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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


La rete e la corazzata Potemkin

Reading time: 3 – 5 minutes

Ed ecco che ancora una volta mi hanno “derubato” del mio profilo Instagram e delle relative immagini. Nel senso che ora le mie immagini risulteranno associate a qualche profilo dal nome improbabile e dalla ancor più improbabile sensibilità visiva (a proposito, se lo scoprite segnalatelo subito come improprio). Ci sono riusciti 2 volte su una decina di tentativi che ero riuscito a bloccare. Ma è diffiicle e soprattutto oneroso passare le giornate a difendere la propria privacy, a fare cioè quello che dovrebbe fare il social medium in questione. Ma in fondo, ai social, cosa importa? Basta che ci sia traffico, cioè dati che passano per la rete, non importa a nome di chi o di che cosa si tratta.

Ora ho un nuovo profilo (mariorotta) e risulta che non ho condiviso nessuna immagine (nei due profili trafugati ne avevo accumulate quasi 2000, usavo Instagram come una sorta di diario visivo immediato, che poi è questo l’uso più coerente di Instagram). Così ho deciso che condividerò poco o niente: mi prenderò una socialpausa, ovvero non mi presterò al gioco perverso del tutto quanto fa traffico. Magari sceglierò una sola immagine al giorno, e la sceglierò con cura, ragionando sulla qualità, sui significati. Che è quello che si dovrebbe sempre fare, se si crede non tanto nei generici socialtutto ma nel principio della condivisione della conoscenza che a suo tempo identificavamo con la rete, prima che la rete diventasse quella inutile palude che ormai è diventata: una discarica dove si socializzano le apparenze, uno strumento di navigazione nel nulla che, come un celebre battello cinematografico, potremmo e dovremmo finalmente etichettare come “una boiata pazzesca”.

Con la differenza che almeno la corazzata Potemkin, quella vera, ammetteva l’ammutinamento, il cambio di ruolo, una gamma di possibilità legate al libero arbitrio degli uomini, alla loro capacità di distingue tra ciò che è bene e ciò che è male o almeno tra ciò che è opportuno e ciò che non lo è. Mentre i socialtutto non accettano altre logiche se non quella del profitto ad ogni costo legato al traffico di qualsiasi genere, compreso quello delle bufale (e altri animali), quello della futilità (detta anche fuffa) e perfino quelli del dolore e della paura; che in questo momento, anzi, attirano inserzionisti come mosche sul parabrezza.

Eppure basterebbe poco: basterebbe ad esempio che i social guidassero gli utenti alla definizione, al mantenimento e alla modifica dei protocolli legati alla privacy e alla sicurezza nello stesso modo semplice e intuitivo con cui li guidano e li spingono a condividere stronzate. La privacy e la sicurezza in un click, così come in un click possiamo dire cosa pensiamo, dove ci troviamo, cosa facciamo e altre amenità che spesso e volentieri non interessano a nessuno. La scelta della privacy e della sicurezza, insomma, come valori primari ed evidenti, anziché come risultato di un lungo, noioso e contorto percorso dove attraverso interfacce tetre e tristi dobbiamo indicare numero di telefono (potenzialmente rivendibili ai call center), colore degli occhi, nomi degli amici e dei parenti, cosa abbiamo fatto e dove eravamo la sera di capodanno, cosa c’è scritto esattamente nel captcha che appare in piccolo in fondo a destra cioè nella stessa posizione del bagno nei ristoranti. Confermando poi il tutto con il codice che arriverà via SMS e così via. Salvo constatare, dopo essersi rotti le scatole per un’oretta abbondante, che il giorno dopo il tuo account non c’è più, o si chiama kimberly609060, o è stato oscurato dai separatisti curdi (mi è capitato anche quello), o è finito nella fuffa generale come un pizzico di pepe in un minestrone cucinato da un master chef (si fa per dire…) a cui in una cucina vera non affiderebbero neanche lo schiacciapatate.

Sarà anche una boiata, ma a volte vorrei averla una corazzata Potemkin. Digitale, ovviamente, capace di navigare in rete. Per poter rivolgere i suoi cannoni dove dico io…

La nausea sociale

Reading time: 5 – 8 minutes

I segnali sono evidenti. Diretti e indiretti. Tra i segnali diretti che qualcosa si sta incrinando nel mondo apparentemente perfetto dei social media basta citare una certa letteratura che ormai alla parola social associa termini come “noia” o “nausea”. Si va dalle riflessioni del reporter viaggiatore, che a Taiwan scopre che le reti sociali stanno diventando sempre meno attraenti (il blog si chiama My Kafkaesque life, e merita una visita solo per il titolo), a uno studio indiano che evidenzia come la maggior parte dei giovani (di quell’immenso paese) consideri poco interessante quello che succede all’interno di Facebook o Google+ rispetto alle noiose procedure di registrazione, login e configurazione, fino agli articoli di specialisti come Weinberg, che spiegano semplicemente (si fa per dire) che anche i social media sono un fenomeno transitorio, e che forse abbiamo ormai imboccato la curva discendente della parabola della loro espansione. Ci sono poi numerosi segnali indiretti di abuso delle reti sociali, ovvero del moltiplicarsi di situazioni e atteggiamenti che provocano nausea o falsano il significato del concetto stesso di “networking” immettendo nel flusso delle interazioni troppe informazioni, spesso superflue, o messaggi troppo mirati: a parte l’invadenza del marketing diretto o indiretto su tutte le pagine di tutti gli ambienti di rete (a me nausea moltissimo che mi si suggerisca in modo apparentemente bonario e discreto che cosa potrebbe piacermi…), il più evidente di questi segnali è l’ormai costante presenza dei politici tra i frequentatori di FB, G+ o Twitter. Ce ne sono di almeno due categorie: quelli che non hanno nulla da dire (la maggior parte, a essere sinceri) ma lo dicono lo stesso, soprattutto perché esibire un badge – ammesso che sappiano cos’è un badge – è un’opzione imprescindibile per chi fonda il suo ruolo sulla visibilità; e quelli che magari hanno anche qualcosa da dire, ma pensano che dirlo anche su FB, G+ e Twitter, oltre che in televisione, sia soprattutto un modo per parlare ai giovani (del cui futuro nessuno si preoccupa davvero, ma anche loro sono elettori…). Non so quale delle due categorie ci sia, e quale ci faccia, per così dire. In realtà entrambe, e con loro gli strateghi del marketing, i pubblicitari e purtroppo anche molti giornalisti, non comprendono il reale significato dei social media. Li percepiscono da un lato come amplificatori di messaggi indirizzati, per usare una terminologia tecnica, da uno a molti; dall’altro come territori da colonizzare, mercati da conquistare, palcoscenici da calpestare, applicando la logica perversa del “di tutto di più”, anche se sappiamo che genera sovraccarico, e di conseguenza annulla l’efficacia delle informazioni che si vorrebbero trasmettere.

La copertina di una rivista del 1979: esprime già una visione della rete come opportunità di scambio tra pari…

Un approccio colpevolmente sbagliato: per definizione, le reti sociali non sono strumenti per creare consenso o promuovere un prodotto, ma scenari attraverso cui si può allargare il confronto tra i punti di vista e configurare così nuove forme di democrazia diretta, partecipata, condivisa; sono mondi trasversali, fluidi, in cui la visibilità conta ben poco rispetto alla fiducia che si fonda sulla reputazione che ciascuno costruisce a poco a poco e non senza fatica; sono spazi per mettere in comune la conoscenza, e renderla allo stesso tempo disponibile a tutti e rielaborabile da parte di tutti. In una parola, NON sono mezzi di comunicazione di massa, e non somigliano alla radio o alla televisione. Sono piuttosto ambienti all’interno dei quali si possono allacciare o sciogliere di volta in volta i nodi di una trama di relazioni in cui non conta chi dice cosa e in che modo lo dice, ma chi contribuisce concretamente alla crescita complessiva di un sapere in grado di diventare patrimonio collettivo. Nulla di nuovo, in realtà: questa visione della rete non è troppo diversa da certe intuizioni che risalgono alla fine degli anni ’70, ed è allineata con la ricerca sul web semantico. Configura gli ambienti di interazione sociale come “metacomunità”, ovvero come aggregazioni dinamiche definite da parametri quali un reale interesse in comune, il fatto di utilizzare e/o arricchire una stessa knowledge base o la necessità di collaborare (attivamente) per risolvere un problema che interessa tutti. Ed è su questi parametri che si misurerà l’effettiva utilità – e indirettamente la sopravvivenza – degli strumenti di networking che oggi conosciamo. In attesa che altri, con qualcosa in più o qualcosa in meno, prendano il loro posto, come è sempre successo.

Adesso, però, il problema più impellente è un altro: come reagire alla noia? Come difendersi dall’invadenza degli imbonitori, dei ciarlatani e dei furbetti di tutti i quartieri che direttamente o indirettamente alimentano il senso di nausea che non so voi ma per quanto mi riguarda provo sempre più spesso ogni volta che scorro lo stream dei miei FB, G+, Twitter & C? La soluzione potrebbe essere anche semplice: cancelliamo chi disturba, smettiamo di seguire chi non ha nulla da dire ma preme “invio” sette o otto volte ogni quarto d’ora. Ma così non si risolve il problema, si aggira. Bisognerebbe piuttosto sforzarsi di riscoprire forme di interazione più interessanti, più complesse, in grado di contrastare l’assuefazione alla semplificazione che dilaga nella realtà, nei reality e purtroppo anche nel Web. Ed è proprio qui che prendono forma le prime vere difficoltà: un approccio più orientato alla complessità e alla consistenza richiede una certa fatica, comporta un impegno non indifferente, che in questi tempi di crisi non si può pretendere da nessuno. Tuttavia, potremmo cominciare restituendo alla conoscenza il fascino che le appartiene, ed evidenziando come non possa esserci conoscenza senza condivisione. Un uomo evidentemente molto saggio scrisse: “per natura, tutti hanno il desiderio di sapere. E poiché nessuno può sapere tutto, mentre si può sapere ogni singola cosa, bisogna che ciascuno sappia qualche cosa in particolare e che quanto non sa uno lo sappia un altro; cosicché tutte le cose sono conosciute in maniera tale per cui non sono conosciute da nessuno in particolare, ma da tutti insieme“. Non aveva un account su Twitter…

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catepol
catepol

bellissima riflessione, mario, grazie

Tra nuvole, flussi e metafore: qualche immagine sul futuro della formazione

Reading time: 2 – 3 minutes

Venerdì scorso (10 giugno 2011) si è svolta a Bologna la X Giornata della Formazione. Tra i vari resoconti che hanno preso forma in rete – quasi in tempo reale – segnalo AIF: decima giornata della formazione. Social network training (su Bricks) e l’hashtag #aifbo su Twitter. Mi avevano chiesto una riflessione sul futuro della formazione in uno scenario sempre più sensibile al social networking. Così ho provato a riflettere su alcune immagini, in particolare sull’immagine allusiva della nuvola, sul concetto di flusso e su alcune metafore in grado di evocare il ruolo e le competenze del formatore predisposto a cambiare. In attesa di un link a qualche registrazione (chissà se qualcuno ci ha pensato?) o di un testo più ampio, ecco per il momento le immagini che ho utilizzato per il mio intervento:

Mario Rotta. Tra nuvole, flussi e metafore: come cambiano gli scenari dell’apprendimento in rete [poster/visual slides, PDF, IT]

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Due o tre cose che so di Facebook

Reading time: 5 – 8 minutes

Queste parole non sono certo un saggio breve, e nemmeno la colonna di un’opinionista. Sono soltanto alcune riflessioni (e neppure a caldo…) su quel “fenomeno” multi-mediatico che va sotto il nome neanche troppo originale di Facebook. Sono appunti scritti di getto tempo fa e poi dimenticati dentro l’icona di una cartella, fino a quando, questa mattina, mi è capitato di leggere su Repubblica un lungo articolo di Vittorio Zucconi sulle “guerre del social network”. Quello di Zucconi non è uno dei tanti, troppi articoli che evidenziano i rischi e i pericoli delle reti sociali, e neppure uno studio sulla fenomenologia della rete: è un mix di informazioni dettagliate su alcuni elementi essenziali del problema (sempre che di problema si tratti) e riflessioni più superficiali sull’inevitabile deriva della natura umana verso il narcisismo o la sopraffazione; per questo l’ho trovato interessante; per questo mi ha lasciato perplesso. Tanto da spingermi a recuperare questi appunti per provare brevemente a spiegare due o tre cose che so di Facebook, senza pregiudizi.

Come sottolinea più volte lo stesso Zucconi Facebook è prima di tutto un’operazione commerciale. Aggiungerei che in quanto tale è solo una delle tante operazioni commerciali che quotidianamente prendono forma in rete e più in generale sul mercato delle nuove tecnologie. Zuckerberg e Jobs sembrano molto diversi, ma hanno in comune un obiettivo semplice, chiaro ad entrambi: fare più soldi possibile. Vendendo ciò che hanno costruito, ovvero giocattoli accattivanti che il 3 per cento degli utenti o degli acquirenti userà intelligentemente (smontandoli e rimontandoli, proprio come i giocattoli), mentre il restante 97 per cento li subirà in modo sciocco e passivo, giocandoci un po’ fino a romperli, diventandone dipendente, autogiustificandosi o autoconformandosi, abbandonandoli col tempo.

Tutto questo mi interessa relativamente, o meglio, mi interessa in quanto parte in causa, soggetto attivo che rientra in quel 3 per cento di utenti consapevoli che potrebbero perfino insegnare agli altri non dico qualche trucco per sopravvivere ma almeno qualche esempio o qualche buona pratica. Ma non è questo il punto. Il fatto è che se lo scenario è quello che ho appena provato a descrivere, ne consegue che il problema non sono i prodotti o le applicazioni in sé. Il problema è altrove, e possiamo facilmente localizzarlo: è, in uguale misura, nel modello di business (chiamiamolo così) che si basa sulla moltiplicazione degli spazi promozionali nei contesti a più alta visibilità e dove è possibile raccogliere il maggior numero di “dati sensibili” (al solo scopo di vendere pubblicità e aumentare il valore dei pacchetti azionari) e nell’assenza di politiche educative capaci di “accompagnare” gli utenti lungo un percorso di crescita e di sviluppo che possa aiutarli a fare un uso più consapevole delle tecnologie a loro disposizione.

In sostanza, il problema non è Facebook e non è neanche “dentro” Facebook (così come in qualunque altra applicazione): il vero problema è che manca completamente una visione politica in grado non dico di contrastare ma quanto meno limitare l’invadenza di un modello economico vincente, uniformante e pervasivo, che sta palesemente tentando di allungare le sue mani sulla rete, così come su qualsiasi altro spazio disponibile. Diciamo la verità: i tanti discorsi sulla privacy violata, le prese di posizione dei governi “contro” i presunti abusi che si commettono su Facebook o grazie a Facebook o addirittura in nome e per conto di Facebook, le cause combattute, quelle vinte o quelle perse, non sono altro che l’ammissione indiretta del fallimento di ciò che auspicavano i visionari che hanno immaginato il Web. Speravano e speravamo che fosse lo strumento di un salto evolutivo, l’orizzonte degli eventi attraverso cui avrebbe preso forma una nuova intelligenza. E invece somiglia sempre più a una sorta di TV personalizzata, gestita da chi cerca soltanto di plasmare consumatori e quasi del tutto ignorata (salvo cavalcarne certi aspetti) da chi dovrebbe aiutare i cittadini a essere coscienti delle opportunità che potrebbero aprirsi.

Ma paradossalmente, in questo gioco di colpevolezze convergenti, è proprio Facebook (così come qualsiasi altro social network) l’unica arma che abbiamo. Fino a prova contraria, in una rete sociale “intermediata” si possono applicare senza troppa fatica alcuni principi essenziali di cittadinanza digitale attiva e consapevole: ad esempio circoscrivere le proprie relazioni/amicizie in base a esigenze o aspettative personali o allargarle se si desidera più visibilità; oppure limitare le proprie azioni alla condivisione di risorse e informazioni che riteniamo utili, applicando magari il principio della rarità (è inutile ri-condividere un’informazione che altri mille hanno già condiviso); o ancora, riflettere e valutare secondo coscienza prima di accettare amicizie, sottoscrivere cause, aderire a gruppi o dichiarare di partecipare a eventi. Tutto sommato, nulla di così diverso da ciò che facciamo nella vita di tutti i giorni e nel cosiddetto mondo reale.

La differenza consiste nel fatto che in rete tutto tende a essere amplificato: ci affascina e allo stesso tempo ci spaventa che 500 milioni di persone siano “su” Facebook, dimenticando che non è vero (in un qualsiasi social network gli utenti “contemporanei” sono meno del 5 per cento degli utenti potenziali e registrati) e che altrettante persone, anzi di più, in questo stesso momento sono impegnate in altre attività definibili come “sociali”, e la cosa non ci preoccupa minimamente. O ancora, ci si indigna se degli idioti fondano un gruppo con intenti riprovevoli, fino a fondare altri gruppi per chiederne la cancellazione, ignorando che non si elimina la stupidità nascondendola o rendendola meno visibile, ma imparando a riconoscerla, e ben venga un modo (tutto sommato relativamente innocuo) per farla uscire allo scoperto. Infine, non mi dispiacerebbe che si ragionasse senza equivoci sulla relazione tra il concetto di privacy e il concetto di “trasparenza”, che sono molto più correlati di ciò che può sembrare a prima vista: personalmente, ritengo che in una rete sociale (sottolineando sociale) la trasparenza debba prevalere sulla privacy, ovvero sia la trasparenza a definire lo spazio al di fuori del quale si colloca la privacy. Ragionare sul rispetto, la protezione e la sicurezza dei cosiddetti dati personali (escludendo ovviamente quelli che potrebbero essere usati per scopi criminali o fraudolenti) non solo è pretestuoso, è inutile: certo, è un discorso che meriterebbe di essere approfondito e affrontato con ben altro respiro, ma provocatoriamente mi limito a dire che in un social network, paradossalmente, è proprio la nostra trasparenza a proteggerci, perché siamo noi che abbiamo deciso cosa rivelare di noi stessi, delimitando ciò che desideriamo resti privato attraverso la visibilità di ciò che abbiamo scelto di rendere pubblico.

Ecco, queste sono due o tre cose che so di Facebook, e di altre reti sociali. Ce ne sarebbero molte altre, evidentemente. Ma non voglio neanche lontanamente pretendere di essere esaustivo, ho cercato soltanto di introdurre qualche elemento (spero non scontato) nella discussione in corso. Per una ragione molto semplice: perché penso che Facebook non sia né un bene né un male, né il problema né la soluzione, né la causa né l’effetto. Credo soltanto che come per altre tecnologie o ambienti di comunicazione se ne possa fare un uso positivo, se vogliamo. Vorrei dire intelligente, ma temo che sia un programma troppo ambizioso.

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FRANCESCA
FRANCESCA

CONDIVIDO DA docente A docente ...Bye, PROF. Francesca Perricone "penso che Facebook non sia né un bene né un male, né …
catepol
catepol

la nostra privacy su SN come nella vita siamo noi. Grazie per le riflessioni del post.

Esserci o non esserci

Reading time: 2 – 2 minutes

Rotta M. (2010), Esserci o non esserci? La rete come desiderio, presenza e rappresentazione. Religioni e Società, Anno XXV, 65, Gennaio-Aprile 2010.

Rendo disponibile una versione di un contributo che sarà pubblicato su un’importante rivista di studi sociali. Non è il risultato di uno studio specifico o di una sperimentazione, ma il racconto di alcune esperienze di vita in rete. È quindi espressione di una prospettiva, una delle tante angolazioni da cui si può osservare il paesaggio virtuale che si srotola sotto i nostri occhi, ogni giorno, in quell’universo altrimenti indistinto e ancora in gran parte inesplorato che storpiando una battuta di Joseph Licklider abbiamo chiamato Internet. Si parte dalla rielaborazione di alcune riflessioni sulle improprietà di linguaggio di chi pretende di decodificare un fenomeno così fluido e multiforme, per arrivare a ipotizzare alcune possibili chiavi di lettura del cosiddetto Web 2.0 in quanto insieme di forme di aggregazione sociale ancora tutte da definire, con un’attenzione particolare a tre tipologie di social networks, o meglio, a tre momenti distinti e a loro modo concatenati di social networking, esemplificati da Facebook, Twitter e Nstreet.

Esserci o non esserci [Testo, PDF, IT]
Condizioni di utilizzo: Creative Commons 2.5, attribuzione, non commerciale, non opere derivate (informazioni dettagliate).

References on e-tutoring 2.0

Reading time: < 1 minute Rotta M. (2009), The e-Tutor in Learning 2.0 Scenarios: Profile, Professional Empowerment and New Roles. In Lambropoulos N. & Romero M. (2009), Educational Social Software for Context-Aware Learning: Collaborative Methods and Human Interaction. Hershey PA, IGI Global.

Useful links [EN]:

L’e-Tutor al tempo del web 2.0

Reading time: 1 – 2 minutes

Un seminario sull’evoluzione della figura professionale dell’e-Tutor nell’ambito della giornata interuniversitaria “Argumenta” organizzata dal Servei de Llengues dell’Universitat Autonoma de Barcelona (UAB) e coordinata da Enric Serra. Nel corso del seminario sono stati approfonditi in modo particolare i ruoli che l’e-Tutor tenderà ad assumere in scenari educativi orientati al social networking e alla personalizzazione degli ambienti e delle strategie di apprendimento.

The e-Tutor in a web 2.0 perspective [Slides, PDF, EN]
L’eTutor a l’era del web 2.0 [Slides, PDF, CA]
Il video del seminario:

Reti di vetro

Reading time: 2 – 4 minutes

Si è tenuto nei giorni scorsi a Dobbiaco (10-13 luglio 2008) un seminario sulla “cittadinanza digitale”. Non è necessario che racconti com’è andata, sono più che sufficienti le testimonianze raccolte in tempo reale nel wiki dell’evento, curato da Luisanna Fiorini (segnalo in particolare anche una mappa mentale di ciò che è stato detto e fatto e degli argomenti che sono stati toccati), oltre che nelle pagine dei tanti bloggers presenti, come Giorgio Jannis, Maddalena Mapelli (che ha annotato quasi tutti gli interventi anche nel blog di Ibrid@menti), Gianni Marconato. Sono già online anche delle belle raccolte di immagini sul luogo e sull’evento, e probabilmente anche molte altre opinioni, impressioni, resoconti, commenti, fotografie di cui al momento non sono a conoscenza, ma farò il possibile. Che cosa posso aggiungere? Vorrei solo accennare brevemente a una sensazione che ho provato durante queste giornate, mentre fuori dalle finestre della splendida struttura che ci ospitava le nubi di un temporale improvviso proiettavano sulla terra luci modificate, e nelle stanze si parlava di web 2.0 e oltre. In quel momento mi sono guardato intorno, e ho constatato che anche in Italia si può parlare di innovazione, e si può fare innovazione (anche ad alto livello), ma a crederci davvero siamo in pochi, e sempre gli stessi o quasi, da sempre, come se gli anni non passassero, come se il mondo, nel frattempo, non cambiasse alla velocità dei lampi e con la stessa intensità dei venti. Sarà per via dell’ambientazione, ma mi sono ricordato del “gioco delle perle di vetro” di Hesse: i saggi sono rinchiusi in uno spazio dove possono dialogare e creare, ma senza interagire troppo con il resto del mondo, impegnato in “negozi” più ordinari; il fatto è che non si sa bene se sono i saggi a scegliere l’isolamento che permette loro di essere ciò che sono, o se è il resto del mondo che cerca di metterli in condizione di non nuocere. Forse sono vere entrambe le ipotesi. Sono solo visioni, pagine lette da ragazzo che riaffiorano durante un temporale estivo. Ma ultimamente provo spesso sensazioni come queste: se siamo noi i cittadini digitali – e non c’è motivo di pensare che non sia così -perchè non riusciamo a portare nel mondo, là fuori, quei messaggi semplici e chiari, e per questo eversivi, che riusciamo così bene a scambiarci tra le mura del nostro castello? La partecipazione attiva, il senso della rete, la condivisione della conoscenza, la libertà dell’informazione… perchè siamo sempre in così pochi a parlarne? Perchè non riusciamo a farci ascoltare? Siamo reti di vetro: trasparenti e fragili.

Appunti e riflessioni in forma di slides [PDF, IT]

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ibridamenti
ibridamenti

che bel post Mario! mi viene voglia di copiarlo e incollarlo sui Ibridamenti :-) Posso? Sono open source i tuoi testi? (Maddalena)
admin
admin

Certo che puoi :) Intanto io ne ho riproposto una versione su KNOL, anche per provare questo nuovo "google gadget": …
Willliam Nessuno
Willliam Nessuno

Sono pienamente d'accordo sull'idea che il mondo ci lasci baloccare con le nostre idee sulla rete, grande fin che si …
Willliam Nessuno
Willliam Nessuno

"i Blog e la visone fideistica della Rete" http://www.lulu.com/content/2755110
annarita
annarita

Ciao, tutor. Come va? Sonno approdata per caso su questo blog e ho letto il post. Riflessioni interessanti circa il …

Sulle comunità virtuali: un’intervista

Reading time: < 1 minute Link a un'intervista video che l'amico e collega Romolo Pranzetti ha registrato in occasione del convegno CESVOT di Lido di Camaiore (24 novembre 2007). Mi ha chiesto di parlare di comunità virtuali, con particolare riferimento a eTutorCommunity, per spiegare le ragioni del progetto e illustrarne le finalità. La conversazione con Romolo è veloce, si parla di comunità professionali e del ruolo che possono avere nei nuovi scenari dell'e-learning, quasi un'anticipazione di un'indagine che si sta evolvendo e che si confronterà con le tendenze in corso al prossimo convegno AIF e al prossimo expo e-learning di Barcellona. L'intervista è sul portale "comeweb” [IT], che è anche un eccellente contenitore di materiali video, audio, testuali e multimediali sulle “relazioni pericolose” tra educazione e ICT.

Virtual Communities: materiali formativi 2007

Reading time: < 1 minute Materiali formativi sulle comunità virtuali, a cura di Mario Rotta. Questi materiali si concentrano in particolare sull'analisi dei fattori che determinano il successo di una comunità virtuale, sulla progettazione strutturata delle communities e sulla casistica di riferimento. Sono stati elaborati nell'ambito di corsi e seminari tenuti tra il 2003 e il 2007 per Università di Firenze, Ecipa Veneto, Irre Toscana, Cesvot, ARSIA Toscana e successivamente riadattati. Progettare una comunità virtuale (traccia, PDF, IT)
Le comunità virtuali: progettazione, strategie e criticità (slides, PDF, IT)

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