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	<title>mrxBlog &#187; pandemia</title>
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	<description>Pensieri scritture e immagini dagli archivi di Mario Rotta</description>
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		<title>Sto soltanto pensando</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jan 2022 11:15:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2022/01/vulcano_0Asmall.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1605" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2022/01/vulcano_0Asmall.jpg" alt="vulcano_0Asmall" width="1440" height="1080" /></a></p>
<p>Si dovrebbe poter esprimere il proprio parere, per discutere, confrontarsi, cercare soluzioni condivise. Ma queste buone pratiche non ci sono più o hanno perso di significato, e questo già mi preoccupa. Ma ancora di più mi preoccupa questa semplificazione in cui siamo costretti a delimitare ogni discussione, questo continuo dividere il mondo in Buoni e Cattivi, dopo tutto il tempo che c&#8217;era voluto per superare questa dicotomia anacronistica guardando il mondo per quello che è davvero: un insieme fatto di sfumature, di contraddizioni, di passaggi più che di confini. Qualche giorno fa mi sono sentito umiliato: mi hanno rifiutato un caffè al banco perché non ho un green pass ovviamente. Sto parlando di un posto dove prendo il caffè da anni. L&#8217;umiliazione non è il caffè rifiutato. Pazienza per il caffè, a casa ho una macchinetta espresso tipo bar, vecchia, che lo fa anche abbastanza buono. Mi sono sentito umiliato dal fatto stesso di essere cittadino di un paese dove si permettono questi atteggiamenti. Anzi, si istigano, senza che nessuno alzi una voce, senza che nessuno si opponga, senza che nessuno provi a dire qualcosa di sensato e che vada oltre la paura o la vergogna. Il giorno dopo una ragazza che di solito va a prendere i libri da leggere in biblioteca mi ha detto che a lei hanno rifiutato di prestare i libri. La motivazione è sempre la stessa: non ha il green pass. Cosa? Solo chi è vaccinato può avere in prestito i libri? Perché? Da quando i virus si nascondono tra le pagine di Dostoevsky o di Conrad? Non ditemi che c&#8217;è anche una variante Joyce! Ma non è questo il punto. È che stiamo parlando di una biblioteca comunale, cioè pubblica, cioè pagata con le tasse di tutti i cittadini e che quindi, per definizione, dovrebbe offrire i suoi servizi a tutti i cittadini. Non è difficile da capire. Tra l&#8217;altro pare che tutti i libri restituiti debbano prima di tutto essere &#8220;sanificati&#8221;: parola orribile, che potrebbe evocare scenari tipo Fahrenheit 451, ma che significa, più semplicemente, che nel negare il prestito per motivi sanitari si racchiude un&#8217;evidente contraddizione. Oltre che un attacco ai nostalgici dell&#8217;odore della carta che accusavano i sostenitori degli eBook di rendere i libri asettici e inconsistenti e adesso (a proposito, dove sono finiti?) evidentemente si accontentano di pagine che sanno di disinfettante.</p>
<p>Si potrebbero raccontare altre storie come queste, più o meno inquietanti, più spesso involontariamente tragicomiche. La sostanza non cambierebbe: una parte dei cittadini di questo paese subisce discriminazioni (perché di questo si tratta) soltanto perché non accetta l&#8217;idea di essere sottoposta ad un trattamento sanitario che fino a prova contraria non è formalmente obbligatorio. Ma si vuole lo stesso che tutti siano vaccinati, indistintamente, compresi i tanti che hanno vari e buoni motivi per rifiutarsi. Così si cerca di ottenere il risultato atteso con il ricatto, per stanchezza, seminando paura, disprezzo, fino a rinchiudere i riottosi in una sorta di campo di concentramento 2.0, virtuale ma non meno odioso. Basterebbe poco per mettere fine a questa farsa: Basterebbe che gli esercenti e i referenti dei servizi smettessero di effettuare i controlli (che spesso sono un onere insostenibile), ma soprattutto che chi ha questo prezioso green pass si rifiutasse di mostrarlo ogni volta che gli viene chiesto: così perderebbe il suo valore, e tutti i cittadini potrebbero finalmente tornare a essere considerati uguali, come dovrebbe essere in una società civile, fermo restando un comportamento responsabile da parte di tutti, tipo evitare di uscire se si hanno dei sintomi ad esempio, che invece è una pratica poco diffusa.</p>
<p>Ma questo ragionamento vuole andare oltre i limiti imposti dalle sterili discussioni su pandemie, vaccini e norme sanitarie. Da troppo tempo non parliamo d&#8217;altro. Torniamo piuttosto a parlare di democrazia, di diritti, di quello che una volta era argomento di discussione della sinistra e che ora è scomparso, volatilizzato, insieme alla stessa sinistra, insieme alla coscienza dei cittadini che si credono ancora di sinistra, ma non protestano, non prendono una posizione seria su quello che sta accadendo. So bene quali sono le obiezioni: c&#8217;è un&#8217;emergenza, ci sono priorità imprescindibili. Lo credete davvero? Siete in buona fede? Provate a riflettere su come è cominciato tutto: eravamo in guerra e dovevamo vincere, tutti uniti, tutti insieme, perché prima di tutto viene la salute: e in tutta questa retorica qualcuno deve aver cominciato a pensare che chi non stava al gioco era una specie di disertore. Ma non eravamo in guerra: o meglio, nel caso eravamo in guerra con noi stessi, con le nostre paure, con la nostra fragilità. Non ci si rende conto di questo? Nemmeno dopo 2 anni? Due anni in cui tutti hanno detto tutto e il contrario di tutto, per arrivare a cosa? A dover dimostrare che bisogna vaccinarsi tutti perché altrimenti non si può prendere un caffè o un libro in prestito? E forse neanche comprare molte cose ritenute chissà perché e chissà da chi non indispensabili? Non indispensabili per chi? Come può un governo che si definisce democratico stabilire che cosa è indispensabile per i cittadini o che cosa non lo è? O stabilire che la salute è essere vaccinati? Che fine hanno fatto concetti fondamentali per una democrazia come l&#8217;inclusione, la tolleranza, il rispetto della diversità delle opinioni, l&#8217;uguaglianza, la libertà? Non so per voi, ma per me tutto questo è più importante di qualsiasi altra cosa, perché si può anche accettare per un breve periodo di rinunciare a qualcosa in nome di un obiettivo comune, purché accettato e condiviso, ma solo per restituire al più presto possibile ai cittadini tutto ciò che fa parte di quella dignità che la Costituzione invoca più volte come base della nostra società; e che per ciascuno di noi è semplicemente il fondamento della vita.</p>
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		<title>12 domande in cerca di un interlocutore</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Sep 2021 16:41:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" src="https://www.curiosoerrante.it/wp-content/uploads/2018/05/George-Grosz.jpg" alt="" width="800" height="467" /></p>
<p>Mi sono chiesto spesso se in questa emergenza sanitaria è ancora possibile parlare apertamente di politica e di implicazioni sociali della politica. Me lo chiedo perché sembra che non si possa più parlare di nient’altro che di virus e vaccini, in quanto tali e per di più con argomentazioni semplificate: o pro o contro, anche se non si sa bene a pro di chi e contro di chi. In realtà penso che si debba tornare a parlare anche di cose più “serie”, dove l’aggettivo serie non significa che altri dibattiti siano ridicoli, ma solo che è il caso di recuperare argomenti di conversazione che permettano di confrontarsi sulla decodifica degli scenari attuali e sulle prospettive per il futuro. In una parola, interpretare politicamente (e criticamente) questo periodo in cui ci siamo ritrovati di punto in bianco a dover cambiare modi di vivere e di relazionarsi gli uni con gli altri, perdendo progressivamente di vista qualunque alternativa a qualunque decisione, come se una forza maggiore e imprescindibile cercasse di impadronirsi di ciò che resta del nostro libero arbitrio.</p>
<p>Mi vengono in mente molte domande a cui non è stata data una risposta, forse perché non ci sono interlocutori. Comincio da queste domande, non prima di mettere le mani avanti per ricordare che non è di malattie e cure che intendo parlare, anche se a volte può sembrare: in realtà vorrei solo parlare delle scelte e delle decisioni che sono state prese da un anno e mezzo a questa parte; è inevitabile che virus e vaccini siano nominati, ma le domande sono centrate sulle politiche adottate, sui diritti e sui doveri, sul concetto di libertà, sulla Costituzione, sulla comunicazione e sull’informazione. Insomma, su quello di cui si dovrebbe parlare ogni giorno indipendentemente dalle circostanze…</p>
<p>Prima domanda: la strategia informativa che è stata adottata da subito per parlare del CoVid è stata basata quasi esclusivamente sul terrore, sui mille modi di impaurire le persone. Era l&#8217;unica strada possibile? Non si poteva puntare ad un&#8217;informazione non dico più “rassicurante” ma più pacata, più seria, meno basata sull’enfasi e sull’eclatante? Non si potevano informare meglio i cittadini senza alludere all’apocalisse? Anche perché dei cittadini terrorizzati non ragionano, mentre dei cittadini informati possono ragionare e avrebbero potuto anche capire le ragioni del governo. Perché non si è fatto?</p>
<p>Seconda domanda: perché non si è assolutamente fatto nulla per scindere i ragionamenti e le elaborazioni possibili sul piano medico e sulla Ricerca Scientifica ricollegabile all&#8217;emergenza da tutto quello che riguardava e avrebbe dovuto continuare a riguardare la politica e i suoi argomenti di confronto abituali? Perché, in pratica, si è impostato tutto, a partire dalla discussione politica, esclusivamente su dati sanitari e statistiche sulla pandemia e non su ciò che avrebbe dovuto continuare a essere oggetto di discussione, come i diritti e i doveri dei cittadini, la discussione degli articoli della Costituzione che parlano della salute e della sanità o le implicazioni sociali delle disposizioni attuate? Come corollario a queste domande, aggiungerei che se proprio fosse il caso di stabilire che un argomento di discussione debba prevalere su altri, preferirei comunque che si trattasse di qualcosa che ha delle implicazioni etiche…</p>
<p>Terza domanda: considerando che è stata subito dichiarata una pandemia, cioè un epidemia globale che riguardava tutti i paesi, perché non si sono fatte alcune cose che forse sarebbero state utili, ad esempio attivare un gruppo di lavoro internazionale, sotto l&#8217;egida dell’OMS magari, con il compito di cercare un rimedio o una cura o una qualunque altra soluzione, in modo aperto, trasparente, in nome e per conto di tutta l&#8217;umanità? Perché invece ci siamo rinchiusi nei nazionalismi a tal punto da chiudere le frontiere? Peraltro, pandemia significa che il virus è già dappertutto e quindi non aveva neanche senso chiudere le frontiere per proteggersi. Proteggersi da chi?</p>
<p>Quarta domanda: perché si è parlato sempre e soltanto di vaccini e non si è mai considerato qualunque altro tipo di rimedio che magari avrebbe potuto essere altrettanto efficace rispetto al tipo di patologia? C&#8217;è per forza di cose soltanto il vaccino? Chi l&#8217;ha detto, chi l&#8217;ha stabilito? Se è vero che mancavano informazioni e dati sulla malattia e non si capiva bene come procedere in questa situazione, come si fa a dire con sicurezza assoluta che il vaccino è l&#8217;unico rimedio è che non ce ne sono altri? Cos&#8217;è che non dobbiamo sapere?</p>
<p>Quinta domanda: ci si è resi conto che le disposizioni che sono state emanate erano solo decreti che dicevano l&#8217;uno il contrario di quello che si era detto un mese prima e di quello che si sarebbe detto un mese dopo? E che si è continuato a stabilire delle misure di contenimento in aperto conflitto con i principi costituzionali o leggi esistenti? Oppure misure palesemente contraddittorie e palesemente esagerate? Perché non c&#8217;è mai stato un coordinamento generale che stabilisse quali misure erano effettivamente da prendere e lo facesse una volta per tutte in maniera chiara semplice da capire, senza che quanto stabilito potesse essere smentito il giorno dopo da qualcun altro?</p>
<p>Sesta domanda: perché le misure che sono state prese all&#8217;inizio della pandemia e che dovevano risultare efficaci non lo sono state? E perché a distanza di tempo e quindi con più dati e con più informazioni a disposizione sull&#8217;andamento di questo tipo di malattia non si sono prese decisioni più organiche e più coerenti, insistendo su prese di posizione limitate o inventando strategie complesse, cervellotiche e soprattutto senza che dall&#8217;anno scorso si sia registrato un miglioramento delle condizioni in cui ci si muove, si lavora, si vive…</p>
<p>Settima domanda: al momento attuale sono stati fatti studi seri e approfonditi su come si propaga il contagio, su quali sono i ritmi reali e la pericolosità effettiva e soprattutto su quali sono i casi in cui è più probabile che si verifichino condizioni critiche? È stata fatta ad esempio un&#8217;indagine sui luoghi di assembramento e su come la diffusione contagio si configura il rispetto a quei luoghi? Questo potrebbe dare delle risposte a domande che restano inascoltate come le altre, del tipo: perché si chiudono i musei per evitare assembramenti ma i supermercati sono aperti? In quale dei due casi si riscontra il maggiore assembramento?</p>
<p>Ottava domanda: il Green Pass si può definire un documento, una certificazione, o è uno strumento di controllo? Ci sono vari indizi che configurano il GP come elemento di controllo; non ci sono ancora dati specifici in proposito, ma ha tutta l’aria di una porta per entrare nelle schede sanitarie dei cittadini: potrebbe quindi essere usato in modo improprio, come tutto quello che viola palesemente la privacy. Potrebbe essere usato ad esempio per discriminare categorie di persone nei luoghi di lavoro. Ne consegue un&#8217;altra domanda: dove sono i sindacati, che sono sempre stati pronti a difendere i lavoratori da qualunque forma di discriminazione ma non si accorgono adesso delle infinite forme di discriminazione legate al GP? Si configura un mondo in cui chi ha il GP può fare quasi tutto e chi non ce l&#8217;ha non può fare quasi niente; e se è vero che c&#8217;è gente che è stata ricattata al lavoro o a scuola (fai il vaccino o non lavori qui…) ci sono buoni motivi per credere che il GP non sia usato come lasciapassare – il che sarebbe già discutibile) ma come un modo per includere parte dei cittadini escludendone altri. Qualcuno ricorda quando si è verificata l’ultima volta in Europa una situazione simile?</p>
<p>Nona domanda: l&#8217;obiezione tipica di chi si oppone a qualsiasi critica alle misure che sono state adottate o meglio alle ragioni per cui sono state adottate è che la salute è più importante di qualunque altra cosa ed è la stessa Costituzione che all&#8217;articolo 32 dice che si può derogare al principio del diritto alla salute inteso come volontà individuale &#8211; quindi anche il diritto di non vaccinarsi – scavalcandolo per esigenze superiori legate a pericoli reali. Ma allora perché il governo non si è mai assunto la responsabilità di emanare una legge, come richiesto dall&#8217;articolo 32, per derogare al principio della Salute come scelta individuale e obbligare tutti o cittadini alla vaccinazione o a qualunque altra procedura si ritenga utile e si dimostri utile al contenimento del contagio? Perché usare palliativi come il GP, che serve soltanto a non assumersi le responsabilità che i politici al governo non vogliono assumersi, considerando che se dovessero essere trasformati in legge molti dei provvedimenti in forma di decreto non passerebbero mai perché entrerebbero in conflitto con la Costituzione e anche con i trattati internazionali, che non sono poi come può sembrare a prima vista dei “pezzi di carta” …</p>
<p>Decima domanda: perché tra i settori più colpiti dalle misure di contenimento ci sono tutti quelli legati al turismo alla cultura e al benessere dei cittadini? In sostanza perché ci si accanisce tanto contro questi settori? Perché non sono considerati produttivi? Ma questa è una visione “vecchia”: in un Paese come l&#8217;Italia tutto ciò che è cultura, prodotto culturale, consumo culturale non può essere considerato attività improduttiva: l’Italia vive di questo, è grazie a questo che mantiene alta la sua immagine nel mondo. Inoltre, moltissime persone lavorano in questi settori, l’arte, il teatro, il cinema e l’intrattenimento, la musica e tutto quello che è legato alla tutela dei beni culturali. Perché si è applicata una visione vecchia e stantia dell&#8217;industrializzazione e dello sviluppo economico? Perché non si è approfittato di questa emergenza per disegnare una nuova visione dello sviluppo economico che tenesse conto della possibilità di generare risorse anche in settori dove finora era stato più difficile? Forse questa è la domanda a cui nessuno riuscirà mai a dare una risposta sensata…</p>
<p>Undicesima domanda: se tutto quello che ha a che fare con l&#8217;arte e la cultura viene sacrificato, ci si rende conto che si fa un danno indiretto alle persone e che se si privano le persone del diritto di viaggiare, di conoscere, di confrontarsi con la storia e con la bellezza, si toccano aspetti che fanno parte del benessere e della salute? Come si possono sacrificare così tante cose che influiscono positivamente sulla salute in nome della Salute? Come è possibile questo? È una contraddizione che si percepisce anche in altri settori; ad esempio gli ospedali sono tutti centrati sul covid-19 e molte prestazioni ordinarie che riguardano la salute dei cittadini rispetto ad altre malattie o altre patologie vengono messe in secondo piano: lentezza esasperante nelle visite di controllo, scarse possibilità di ricoverare certe tipologie di malati… tutto questo produrrà dei danni immensi, in nome della Salute. Chi si assumerà la responsabilità di questi danni collaterali? Sono danni prodotti da delle decisioni che sono state prese e che tornando alla prima domanda o alla seconda dovremmo chiederci se erano le uniche possibili. Forse c&#8217;era qualcosa di meno devastante…</p>
<p>Dodicesima domanda: perché questa insistenza sul Green Pass? Che cos&#8217;è GP se non un modo per controllare indirettamente i cittadini su ciò che fanno e sulle scelte che hanno fatto rispetto al diritto di scegliere garantito dalla Costituzione? Perché si vogliono dividere i cittadini in due gruppi? Perché tutta questa campagna di rancore e di aggressività nei confronti di chi non si vaccina? Può essere una scelta dovuta a infiniti motivi, anche di salute a volte. Ma ammettiamo che al governo non importi nulla dei rischi connessi al vaccino, perché non decide di applicare la Costituzione facendo una legge che obbliga tutti a vaccinarsi e assumendosi le responsabilità di quello che vuol dire una cosa del genere (a pensarci bene è una cosa terribile…)? Oppure, se non vuole assumersi le responsabilità del caso, perché non agisce almeno in modo diretto, dimostrando che c’è solo quella soluzione? Senza dare l’impressione di fare gli interessi delle grandi multinazionali farmaceutiche? Già, perché alla fine sono solo delle aziende private a produrre i vaccini e sono le stesse aziende private a combattersi tra di loro per conquistare quote di mercato maggiori… e qui si torna a una domanda precedente: perché non si è fatto nulla per fare fronte comune in maniera trasparente nella ricerca di una cura, una e una sola, di qualunque tipo purché sia realmente efficace?</p>
<p>Infine, che garanzie ci sono che una volta finita l&#8217;emergenza si tornerà a considerare validi e imprescindibili almeno i seguenti articoli e le seguenti affermazioni contenute nella nostra Costituzione che in questo momento sono bloccati congelati o violati?</p>
<p><strong>Articolo 3</strong></p>
<p>Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [<em>cfr. </em><a href="http://www.senato.it/1025?sezione=140&amp;articolo_numero_articolo=XIV"><em>XIV</em></a>] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [<em>cfr. artt. </em><a href="http://www.senato.it/1025?sezione=121&amp;articolo_numero_articolo=29"><em>29 c. 2</em></a><em>, </em><a href="http://www.senato.it/1025?sezione=122&amp;articolo_numero_articolo=37"><em>37 c. 1</em></a><em>, </em><a href="http://www.senato.it/1025?sezione=123&amp;articolo_numero_articolo=48"><em>48 c. 1</em></a><em>, </em><a href="http://www.senato.it/1025?sezione=123&amp;articolo_numero_articolo=51"><em>51 c. 1</em></a>], di razza, di lingua [<em>cfr. art. </em><a href="http://www.senato.it/1025?sezione=118&amp;articolo_numero_articolo=6"><em>6</em></a>], di religione [<em>cfr. artt. </em><a href="http://www.senato.it/1025?sezione=118&amp;articolo_numero_articolo=8"><em>8</em></a><em>, </em><a href="http://www.senato.it/1025?sezione=120&amp;articolo_numero_articolo=19"><em>19</em></a>], di opinioni politiche [<em>cfr. art. </em><a href="http://www.senato.it/1025?sezione=120&amp;articolo_numero_articolo=22"><em>22</em></a>], di condizioni personali e sociali.<br />
E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l&#8217;eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del Paese.</p>
<h4>Articolo 16</h4>
<p>Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche [<em>cfr. art. </em><a href="http://www.senato.it/1025?sezione=136&amp;articolo_numero_articolo=120"><em>120 c. 2</em></a><em>, </em><a href="http://www.senato.it/1025?sezione=140&amp;articolo_numero_articolo=XIII"><em>XIII c. 2</em></a>].<br />
Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge [<em>cfr. art. </em><a href="http://www.senato.it/1025?sezione=122&amp;articolo_numero_articolo=35"><em>35 c.4</em></a>].</p>
<h4>Articolo 17</h4>
<p>I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz&#8217;armi.<br />
Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.<br />
Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.</p>
<h4>Articolo 32</h4>
<p>La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell&#8217;individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.<br />
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.</p>
<h4>Articolo 77</h4>
<p>Il Governo non può, senza delegazione delle Camere [<em>cfr. art. </em><a href="http://www.senato.it/1025?sezione=127&amp;articolo_numero_articolo=76"><em>76</em></a>], emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria.<br />
Quando, in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni [<em>cfr. artt. </em><a href="http://www.senato.it/1025?sezione=126&amp;articolo_numero_articolo=61"><em>61 c. 2</em></a><em>, </em><a href="http://www.senato.it/1025?sezione=126&amp;articolo_numero_articolo=62"><em>62 c. 2</em></a>].<br />
I decreti perdono efficacia sin dall&#8217;inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti.</p>
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		<title>Come se fossimo vivi</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2021 18:01:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[È passato quasi un anno. Anzi, un po&#8217; più di un anno, da quando ho provato a proporre di mettere un piede fuori dalla porta di casa durante il lockdown. Per fare un passo avanti, motivato, un gesto simbolico, un gesto civile. Ho ottenuto un po’ di comprensione e di solidarietà. Ma anche tanti, troppi ...<a class="post-readmore" href="http://www.mariorotta.com/scritture/?p=1564">read more</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2021/03/IMG_2390.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1565" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2021/03/IMG_2390.jpg" alt="IMG_2390" width="1280" height="738" /></a></p>
<p>È passato quasi un anno. Anzi, un po&#8217; più di un anno, da quando ho provato a proporre di mettere un piede fuori dalla porta di casa durante il lockdown. Per fare un passo avanti, motivato, un gesto simbolico, un gesto civile. Ho ottenuto un po’ di comprensione e di solidarietà. Ma anche tanti, troppi insulti. Me ne hanno dette di tutti i colori, augurandomi perfino di finire in una terapia intensiva, cosa che ho effettivamente rischiato qualche mese dopo. Di quei giorni colpiva soprattutto la sensazione di essere stati catapultati in un deserto. Per strada non c&#8217;era nessuno, non passava nessuno, come nella scena di un film apocalittico. Un’informazione terrorizzante e terroristica aveva ridotto la popolazione ad una massa di gente sopraffatta dalla paura: “moriremo tutti” era una delle frasi più comuni in ogni conversazione. Come se fossimo vivi. Qualcuno, comunque, timidamente, quel piede fuori dalla porta lo ha messo. Doveva essere il primo. Ma non si sono fatti molti altri passi avanti da allora. L&#8217;unico che ho notato è quello della pubblicità di una nota marca di assorbenti intimi femminili, magari potevano anche ringraziarmi per aver avviato l&#8217;hashtag. Ma ora che è passato un anno, che cosa significa fare un passo avanti? Pubblicità esclusa. Apparentemente, non c&#8217;è più il clima di terrore dell&#8217;anno scorso. O meglio, non è cambiato nulla, formalmente siamo confinati nel territorio comunale (una disposizione evidentemente nata dalla mente di qualcuno che non conosce neanche la geografia italiana), c’è il coprifuoco, ci sarebbe anche l’obbligo di indossare mascherine perfino dove non c’è nessuno nel raggio di decine o centinaia di metri. Ma tutto sommato si vede di nuovo gente in giro, anche se non si sa a fare cosa; ma “andrà tutto bene” ricorre più spesso di “moriremo tutti” nelle conversazioni. Come se fossimo vivi. Già, come se fossimo vivi. Perché a questo punto io mi domanderei se lo siamo davvero o siamo soltanto dei superstiti presunti, che pensano e sperano di poter sopravvivere a una catastrofe dai contorni incerti e indefiniti, su cui dopo un anno forse dovremmo ragionare con una maggiore apertura mentale e con più lucidità, dati alla mano, facendo confronti, recuperando, senza per questo essere considerati pericolosi o irresponsabili, la voglia di discutere di politiche, di interessi in gioco, di educazione, di cultura e culture, di democrazia, di libertà, insomma di tutto ciò per cui vale la pena essere vivi, anziché comportarci come se lo fossimo. E invece non ci allontaniamo dalle abitudini che abbiamo preso in questo anno terribile: in particolare la peggiore, la rassegnazione per abitudine. Sento le persone per strada parlare solo di vaccini, di mascherine, di virus; non c&#8217;è più un argomento di conversazione interessante, che so, nessuno che parli del tempo, almeno di quello, se non altro. Nessuno che parli di cose veramente importanti. Non che non lo siano anche queste, ma non possono essere l&#8217;unico argomento di conversazione, perché questo vorrebbe dire che non abbiamo più nulla da dirci. Che parliamo solo per rompere il silenzio a cui non avevamo dato ascolto quando era il caso di farlo. Come se fossimo vivi. A me non piace vivere come se fossimo vivi. A me piacerebbe vivere in pieno: che vuol dire poter decidere liberamente quello che ho voglia di fare, nel rispetto degli altri ovviamente, ma senza sentirmi trattato come un deficiente o un eversore se suggerisco che forse è il caso di mettere in discussione limitazioni e disposizioni che evidentemente non hanno funzionato, se dopo un anno siamo ancora qui a parlare di lockdown, di zone rosse, arancioni o arancione scuro. Come se fossimo vivi. Quando siamo solo spettri che camminano, talmente frastornati da tutta questa storia da non sapere più come comportarsi con chi si incontra, quando ci si incontra, se ci si incontra. Perché ormai siamo completamente fermi, immobili, paralizzati, anche se ci sentiamo ancora come se fossimo vivi, mentre nella migliore delle ipotesi stiamo resistendo fino a quando la nostra pazienza ce lo permetterà o (temo) fino a quando ce lo permetterà chi sta abusando della nostra pazienza. O forse, fino a quando scopriremo di aver buttato via, nell’interesse di pochi e nell’indifferenza di molti, anni preziosi della nostra vita. Come se fossimo vivi.</p>
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		<title>Natale asintomatico</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2020 15:22:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Caro Diario]]></category>
		<category><![CDATA[coscienza civile]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[dittatura morbida]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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		<category><![CDATA[pubblicità invadente]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2020/12/Natale2020.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1562" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2020/12/Natale2020.jpg" alt="Natale2020" width="1280" height="853" /></a></p>
<p>Lo so che sono avidi e gretti. Ma un ringraziamento, anche a denti stretti, lo avrei apprezzato. E invece niente, non una riga, un tweet, un post, un memo, un tag, nemmeno una telefonata. Sto parlando di quelle entità astratte e viscide che dopo aver snobbato per anni la mia voce sincera contro i falsi miti del consumismo natalizio, quest’anno stanno nascondendo sotto il tappeto le ceneri delle loro solite urla e cercano di parlare sottovoce e sottotono, appoggiando le parole e le immagini su sfondi rassicuranti e intimi, dove forse cercano di mimetizzarsi in attesa di tempi migliori. Eccole, com’era prevedibile, le pubblicità del Natale ai tempi della pandemia: se si escludono quelle dei profumi (che se non altro hanno avuto il coraggio di riproporre le loro narrazioni lisergiche o sadomaso, mantenendo una loro identità, per quanto insopportabile), nelle altre trionfano i buoni sentimenti, la sobrietà, la famiglia purché non troppo numerosa, il focolare ma senza fare tardi, l’annuncio che saremo migliori, in cui non credono più neanche i bambini, come del resto non ci credevano nemmeno quando erano loro, i bambini – e non un logo – a scrivere delle letterine da leggere la sera del 24, nella speranza che, magari mentendo un po’, si traducessero in tanti bei regali.</p>
<p>E quindi? Che cosa posso scrivere di questo Natale venti-venti? Potrei liquidarlo in modo perentorio, con un insulto a bruciapelo. Magari aggiungendo (un po’ di ironia ci vuole) che si presenta in modo anomalo, ma asintomatico. Ma non può, non deve finire così! Questa volta misurerò le parole, ma solo per saggiarne la pesantezza. Cominciando proprio dalle pubblicità: spengetele, cancellatele, cambiate subito canale, bloccate i pop-up, scappate via dai siti, dai portali e dalle pagine che ce le gettano addosso in modo compulsivo e fraudolento. Ragionate sul ruolo che svolgono, con assoluta premeditazione, in questo periodo incerto: il loro scopo è annichilire le nostre coscienze e limitare la nostra capacità di giudicare e di scegliere, peraltro già compromessa da altre situazioni contingenti; così, una volta ridotti ad automi senza segni di attività neuronale, compreremo quei prodotti, cioè le solite schifezze che le entità mandanti, le multinazionali dei farmaci, della grande distribuzione, dell’informazione, delle finanza e relativi derivati, delle telecomunicazioni, dell’elettronica di consumo e dell’energia, ci propinano da sempre, ovviamente senza dire che per la maggior parte si tratta di proposte truffaldine, o di roba fatta in Cina e dintorni, perché lì costa 1 quello che, spendendo 10 in pubblicità, sarà venduto a 100. E noi qui, coglioni, ad aspettare che arrivino i saldi! Pensiamoci: se costa 1 più 10 di pubblicità, anche scontando del 50% il prezzo finale pari a 100… per non parlare di quei beni immateriali che costa ancora meno produrre, molto di meno pubblicizzare e valgono molto di più sul cosiddetto mercato. Quante telefonate ricevete ogni giorno al numero che avete iscritto invano sul registro delle opposizioni? Quante proposte vantaggiose? Quanti regali a condizione che? Da parte di chi? La pubblicità (se ha ancora un senso chiamarla così) sta invadendo ogni centimetro e ogni minuto della nostra vita; e nella paura diffusa che sta soffocando il mondo intero ci sguazza e se la ride, perché si fanno buoni affari se la gente resta a casa impaurita e incerta, indebolita, arrendevole; cioè, nel gergo dei pubblicitari, più sensibile ai vantaggi delle offerte speciali, ai prodotti che delineano il miraggio di una zona di comfort e alla promessa di un mondo migliore (che a essere sinceri mi sembra di aver già sentito da qualche parte…).</p>
<p>Ma questo è solo l’inizio, sono i primi segnali di una società che sta diventando sempre più simile a una di quelle distopie di cui avevamo letto nei libri di autori che apprezzavamo. Il seguito non è del tutto scritto, spero, ma si aggira come uno spettro, o forse come un Golem, per l’Europa e oltre. Le coscienze annebbiate digeriscono ben altro: la riduzione dei diritti e delle libertà individuali, provvedimenti che ricordano le leggi marziali, accentramento dei poteri, qualcosa che somiglia sempre più al concetto di “dittatura morbida”, o peggio, visto che in molti casi si configura una richiesta di cessione di libertà in cambio di una garanzia di sicurezza, cioè qualcosa di molto simile all’intimidazione mafiosa, che ormai (non lo dico io ma uno degli ultimi storici di ispirazione marxista) sembra essere diventata un modello consolidato di transazione. Qualcosa, insomma, che sta sgretolando tutto quello in cui abbiamo creduto e per cui abbiamo vissuto, con l’aggravante dell’insistenza su un nemico invisibile e globale, dipinto in modo così terrificante da convincere gran parte della popolazione mondiale ad accettare, in tempi brevissimi, una serie di limitazioni e di sacrifici che fino a uno o due decenni fa non solo sarebbero state considerate inaccettabili, ma in molti casi trattate come attacchi diretti alla democrazia, che a tutti gli effetti è ciò che sono. Non ho mai ceduto alle nostalgie e non lo farò adesso. Ma lasciatemelo dire: dove sono i partiti che si opponevano in modo coerente a qualsiasi dubbio sulla Costituzione? Dove sono i sindacati che rivendicavano ad ogni occasione diritti e lavoro? Dove sono gli intellettuali anticonformisti e capaci di andare oltre un dibattito semplificato a tal punto che ormai le uniche posizioni riconoscibili sono gli schieramenti di chi sostiene che “moriremo tutti” e di chi dice che “andrà tutto bene”? Se ce ne fossero ancora, magari ci avrebbero ricordato che il vero nemico non è un virus (che in quanto tale si può curare), ma la devastante collisione tra gli enormi interessi che ruotano attorno al problema alimentandolo e sfruttandolo come pretesto e l’atteggiamento rinunciatario, acritico, passivo di quasi tutta la popolazione. Non si tratta di un conflitto ben delineato, perché non possono esserci né vincitori né vinti: rimarrà solo una terra desolata, un grande vuoto, dove le guerre vere, quelle commerciali, passeranno sopra le nostre teste, condizionando sempre più i nostri consumi e i nostri comportamenti, fino a quando non rimarranno che poche opzioni a disposizione di chi non appartiene a qualche elite in grado di difendersi: lavorare, mangiare, riposarsi quanto basta, morire. Ed è sottinteso per chi si lavorerà, che cosa potremo mangiare, dove e quando potremo riposarci e di che cosa moriremo: di ciò che i grandi imperi economici vorranno e della cui necessità ci convinceranno, anche attraverso quelle stesse pubblicità da cui il mio ragionamento era partito, quelle che ci consigliano un Natale “diverso”, ma con lo stesso panettone.</p>
<p>A questo punto saranno arrivati fin qui soltanto 4 o 5 lettori su 25. Si saranno già accorti che non sono entrato nel merito di ciò che sta accadendo attorno a noi. Non l’ho fatto perché volevo privilegiare una prospettiva storica sostenuta dal pensiero critico, evitando i facili slogan ricavabili dalla cronaca, che poco possono aggiungere alla complessità della situazione e alla fatica che costa ragionare lucidamente non sul fenomeno in sé, ma sulle sue premesse, implicazioni e ripercussioni. Non dobbiamo lasciare che le responsabilità e le colpe di questo o di quello rimbalzino, come palle da tennis di una partita che si gioca a porte chiuse, dall’uno all’altro campo, lasciando solo l’eco di un rumore sordo. La domanda essenziale, infatti, non riguarda i numeri della pandemia, né i colori delle aree geografiche, e nemmeno le famigerate mascherine. Riguarda le nostre coscienze, su un piano quasi filosofico se posso osare: cosa siamo disposti ad accettare in nome di una sicurezza non meglio specificata? Per quanto tempo ancora, senza che nessuno sappia delineare una soluzione plausibile? Ma soprattutto, vale la pena rinunciare a vivere per sopravvivere? O è meglio accettare i rischi che il vivere comporta, cercando comunque di riprendersi la vita?</p>
<p>Mi piacerebbe che fossero questi i confini del confronto, nel rispetto reciproco delle scelte di vita che ciascuno sente di voler fare. Ma ancora di più mi piacerebbe che il giorno di Natale tutti coloro che amo e che stimo, e anche tutti gli altri, facessero questo regalo a loro stessi: respirate l’aria pura se avete la fortuna di esserne circondati; stringetevi forte, baciatevi, come avete sempre fatto; aprite gli occhi e guardate il paesaggio che vi circonda, non importa se non è bello, basta che sia vero e che ci ricordi che è importante provare delle emozioni e avere delle storie da raccontare, e sapere che quelle storie vivono in quel paesaggio; che può anche essere dentro di noi, a condizione che sveli un orizzonte dove tutto è ancora possibile.</p>
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