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	<title>mrxBlog &#187; valore</title>
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	<description>Pensieri scritture e immagini dagli archivi di Mario Rotta</description>
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		<title>Il debito greco</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 08:59:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Caro Diario]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" title="Antica Dracma ateniese" src="http://www.fleur-de-coin.com/images/currency/owl.jpg" alt="Antica Dracma ateniese" width="403" height="199" /></p>
<p>Anche quest&#8217;anno tornerò in Grecia. E c&#8217;è già chi mi dice: ma come? La situazione è così grave! Non sarà pericoloso? Perché dovrebbe esserlo, rispondo. Perché lo hanno detto in televisione? E che cosa hanno detto esattamente? Che cosa è davvero &#8220;grave&#8221;? A me sembra grave che ogni giorno ci sia chi cerca di terrorizzarci senza neanche spiegare esattamente cosa sta succedendo, e che si confondano allegramente le preoccupazioni reali delle persone che sono costrette a fare dei sacrifici con quelle delle banche e degli speculatori (altre persone, che però fanno finta di essere concetti astratti, tipo i mercati) che non riescono più a far quadrare quei conti che essi stessi hanno alterato e manipolato per guadagnare di più, più facilmente, più velocemente, come se il denaro fosse l&#8217;unica unità di misura del mondo, del tempo e dello spazio.</p>
<p>Ma ho già usato un&#8217;espressione a sproposito: fare sacrifici. Non ci si dovrebbe riferire alla Grecia e ai greci parlando di &#8220;fare sacrifici&#8221; quando si intende dire che c&#8217;è chi non riesce ad arrivare a fine mese o chi si vede decurtato lo stipendio: fare sacrifici ha un significato molto più ampio nella cultura greca antica, è un insieme di gesti rituali attraverso i quali si cerca di evitare, quasi sempre invano, che gli dei puniscano gli uomini, o se la prendano con loro perché sono stati troppo orgogliosi, o più semplicemente li tormentino senza una ragione precisa, solo perché sono immortali e si annoiano. Forse è per questo che i greci mostrano ancora oggi di essere meno propensi di altri ad accettarli: è come se sapessero che fare sacrifici è inutile, e che gli uni e gli altri, gli uomini e gli dei, non potranno comunque cambiare il proprio destino, per quanto ne siano gli artefici consapevoli.</p>
<p>E poi c&#8217;è da dire che mentre gli uomini sono ancora fragili presenze esposte ai rischi e all&#8217;abisso dello sconforto, oggi come allora, gli dei non hanno più la tragica imponenza di Zeus, la terribile atarassia di Apollo o la violenta sapienza di Atena: sono banchieri dall&#8217;aspetto viscido, politici che a volte sembra che non sappiano quello che dicono, faccendieri, corruttori; gente che nei miti antichi e nelle storie attraverso cui essi prendono forma non è neppure contemplata. Quello che è cambiato davvero è che nei sacrifici contemporanei non si contempla più la scelta di un capro espiatorio per rappresentare l&#8217;intera comunità, e proteggerla indirettamente. Non è più la sofferenza di pochi che si offre o si sceglie perché molti possano salvarsi: è la comunità nel suo complesso che diventa oggetto del sacrificio, sacrificabile di fronte alle istanze instabili delle borse e agli umori dei gruppi finanziari: la sofferenza di molti mantiene i privilegi di pochi. Tutte le donne greche, adesso, sono Ifigenia; con la differenza che Ifigenia sapeva a cosa andava incontro, e soprattutto perché. Basterebbe soltanto comprendere questa lucida amarezza per tornare in Grecia senza bisogno di giustificarsi con chi ricicla i titoli dei giornali.</p>
<p>Ma io ci torno anche perché non ho crediti da incassare: anzi, ho molti debiti verso la Grecia, e cerco di scontarli così, tornando a emozionarmi e commuovermi, ben sapendo che non riuscirò mai a estinguerli.</p>
<p>Sono in debito con la Grecia perché so bene che è proprio lì che ha preso forma tutto ciò che siamo. Perché i greci seppero passare dalle metafore del mito alla complessità del ragionamento astratto, e non saremmo neppure qui a parlarne se non lo avessero fatto.</p>
<p>Sono in debito con la Grecia ogni volta che vado ad Atene e mi fermo a guardare il tramonto dall&#8217;antico aeropago: sono quattro sassi che a forza di essere calpestati sono diventati scivolosi, ma tu sai che è proprio lì che i cittadini cominciarono a riunirsi per parlare del bene comune (la politica, letteralmente), si confrontarono, presero delle decisioni; ed è così che nacque la democrazia, che è una forma di governo imperfetta, certo, ma è ancora oggi la migliore che abbiamo.</p>
<p>Sono in debito con la Grecia per il brivido che provo alle Termopili: non dove si fermano i turisti, giù in basso, sotto il monumento a Leonida, ma proprio alle sorgenti calde (questo vuol dire &#8220;termopili&#8221;) lungo il sentiero che sale verso la gola, dove un gruppo di uomini decise che era meglio morire per difendere la propria indipendenza piuttosto che sopravvivere senza dignità.</p>
<p>Sono in debito con la Grecia quando penso alla tragica grandezza di quegli eroi che pur sapendo che ciò che stavano per fare li avrebbe condannati seppero affrontare le implicazioni delle loro scelte a testa alta: Prometeo, che sfidò gli dei per donare agli uomini la scintilla da cui comincia la conoscenza; Anfiarao, che mosse contro Tebe anche se era certo che non sarebbe tornato; Ettore, che lasciò ad Andromaca le parole e l&#8217;esempio più belli che si possano ancora oggi concepire.</p>
<p>Sono in debito con la Grecia perché ci ha insegnato che in quanto esseri umani possiamo e dobbiamo cercare di fare tutto ciò che possiamo immaginare, a condizione di non eccedere: quasi il contrario di come ormai ci siamo ridotti a vivere, immersi in un continuo invito alla &#8220;ybris&#8221; (di tutto, di più), a condizione di non essere mai davvero liberi di perseguire i nostri desideri più veri e profondi.</p>
<p>Sono in debito con la Grecia perché ci ha descritto e raccontato ciò che si nasconde dentro ogni nostro respiro, e lo ha fatto così bene che dopo millenni non riusciremmo a parlare dell&#8217;inquietudine, della crescita, delle contraddizioni, della paura, dell&#8217;entusiasmo, della complessità o della stessa anima (con la sua luce e il suo lato oscuro) senza ripensare a Odisseo, a Edipo, a Cassandra, a Oreste, a Medea.</p>
<p>Sono in debito con la Grecia perché tutto scorre ancora, anche se Achille pièveloce non riuscirà mai a raggiungere la tartaruga; perché le statue si limitano a sorridere; perché il sole tramonta in linea con le colonne del tempio; e l&#8217;ombelico del mondo si perde nel mare degli ulivi.</p>
<p>Sono in debito con la Grecia per certi versi e certe frasi che ti restano dentro anche se le hai lette una sola volta tanto tempo fa: il suono disarticolato degli uccelli di Aristofane, gli slanci d&#8217;amore di Saffo, la malinconia che gli scrittori alessandrini scoprirono, e seppero esplorare. Perché Alcmane ha descritto la notte dicendo &#8220;dormono le cime dei monti e le gole, i picchi e i dirupi, e le schiere di animali, quanti nutre la nera terra, e le fiere abitatrici dei monti e la stirpe delle api e i mostri negli abissi del mare purpureo; dormono le schiere degli uccelli dalle ali distese&#8221;. Perché l&#8217;alba non è solo un momento della giornata, ma è &#8220;rododaktilos eos&#8221;, l&#8217;aurora dalle dita di rosa. E poi, perché qualche volta ho letto anche gli eruditi bizantini, e ho scoperto che sono attualissimi. E perché conosco qualche scrittore greco moderno: Costantino Kavafis, che ci ricorda di portare Itaca nel cuore, come una metafora del desiderio; Giannis Ritsos, capace di parole dure e affascinanti ma anche di cantare alla luna come pochi sono riusciti a fare; Samarakis, che a un certo punto dice semplicemente che &#8220;zeta&#8221; vuol dire &#8220;è vivo&#8221; in greco antico; Kazantakis e il suo alter ego Zorba, che in tre parole ci spiega che per essere davvero liberi non bisogna aspettarsi nulla, né temere qualcosa.</p>
<p>Sono in debito con la Grecia perché hanno inventato i libri.</p>
<p>Mi chiedo perché tutto questo non possa essere considerato alla voce &#8220;economia&#8221;, che poi è anch&#8217;essa una parola greca, che letteralmente significa governare la casa. Mi chiedo che senso abbia pensare che la crescita di una comunità si misuri solo attraverso il PIL e la ricchezza solo attraverso i debiti. Siamo davvero diventati così aridi? Quanto &#8220;vale&#8221; una tradizione culturale, un&#8217;opera d&#8217;arte, un&#8217;emozione nell&#8217;economia di una nazione o di un continente? Possibile che non conti nulla? Cos&#8217;è che ci fa sentire vivi? Non credo proprio che sia l&#8217;andamento dello spread o l&#8217;indice della borsa. Ci sentiamo vivi quando possiamo osservare, pensare, conoscere, amare, emozionarci; quando incontriamo la bellezza; quando riusciamo a mantenerci in equilibrio su quell&#8217;abisso che mostrandoci la disperazione ci rivela la gioia. C&#8217;è un prodotto interno &#8220;netto&#8221; del tutto intangibile nell&#8217;insieme di tutto ciò che ci fa diventare e restare umani, che ci fa davvero crescere. E gran parte di questo valore lo dobbiamo alla Grecia: in quanto entità storica, in quanto metafora, in quanto immaginazione. E per ciò che ne resta nel paesaggio, tra le rovine, nella mente e nel cuore delle persone. Sì, tornerò in Grecia anche quest&#8217;anno.</p>
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		<title>Il valore delle cose</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Oct 2010 09:39:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2010/10/IMG_46661.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-651" title="IMG_4666" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2010/10/IMG_46661.jpg" alt="dettaglio di un mobile con chiave in ferro" width="480" height="160" /></a></p>
<p>Qual è il valore delle cose? Un anno fa mia madre se ne è andata, ora sto svuotando la casa dove viveva e non posso fare a meno di pensarci. Vedi, la memoria ha il vantaggio di essere immateriale, liquida, trasparente, non occorre parlarne per capire quanto sia preziosa, né delimitarla in uno spazio o in un tempo; nella nostra mente tutte le mattine del mondo possono entrare in una vecchia scatola di biscotti, nel nostro cuore i prati di fiori bianchi possono essere attraversati in un attimo. Ma le cose no. Gli oggetti materiali che di quella stessa memoria sono testimoni e in cui a volte i ricordi si concretizzano, sono opachi, solidi: possono essere inventariati e misurati, e prima o poi devono essere collocati, riutilizzati o venduti per poter essere, letteralmente, compresi. In quel momento pensi che le cose abbiano comunque un valore. Magari non quello che tu gli attribuisci, ma qualcosa che si avvicina, se non al loro significato, almeno alla loro consistenza. Sono soltanto cose, ma in molte si percepisce il lavoro del falegname o dell&#8217;orafo, in altre traspare la fatica di una cura che ormai nessuno pratica più: e so bene che tutto questo per i miei genitori rappresentava un valore. Purtroppo, però, tutto è cambiato, e il concetto di valore che i miei genitori avevano racchiuso nelle cose è stato completamente stravolto, non esiste più. Ingenuamente, mi rivolgo agli antiquari, che si tirano indietro, mi dicono che hanno già pezzi simili o che si tratta di oggetti che non hanno possibilità di essere inseriti nel loro giro. In realtà sarebbero più che disposti ad acquistarli. Per due soldi, però. Per rivenderli a dieci volte il prezzo che li hanno pagati. A me sembra aberrante, ma forse non ho contattato gli antiquari giusti, saranno mica tutti così? I responsabili di un mercatino dell&#8217;usato invece mi dicono che verranno a vedere e faranno delle stime. So che si tratta di gente onesta, mi fido. Facciamo insieme un inventario di massima e a quel punto mi aspetto che prenda finalmente forma il valore delle cose, non quello incommensurabile della memoria che tramandano, ma almeno quello materiale, che pensavo dipendesse dalla bellezza degli oggetti, dal lavoro che racchiudono, dai materiali, dall&#8217;antichità, dallo stato di conservazione. Ma non è così: i parametri di valore in cui credevano i miei genitori non contano più nulla. Ormai c&#8217;è un solo parametro, si chiama &#8220;mercato&#8221;. Le cose non hanno più un valore in sè, valgono quanto chi potrebbe acquistarle è disposto a pagarle, e il responsabile del mercatino, che conosce bene il suo mestiere, me lo spiega in modo chiaro, con lo stesso linguaggio di un consulente finanziario. Scopro così che bisogna ragionare in termini relativi, che l&#8217;idea che mi ero fatto era astratta, velleitaria, perché partiva dal presupposto che dalla vendita di mobili e oggetti che per decenni hanno fatto parte della vita dei miei genitori avrei dovuto ricavare una cifra che potesse rappresentare un compromesso simbolico, ragionevole, tra il valore (certo esagerato, irrazionale&#8230;) che quelle cose hanno per me e l&#8217;importanza oggettiva di quelle stesse cose, in quanto tali. Non saprei neanche quantificare il risultato di questo compromesso. Ma mi aspettavo decisamente qualcosa di più. In realtà non è questo il problema: che le cose di cui sto parlando &#8220;in questo momento non abbiano mercato&#8221; e debbano essere vendute ad un prezzo molto basso e inferiore al loro valore potenziale (sic!) posso anche capirlo. Quello che non riesco ad accettare è il messaggio implicito di questo ragionamento, e soprattutto i criteri in base ai quali le cose acquisiscono il corrispettivo di un valore in relazione al cosiddetto mercato. Perché il valore assegnato a un tavolo d&#8217;epoca realizzato da un artigiano è più o meno quello di un paio di scarpe da ginnastica uguali a tutte le altre (ma con un marchio più evidente) e magari assemblate a nostra insaputa da un minorenne vietnamita? Ancora, a titolo esemplificativo, il valore assegnato a una vetrinetta liberty con inserti in bronzo e cristalli molati è minore del costo di un telefonino made in China o di un pezzo di plastica assemblato in Thailandia per Ikea; e con quello che presumibilmente potrò ricavare dalla vendita di una poltroncina dei primi del Novecento riuscirò sì e no a pagarmi un aperitivo in centro. Delle due l&#8217;una: o alle cose dei miei genitori è stato assegnato un valore troppo basso, o il valore di molte delle &#8220;cose&#8221; che il mercato ci propone e ci spinge ad acquistare ogni giorno è esagerato, fuori luogo, colpevolmente alto. Sono propenso a credere che sia più vera la seconda ipotesi, e che la perdita di valore delle cose che hanno un vissuto non sia altro che il risultato di un modello consumistico aberrante, il cui scopo è vendere velocemente e con elevati ricavi oggetti sempre più brutti, inutili e deperibili, giustificandone il prezzo (il prezzo&#8230;) attraverso gli elementi di una sorta di mitologia dell&#8217;inconsistenza: la novità, il marchio, la tendenza. Con la conseguenza che niente, di fatto, ha ancora realmente un valore, se per valore si intende la cura, la capacità di durare nel tempo, il significato: sono soltanto cose a cui non possiamo affezionarci, da usare e gettare via, per poterne comprare ancora di nuove, sempre più brutte, inutili e deperibili, e ad un prezzo molto più alto del loro valore reale, quello stesso valore che è negato alle cose che ci appartenevano. Se questo, oggi, è il mondo, è inutile cedere alla nostalgia o al moralismo. Ma quello che mi chiedo è: perché mai dovremmo stare al gioco? Perché mai dovremmo svendere la nostra memoria e il nostro passato per comprare oggetti senza futuro?</p>
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