretesa di selezione, di sintesi, di uniformità. Dovremmo piuttosto imparare a confrontarci con la complessità della conoscenza.
  • La complessità, le istanze legate alla distribuzione e alla condivisione della conoscenza, la crescita dell’attenzione sulla dimensione sociale dell’apprendimento, sono fattori di cambiamento molto importanti, che suggeriscono in modo evidente che il problema della relazione tra scuola e contenuti funzionali o utili per l’apprendimento non si può più affrontare attraverso soluzioni tradizionali e improntate alla chiusura, ma affacciandosi su territori più ampi, come quelli verso i quali possono accompagnarci l’editoria digitale e la rete.
  • In sostanza, la scuola deve decidere che cosa essere. Se preferisce configurarsi come ambiente chiuso e impermeabile alle sollecitazioni della società, può continuare ad adottare libri di testo (termine peraltro inadeguato, in realtà gli studenti non adottano i libri, è la scuola che li impone, “adottare” presupporrebbe una certa libertà di scelta…). Ma una scuola così impostata sarebbe letteralmente fuori dal mondo, astratta, poco motivante in quanto inadeguata rispetto alla realtà. Forse è il momento di pensare a una scuola più vera, più realistica, più utile: questo significa sporcarsi le mani con le istanze, gli stimoli, i pericoli, i rumori, gli squarci, la discontinuità e le criticità del mondo reale e di quello digitale, che ormai della realtà, della società in cui viviamo, fa parte integrante, ci piaccia o no, e in i ragazzi vivono già.
  • In estrema sintesi, a me piacerebbe una scuola che la smettesse di pretendere di dare risposte suffragate da libri che (chissà poi perché) fanno testo. La nostra scuola, purtroppo, spesso si limita a questo, fingendo peraltro di ignorare che questa impostazione è legata a due funzioni che la scuola ha svolto nel passato e in relazione a momenti storici precisi (la scuola come forma di indottrinamento di massa di ispirazione fascista e la scuola come veicolo di alfabetizzazione e di acculturazione di massa del dopoguerra), funzioni che ormai non hanno più alcuna ragion d’essere, e rappresentano anzi un ostacolo rispetto a una visione della scuola come ambiente in cui si costruisce la relazione tra i futuri cittadini e l’insieme delle conoscenze e delle competenze di cui ciascuno di loro avrà bisogno per affrontare e risolvere problemi, sciogliere dilemmi, prendere decisioni. Che è poi lo scenario della “scuola senza pareti” di cui si parla da tempo.

La questione legata alla valutazione dei contenuti (digitali), in questi termini, appare sotto certi aspetti oziosa: in linea di massima, nel momento in cui i contenuti non rappresentano più l’obiettivo dell’apprendimento ma un insieme di strumenti per apprendere in funzione dell’applicazione concreta di quanto appreso, è il contesto stesso che ne determina – nei fatti – sia la validità intrinseca che quella pratica. Ed è questo che si intende nel rapporto Eurydice riferendosi alla libertà di valutazione degli insegnanti e al loro ruolo in tal senso. Se poi si vuole ragionare sul concetto di qualità, allora bisogna ricordare che da decenni la ricerca e le prassi hanno dimostrato che una vera e propria certificazione della qualità, ad esempio l’assegnazione a determinati contenuti di un marchio di eccellenza o di un’etichetta che possa renderli più visibili e accettabili, non può essere affidata né ai soggetti direttamente interessati (gli insegnanti, in questo caso), né alle seconde parti interessate (editori, MIUR e istituzioni legate al MIUR), ma solo a soggetti che rientrino tra le cosiddette “terze parti indipendenti”, ad esempio specifiche società o commissioni, come in effetti accade in diversi altri paesi.

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Orietta Berlanda
Orietta Berlanda

Come in ogni settore focale è la questione del controllo qualità, che confermi l'autorevolezza della fonte. Attendiamo allora il costituirsi …
Mario Rotta
Mario Rotta

No, per quanto riguarda la scuola e i libri per la scuola in Italia non si intravede nulla di simile …
Maria Rosaria Baglieri
Maria Rosaria Baglieri

Secondo me, la vera questione è che " la scuola deve decidere che cosa essere " e sono ormai molti, …

Scuola, futuro e altre ambiguità

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Nel dibattito sulla scuola che da settembre tornerà a riempire le pagine secondarie dei giornali, le mailing-list per pochi vecchi amici, i blog con meno di 25 lettori e qualche buon caro vecchio volantino appeso in bacheca, continuano a persistere – a mio parere – almeno 3 ambiguità, che definirei “insanabili” se l’aggettivo non evocasse uno scenario ospedaliero, introducendo un’ulteriore ambiguità nella discussione. La prima riguarda cosa si intende per scuola pubblica, la seconda i presupposti dell’innovazione tecnologica, la terza il concetto di valutazione. Sono temi assolutamente politici, su cui, purtroppo, la destra marcia e la sinistra arranca, l’una e l’altra dal basso di una sostanziale cecità e dall’alto di una tendenziale voglia di mantenere il confronto/scontro su un piano apparentemente ideologico per non entrare realmente nel merito dei problemi: che vorrebbe dire identificarli, discuterne, affrontarli e se possibile risolverli. Senza pregiudizi e condizionamenti.

Ma torniamo alle ambiguità appena accennate. Penso che prima di tutto valga la pena riflettere, mettendo da parte un certo conformismo e perfino le emozioni, sul concetto di scuola pubblica e sull’equivoco di fondo che condiziona qualsiasi ragionamento sensato su questo tema fondamentale. L’equivoco ricorrente è la sostanziale confusione tra scuola “pubblica” e scuola “statale”. Per la destra la scuola statale equivale alla scuola pubblica, per la sinistra il contrario. Così i primi cercano di smantellare la scuola pubblica in quanto statale (avendo in odio almeno a parole qualsiasi forma di statalismo), i secondi difendono la scuola statale in quanto tale, ovvero in quanto (apparentemente) pubblica. Sono posizioni che nascondono una contraddizione: una scuola “pubblica” (a mio parere) dovrebbe infatti essere di tutti e per tutti, ovvero essere gratuita, accessibile da parte di chiunque e a tutti i livelli (il che significa integrazione, abbattimento delle barriere architettoniche, rispetto delle diversità, ampiezza e completezza dei programmi di insegnamento e così via) e aperta alle istanze della società civile, ovvero in grado di formare i “cittadini” di oggi e di domani, senza distinzioni di sesso, razza, religione o altro. Questi principi potrebbero e dovrebbero essere applicati indipendentemente dalla natura giuridica della scuola. In ogni caso il fatto che una scuola sia statale non implica di per sé che gli stessi principi siano attuati: molte scuole statali non sono gratuite, non sono accessibili e non operano come potrebbero e dovrebbero sui significati e le implicazioni del concetto di “cittadinanza” (italiana ed europea, ma anche universale o digitale). Dalla sinistra che vorrei mi aspetterei di conseguenza non tanto una difesa della scuola statale in quanto tale, e meno che mai di questa scuola statale, ma l’avvio di un progetto a lungo termine su come costruire anche in Italia una scuola che possa dirsi realmente “pubblica”.

Il secondo equivoco riguarda l’innovazione tecnologica. Provo ormai un certo sconforto nel constatare che se ne discute ancora in termini di opportunità e che le perplessità che solitamente emergono in merito siano legate soprattutto agli interessi personali, alle conoscenze effettive e agli atteggiamenti dei funzionari, dei presidi, dei docenti, delle parti sociali, dei genitori, degli editori e magari anche degli eruditi e degli enti locali. In pratica, il problema viene affrontato (si fa per dire) considerando tutte le componenti del sistema-scuola… tranne che gli studenti. Eppure dovrebbero essere proprio gli studenti il punto di partenza di qualsiasi ragionamento sull’importanza e sul ruolo delle tecnologie come fattore di innovazione in ambito didattico. Se così fosse, avremmo già capito che gli studenti sono pronti, aperti e disponibili, e che non si interrogano tanto sui presupposti e sulle implicazioni delle tecnologie, ma sulle ragioni insondabili per cui a scuola (con l’eccezione di qualche isola felice presidiata da qualche insegnante volenteroso) si finge che non esistano o che se ne possa fare a meno. Diciamolo apertamente: la scuola italiana è indietro di 10-15 anni. Ma non rispetto alle scuole di altri paesi: è in ritardo rispetto al mondo nel suo complesso, rispetto alla realtà, quella stessa realtà che, ci piaccia o no, ci circonda e ci condiziona, e che potremmo a nostra volta condizionare se la conoscessimo meglio, se avessimo gli utensili “cognitivi” per poter reagire se e quando non ci piace più la direzione verso cui si sta muovendo, o la forma che sta assumendo. Utensili che oggi sono in gran parte rappresentati proprio dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e dalla competenza con cui si utilizzano. Ma a scuola – quanto meno in molte, troppe scuole – tutto questo non si insegna e di conseguenza non si impara: più che indietro, la scuola italiana appare ferma, imprigionata “dentro” una visione del mondo che adottando un brutto termine mutuato proprio dall’evoluzione tecnologica potremmo ragionevolmente definire “obsoleta”. Un mondo dove ancora si pensa che l’uso “eccessivo” delle tecnologie possa rappresentare un pericolo, ignorando ambiguamente che è proprio l’analfabetismo tecnologico che spinge ad un approccio acritico e crea i presupposti del divario e della dipendenza, come potrebbe spiegarci facilmente chi si occupa di media education. E dove, altrettanto ambiguamente, si ritiene che l’innovazione tecnologica sia un processo che si può decidere se e quando innescare in base a presupposti ancora da discutere, ignorando che un conto è la scelta personale e individuale (di per sé rispettabilissima) di interessarsi o meno di una determinata tecnologia, un conto è il ruolo e l’atteggiamento consapevole che una scuola “pubblica” dovrebbe comunque avere rispetto a un fenomeno in atto, alle istanze che esso comporta e all’importanza che rappresenta per i cittadini di domani. Ma intanto abbiamo perso del tempo prezioso: oggi la scuola dovrebbe semplicemente “assorbire” le tecnologie in quanto strumenti per interagire con il mondo. Gli stessi strumenti che gli studenti possiedono e usano già. Per aiutarli a usarli meglio, con più consapevolezza, con più “intelligenza” (e sottolineo le virgolette). La destra non ha una visione organica su queste problematiche. Spesso “usa” le tecnologie come alibi o come paravento: è gente limitata, non si può pretendere di più. Ma dalla sinistra che vorrei mi aspetto che si dica a chiare lettere che è ora di avviare investimenti strutturali di ampia portata in questa direzione, e che non è più ammissibile che nella scuola si possa ancora pretendere di insegnare senza utilizzare o addirittura senza neanche conoscere le ICT. Mi aspetto in sostanza che si rilegga il concetto di autonomia come opportunità per spingere i dirigenti e le altre componenti dell’organizzazione scolastica ad assumersi la responsabilità di essere veicoli del cambiamento e dell’innovazione; e che si ridisegni il profilo professionale dei docenti, introducendo il principio della competenza tecnologica sia come elemento indispensabile per l’accesso all’insegnamento che come parametro per il riconoscimento di incentivi e per la valorizzazione del ruolo dei docenti che hanno investito e investono nel potenziamento delle proprie conoscenze rispetto all’utilizzo delle tecnologie in ambito didattico.

Questo ragionamento porta alla terza riflessione, quella sulla valutazione. Un tasto che nella scuola italiana non si può neanche sfiorare (vi ricordate di Berlinguer?) ma su cui di tanto in tanto tornano sia la sinistra che la destra, non necessariamente da diversi punti di vista. L’ambiguità in questo caso è tra principio e metodi. Non si discute quasi mai su come si possano introdurre dei meccanismi di valutazione della didattica e del lavoro dei docenti, dei dirigenti o di altre componenti, e in che cosa potrebbero consistere, ma sul presupposto stesso della valutabilità. Così, ad esempio, tra le reazioni alla bozza di riforma Aprea, non emergono ragionamenti che affrontano lucidamente il problema interrogandosi su come migliorare certe ipotesi o ridefinire le modalità del rapporto tra docenti, dirigenti, componenti e organizzazione della scuola, ma prevalgono esternazioni come questa: “ogni docente sarà ricattabile e licenziabile, poiché verrà posto sotto il giogo di decisioni arbitrarie piovute dall’alto e persino dall’esterno, classificato in fasce di merito (leggasi di demerito) e verrà valutato non in base a un merito proprio e oggettivo (titoli di studio, cultura personale…), ma, come dicevamo, secondo la sua produttività”. Ma di che cosa stiamo parlando? La verità è che se la destra spinge sull’introduzione di forme di valutazione pensando forse di utilizzarle per ridurre il numero degli insegnanti e recuperare qualche euro, la sinistra è contraria alle valutazioni in quanto tali. Dimenticando o ignorando non solo che valutare seriamente la didattica e gli insegnanti potrebbe introdurre finalmente nella scuola fattori di qualità e incentivi al miglioramento, ma anche che la tanto auspicata innovazione metodologica fondata sulla ridefinizione del ruolo dei docenti e sulla centralità degli studenti rispetto ai processi di apprendimento, sbandierata e sostenuta proprio dall’ala impegnata e progressista della ricerca pedagogica, implica di per sé il principio della valutazione rigorosa delle competenze, delle strategie didattiche e dei risultati ottenuti, superando la sovrapposizione ambigua tra il concetto di libertà di insegnamento sancito dalla costituzione e la pretesa arbitraria di insegnare senza alcuna forma di controllo o di verifica, che non è affatto una garanzia dell’indipendenza dei docenti, ma un modo per abbassare costantemente la soglia di credibilità della scuola. Proprio quello che interessa a chi non cerca altro che occasioni per smantellare il sistema scolastico e sostituirlo con una scuola non-pubblica, cioè a pagamento, non accessibile a tutti e centrata sull’appartenenza di parte anziché sulla cittadinanza.

Mi rendo conto che si tratta di temi complessi e controversi, su cui ci vorrebbe ben altro che un post su un blog soltanto per identificare i termini esatti del problema. Ma sono stanco di questa destra aggressiva, razzista, buffona e indifferente rispetto al valore della conoscenza, così come, in parte, anche di una certa sinistra che su questi argomenti si dimostra spesso ottusa, conservatrice fino all’immobilismo, ancorata a modelli scontati e conformista. Dalla sinistra che vorrei mi aspetto invece che si dica senza mezzi termini che la scuola non va difesa ma cambiata, e si indichi come. Spiegando con altrettanta chiarezza che la prima vera riforma consiste nel migliorare la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento, ovvero nel restituire alla scuola valore e significato e agli insegnanti dignità e passione. Per aiutare i nostri ragazzi a costruire il futuro e gettare le basi di un mondo migliore. Pretendo troppo?

Un tutorial sugli eBook al congresso SIe-L

Reading time: 3 – 5 minutes

In occasione del VI Congresso Nazionale SIe-L, E-Learning: creatività e innovazione, che si terrà a Salerno dal 16 al 18 settembre 2009, mi è stato chiesto di curare (insieme a un e-Tutor) un tutorial sul tema: gli eBook negli ambienti di apprendimento.

Il tutorial cercherà prima di tutto di chiarire che cosa sono esattamente gli eBook, ripercorrendo parte del dibattito in corso sulle definizioni, i significati e le implicazioni di queste nuove tecnologie. Si esploreranno successivamente alcune potenzialità degli eBook come strumenti didattici integrabili in varie tipologie di “ambienti di apprendimento”. Si cercherà in particolare di valutarne l’impatto e il valore aggiunto nell’ambito della scuola, dell’università e delle organizzazioni complesse, analizzando casi e discutendo su alcune possibili strategie. I destinatari sono: insegnanti, ricercatori, formatori. Le attività si svolgeranno prevalentemente online, a partire da fine giugno, e si concluderanno con un workshop in presenza in occasione del congresso. Ci si può iscrivere fino al 7 giugno. Ecco, più in dettaglio, il programma del tutorial.

I. Che cosa sono gli eBook (online, 2 settimane)
L’obiettivo della prima parte del tutorial online è capire cosa sono gli eBook. Si esploreranno 3 ipotesi di definizione di campo:
•    Gli eBook in quanto testi digitali o evoluzione del testo digitale
•    Gli eBook in quanto dispositivi per la lettura e l’utilizzo di testi digitali
•    Gli eBook in quanto insieme di “interazioni” tra testi digitali e dispositivi di lettura
Si procederà segnalando risorse utili per affrontare ciascuna delle 3 ipotesi e avviando su ciascun gruppo di risorse segnalate una discussione guidata con input precisi per l’elaborazione collaborativa di un primo glossario sul concetto di eBook. Il docente segnalerà le risorse da esplorare/consultare e definirà gli input per la discussione. L’e-Tutor coordinerà le discussioni e guiderà i partecipanti nell’elaborazione del glossario.

II. Come si possono integrare gli eBook in un ambiente di apprendimento (online, 2 settimane)
L’obiettivo della seconda parte del tutorial online è capire in che modo gli eBook possono essere utilizzati efficacemente in un ambiente di apprendimento e come si possono integrare con altri dispositivi/tecnologie e con alcune strategie didattiche. Si procederà suddividendo i partecipanti in 3 sottogruppi, ciascuno dei quali si concentrerà su uno scenario: scuola, università e formazione nelle organizzazioni complesse (aziende, pubblica amministrazione…). Per ogni scenario saranno proposte 2-3 ipotesi di lavoro sotto forma di problemi didattici, su ciascuno dei quali si segnaleranno risorse specifiche disponibili online o studi di caso. Ogni gruppo sceglierà un problema da affrontare e cercherà una soluzione orientata all’utilizzo integrato di eBook nella strategia didattica, elaborando collaborativamente delle linee guida (anche in forma preliminare). Il docente proporrà i problemi da affrontare e segnalerà le risorse correlate. L’e-Tutor supporterà il confronto nei gruppi e guiderà i partecipanti nell’elaborazione collaborativa delle linee guida.

III. Workshop in presenza (16 settembre 2009 – ore 14-18)
Durante il workshop:
•    Si condividerà il glossario elaborato online e si discuterà insieme al docente su come integrarlo, arricchirlo e rendere più chiare le definizioni, osservando da vicino dei dispositivi per eBook configurati come biblioteche digitali e osservando alcuni degli scenari possibili nell’ambito dell’evoluzione dell’editoria digitale.
•    Si discuteranno insieme al docente le linee guida elaborate online per verificarne l’applicabilità (anche attraverso brevi simulazioni), definendo una strategia di monitoraggio per l’attuazione sperimentale delle soluzioni ipotizzate nei diversi scenari.
L’obiettivo finale è mettere in grado i partecipanti di attuare una sperimentazione coerente di utilizzo integrato di eBook in un programma educativo reale, riferito al loro contesto specifico di appartenenza e attività.

Per chi fosse interessato ad approfondire ulteriormente queste tematiche ricordo anche che sto coordinando per E-Form (insieme a Michela Bini e Paola Zamperlin) un corso su Insegnare e apprendere con gli eBook, che si svolgerà quasi totalmente online e di cui sono previste più edizioni, anche personalizzate in base a esigenze specifiche di gruppi di partecipanti.

Il futuro della scuola: appuntamento a Milano

Reading time: 3 – 5 minutes

Il futuro non è + quello di una volta
Auditorum ITIS Conti e LS Vittorio Veneto
Piazza Zavattari 3, Milano

Milano_concept

Il 19 e il 20 gennaio 2009, a Milano, si parlerà del futuro, che soprattutto quando ci si riferisce alla relazione tra scuola, didattica e innovazione tecnologica, non è decisamente più quello di una volta. Ma cosa accadrà esattamente in quei giorni? Come si affronterà l’oggetto del seminario? Per una volta, vorremmo provare a evitare l’impostazione abituale di questo genere di eventi e immaginare un approccio più pragmatico e allo stesso tempo decisamente programmatico. Ci piacerebbe che tutti i presenti fossero partecipanti attivi, e soprattutto che al termine delle due giornate prendesse forma una “carta” su come rendere effettiva l’innovazione nella scuola.

Dopo l’appuntamento di Dobbiaco abbiamo cercato di lavorare in rete per capire a cosa potevamo ragionevolmente riferirci, oggi, alludendo ai nuovi scenari della cultura digitale, alla scuola del futuro e al futuro della scuola. Tra le tante istanze in gioco, hanno cominciato a delinearsi alcune “direzioni” più nitide (anche se ancora in parte da esplorare) verso cui potremmo orientarci: i social networks, la scrittura collaborativa, i blog in quanto narrazione distribuita, i mondi virtuali, gli aggregatori di informazioni e gli strumenti avanzati per la ricerca di risorse in rete, gli ambienti di apprendimento e la cultura “open”, gli ambienti di comunicazione per la partecipazione attiva e il dialogo con il territorio. Non stiamo sostenendo che questi sono gli unici scenari possibili o che questi strumenti o ambienti rappresentano di per sé fattori di innovazione per la scuola: ci sembra però che capire come utilizzare questi stessi strumenti e come collocarli in una visione della didattica rappresentino oggi un potenziale di innovazione da non trascurare, oltre che un elemento essenziale della cittadinanza digitale.

Quello che ci piacerebbe fare a Milano è lasciare che dei gruppi di insegnanti si “incamminino” in queste direzioni, con l’aiuto di un animatore, per definire una sorta di “agenda” su ciascuno degli ambiti che raccoglierà un certo numero di interessati: agenda intesa come linee guida essenziali, ad esempio le 10 cose da fare e da non fare per inserire questi strumenti o questi ambienti nella scuola in modo che rappresentino un reale fattore di innovazione. Senza dimenticare un invito a discutere sulle competenze necessarie per applicare le linee guida che a poco a poco prenderanno forma. L’obiettivo è pragmatico e programmatico: poter dire, al termine del seminario, che cosa dovremmo realmente fare per costruire insieme un nuovo paradigma educativo. Una sorta di manifesto per una riforma “attiva” della scuola, fondata non sulla ristrutturazione (eufemismo che significa tagli e riduzioni) ma sull’innovazione tecnologica in quanto veicolo di innovazione metodologica. Del resto l’idea di un manifesto per una scuola innovativa è nell’aria: l’appuntamento di Milano potrebbe quindi rientrare in questa “catena di eventi ininterrotti”, e auspicabilmente rappresentarne l’anello mancante.

Ma non basterà organizzare dei gruppi di lavoro (o meglio, dei focus) su ciascuna delle direzioni indicate, né animarli e moderarli. Sarebbe molto utile e importante che nei gruppi fossero presenti (materialmente o virtualmente) esperti e protagonisti di sperimentazioni, ricerche o applicazioni su quegli stessi ambiti. Non tanto, tuttavia, come portatori di risultati o testimonianze, quanto piuttosto, per una volta, come “ascoltatori” o “osservatori”: l’agenda a cui punteremo non sarà infatti soltanto un programma concreto di lavoro, ma anche un’opportunità per tutti gli stakeholders, un modo per capire verso cosa indirizzare studi, investimenti, azioni di sistema, riforme. Diamoci tutti appuntamento a Milano, quindi, anche informalmente o virtualmente, per capire su cosa si dovrà lavorare nei prossimi anni per immaginare una scuola che torni a essere innovativa, e per condividere una traccia per un futuro che non sia più quello di tutte le volte che abbiamo sentito parlare invano di tecnologie e didattica…

Patrizia Appari
Luisanna Fiorini
Pierluigi Fontanesi
Giorgio Jannis
Maddalena Mapelli
Mario Rotta

Per saperne di più: http://lnx.laboratorioformazione.it/

Il futuro non è più quello di una volta… meno male!

Reading time: 3 – 5 minutes

“Il futuro non è più quello di una volta” è il titolo-pretesto di un seminario organizzato da Laboratorio Formazione (sul sito sono disponibili il programma e il modulo di iscrizione), che si svolgerà a Milano nei giorni 19 e 20 gennaio 2009. Avrebbe dovuto tenersi in ottobre (2008) ma il momento non è favorevole alla partecipazione, insegnanti e ricercatori sono impegnati in ben altre scadenze! Così abbiamo deciso di rimandare l’incontro,ma di approfittare del tempo che passerà per attuare un esperimento “web enhanced” (2.0 and beyond direbbe forse qualche amico anglosassone). Il seminario sarà infatti impostato come un laboratorio articolato in sessioni parallele, in ciascuna delle quali un “cittadino digitale” con un po’ più di esperienza cercherà di guidare i partecipanti e i destinatari alla scoperta e all’esplorazione dei possibili usi educativi delle tecnologie di rete e, soprattutto, dei territori digitali, della rete in quanto modalità di relazione tra persone che apprendono dalle persone interagendo con le persone. Ci siamo quindi messi in testa (che c’è di male?) di avviare i lavori del seminario adesso, online, provando “gli strumenti che verranno presentati e discussi nelle giornate del seminario e offrendo, così, la possibilità di immergersi nelle pratiche, riflettere, confrontarsi, condividere, incontrarsi con i relatori del seminario, sviluppare una metariflessione”. Insomma, stiamo provando a costruire online le comunità di utenti che a gennaio a Milano si materializzeranno come partecipanti al seminario, che a quel punto potrebbe anche diventare un evento nel ciclo di vita delle stesse comunità che riusciremo ad aggregare. Un po’ come un paesaggio che prende forma nel tempo e nello spazio immateriale di Internet, un paesaggio con alcuni elementi identificabili, ma anche aperto, fluido, in continua evoluzione. Che ne pensate? Vi interessa? Maddalena Mapelli vi accoglierà e vi guiderà su Ibrid@menti, dove, nella rubrica Mettiamoci in rete, si discuterà su quali sono le competenze richieste dalla learning society agli insegnanti per la costruzione di una consapevole, critica, creativa, collaborativa cittadinanza digitale. Luisanna Fiorini vi porterà su Cittadinanzadigitale, il wiki che ha preso forma prima e dopo il workshop del luglio scorso a Dobbiaco, per provare ad arricchirlo con ulteriori riflessioni di esperti, non esperti, webnauti e docenti sugli strumenti necessari per promuovere la cittadinanza digitale. Patrizia Appari gestirà la sezione Blog di Laboratorio Formazione proponendo una discussione sulla base della domanda: “le competenze digitali sono ancora un bisogno formativo per gli insegnanti italiani?”. Francesca Scalabrini vi guiderà in Facebook per partecipare alla discussione su “le competenze digitali per l’uso collaborativo delle rete tra professionisti”. Altri spazi saranno gestiti da Bonaria Biancu e Giorgio Jannis. Quanto a me… a me piacerebbe visualizzare dinamicamente la “crescita” delle comunità che ciascuno aggregherà sui sui temi portanti del seminario, come in una specie di Sim City (a proposito, chi conosce questo Visitor Ville? Rappresenta la frequentazione di spazi in rete da parte degli utenti proprio come una città in crescita e in continuo movimento…). Ma andrebbe bene anche una semplice mappa con colori che cambiano, altimetrie variabili, “segni” che si accumulano. Strumenti che permettano visualizzazioni fluide di dati quali il numero degli utenti, la pubblicazione di post o messaggi o l’inserimento di link, anche in modo semplice. Non è importante il risultato grafico ma il significato che la visualizzazione potrebbe assumere: essere allo stesso tempo un modo per mostrare come e quanto stanno crescendo le comunità che riusciremo ad aggregare sui vari temi che affronteremo e una metafora del territorio digitale…

Scuola e TIC: cosa resta del futuro?

Reading time: 6 – 10 minutes

Prefazione al volume:
Benetton S. e Favini D. (2007), Teorie, strategie e strumenti online per il recupero scolastico. Torino, Ananke.

Oltre dieci anni fa, una voce autorevole come quella di Michael Moore affermò che per poter sostenere l’impatto dell’innovazione tecnologica “sarà sempre più necessario modificare le classiche pratiche pedagogiche per cui le nostre scuole sono organizzate, così come le istituzioni che supportano queste pratiche” . L’affermazione era dettata più che altro dal buon senso, ma evidenziava un aspetto essenziale del problema: qualsiasi innovazione, nella scuola, dovrebbe implicare un approccio sistemico ed essere considerata in termini di fattibilità.

Parallelamente, si è cominciato ad affrontare il problema delle potenzialità didattiche delle tecnologie, nel quadro dell’evoluzione del concetto di tecnologie didattiche. Due studiosi canadesi, Bracewell e Laferriere , analizzarono ad esempio in modo specifico l’impatto prodotto dalle nuove tecnologie in relazione ai cambiamenti introdotti dalle stesse tecnologie nella scuola e nella formazione. Si riscontrarono alcune possibili ricadute positive almeno in tre grandi aree. La prima riguardava l’apprendimento in sé: si cominciò a osservare che le nuove tecnologie potevano stimolare particolarmente lo sviluppo di certe abilità intellettuali, tra cui il saper ragionare per affrontare la soluzione di un problema, l’imparare a imparare, la creatività. Si osservò inoltre che le nuove tecnologie potevano contribuire a migliorare l’apprendimento in vari soggetti e a sviluppare determinate attitudini, anche se la natura e l’ampiezza dell’apprendimento dipendevano dalle preconoscenze e dalla strategia didattica. Una seconda area di ricaduta positiva riguardava la motivazione degli studenti: la maggior parte degli studenti sembrava mostrare più interesse nei confronti delle attività didattiche basate sulle nuove tecnologie piuttosto che sull’approccio tradizionale. Inoltre, l’attenzione e la concentrazione che la maggior parte degli studenti mostrava nei confronti di una attività formativa risultava maggiore in ambienti di apprendimento tecnologici rispetto a quanto non accadeva in contesti didattici tradizionali. Una terza area di ricaduta riguardava infine il modo in cui gli studenti, sfruttando specifiche potenzialità delle tecnologie, potevano modificare la loro capacità di mettere in “relazione” saperi e conoscenze.

Secondo Bracewell e Laferriere, in sostanza, le nuove tecnologie avrebbero potuto stimolare la ricerca di informazioni più approfondite su argomenti e concetti e aiutare gli studenti nella soluzione dei problemi. L’uso delle nuove tecnologie avrebbe promosso inoltre la cooperazione tra gli studenti di una stessa classe o tra studenti di classi e scuole diverse, vicine o remote, rendendo gli studenti più consapevoli rispetto ad altre realtà, ampliando il loro orizzonte cognitivo, stimolando l’attuazione di progetti più pertinenti. Infine, le potenzialità delle nuove tecnologie come strumenti di simulazione o manipolazione virtuale, integrazione tra le informazioni o rappresentazione grafica dei problemi avrebbe contribuito a stimolare negli studenti la capacità di collegare la conoscenza con vari aspetti della loro personalità, assicurando una più profonda assimilazione di ciò che apprendevano.

Dietro questa serie di osservazioni, frutto di accurate indagini sul campo, si avvertono gli echi di una visione ottimistica tipica della metà degli anni 90, alcune ipotesi di lavoro ancora valide e molte aspettative che a distanza di anni non hanno avuto il riscontro che si sperava. La costante è rappresentata dall’accettazione dell’idea che l’impatto più evidente che le nuove tecnologie hanno sulla scuola non riguarda è tanto i contenuti dell’apprendimento, ma il processo stesso dell’apprendere, ciò che porta un individuo ad acquisire, definire, rielaborare delle conoscenze, all’interno di uno scenario in cui la consapevolezza, la motivazione, l’approccio critico ai problemi diventano elementi ordinari dei percorsi di apprendimento e non occasionali deviazioni dalla linearità di uno standard identificato in un sapere fatto di nozioni spesso astratte.

Col tempo, hanno avvalorato questa concezione anche altre esperienze e modelli, dalle ipotesi di lavoro di Papert sulle tecnologie come strumenti per aiutare a pensare, alle esperienze della Riel sui “circoli” di apprendimento, alle aspettative sulle possibilità di “distribuire” il sapere attraverso le reti delineate da Resnick, tutto sembra convergere verso l’idea che la conoscenza debba essere almeno situata, costruita, distribuita e condivisa, e che su questa base si debbano sperimentare le potenzialità delle nuove tecnologie in relazione al processo dell’apprendere.

Cosa resta, oggi, di quel dibattito? La scuola è riuscita a coglierne le suggestioni più importanti? Forse non del tutto, almeno in Italia, dove si sono manifestate resistenze culturali e ritardi infrastrutturali, proprio mentre altri fenomeni stavano ulteriormente modificando lo scenario delle possibili applicazioni: la diffusione delle reti, la semplificazione dei linguaggi e la riduzione della distanza tra utente e autore, fino all’idea che almeno l’accesso a certe conoscenze di base possa essere agevolato attraverso un supporto tecnologico, anche semplice magari, ma riusabile, strumento nelle mani degli insegnanti, oggetto dell’apprendere per i ragazzi.

Di fatto, alcune ipotesi sono state accantonate o trascurate, in particolare quelle orientate all’uso critico delle tecnologie per agevolare la costruzione di “situazioni” e rinnovare la didattica reimpostandola sui problemi: probabilmente questo approccio richiede tempi (e costi) che la scuola italiana non è ancora in grado di sostenere. Al contrario, è stato enfatizzato, talora acriticamente, il presunto legame, non sempre dimostrabile, tra motivazione all’apprendimento, attrattività delle nuove tecnologie e della comunicazione multimediale, distribuzione delle conoscenze attraverso Internet e approccio collaborativo supportato dalla comunicazione in rete. Si tratta di aspettative lecite, che tuttavia esprimono un eccesso di fiducia, come se le TIC potessero risolvere i problemi reali e urgenti che in questi stessi anni la scuola è chiamata ad affrontare: il calo della motivazione degli studenti, la crescita dell’insuccesso scolastico e l’aumento del tasso di abbandono, la perdita della capacità di trasmettere ai ragazzi conoscenze utili, o quanto meno sufficientemente solide da permettere loro di essere ancora “competitivi” in una società sempre più complessa e fondata su ritmi sempre più veloci.

Il volume di Dario Favini e Sonia Benetton si colloca oggi sullo sfondo di queste complesse problematiche, o meglio, le affronta attraverso il punto di vista di chi opera sul campo, in prima linea, confrontandosi ogni giorno con i problemi della scuola. Favini e Benetton sono due insegnanti che hanno deciso di passare dalla sperimentazione tecnologica alla pratica quotidiana dell’uso di tecnologie per insegnare e apprendere, un passaggio che, al di là del dibattito teorico, rappresenta la vera sfida per chi si muove nel contesto. Si sono concentrati su un problema reale: l’aumento della dispersione scolastica, impietosamente documentato da dati che dovrebbero preoccupare qualsiasi dirigente, e si sono chiesti in che modo le nuove tecnologie avrebbero potuto essere di aiuto: agli insegnanti, per migliorare la loro capacità di insegnare, agli studenti, per recuperare motivazione. Pragmaticamente, hanno sperimentato e osservato (è così che si fa…), applicando diverse strategie, centrate però su precise riflessioni critiche: che cosa sono i cosiddetti learning objects? Come si possono selezionare, costruire, collocare in un percorso? Possono realmente diventare “oggetti di apprendimento”? Possono essere di aiuto nel sostegno, nel recupero dei ragazzi in difficoltà, nella lotta alla dispersione?

Favini e Benetton non pretendono di dare una risposta definitiva a queste domande, né di ricavare dalle loro sperimentazioni un modello. Ci raccontano però la loro esperienza documentandola con i risultati ottenuti, e mettendoci a disposizione tutti gli strumenti di analisi e monitoraggio utilizzati. E i risultati sono molto incoraggianti, e ci aiutano a capire che spesso, quando si parla di tecnologie applicate alla didattica, contano soprattutto le “evidenze empiriche”, più che le astrazioni teoriche. E conta anche il contesto didattico, nella fattispecie rappresentato dalle capacità e dalle competenze degli insegnanti (che si possono incrementare, supportare…) e dal punto di vista degli studenti, che da figure passive nel processo formativo diventerebbero non solo “soggetti”, ma sempre più attivamente coinvolti nel processo stesso.

Certo, non si tratta di un passaggio facile. Appare chiaro, ad esempio, che negli ambienti di apprendimento in rete la capacità dell’insegnante di gestire o attivare una varietà di interazioni può contribuire in modo significativo alla modifica degli atteggiamenti dei componenti della classe. Appare altrettanto evidente che è necessario che gli insegnanti, più che “affidarsi” ai learning objects, imparino a “dominarli”, analizzandoli, costruendoli, modificandoli, usandoli per ciò che sono, degli strumenti per raggiungere degli obiettivi didattici e non un modo per delegare alle tecnologie il compito di insegnare.

Ma forse siamo sulla strada giusta. Si stanno cogliendo le vere opportunità da sfruttare in relazione all’introduzione proficua di nuove tecnologie nel contesto didattico. E inevitabilmente si configura l’immagine di una scuola molto diversa da quella tradizionale, già simile a quella stessa scuola che Brown chiamerebbe “community of thinking”, un ambiente in cui tutti gli attori elaborano conoscenze affrontando criticamente e costruttivamente i problemi, e ricorrendo a vecchie e nuove tecnologie se e quando è necessario, con intelligenza, magari sapendo di poter contare su forme di supporto, risorse utili, contenuti riutilizzabili, linee guida, tracce di lavoro: un’immagine della scuola che, di fronte a molte situazioni reali, apparirà forse utopistica, ma che di fatto presuppone non tanto una particolare disponibilità di mezzi e tecnologie, quanto, piuttosto, un cambiamento di mentalità, una voglia di aprirsi ad una vera innovazione, che, nel momento in cui ne modifica il ruolo, possa restituire agli studenti una rinnovata motivazione, e agli insegnanti una nuova passione.

Dalla rubrica “e-learning” su “La vita scolastica”

Reading time: 1 – 2 minutes

E-learning [rubrica personale su “La vita scolastica”], Firenze, Giunti, 2004-2005.

Contributo rubrica e-learning Giunti 001
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Contributo rubrica e-learning Giunti 004
Contributo rubrica e-learning Giunti 005
Contributo rubrica e-learning Giunti 006
Contributo rubrica e-learning Giunti 007

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