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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


La biblioteca aperta e i suoi nemici

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Per capire cosa sono esattamente le Risorse Educative Aperte o OER (Open Educational Resources) si possono ripercorrere vari riferimenti ben consolidati, che hanno generato e alimentato un dibattito ininterrotto a partire dal momento stesso in cui si comincia a parlare di apprendimento in rete (prima metà degli anni 90).

Il primo scenario in cui le OER assumono un significato preciso è quello che (non a caso) può essere raccolto sotto la sigla generica “Educazione Aperta e Distribuita” (ODL, Open & Distance Learning, Distributed Learning). Con questa terminologia si indicano generalmente le strategie di insegnamento e apprendimento online basate sulla disponibilità incondizionata di risorse e materiali didattici (sia nel tempo che indipendentemente dagli obiettivi formali dell’apprendimento), anziché sulla definizione di percorsi strutturati e finalizzati che impongono agli studenti ritmi comuni e scadenze precise, nonché, di conseguenza, materiali e contenuti specifici e spesso tendenzialmente “chiusi”. Uno scenario di questo tipo evoca evidentemente l’ipotesi che l’e-learning rappresenti una soluzione plausibile per l’attivazione di percorsi di apprendimento aperti, informali, continui e centrati sui bisogni individuali e sulla personalizzazione del processo.

In realtà, si può parlare di Educazione Aperta e Distribuita sia quando ci si riferisce a insiemi di materiali formativi a disposizione di singoli studenti interessati, sia quando in una organizzazione si allestiscono e si configurano repository o knowledge base di risorse ritenute utili per far fronte a bisogni formativi ricorrenti, ad esempio la necessità di disporre in qualsiasi momento di informazioni tecniche o supporti linguistici. In questo senso, le risorse a cui ci si riferisce sono ricollegabili al concetto di Courseware, che identifica qualsiasi raccolta organica di software didattico e, per estensione, qualsiasi insieme di materiale educativo digitale (distribuito in rete o in altre forme) pertinente ad un percorso di studi definito o relativo agli obiettivi e ai compiti di un gruppo omogeneo di studenti (ad esempio una classe). Più specificamente, oggi si definisce Courseware sia la Knowledge Base di risorse educative digitali a disposizione degli iscritti ad un corso online, sia la biblioteca digitale in cui sono archiviati i contenuti didattici prodotti e distribuiti da una organizzazione complessa (un’università, un istituto di ricerca, un’azienda). I materiali raccolti in un Courseware possono essere di vario genere (e-documents, e-books, lezioni registrate, software, slides, immagini digitali, learning objects) e sono solitamente organizzati e indicizzati attraverso descrittori o TAGs riferibili a standard specifici (ad esempio il set Dublin Core) o a modelli appositamente predisposti. Un courseware, in realtà, può essere chiuso e riservato, oltre che aperto e accessibile: in questo secondo caso, si parla di Open Courseware o OCW. Il più importante esempio di OCW (che costituisce anche un modello per molte altre raccolte di contenuti didattici digitali) è quello del MIT di Boston, che dal 2002 mette a disposizione degli utenti della rete i materiali prodotti per i corsi della prestigiosa università.

Da questa visione, in parte, prendono forma anche quegli insiemi di contenuti tendenzialmente aperti che oggi chiamiamo MOOCs (Massive Open Online Courses): i MOOCs sono sotto certi aspetti l’ultimo anello di una catena evolutiva, in cui non è difficile riconoscere anche altre derivazioni, dalla tradizione universitaria canadese rispetto all’e-learning come opzione per la gestione di percorsi di apprendimento partecipati e allo stesso tempo come prospettiva per l’educazione continua, ad “antenati” nobili come l’approccio flessibile tipico delle Open University e successive interpretazioni del concetto di openness riferito sia ai percorsi che ai contenuti didattici (Siemens).

Alicia Martin a Icastica

Ma per capire davvero la galassia OER bisogna fare riferimento anche a un diverso percorso di ricerca e sperimentazione, in parte ricollegabile a quanto finora citato, in parte del tutto autonomo. Si tratta ovviamente dell’enfasi sull’aggettivo “aperto” come opzione privilegiata per la disseminazione e la condivisione della conoscenza, nel quadro di una strategia che evoca una visione utopistica della rete come garanzia di accesso universale alla formazione e come ipotesi per superare il cosiddetto divario digitale. Confluiscono in questa prospettiva il movimento a sostegno dell’Open Source nello sviluppo del software (Torvalds), la visione di Wikipedia, il concetto di shared knowledge e più in generale gli scenari riferibili alla cosiddetta Wikinomics (Tapscott e Williams, ma anche Rifkin), il dibattito sull’evoluzione del concetto di copyright e sul progressivo passaggio al concetto di commons e all’idea che la conoscenza (soprattutto se digitale) rappresenta un “bene comune” che va reso disponibile in quanto tale (Hess, Ostrom) e ri-condiviso alle stesse condizioni (un passaggio epocale evidentemente osteggiato dagli editori tradizionali e anche da molti autori). La reale differenza di questo approccio, rispetto a quello connesso alla gestione autonoma di un percorso formativo, consiste nel fatto che in questo caso gli insiemi di OER non sono necessariamente finalizzati a uno scopo didattico specifico, ma si privilegia la visione d’insieme, la relazione tra i contenuti digitali e i potenziali fruitori, di qualunque provenienza e per qualsiasi motivazione accedano alle conoscenze distribuite in questa modalità. Ne consegue una definizione più ampia di OER, che secondo un’accreditata definizione riferibile alla William and Flora Hewlett Foundation sono tutte le “teaching, learning, and research resources that reside in the public domain or have been released under an intellectual property license that permits their free use and re-purposing by others. Open educational resources include full courses, course materials, modules, textbooks, streaming videos, tests, software, and any other tools, materials, or techniques used to support access to knowledge”. Concetti ripresi anche a livello per così dire istituzionale da organizzazioni internazionali come OECD/OCSE, che definisce a sua volta gli OER come “digitised materials offered freely and openly for educators, students, and self-learners to use and reuse for teaching, learning, and research. OER includes learning content, software tools to develop, use, and distribute content, and implementation resources such as open licences”, o come UNESCO, che nei suoi libri bianchi ribadisce spesso il bisogno di intervenire rapidamente e in modo consistente sui contenuti digitali aperti, applicando 4 principi: l’ottimizzazione dei contenuti per la loro fruizione sui dispositivi mobili, l’adattamento dei portali locali e nazionali in funzione dell’accesso ubiquo, la garanzia dell’accesso incondizionato ai contenuti digitali educativi per tutti i cittadini, sia in termini di accessibilità in senso stretto che in termini di diritto di accesso e utilizzo e lo sviluppo di contenuti digitali “rilevanti” anche a livello locale [1]. Di fatto, in questa prospettiva, le Risorse Educative Aperte rappresentano un’opportunità strategica perché si possano attuare politiche educative coerenti, globali e allo stesso tempo circostanziate rispetto ai bisogni espressi dagli stessi utenti. Non è detto che si tratti della soluzione definitiva, soprattutto per quanto riguarda il superamento del divario digitale. Ma rispetto alla concezione “proprietaria” dei contenuti educativi che ha caratterizzato finora sia l’editoria che l’offerta formativa in generale, si tratta indiscutibilmente di un enorme passo in avanti: è in questo quadro di riferimento che si colloca un progetto come Alexandria:

Lo scopo primario del progetto è l’auspicio che si possa cominciare anche in Italia a colmare la distanza che su queste tematiche in particolare ci separa dalle analoghe esperienze internazionali: come è stato più volte documentato (si veda anche questo post) c’è carenza di OER italiane, in italiano e adeguate o coerenti rispetto ai bisogni della scuola e più in generale del sistema formativo italiano. Documenti OECD ci suggeriscono esplicitamente di tradurre in italiano e adattare al curriculum risorse educative aperte (OER) disponibili in altre lingue; sviluppare e promuovere una “banca” di risorse per insegnanti che includa ogni risorsa digitale aperta e, se possibile, anche altre tipologie di risorse digitali; incoraggiare gli insegnanti a sviluppare e condividere le loro risorse educative come risorse educative aperte (OER) riconoscendo loro premi e incentivi o attraverso altre dinamiche legate alla reputazione. Alexandria potrebbe rappresentare una prima risposta concreta a queste necessità strategiche.

Ma non si tratta solo di questo. In questo progetto si cerca infatti di enfatizzare altri due aspetti connessi al concetto attuale di OER e indirettamente ispirati dal modello editoriale che si delinea dietro iniziative di ampia portata come OER Commons. I due aspetti in questione riguardano l’incentivazione del self-publishing come opzione per agevolare la condivisone di risorse educative autoprodotte, e il conseguente focus sull’importanza della visibilità e della valorizzazione delle “buone pratiche” come strategia primaria di sviluppo dei contenuti digitali da distribuire in modalità aperta attraverso il repository.

L’enfasi sul self-publishing non ha bisogno di essere spiegata o giustificata. Come è stato più volte sottolineato, si tratta di una tendenza tipica (e inarrestabile) in atto nello scenario dell’editoria digitale, e particolarmente presente nell’ambito della scuola. In senso lato, evidenzia anche come i contenuti digitali distribuiti stiano riducendo la distanza formale tra insegnante e studente, delineando una figura nuova, che stiamo cominciando a chiamare e-knower e che allude sia a una delle possibili evoluzioni del soggetto che apprende o che esprime un bisogno di apprendimento, che a una definizione alternativa per una figura di formatore in grado di operare negli scenari più avanzati della società della conoscenza e in particolare nei processi in cui prevalgono la componente informale e quella orientata al Knowledge Management. Il concetto evoca lo scenario della conoscenza digitale condivisa rappresentato dalle OER, e per estensione può indicare anche il “cittadino digitale” attivo e consapevole, ovvero colui che è in grado di utilizzare autonomamente e adeguatamente la rete come fonte di informazione e per l’apprendimento. Un “nuovo abitante” (per citare Jannis e Granieri) che cerca e scarica conoscenze per rielaborarle e produrre altre conoscenze, che in tal senso può anche decidere di “vendere”, in virtù del fatto che (come confermano indirettamente le definizioni di OER citate) garantire l’accesso, la libera diffusione e la riusabilità di una risorsa digitale non presuppone necessariamente la distribuzione gratuita.

Alexandria suggerisce in modo evidente questo approccio, che introduce indirettamente al tema della condivisione delle buone pratiche come metafora di ciò che potrebbe o dovrebbe diventare il core di questo insieme di risorse digitali. Condividere buone pratiche educative (prima ancora che contenuti originali, ben più faticosi da elaborare) rappresenta uno dei focus primari di questa fase dell’evoluzione delle stesse teorie sull’apprendimento basato sulle nuove tecnologie. Sia a livello europeo che extraeuropeo la ricerca si concentra proprio su questi aspetti, che dopo anni di confronto sui modelli teorici e organizzativi appare come un passaggio necessario per validare i risultati raggiunti e ricavarne indicazioni operative applicabili e trasferibili. Puntare su azioni sistematiche di condivisione delle pratiche, unitamente al lavoro necessario per modificare l’atteggiamento degli operatori in tal senso, è quindi uno dei suggerimenti più importanti che si possono dare a tutti coloro che operano a contatto con lo scenario dell’apprendimento in rete: si tratta di consolidare una prima prassi, che è la disponibilità a condividere prassi, per poter poi identificare gli elementi positivi comuni e trasversali alle diverse esperienze e disseminarli. Questo bisogno è facilmente intuibile (e sotto certi aspetti si ricollega ad alcuni dei principi ispiratori di un progetto parallelo: EduCloud), ma bisogna fare un passo avanti, cominciando ad esempio a concentrarsi sulla produzione e la condivisione sistematica di quella che potremmo definire “letteratura di sintesi” (le cosiddette “smart tips”, i manuali o le lesson plans diffuse soprattutto in ambito anglosassone), cioè contenuti semplici ed essenziali, facilmente applicabili in un contesto didattico, in grado di rappresentare un riferimento utile per molti (in quanto idee per impostare un’attività, ad esempio), e un vantaggio per tutti. Si tratta inoltre di cominciare non tanto a produrre (sappiamo bene che ci sono molte risorse digitali nei cassetti virtuali di insegnanti, studenti o altri autori e co-autori), ma a diffondere, valorizzare, segnalare (in Alexandria si introduce non a caso la distinzione tra risorse interne – caricate dagli autori – e link a risorse esterne co-taggate), arricchire, incrementare, in una parola co-costruire una “nuvola” di saperi e di meta-conoscenze indirizzata a tutti coloro che si occupano (o si preoccupano) di educazione digitale.

La visione che il progetto esprime, in sostanza, è quella di una biblioteca aperta. Che evidentemente ha i suoi nemici, come ne ha la stessa società della conoscenza di cui essa fa parte integrante. Ma una biblioteca aperta ha un vantaggio strategico: è tendenzialmente collaborativa, e può quindi evolversi sia verso il consolidamento di progetti editoriali che verso altre direzioni, tra cui lo sviluppo di prodotti digitali innovativi o l’attivazione di reti di relazioni virtuose tra interessati ad uno stesso argomento o al riuso e al perfezionamento di specifici contenuti. Tutto, come sempre, dipenderà da noi…

[1] Letteralmente: “Lastly, the creation of educational content in regional, national and local languages, as well as access to mobile devices that display and support composition in local languages, are necessary to guarantee broad access to mobile learning. In addition to language, content should also be relevant to the communities in which learners live, study and work. A UNESCO empirical study on local content showed that there is a strong correlation between the development of communications network infrastructure and the growth of local content in a country (OECD, 2012). This means that simply expanding connectivity is likely to promote the development of content meaningful to local populations. Networks, and the connectivity they enable, lay the necessary foundations for and encourage the development of context-specific content”

Nel riquadro: un’installazione di Alicia Martin a Icastica 2013 (Arezzo)

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Mario Rotta
Mario Rotta

Sul progetto Alexandria, lanciato nei giorni scorsi da CurrikiItalia (e più in particolare da Agostino Quadrino), si stanno già sviluppando …

Ma quanto vale l’economia digitale?

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Ho provato più volte a osservare attentamente il TAG Cloud che riassume sinteticamente i punti salienti del discorso del nuovo Presidente del Consiglio Enrico Letta (pubblicato da repubblica.it), per cercare la traccia di una parola che da un po’ di tempo ricorre spesso perfino nelle frasi fatte di tanti politici di minor spessore. La parola è “digitale”. L’ho cercata ma non sono riuscito a trovarla. In pratica, questa assenza potrebbe significare che nella visione programmatica del nuovo governo, tra le numerose priorità, non sono state considerate le istanze della società della conoscenza, né quelle della cosiddetta economia digitale, che pure, in un momento di crisi, potrebbero (e dovrebbero) rappresentare per il nostro paese un’importante occasione di rilancio. Evidentemente, molti continuano a considerare marginale il peso economico dell’indotto legato alle tecnologie della conoscenza, ovvero, secondo una definizione più tecnica, di tutto ciò che permette, attraverso le tecnologie digitali, la condivisione dei valori intangibili rappresentati dal cosiddetto capitale intellettuale, e delle ricadute, in termini di risorse finanziarie o opportunità di lavoro, prodotte attraverso quelle stesse tecnologie e grazie alla loro progressiva integrazione in ambiti primari come l’informatica, l’educazione, l’editoria, la gestione del patrimonio storico e artistico, la comunicazione, ma anche in molti altri ambiti dove il “sapere” è fondamentale, dalla medicina alla gestione del territorio, dal turismo alla gestione delle infrastrutture. Ma di quale impatto stiamo parlando, esattamente? Gli scettici sostengono solitamente che si tratta di ricadute ancora poco significative, o, in ogni caso, difficilmente misurabili, trattandosi di scenari ancora in divenire. In realtà non solo di economia della conoscenza si è cominciato a parlare almeno negli anni ’80 (Romer, e prima ancora Arthur o Drucker), ma negli ultimi anni si è provato – a più livelli – a valutare in modo coerente l’impatto e l’indotto degli investimenti nel settore in termini di risultati economici. Così sono andato a cercare un po’ di documentazione specifica, e ho raccolto qualche elemento utile per capire che cosa potrebbe significare per la nostra economia investire nell’opzione digitale.

La prima fonte che ho selezionato è un rapporto curato nel 2009 da Kristian Uppenberg per la EIB: The Knowledge Economy in Europe. Il report di Uppenberg è molto utile per inquadrare lo scenario e avere dei termini di paragone. Ad esempio, da alcuni diagrammi si ricava che le risorse investite dall’Italia in questa direzione (sia quelle effettive che quelle intangibili) sono mediamente meno di un quarto di ciò che investono in Svezia, Finlandia e Giappone. Si tratta dei soliti noti, parlando di investimenti in tecnologie, ma analizzando i dati può essere significativo osservare che già nel 2006 investivano più di noi anche in Slovenia e Repubblica Ceca. La distanza cresce ulteriormente misurando gli investimenti in termini percentuali rispetto al PIL. Altri dati interessanti (per quanto più difficili da interpretare per chi non si occupa di economia in senso stretto) si possono trovare in un report del World Bank Institute: Measuring Knowledge in the World’s Economies. Tra le tabelle che riesco a leggere e interpretare ne segnalo una che evidenzia il KEI (Knowledge Economy Index), in pratica una classifica del peso complessivo di vari fattori (digitali e/o intangibili) sull’economia di una serie di paesi: non siamo tra i primi 10, ovvero nel gruppo in cui oltre ai soliti ci sono gli USA e quasi tutti i paesi UE più avanzati.

Ma quello che ci interessa di più è capire non tanto quanto si investe al momento in diffusione della conoscenza e tecnologie digitali, ma in che termini reali l’economia digitale può contribuire alla crescita del PIL: è un argomento su cui si interrogano in molti, e su cui, per cominciare, si può segnalare una sintesi di Irving Wladawsky-Berger – Beyond GDP – Measuring Value in a Service-oriented, Information-based, Digital Economy – che rimanda a sua volta a molte altre risorse. Altre informazioni utili, anche a livello metodologico, si possono trovare in un report dello European Policy Centre: The Economic Impact of a European Digital Single Market (2010). Il report aiuta a capire cosa misurare e come, e pubblica tra le altre cose un’interessantissima tabella che evidenzia il peso potenziale dell’economia digitale rispetto al PIL (in generale, in ambito UE) a seconda degli investimenti e in base a diverse proiezioni : nel periodo 2010-2020 si stima che l’economia digitale possa rappresentare (a livello europeo) da un minimo dell’8 a un massimo del 12% del PIL. Non sembrano opzioni che un governo in carica possa permettersi di trascurare. Certo, occorrono investimenti mirati, ma il valore aggiunto delle ricadute rispetto agli investimenti, come emerge da tutti i report, è estremamente interessante, e tendenzialmente superiore a quello che in questo momento si potrebbe ottenere privilegiando settori economici tradizionali. Dati più specifici sul nostro paese sono stati elaborati dal DAG (Digital Advisory Group), un’iniziativa promossa dall’American Chamber of Commerce in Italy e da McKinsey, insieme a vari partner italiani. Il DAG calcola che attualmente l’economia digitale rappresenti in Italia il 2% del PIL e abbia già creato 700 mila posti di lavoro. Stima inoltre che (oltre alla crescita del valore rispetto al PIL che possiamo valutare da soli confrontando i dati con le proiezioni a livello europeo) gli investimenti nel settore potrebbero creare 1,8 posti di lavoro per ogni posto di lavoro perso (gli editori tradizionali dovrebbero riflettere su questo dato…) e che la circolazione delle conoscenze e il potenziamento del capitale intellettuale favorito dall’economia digitale possa rilanciare in modo significativo l’espansione delle nostre PMI. Se fossi il capo del governo, comincerei a lavorarci oggi stesso…

Dalla competenza globale all’incompetenza locale

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A volte rileggo volentieri alcuni di quei documenti che ritengo fondamentali per capire cos’è realmente la “società della conoscenza”. Tra questi penso che si possa considerare essenziale lo European Reference Framework: Key Competences for Lifelong Learning: è del 2006, ma è estremamente attuale. Anche troppo, sotto certi aspetti, segno inequivocabile che lo scenario che il documento configura non è stato ancora costruito, e non sarà facile diffonderne le implicazioni. Eppure si trattava di un programma relativamente semplice da comprendere, che avrebbe dovuto e potuto portare rapidamente alla definizione di un’agenda basata su pochi punti, e per questo attuabile. In breve, il framework identifica e declina 8 competenze primarie e trasversali che dovrebbero essere sviluppate e potenziate nei sistemi formativi di tutti i paesi europei: la comunicazione nella lingua madre, la comunicazione in altre lingue, la competenza matematica, scientifica e tecnologica, la competenza digitale, il saper imparare a imparare, le competenze civiche e sociali, lo spirito di iniziativa e la capacità “imprenditoriale”, la consapevolezza dell’importanza dell’espressione culturale. In sostanza, si immagina un “cittadino europeo” in grado di esprimersi correttamente nella propria lingua e correntemente in almeno una lingua straniera, dotato di una solida cultura matematica e scientifica, aperto all’uso delle nuove tecnologie e capace in particolare di orientarsi nello scenario della cultura digitale, predisposto all’apprendimento continuo e capace di elaborare strategie e metodi per imparare più efficacemente, attento ai contesti sociali e dotato di un forte senso civico, aperto alle novità, pronto a intraprendere iniziative, autonomo, cosciente dell’importanza della tradizione culturale e di qualsiasi forma di creatività. Difficile, certo, ma non impossibile. Quanto meno, bisognerebbe cominciare a definire programmi operativi che si muovano in questa direzione, a partire da una riformulazione della funzione della scuola e dell’università, oltre che, ovviamente, da un ripensamento del sistema della formazione professionale e delle metodologie adottate nella formazione degli adulti. Questo, almeno, è quello che dovrebbe accadere nei vari paesi, nelle intenzioni della commissione. E in Italia? A che punto siamo? Direi che ne stiamo discutendo: a qualche convegno se ne parla. Magari in qualche scuola o in qualche università si è perfino fatto qualcosa. Ma sarei scambiato per il solito pessimista se dicessi che siamo ancora molto indietro e che sotto certi aspetti, più che cittadini globali competenti stiamo facendo il possibile per trasformare i nostri ragazzi (e anche molti adulti) in incompetenti locali? In attesa di poter consolidare e giustificare meglio questa affermazione, mi limito ad appoggiarmi a un paio di “evidenze empiriche”. La prima è un report del 2011 sulla valutazione dei programmi orientati all’attuazione del framework nei paesi europei: si citano esperienze concrete di 21 paesi. Ci sono Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Germania, Estonia, Finlandia, Spagna, Francia, Croazia, Ungheria, Irlanda, Olanda, Lituania, Malta, Polonia, Slovenia, Slovacchia e Regno Unito. Ma l’Italia non c’è, e immagino che ci siano delle ragioni valide per questo. La seconda evidenza è quasi “percettiva”. Proprio ieri osservavo non senza un minimo di soddisfazione un gruppo di ragazzini francesi in visita nella mia città; era un gruppo numeroso, avranno avuto 12-13 anni, e si muovevano insieme ai loro insegnanti con molta abilità in un centro storico non facilmente agibile neanche per un residente, fermandosi di fronte ai monumenti, disegnando, prendendo appunti, cercando informazioni su dei tablet, mostrandosi, insomma, civili, interessati, organizzati, in una parola futuri cittadini europei. Poco dopo, ho dovuto constatare con amarezza che i nostri ragazzi, all’uscita da scuola, sembravano – al loro confronto – quasi dei selvaggi. Non lo dico per fare del moralismo: lo racconto perché il punto non è soltanto cosa fa o non fa la scuola per costruire l’identità dei cittadini di domani. Il punto è che in questa nostra sempre più povera Italia prevalgono largamente modelli di non-cittadinanza, di non-identità, ovvero esempi di incompetenza: basta accendere la televisione per vedere come e quanto si calpestano la capacità di esprimersi nella propria lingua e in quelle degli altri, il senso stesso del comportamento civico e dell’identità sociale, la predisposizione a imparare e la creatività, mentre alla distruzione delle altre competenze auspicate dai documenti europei lavorano in modo compatto altri segmenti della nostra società e della nostra economia: editori che ignorano la rivoluzione digitale, banche e burocrazie varie che annichiliscono qualsiasi spirito di iniziativa, pubblica amministrazione ancora largamente inefficiente sul piano tecnologico, centri di ricerca costretti alla pura sopravvivenza, politiche culturali inconsistenti, politici e dirigenti incapaci di programmare, organizzare, attuare. C’è bisogno che aggiunga altro? Diciamo che c’è ancora molto, molto da fare…

Realtà e rappresentazione, ovvero della superficialità dei media e della profondità della rete

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Dunque, ricapitolando: ormai la cosiddetta realtà è il risultato di una progressiva stratificazione di fotografie parziali, è come un’immagine di sfondo su cui si stanno accumulando dei layer che ne nascondono ogni volta qualche dettaglio per rivelarne altri. Solo così si spiega la schizofrenia di chi in questi giorni sta cercando (non si sa su che basi) di interpretare le rivolte in atto in varie parti del mondo attraverso i social media in generale e (verrebbe da dire) nonostante i social media. Il problema è che non si può. Non si può pretendere né che tutto accada indipendentemente dall’esistenza di un ambiente come Twitter, né che tutto ciò che accade esista solo perché su Twitter migliaia di persone lo raccontano o perché è presumibilmente attraverso i social media che i rivoltosi comunicano. A parte il fatto che è grazie alle tante “reti” disponibili che comunicano tra loro anche i poliziotti, i militari, i netturbini, i commercianti, i filosofi, i fotografi, i giornalisti, gli informati, gli informatici, gli informatori e perfino i benpensanti, dovrebbe essere evidente che non è controllando (in senso lato) il flusso dei messaggi che circolano su Twitter o in qualcuno dei tanti “altrove” del Web che si possono comprendere, appoggiare o combattere le rivolte in corso. Raccontare forse, sia pure in modo parziale e frammentario, ma non capire, né tanto meno contribuire a espandere o limitare, giustificare o reprimere.

E invece? Tutti in prima linea a cercare di attribuire un significato alla rete in funzione di ciò che accade o a ciò che accade in funzione della rete. Ovvero a rincorrere il mito dell’interpretazione dei messaggi in rete come “rappresentazione” della realtà: il noto opinionista si aggrappa alla “foto di quel teppista che si aggira fra le fiamme di Londra in tuta e scarpette firmate” per azzardare l’ipotesi che il mondo in cui ci sembrava di vivere sta finendo (ma pensa?), il sociologo parla addirittura del lato oscuro della comunicazione come se fosse imminente l’uscita del VII episodio di Guerre Stellari, la testata giornalistica cerca (e trova) la presunta “immagine simbolo” delle “notti di guerriglia londinesi” (birminghamesi forse è meno trendy). Alla fine, quasi a chiudere l’insolito cerchio, il premier britannico minaccia di “spengere” i social network come un leader cinese qualsiasi.

Quello che colpisce in tutta questa letteratura è che, di fatto, giudizi e opinioni (pro o contro che siano) non si basano su fonti e dati verificabili, ma su sensazioni epidermiche, icone, simbologie acritiche, epifenomenologie mediatiche. Come se si volesse riassumere a tutti i costi la complessità della situazione in elementi semplificati, assunti perentori, tassonomie. Questo bisogno è tipico di una società delle comunicazioni di massa, ovvero di una società fortemente strutturata, in cui pochi “emittenti” (presumibilmente autorevoli) filtrano e indirizzano l’informazione ritenuta necessaria o sufficiente verso moltitudini di destinatari tendenzialmente in grado di recepirla in modo uniforme. In una società di quel tipo una fotografia di Robert Capa pubblicata sulla copertina di Life può effettivamente rappresentare la realtà di una guerra in atto, per quanto non ne documenti la genesi e la collocazione storica.

Ma ormai non viviamo più in una società delle comunicazioni di massa. Che ci piaccia o no, viviamo in una società di reti sociali, ovvero di legami fluidi tra gruppi e comunità di persone che non possono più essere classificati nè come emittenti nè come destinatari di messaggi, per la semplice ragione che sono (tutti e allo stesso tempo) entrambe le cose. Una società di conversazioni: talora continue, talora interrotte, talora saltuarie, ricorsive, ricorrenti. Una società che vive in ambienti attraverso cui non solo si condividono conoscenze, ma dove spesso ciò che altrimenti rimarrebbe tacito diventa esplicito e ciò che abitualmente avremmo considerato scontatamente privato diventa discretamente pubblico.

Non mi interessa – qui e ora – definire, sottoscrivere o immaginare le regole che questa società della conoscenza e delle reti dovrebbe o potrebbe avere, per la semplice ragione che non si può pretendere che abbia delle regole definite, o quanto meno ipotizzabili in modo deterministico o attraverso riferimenti spazio-temporali. Mi interessa piuttosto ribadire un concetto essenziale: per interpretare questa società, o più semplicemente per viverci, non si possono applicare (come invece fanno quasi tutti) gli stessi parametri che sono stati elaborati per interpretare la società delle comunicazioni di massa. Non servono. Non funzionano. Perché non tengono conto di due differenze sostanziali: la prima è che mentre quella società accettava implicitamente gerarchie fondate sull’autorità, questa presuppone soltanto relazioni fondate sulla reputazione; la seconda è che rispetto alla società delle comunicazioni di massa oggi possiamo contare su una quantità enormemente superiore di informazioni da elaborare, condividere e immettere nel flusso della conversazione globale.

Per capire (davvero) i fenomeni, quindi, dovremmo raccogliere e confrontare insiemi dinamici di fonti eterogenee utilizzando come meta-descrittori gli input che filtrano grazie alla reputazione sociale dei nostri interlocutori e come strumento di analisi la consapevolezza che deriva dal potenziamento della nostra capacità di cercare, trovare, elaborare, selezionare, organizzare, comparare e valutare risorse diffuse e documentazione distribuita. In sostanza, andare oltre la superficialità della rappresentazione della realtà che caratterizza i media tradizionali per penetrare nella profondità e nello spessore della decodifica delle informazioni sulla realtà che soltanto l’interagire in rete e con la rete può garantire. Ma quasi nessuno lo fa: è faticoso, meglio continuare a pensare che si possa affidare il compito di esprimere un significato a qualche frammento iconico o audiovisivo che chissà perché dovrebbe spiegare tutto nel momento stesso in cui lo semplifica e lo generalizza, regalando magari all’autore o al soggetto 15 secondi di celebrità. Perfino a Warhol verrebbe da sorridere…

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Orietta Berlanda
Orietta Berlanda

Sono una corsista di Dol, trovo interessanti le sue riflessioni. Vorrei con questo post sperimentare appunto uno scambio di informazioni …
Mario Rotta
Mario Rotta

Molto bene Orietta, anche questo è un modo per interagire in rete: il problema è che è un modo poco …

Qualche riflessione sull’apparenza digitale

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Ricevo sempre più spesso messaggi come questo:

Buongiorno, sono [nome e cognome] e lavoro in una societa’ che si occupa di SEO e diffusione di siti Internet. Abbiamo visitato il vostro sito http://www.mariorotta.com/ e per questo saremmo felici di effettuare uno scambio link con voi. Gestiamo una vastissima scelta di siti, italiani e internazionali, e il nostro campo di specializzazione è il gioco online. Vorrei precisare che sui nostri siti non si gioca, che sono al 100% gratuiti e prettamente informativi. Saremmo felici di scambiare con voi uno o più link, sempre a condizioni vantaggiose per entrambe le parti. Lo scopo principale della nostra attivita’ è quello di raggiungere le migliori posizioni nei motori di ricerca. Tutto ciò è offerto a titolo completamente gratuito. Sperando che la nostra offerta di siti sia di vostro interesse, saremmo lieti di offrirvene i migliori! Cordiali saluti [nome e cognome]

Altrettanto spesso, nei post dei miei vari blog, trovo in coda commenti come questo:

Very nice content here, i will be back for sure. I would like to leave a comment on rechargeable Kindle batteries, they eventually lose their ability to hold a charge. Nook’s battery is user-replaceable and relatively inexpensive. To replace Kindle’s battery, Amazon wants you to ship your Kindle to Amazon, and they will ship you back a DIFFERENT Kindle than the one you sent (it’s the same model, for example if you send a white Kindle 3, you get a white Kindle 3 back, but you get a “refurbished” one, NOT the exact one you sent them). I don’t like this at all.

Che si tratti prevalentemente di “spazzatura” è abbastanza evidente, immagino anche che questa strategia di marketing abbia tecnicamente un nome, che tuttavia ignoro. Ma a me non basta leggere e cancellare. Sono testardo e curioso, e vado a vedere i siti di cui mi parlano, per capire di che si tratta e di chi si tratta. Di solito trovo delle home page anche ben fatte sul piano grafico, apparentemente serie (nella misura in cui un concetto equivoco come la serietà può essere definito), e tuttavia inconsistenti. Non c’è nulla dietro, non c’è nulla dentro. C’è solo una relativa abbondanza di link e banner che rimandano ad altri siti dello stesso genere, pieni di link e banner che rimandano ad altri siti e così via, all’infinito. Così si genera traffico, ovvero si contano dei click che valgono un tot ciascuno, e si fanno felici gli operatori che vendono connettività, a cui ovviamente interessa che il traffico si generi e si alimenti. Al di là dei nomi che gli esperti di questi ambiti danno o hanno già dato a questi fenomeni, vorrei chiamarli per il momento “apparenza digitale”. E farne, per una volta, una questione di principio. A margine della società della conoscenza, che idealisticamente riteniamo possa fondarsi sulla libera circolazione delle idee in rete e sulla condivisione di risorse e documenti digitali (significativi) all’interno (e a fianco) delle reti sociali, ma che è costretta a fare i conti con queste forme dilaganti di inconsistenza, di cui siamo spesso vittime e qualche volta complici, magari inconsapevolmente, perché cediamo alla tentazione di un banner per veder crescere il grafico di Google Analytics o perché in buona fede segnaliamo link a pagine che rimandano ad altre pagine, che rimandano ad altre pagine, che rimandano ad altre pagine…

Pongo la questione di principio in questi semplici termini, attraverso una dichiarazione di intenti:

  • cercherò di segnalare solo risorse e informazioni consistenti e se possibile inserite in contesti e siti che non accettano inserzioni pubblicitarie palesi o forme nascoste di advertising;
  • cercherò in ogni caso di selezionare accuratamente ciò che deciderò di segnalare, privilegiando la qualità e l’originalità rispetto allo “spamming” mascherato nelle informazioni che sono costruite solo per rimandare ad altre informazioni;
  • cercherò di proteggere gli ambienti di rete di cui sono responsabile da qualsiasi invadenza indebita, impegnandomi a pubblicare e condividere soltanto conoscenze significative e utili.

In fondo si tratta di principi molto semplici. Ma quante volte a tutti noi è capitato di non riuscire letteralmente a rispettarli? Eppure la società della conoscenza si può costruire realmente solo nel momento in cui in una rete si scambiano tra pari le conoscenze che siamo riusciti a elaborare andando oltre l’apparenza: è in questo continuo esercizio di autocontrollo che si creano le opportunità per scambi proficui, attraverso cui l’intera rete si arricchisce; è difficile, ma è questo che dovremmo fare.

*

A partire da questo spunto, condiviso su Facebook, si è sviluppata una prima discussione, di cui riporto volentieri gli stralci più interessanti, sia come archivio e memoria che come base per riaprire ed eventualmente allargare la riflessione:

  • Eleonora Guglielman Concordo. Il giochetto del link che linka ad altri link all’infinito può riservare, tra l’altro sorprese sgradevoli. Così come accettare la logica del banner: sono inorridita al pensiero che se pubblico un video su Youtube, chi lo guarda vedrà apparire il banner di Gianfranco Fini e lo assocerà a me. Ma quanti ne sono consapevoli?
  • Agostino Quadrino Purtroppo la civiltà dell’apparenza non sta solo in rete, come ben sappiamo, caro Mario. Viviamo nell’epoca che un giorno credo si indicherà come era del nichilismo di massa. Calvino parlava dei caratteri della letteratura del terzo millennio, fra cui includeva anche “consistency” (anche se il senso in inglese è un po’ diverso, e anche se quella sesta lezione non è riuscito a completarla…): è stato profetico su tutto, ma forse su questo carattere si stava sbagliando, almeno in campo sociale e non letterario.
  • Gianni Marconato La facilità di “pubblicare” qualcosa dal blog allo status FB fa, inevitabilmente crescere la merce che opportunamente tu definisci “inconsitente”. E’ il prezzo che dobbiamo pagare a questa nuova libertà. E lo accetto. La questione… è come riconoscere la consistenza, la densità, dall’inconsistenza, dalla trasparenza. Ma vedo che anche su questo un po’ alla volta ci stiamo attrezzando tutti. Stiamo imparando a convivere con l’inconsistenza e a sopravvivereci dignitosamente. Anche se ha il costo del tempo dedicato a decodificare come “inconsistente” qualcosa. Per questo apprezzo molto le tue dichiarazioni di intenti per la prevenzione della e la tutela dalla inconsistenza. Principi che faccio miei. Grazie.
  • Roberto Maragliano Succede in tutte le migliori famiglie dei media. Succedeva del resto anche ai tempi del cinema e a quelli della tv. Con la fuffa audiovisiva abbiamo imparato a convivere (nel senso di evitarla o di accettarla quando ci fa gioco). Stiamo imparando a convivere con quella del net. Ma che dire della fuffa gutenberghiana, di cui la manualistica scolastica rappresenta un immarcescibile caposaldo?
  • Paolo Quadrino Credo che sia una richiesta generale e standardizzata fatta con un preciso scopo (dichiarato): occupandosi di SEO vogliono migliorare il loro posizionamento nei motori di ricerca che tengono conto (nelle 5 P) anche della “Popolarità” nella rete. Più si è linkati più si sale di posizione…
  • Rosamaria Guido‎ Ignoriamoli, parliamo d’altro, di idee, di emozioni, di conoscenza, o come direbbe Benigni, di sogni e di felicità. Quoto a 360°: non ho mai sottaciuto la mia innata antipatia nei confronti chi chi cerca il guadagno o la popolarità attraverso sotterfugi e tattiche poco lineari. Devo tuttavia rilevare che la mia presenza nel web non ha altri motivi ispiratori che non l’interesse e il gusto di leggere e scrivere. Felice del tag, faccio mia la dichiarazione d’intenti della nota, pur riservandomi, per com’è mia consolidata abitudine, qualche link a fatiche di amici e tante chiacchiere che, pur non avendo un loro peso culturale, sembrano presentare una certa utilità, contribuendo a tirare su il morale di alcuni internauti. Sbaglio forse?
  • Paolo Aghemo Una buona riflessione, e se è vero come molti hanno ribadito che ci si attrezza, è anche vero che diffondere riflessioni consistenti è un meglio!
  • Antonella De Robbio Sono più che d’accordo. Serve una dichiarazione di intenti, semplice e snella come quella che proponi. E’ ovvio che alla base c’è un modello di business sempre più invasivo che utilizza tutti i mezzi possibili per poter svettare in testa nel ranking dei motori…

La rete, la conoscenza e la verità

Reading time: 4 – 6 minutes

Come osservatore dei fenomeni che hanno accompagnato la nascita, l’espansione e l’evoluzione di Internet, mi permetto qualche ragionamento sulle implicazioni semantiche della pubblicazione su Wikileaks di alcune migliaia di documenti digitali. Prima di tutto va chiarito che non si tratta di una fuga di notizie. Una fuga di notizie, in senso stretto, si ha quando si mettono in circolazione informazioni false o artefatte allo scopo di far credere altro ad altri. Le notizie non fuggono da sole, si lascia che fuggano, per ragioni insondabili o talora più evidenti. E di solito le lascia fuggire chi le fabbrica, non chi le cattura e le mette in circolazione. In questo caso, al contrario, si è trattato della pubblicazione di documenti esistenti, magari segreti o protetti ma dichiaratamente reali, la cui consultazione da parte di giornalisti, storici, ricercatori e cittadini è solitamente regolamentata ma, prima o poi o a certe condizioni, teoricamente e praticamente possibile: un’operazione di natura archivistica, quindi, la cui anomalia consiste nel fatto che i documenti sono stati resi pubblici molto prima di quanto prevedano (o impongano) le norme di quasi tutti i paesi, ma tendenzialmente lecita sul piano etico, se all’interno dell’etica si comprende il diritto di tutti alla trasparenza dell’informazione. Piuttosto, prima di mettere le mani avanti e reagire in modo preventivamente isterico o prudentemente auto assolutorio come hanno fatto in molti, ci si sarebbe dovuti chiedere se e fino a che punto è lecito che dei documenti – pubblici per loro stessa natura in quanto prodotti nell’ambito dell’operato di persone che sono state direttamente o indirettamente delegate dai cittadini – non siano pubblicamente disponibili per 30, 40 o 50 anni, e in base a quali presupposti si ritiene di dover impedire per un certo arco di tempo l’accesso a queste e ad altre tipologie di documentazione. Ma non ho letto nulla su questi aspetti del problema in questi giorni. Probabilmente mi è sfuggito, ma sono anche propenso a ritenere che l’assenza di questi elementi nel “dibattito” in corso sia dovuta al fatto che in Italia prevalgono da un lato la tendenza a proteggere i documenti il più a lungo possibile in nome di una ragion di stato di cui nessuno ha peraltro mai rese note le motivazioni (prova ne siano i tanti, troppi segreti che impediscono di fare chiarezza su gravi episodi accaduti decenni orsono), dall’altro la scarsa attenzione alla documentazione come fonte a sostegno dell’informazione (siamo prevalentemente un paese di opinionisti che non documentano e non supportano ciò che dicono, ma lo dicono lo stesso). In realtà, anche senza esprimere giudizi di merito o di metodo su ciò che ha fatto Wikileaks in questi giorni, bisognerebbe ammettere che si è trattato di un “gesto” con implicazioni semantiche interessantissime, che può aiutarci a capire meglio la rete e la società della conoscenza che in rete, grazie alla rete si sta configurando. Va ribadito un concetto essenziale: non sono state messe in circolazione notizie discutibili, ma sono stati resi pubblici documenti reali che possono essere utilizzati come fonti per capire meglio o valutare diversamente governi, persone, scelte politiche, strategie. Con buona pace di molti dei nostri onnipresenti commentatori, non si tratta di gossip, né di rivelazioni auspicate o temute. Si tratta di documenti ufficiali, comunicazioni, scambi di informazioni attraverso i quali si possono leggere, o meglio, rileggere cose che in gran parte sapevamo o pensavamo di sapere. Con la significativa differenza che ora possiamo fondare le nostre intuizioni sulla consultazione di un’adeguata documentazione, che può comprovare (o smentire) ciò che pensavamo o sapevamo. È proprio questo che in altri paesi si teme (il vero problema per gli USA non sembra che sia il contenuto dei documenti pubblicati, ma la possibilità che attraverso i documenti si intuisca che i responsabili delle scelte politiche spesso mentono ai cittadini che li hanno eletti) e che in Italia non si riesce proprio a comprendere: il valore intrinseco di ogni archivio non è in ciò che rivela, ma in ciò che permette di ricostruire. Non è in ciò che qualcuno può rivelare estraendolo dal contesto, ma nei contesti che attraverso i documenti che contiene tutti posso provare a ricostruire. Il veicolo di questo valore intrinseco è proprio la rete, in quanto archivio degli archivi, memoria delle memorie. E anche in quanto territorio della conoscenza: che come ricordava Wittgenstein è un paesaggio che si può attraversare da più angolazioni, meglio se col supporto di un’adeguata documentazione, si potrebbe aggiungere. Ma qui si tocca il vero nodo irrisolto delle vicende di questi giorni: la rete alimenta la conoscenza, ma la conoscenza aiuta davvero a cogliere la verità? E siamo sicuri che la verità sia opportuna? Sono le risposte a queste domande che angosciano giornalisti e politici, e in particolare il ministro degli affari esteri. Emergono di nuovo l’idea totalitaria che ci siano cose che devono essere mantenute segrete per questioni di immagine o di opportunità e l’opportunistica constatazione che la verità può essere scomoda e quindi non è necessaria. Si continua a non capire che un archivio condiviso in rete non contiene la verità, ma solo gli elementi attraverso i quali la o le verità che ci interessano possono essere ricostruite. Verità che, è bene ricordarlo, non consistono necessariamente nelle affermazioni riportate in un documento, ma nella possibilità di filtrare, attraverso quelle stesse affermazioni, i fatti, le decisioni, le azioni su cui dovremmo esercitare il nostro diritto di valutare. Resterebbe da parlare della libertà. Ma purtroppo è un concetto sempre più vago e semanticamente indefinibile… sarà per un’altra volta.

Autori, lettori e valore del lavoro intellettuale nella società della conoscenza: una modesta proposta

Reading time: 6 – 10 minutes

Questa modesta proposta deve molto a una serie di letture e di riferimenti che citerò e ad alcuni episodi (anche spiacevoli) che ho personalmente affrontato. Si tratta di dare una risposta (sia pure ipotetica, provvisoria, parziale…) a una domanda che ci si pone da diverso tempo ma che soprattutto negli ultimi anni – ad esempio da quando si è cominciato a parlare sistematicamente di social networking, di eBook e di distribuzione aperta dei contenuti in rete – sta diventando sempre più pressante: come si può riconsiderare e ridefinire il valore del lavoro intellettuale nella società della conoscenza? Provo subito a circoscrivere l’ambito del ragionamento. Non parlerò di copyright o di licenze di distribuzione, su cui è già stato detto, scritto e fatto moltissimo, e su cui rimando volentieri al bel contributo su “La conoscenza come bene comune” curato da Paolo Ferri per Bruno Mondadori. Parlerò invece del valore di ciò che ciascuno di noi elabora e distribuisce in rete, del lavoro che implica e di come si potrebbe riconoscerlo e valorizzarlo.

Mi vengono subito in mente un paio di letture e riferimenti. La prima lettura è un vecchio testo di Max Weber, che un secolo fa spiegava già molto lucidamente che l’attività intellettuale è una professione a tutti gli effetti e in quanto tale dovrebbe garantire a chi la svolge un guadagno, tipicamente attraverso forme di pagamento diretto o indiretto dei prodotti di quell’attività da parte di chi ne usufruisce. Oggi sembrano affermazioni scontate, e per di più superate. Ma a suo tempo non erano banali: era ancora diffusa una certa visione romantica della cultura come qualcosa di etereo, che non può sporcarsi con del “vile” denaro. Eppure (ecco un secondo riferimento che mi viene in mente) l’argomento era e restò attuale per molto tempo, tanto che nel 1960 Ted Nelson ne recupera, per così dire, il framework di base tra i presupposti stessi del progetto Xanadu. Un’idea semplice e geniale, che immaginava una rete di persone che svolgono un lavoro intellettuale (ad esempio scrivono un articolo) utilizzando il lavoro intellettuale di altre persone in modo trasparente e riconoscendo alla fonte un guadagno. Proprio così, basta rileggere le 17 regole originarie del progetto per capire che questi aspetti, il valore del lavoro intellettuale e il suo riconoscimento materiale, sono parte integrante di quella splendida utopia. Poi sappiamo com’è andata, le reti sono diventate a poco a poco una realtà, certe dinamiche allora soltanto anticipate sono diventate prassi. Ma ancora stiamo discutendo del trust level del web semantico; e del valore della conoscenza. Tra posizioni estreme che vanno dalla difesa del meccanismo obsoleto del copyright da parte di molti editori che non hanno capito che non si può applicare ai prodotti immateriali (ad esempio un eBook) la stessa logica che ha regolato per decenni la distribuzione di oggetti fisici (ad esempio i libri), all’idea affascinante ma distorta che la conoscenza sia e debba essere sempre e comunque gratuita, confondendo forse la gratuità con l’accessibilità.

In realtà, dovremmo ragionare sul fatto che dietro ogni frammento della rete, dietro ogni nota su FaceBook, dietro ogni ricerca condivisa, dietro ogni post di ogni blog, dietro ogni pagina di ogni wiki, dietro ogni articolo, o serie di slides, o registrazione, o eBook, c’è del lavoro intellettuale. Che in quanto tale ha, o dovrebbe avere un valore. Perché allora chi ha svolto quel lavoro di solito non ci guadagna nulla? La risposta consiste quasi sempre nel ribadire il principio essenziale di equità che ispira la filosofia della condivisione peer-to-peer : nella società della conoscenza ciascuno condivide risorse proprie per poter utilizzare risorse condivise da altri, attivando e mantenendo un’ipotetico circuito virtuoso di scambi in grado di imprimere alla conoscenza in quanto tale una spinta incrementale. D’accordo, tutto molto bello: ma siamo proprio sicuri che funzioni così? A me il meccanismo reale sembra molto più asimmetrico (e qui entrano in gioco anche varie vicende personali): quante volte vi è capitato di constatare che la vostra partecipazione a un network implicava un impegno molto superiore a quello di altri partecipanti teoricamente (e talora anche formalmente) alla pari? E quante volte avete avuto la spiacevole sensazione che i materiali che avevate correttamente diffuso in rete in licenza CC erano stati scaricati e utilizzati anche in contesti dove chi li utilizzava otteneva un vantaggio diretto o indiretto grazie al vostro lavoro, mentre voi non avreste ottenuto mai nulla da quegli stessi utilizzatori? Qualcosa non funziona in questa configurazione aprioristicamente aperta e ostinatamente ottimistica, probabilmente perché un conto è considerare le potenzialità latenti di tutti gli utenti della rete come ipotesi per uno scenario ideale, un conto è ammettere che nella realtà gli utenti non sono tutti uguali, non si ispirano agli stessi principi e non condividono di fatto i doveri che l’interagire in un contesto sociale (quale è la rete) ed esercitare in quello stesso contesto dei diritti ragionevolmente imporrebbe. Inoltre, bisogna ammettere che per quanto si possa riconoscere che il lavoro intellettuale che si svolge in rete implica e rappresenta un valore, non si sa bene come calcolarlo e quantificarlo.

Ed è proprio qui che si colloca il senso di questa mia modesta proposta. Mi ispiro in parte alle “banche del tempo”, in parte alle transazioni virtuali di ambienti come Second Life. Per suggerire un’ipotesi non certo innovativa ma spero concreta, e soprattutto organica. Propongo che si fondino e si gestiscano delle “banche della conoscenza“, che potrebbero anche rappresentare l’evoluzione del ruolo degli editori nella società della rete. Come funziona una “banca della conoscenza”? E cosa implica per gli autori e gli utenti? Le transazioni in denaro non c’entrano nulla. E nemmeno la gestione di prodotti e servizi, o gli ambienti di sharing a cui talora si associa il termine “knowledge bank“. Piuttosto, dovrebbe consistere in una sorta di infrastruttura di garanzia. Io me l’immagino così:

  • Tutti gli utenti hanno un “conto” in una banca della conoscenza. Il conto iniziale è uguale a zero.
  • Ogni utente attribuisce un valore a ciò che elabora e decide di condividere in rete. Il valore attribuito potrebbe essere calcolato sulla base del lavoro richiesto dall’elaborazione che si sta condividendo: se ad esempio, per pubblicare un post su un blog sono state necessarie 3 ore di lavoro, si potrebbe attribuire al post pubblicato un valore pari a 3.
  • Ogni volta che un altro utente utilizza quel post (scaricandolo, stampandolo, citandolo o semplicemente mostrandolo e commentandolo in un contesto) il valore corrispondente (ad esempio 3) viene addebitato sul conto dell’utente/lettore e accreditato sul conto dell’utente/autore. Col tempo gli utenti/autori più utilizzati vedranno il proprio conto crescere, gli utenti/lettori che utilizzano più risorse ma non ne producono o non ne condividono risulteranno debitori. Su questa base si potrebbe anche calcolare il valore delle interazioni, o il valore delle risorse, nonché la “reputazione” degli utenti.
  • Ogni utente può utilizzare gli eventuali crediti accumulati per acquisire risorse prodotte e distribuite da altri. Per quanto riguarda i debiti contratti, al contrario, si potrebbe anche pensare ad una loro periodica riconversione in denaro reale, da ridistribuire tra gli utenti creditori: in questo modo gli utilizzatori che non producono e non distribuiscono risorse diventerebbero una forma indiretta di sostegno economico agli utenti che interpretano meglio lo spirito della rete, e questo potrebbe rappresentare per gli uni uno stimolo a collaborare all’elaborazione e alla distribuzione di nuove conoscenze, per gli altri un incentivo alla qualità e un premio al lavoro svolto. Chi gestisce la “banca della conoscenza” potrebbe anche ricavare un guadagno da queste transazioni.
  • Nulla vieta di esplorare altre forme e modalità di conversione dei crediti maturati, così come dei debiti accumulati. In ogni caso, in attesa di nuove ipotesi di calcolo e riconoscimento del valore del lavoro intellettuale, si avrebbero dei parametri di riferimento utili per identificare e riconoscere la “ricchezza” reale in rete, ovvero la capacità degli utenti di utilizzare in modo trasparente delle risorse e delle conoscenze per costruire e distribuire altre risorse e altre conoscenze.

Certo, gestire una “banca della conoscenza” non si prospetta nè semplice nè immediatamente redditizio. A meno che ad altri non vengano idee migliori, che possano contribuire a perfezionare questa ipotesi di lavoro. Ad esempio, leggendo alcuni commenti al link a questo post su FaceBook, mi viene in mente che forse, per agevolare l’avvio di un processo di questo genere, si potrebbe o si dovrebbe lavorare sui metadata delle risorse (ovvero affiancare la ricerca già in atto, quella orientata al web semantico), prevedendo un campo “valore” il cui contenuto possa essere letto, utilizzato come riferimento, calcolato e recuperato a cura delle banche della conoscenza. Ma il problema è come rendere univoco il processo, come gestire ad esempio la scissione iniziale tra contenuti aperti e gratuiti (ovvero senza valore attribuito), contenuti con un valore di scambio funzionale e contenuti protetti e a pagamento…

Sull’argomento segnalo (grazie a un suggerimento di Agostino Quadrino): Grazzini, “L’economia della conoscenza oltre il capitalismo”, Codice Edizioni.

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Antonello
Antonello

Interessante proposta. Hai citato Paolo Ferri. Grande! E' stato il relatore della mia tesi. Antonello
ibridamenti
ibridamenti

Interessantissimo il post e il dibattito :-) Anche se sono reduce da una colica renale, fosso due appunti e mi …
Giorgio Jannis
Giorgio Jannis

Lo dicevo a Mario (qui sopra, nel commento sul pensiero "industriale"; poi lui mi ha risposto per bene) lo ribadisco …
Mario Rotta
Mario Rotta

Sono assolutamente d'accordo con Giorgio quando ricorda che la nostra identità in rete dovrebbe essere autonoma, e direi anche "unica": …
Giorgio Jannis
Giorgio Jannis

E' argomento che anche qui abbiamo sfiorato, parlando di micropagamenti: le nuove forme di remunerazione. In seguito all'annuncio di Google del …

Gli eBook, le fonti e la rivoluzione digitale

Reading time: 3 – 5 minutes

Parliamo ancora di eBook partendo da una riflessione informale che mi sono ritrovato a fare nel corso del convegno “Classroom Anywhere” (organizzato a Bari dall’Istituto Marco Polo) e che ha suscitato alcune reazioni controverse. La mia osservazione era molto semplice: un eBook reader (ovvero un dispositivo portatile a “inchiostro elettronico”) può “contenere” una quantità pressoché illimitata di testi digitali; in ambito educativo questo significa – tra le altre cose – che anziché essere costretti a ricorrere a una selezione di alcuni testi o parti di testi (come abitualmente si fa adottando delle “antologie”), si potrebbero raccogliere integralmente su una memoria solida tutti i testi di uno specifico dominio epistemologico in modo che ciascuno (ad esempio uno studente) possa averli sempre a portata di mano e consultarli in qualunque momento. Questo approccio (ecco il succo della mia riflessione) potrebbe da un lato modificare radicalmente il rapporto che abbiamo (e che soprattutto i ragazzi hanno) con le fonti, dall’altro spingere gli insegnanti a esplorare nuovi modi di affrontare, che so, una storia della letteratura, o la storia in quanto tale, o qualsiasi altra materia che si appoggia su documenti che un conto è avere sempre a disposizione in versione integrale, un conto è dover andare faticosamente a cercare nelle biblioteche o online (nella migliore delle ipotesi) o dover consultare attraverso i frammenti incompleti di un compendio antologico. Non mi sembrava di aver detto nulla di sconvolgente. Tuttavia, in quella stessa occasione (e anche in altre) sono subito emerse posizioni contrarie all’ipotesi delineata e apertamente orientate alla difesa dell’importanza delle antologie proprio in quanto selezioni ragionate e criticamente commentate. Per quanto mi riguarda, anche se comprendo le ragioni di queste diverse posizioni, non le condivido, per una serie di ragioni che vado a spiegare. La prima ragione è che le “antologie” (in quanto tali, e più in generale tutti i compendi selettivi) esprimono comunque uno e un solo punto di vista su un dominio epistemologico. Potranno anche essere ben fatte e l’autore potrà anche essere professionalmente ineccepibile: sta di fatto che sono e restano una scelta di parte, spesso legata a una visione romantica e militante, o addirittura a un’interpretazione ideologicamente connotata. E proprio perché basate su una scelta, in sostanza, suggeriscono e spesso determinano ciò che è importante e ciò che non lo è, ciò che a parere dell’autore dovrebbe essere visibile e ciò che non vale la pena di osservare o rileggere. Un po’ come le guide dei musei, che personalmente ho sempre detestato perché cercano di privare il visitatore del piacere di esplorare. Proporre selezioni o compendi, ovviamente, è lecito, e valutarne il “taglio” può anche essere interessante: ma trovo che contrasti apertamente con quasi tutte le “evidenze” della pedagogia contemporanea, che convergono sulla centralità e sul ruolo attivo dello studente nei processi di apprendimento, sulla valorizzazione degli stili cognitivi, sulla personalizzazione dei percorsi, sull’insegnamento come mediazione, sull’apprendimento come scoperta guidata dalla serendipity e sulla conoscenza come costruzione o co-costruzione fondata sulla creatività, la rielaborazione personale e l’approccio problemico. Questa pedagogia (così come la società della conoscenza che si va configurando attraverso il cosiddetto web 2.0 e release successive) ha bisogno di fonti e non di “passi scelti”, di documentazione estesa, non di selezioni di parte, di strumenti con cui confrontarsi apertamente, non di punti di vista parziali. La seconda ragione per cui sento di poter sostenere una posizione aperta alle raccolte integrali di fonti testuali rese possibili dai formati digitali e dai devices portatili è che è proprio questa opportunità che rende tangibili alcuni fondamenti della società della conoscenza. Mi riferisco al valore che la conoscenza esprime nel momento in cui risulta integralmente accessibile a tutti e al significato che può assumere nel momento in cui ciascuno può disporne liberamente per rielaborarla e integrarla con le proprie conoscenze. Sul primo aspetto la rete ha un ruolo essenziale, il secondo è lo scenario in cui potrebbero collocarsi gli eBook, soprattutto nel loro significato esteso di contenitori potenziali di raccolte integrali di testi e documenti annotabili, in una parola, nella loro natura di “biblioteche digitali”. Non sono forse argomentazioni valide e sufficienti?

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kika
kika

Sono pienamente d'accordo. Ritengo le motivazioni espresse sicuramente valide ed ampiamente sufficienti per motivare l'utilizzo degli e-book nelle scuole. Ritengo questo …
Riccarda Suppini
Riccarda Suppini

In ogni caso, benvengano gli e-book! Anche dovesse trattarsi di "riproposizioni in pdf" dei testi tradizionali esistenti, espressione della scelta …
Salvo Piccinini
Salvo Piccinini

gent. prof. Rotta, trovo la sua proposta estremamente interessante, ma poco praticabile. tenterò di spiegarmi a partire da un esempio. qualche anno …
Lidia N.
Lidia N.

“Ladri di IDEE” Gli eBook nelle strategie di apprendimento orientate alla mobilità e all’ubiquità di Mario Rotta PAG. 57(Banche della conoscenza) Società …

Digitalia et mirabilia

Reading time: 4 – 7 minutes

Torno a parlare di eBook, o meglio, di un problema specifico che è stato anche recentemente oggetto di discussione tra i sostenitori (spassionati) della rivoluzione digitale e i più prudenti critici sui vantaggi dei libri elettronici. Uno degli argomenti di cui si è parlato molto, in particolare, è il presunto risparmio economico che gli eBook garantirebbero agli utenti e non solo: c’è chi sostiene che questo risparmio sarebbe consistente, chi invece afferma che non si risparmia nulla, anzi (posizioni simili sono emerse anche nel convegno del 17 marzo a Roma). Personalmente, si sa, faccio parte di chi sta cercando di accelerare la rivoluzione digitale, nonostante la mia consolidata passione per i vecchi libri illustrati e le edizioni antiche. Ma su un tema come quello del vantaggio economico degli eBook non penso che si debba parlare lasciandosi trascinare dall’emotività. Penso piuttosto che si debbano cercare dati certi, valutare studi, confrontare testimonianze e sperimentazioni concrete. Così mi sono messo a cercare risorse specifiche sull’argomento e sono rimasto molto colpito da un articolo di un bibliotecario e un ricercatore pubblicato su D-Lib Magazine nel 2003: Comparing Library Resource Allocations for the Paper and the Digital Library. Lo studio mette a confronto in modo molto accurato, elaborando grafici comparativi su vari parametri, il costo di allestimento, mantenimento e gestione di una biblioteca tradizionale e di una digitale, quando ancora di biblioteche digitali si parlava poco e male. Non si esprimono giudizi particolari, ma la diversissima ripartizione delle percentuali di spesa rispetto alle varie voci nei due casi analizzati emerge in modo impressionante. Gli autori concludono (nel 2003) che è ormai più che conveniente pensare a biblioteche digitali anziché continuare a immaginarne di analogiche. Credo che valga la pena leggere lo studio anche per chi volesse ragionare sulla sua propria biblioteca: ci sono quanto meno elementi per capire che mentre costruire una biblioteca tradizionale implica investimenti consistenti nella logistica e nella manutenzione, costruire una biblioteca digitale permette di “spostare” l’utilizzo del denaro (e del tempo) su aspetti ben più interessanti, quali la selezione e l’organizzazione. Stimolato dal contributo sono andato in cerca di altri esempi. Ho trovato una riflessione ben documentata sulla differenza di costo tra un archivio analogico e un archivio digitale in azienda (Digital vs. Paper. Which Costs Less AND Drives More Sales?): il costo del digitale pare che implichi un risparmio medio del 75 per cento. Ho apprezzato un blog di un bibliotecario inglese sulla “digital preservation” in cui si mettono a fuoco 5 vantaggi strategici del digitale, tra cui quelli indiretti ma di grande impatto sociale rappresentati dalla diminuzione del consumo della carta e del relativo inquinamento (ribaditi rimandando a dati governativi americani anche in un articolo pubblicato sul Los Angeles Times). E mi è piaciuto molto anche il racconto di un autore che ripercorre la sua valutazione della convenienza o meno di pubblicare in formato digitale piuttosto che su carta. Non salto a facili conclusioni. Aggiungo soltanto qualche ulteriore spunto (legato all’esperienza personale) per riflettere meglio su questi argomenti. Prima di tutto distinguerei il problema in vari “segmenti”: gli archivi, le biblioteche e le raccolte personali di libri (segmento in cui rientra anche l’uso dei libri a scuola). Per quanto riguarda gli archivi penso proprio che ormai i formati digitali abbiano reso evidenti dei vantaggi “netti”: se osservo il mio archivio della fine degli anni 80 non posso fare a meno di notare che è una pila di carta che occupa oltre 1 metro di scaffali e dove è diventato difficile ritrovare qualcosa (anche se ho studiato archivistica e ho sempre archiviato con molta cura); nel corso degli anni 90 il mio archivio cartaceo è via via più snello ma occupa ancora 50-60 centimetri di scaffale all’anno. Il mio archivio cartaceo del 2008 è una cartella di 5 o 6 centimetri di spessore, giusto l’essenziale. Usare i formati digitali con intelligenza mi ha permesso cioè di diminuire drasticamente la carta e contribuire alla salvaguardia dell’ambiente, contrariamente all’ipotesi mai dimostrata ma sostenuta da molti secondo cui l’uso del PC e la scrittura digitale non soltanto non permetterebbero di risparmiare carta ma ne aumenterebbero addirittura il consumo. Per quanto riguarda le biblioteche rimando agli articoli citati: aggiungo soltanto che bisogna ragionare sulla trasformazione della biblioteca da spazio fisico a luogo virtuale. Che ci piaccia o no è quello che sta accadendo, e se è vero che questo potrebbe comportare la perdita di un importante punto di riferimento legato al territorio è anche vero che quella infinita biblioteca digitale che è la rete permette (sempre attraverso la mediazione dell’intelligenza) due salti di qualità importantissimi, l’accesso (teoricamente) incondizionato a qualsiasi risorsa e la moltiplicazione esponenziale delle garanzie di conservazione e trasmissione della conoscenza affidata ai linguaggi, compresa quella enorme massa di “letteratura grigia” che le biblioteche tradizionali perdono, dimenticano o nascondono. Resta infine il problema delle raccolte personali di libri, o di libri scolastici, o di testi necessari per un percorso di studi universitario. La mia esperienza personale a distanza di anni mi sussurra che se per mettere insieme la bibliografia su cui ho lavorato per la mia tesi di laurea ho speso 3 anni e non so neanche quanto denaro, negli ultimi 3 anni ho accumulato diverse centinaia di eBook e ePaper spendendo pochissimo, o meglio, spendendo qualcosa in più per acquistare quei volumi che ritenevo indispensabili ma non erano disponibili in formato digitale. Se fossi uno studente o una famiglia con un figlio alle superiori non avrei dubbi su quale strategia seguire e su quale investimento strategico attuare in questo momento.

La conoscenza? Una minoranza…

Reading time: 4 – 7 minutes

Questa riflessione parte dalla politica, ma ho deciso di pubblicarla in questo blog (che ha un taglio specifico, tecnico…) perchè è di società della conoscenza che si parla, ed è il caso di renderlo evidente collocando il post proprio qui. Il punto di partenza di queste poche righe sono i risultati delle elezioni regionali in Sardegna. Seguendo la campagna elettorale, come tutti, nell’affanno degli impegni e attraverso frammenti di informazione, mi era sembrato di capire che Renato Soru considerasse la formazione e la società della conoscenza come priorità assolute del suo programma di governo, mentre Ugo Cappellacci mettesse ai primi posti il concetto generico di “sviluppo”, il turismo e altre amenità un po’ più prevedibili. Il fatto che qualcuno, finalmente, parlasse di apprendimento e conoscenza in un programma elettorale, per di più in Italia, mi aveva regalato qualche speranza. Così, osservando i risultati elettorali, ho pensato che questo nostro paese è davvero irrecuperabile, se premia ancora chi si fa vedere col capo del governo, sorridente e abbronzato, e punisce chi “osa” porre all’attenzione degli elettori temi importanti e urgenti che hanno realmente a che fare con il futuro e che si chiamano scuola, università, ricerca, formazione. Trattenendo la rabbia che mi suggeriva di mettere in rete la mia amarezza, tuttavia, ho cercato di ragionare e sono andato a vedere con un po’ di calma i programmi elettorali, per capire meglio perchè il risultato è stato quello che è. Ecco alcuni stralci che si riferiscono a entrambi i candidati. A livello di indirizzi generali Soru (fonte) parla di “sostegno alle politiche dell’istruzione, della conoscenza e della ricerca” e di “diritto allo studio con la possibilità di raggiungere i più alti livelli di istruzione anche in un luogo scarsamente popolato e con un basso indice di natalità”. Poi, nel programma dedicato più in dettaglio a “conoscenza e cultura” (fonte) afferma “che la scuola debba essere potente fattore di emancipazione: chi nasce con meno opportunità deve poter acquisire libertà, possibilità e speranza grazie alla scuola. La scuola pubblica deve essere sostenuta attraverso un disegno di legge innovativo in materia di istruzione e formazione professionale; con il sostegno allo sviluppo degli asilo nido e di una scuola per l’infanzia di grande qualità” e che “l’istruzione e la formazione sono per tutta la vita dice l’Europa; lo saranno anche per la Sardegna. Intendiamo perciò promuovere una campagna straordinaria per l’istruzione e la formazione degli adulti, che contenga l’opportunità di un pieno riconoscimento delle competenze già acquisite nel corso della vita“. Cappellacci, per parte sua (fonte) dice che intende “lanciare un piano strategico sul capitale umano, sulla istruzione e la formazione dei giovani come variabile chiave dello sviluppo futuro dell’isola. La priorità sulla quale concentrare l’attenzione è proprio su una delle risorse più importanti: il capitale umano, i giovani. Istruzione, formazione, conoscenza delle lingue, specializzazione internazionale con ampio riconoscimento del merito, cultura d’impresa sono gli aspetti principali del piano strategico per i giovani della Sardegna”. A livello di dichiarazioni di intenti, sinceramente, non vedo differenze significative: capire che (soprattutto nei momenti di crisi) è necessario investire nella conoscenza e nella formazione non è nè di destra nè di sinistra, è semplice buon senso, e non mi stupisce che entrambi i candidati ne abbiano dato prova. Più politiche, in senso stretto, sono le strategie che si mettono in atto per raggiungere gli obiettivi sbandierati nelle dichiarazioni: le differenze, nella sostanza, stanno in quale tipo di scuola o università si decide di sostenere, in quanti fondi si indirizzanosul capitolo “società della conoscenza”, in come si imposta e a chi si affida la delicata questione della formazione continua. E in quale grado di innovazione si è disposti a introdurre in una scuola, in una università, in un sistema della formazione che – diciamolo senza mezzi termini – in Italia (e quindi anche in Sardegna) fanno acqua da tutte le parti. Non ho trovato indicazioni particolari in merito nel programma di Cappellacci (segno che si tratta solo di dichiarazioni di facciata?), mentre ho scaricato l’intero programma cultura e conoscenza di Soru (fonte) e l’ho letto. In effetti c’è qualcosa che ritengo di sinistra nell’attenzione alla dimensione pubblica dell’istruzione, qualcosa di non troppo chiaro nel riferimento al concetto di autonomia e qualcosa di demagogico (diciamolo) in certi rimandi al concetto di innovazione e termini correlati (come “crescita”). Quello che mi stupisce e un po’ mi indispone, visto che è di Soru che si parla, è che non ci sia quasi accenno al ruolo delle tecnologie didattiche, che non si usi mai la parola Internet, che non si citi neanche l’e-learning come opzione, che non ci sia quasi traccia, insomma, degli ultimi 15 anni di dibattito e di ricerca sulle strategie innovative per l’apprendimento e l’insegnamento, continuando a ignorare le quali non si possono a mio parere impostare politiche attuali ed efficaci per la società della conoscenza. Perchè questa paura? Perchè tanta diffidenza? Voglio sperare che non si tratti di un calcolo per non avventurarsi su una strada pericolosa, per non doversi giustificare di fronte a una sedicente opinione pubblica che in fondo pensa che in rete ci siano più pericoli che opportunità. Ma temo che sia così, almeno in parte, visto che in altri capitoli dello stesso programma di Soru si parla di rete, ma in quanto infrastruttura, a generico sostegno delle imprese. Insomma, questo povero paese resta sospeso tra una maggioranza che sceglie chi promette soluzioni facili sapendo di mentire e una minoranza che non ha mai il coraggio di guardare in avanti una volta per tutte, dimostrando di credere davvero nel valore della conoscenza. Eppure, altrove, c’è chi di queste cose parla apertamente e lucidamente (Obama: technology). E vince le elezioni…

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titticimmino
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Ho letto con un po' di trepidazione queste tue parole, temendo la tua chiusa... che è prontamente arrivata. Dacché i …
admin
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Grazie Titti: interessante la metafora dei salti quantici. Mi ricorda le visioni di Star Trek, di cui sono da sempre …
titticimmino
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D'altronde ogni iniziativa che non pone problemi non ha nemmeno molte possibilità di sviluppo! ah e se poi i salti quantici …
pat
pat

Ritengo che siano tutti molto ancorati. Una conoscenza e soprattutto una nuova conoscenza si fa: 1 credendoci davvero; 2 mettendoci passione; 3 investendo su …