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	<title>mrxBlog &#187; amore</title>
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	<description>Pensieri scritture e immagini dagli archivi di Mario Rotta</description>
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		<title>La terza stella (Natale 2016)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2016 08:45:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2016/12/terzastella.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1463" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2016/12/terzastella.jpg" alt="terzastella" width="1150" height="678" /></a></p>
<p>Fu solo quando arrivarono alla frontiera con l&#8217;Ungheria che cominciarono ad accorgersi che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Non che non ci fossero già stati diversi segnali per così dire anomali rispetto agli anni precedenti. Ma non gli avevano dato peso, un po&#8217; per abitudine, un po&#8217; per eccesso di fiducia nella buona sorte, ma soprattutto perché erano dei re maghi e seguivano una stella, la stessa, da più di due millenni, per arrivare immancabilmente a destinazione. Non era neanche concepibile che quella stella infallibile potesse portarli fuori strada, anche se all&#8217;altezza del Caucaso li aveva spinti verso occidente anziché verso sud come si aspettavano. Anche se li aveva guidati fino alle coste dell&#8217;Egeo, dove non erano mai stati prima. Anche se appariva meno splendente del solito, più annebbiata, e somigliava a tratti a una specie di bottiglietta anziché a una cometa, una di quelle bottiglie dove talora si infilano dei messaggi da gettare in mare confidando nelle correnti. Ma tutto questo non importava: come ogni anno, per portare i loro doni a quel bimbo innocente si sarebbero spinti ovunque li indirizzasse quel bagliore nel cielo. Avrebbero affrontato qualunque distanza, superato qualsiasi prova: il caldo dei deserti, il gelo delle steppe e delle montagne, i pericoli del mare, il vento, la pioggia, le tempeste e i terremoti. Niente avrebbe potuto fermarli, perché sapevano esattamente cosa volevano: essere testimoni del più grande dei miracoli, la vita che rinasce, che si manifesta in un pianto senza equivoci e in un sorriso senza giustificazioni, che prende la forma di un piccolo essere che non ha nulla e non vuole nulla, tranne che scoprire da solo quali sono i limiti della sua grandezza e gli infiniti orizzonti della sua voglia di imparare. Avevano perfino dimenticato come si chiamasse quel bambino. Ma volevano rivederlo. Perché ogni volta era diverso, ogni volta i suoi occhi e i suoi movimenti sembravano ripetersi come in un rituale ma allo stesso tempo rivelavano una loro assoluta unicità. E si stabiliva un dialogo sempre più profondo tra quello sguardo e quei gesti senza parole e loro, i re, i maghi che lasciavano i loro doni nella polvere e dimenticavano la loro filosofia per abbandonarsi alla meraviglia della vita, a quell&#8217;impercettibile differenza in cui tutta la saggezza, tutta la storia e tutte le ricchezze del mondo si perdono improvvisamente come la piuma di un albatro nell&#8217;oceano o il profumo di un fiore in una foresta in fiamme. No, non c&#8217;era motivo di temere che quell&#8217;anno potesse andare diversamente&#8230;</p>
<p>Ma si sbagliavano. Alla frontiera ungherese trovarono la strada sbarrata da una fitta rete di maglie d&#8217;acciaio e filo spinato. Ne avevano sentito parlare, pare che durante qualche guerra non necessariamente combattuta, molti decenni prima, si usassero questi sbarramenti per impedire ai nemici di entrare in un territorio o, più spesso, per impedire agli abitanti di un territorio di andarsene. Ma era la prima volta che ne vedevano uno da vicino. Si scambiarono qualche parola su cosa fare adesso. Ma non fecero neanche in tempo a formulare qualche ipotesi plausibile che un gruppo di uomini con addosso una tuta scura e armati di fucili e coltelli li circondarono, li arrestarono e li portarono dentro una stanza grande e spoglia, dove le voci rimbalzavano rimbombando su fredde pareti che in una casa accogliente sarebbero riscaldate da scaffali pieni di libri o dalla credenza della cucina. Gli uomini armati urlavano in una lingua incomprensibile, e altrettanto incomprensibile sembrava essere per loro quella dei re. Ne provarono altre, di cui sapevano qualche parola o qualche frase, ma senza che nulla cambiasse. Il dialogo era praticamente impossibile, e non ci si poteva intendere con gli sguardi: non erano quelli di un bambino innocente. Allora gli uomini armati strapparono dalle loro mani i cofanetti coi doni che stavano portando e li aprirono. I re cercarono di interpretare le reazioni dei soldati. Vedendo l&#8217;oro, mostrarono un certo interesse, ma anche una sorta di insoddisfazione, come se si fossero aspettati di più. Vedendo l&#8217;incenso e la mirra, invece, mostrarono disincanto, indifferenza, disgusto; e un paio di loro gettarono sui maghi anche uno sguardo sfuggente, che si poteva forse associare a un atteggiamento di sufficienza. Come dire: poveretti, o non hanno capito nulla o non meritano alcuna considerazione. Quello che i re non riuscirono a comprendere fu ciò che successe dopo: i soldati requisirono l&#8217;oro, gettarono via l&#8217;incenso e la mirra e riempirono dei fogli su cui &#8211; anche se non erano in grado di leggerlo e tradurlo &#8211; c&#8217;era scritto di fatto che i tre erano probabilmente immigrati clandestini che stavano cercando di entrare illegalmente in Europa, con l&#8217;aggravante del possesso di probabili sostanze stupefacenti o non ammesse. Avrebbero dovuto essere arrestati o rimpatriati; tuttavia, considerando che possedevano una certa quantità di oro, se ne autorizzava il passaggio, trattenendo l&#8217;oro a titolo di cauzione, previa identificazione e con l&#8217;obbligo di presentarsi quotidianamente al più vicino posto di polizia, qualunque fosse il paese in cui si trovavano in quel momento. Senza che i re capissero esattamente cosa stava succedendo, furono messi al muro e fotografati, dovettero mettere la mano su una superficie che rilevava le loro impronte e firmare dei fogli di cui ignoravano il significato. Poi furono accompagnati verso una porta che si apriva su una strada che si perdeva nel buio e a gesti furono invitati ad andarsene. Si incamminarono senza parlarsi e senza pretendere una spiegazione, e dopo poche centinaia di metri guardarono verso il cielo per ritrovare la stella e di conseguenza la giusta direzione. Ma la stella era cambiata. O meglio, non era più una sola stella: erano diventate tre. Chiunque altro si sarebbe sentito del tutto disorientato, ma non loro. Come re, sapevano decidere. Come maghi, potevano intuire. Così decisero di seguirne una qualsiasi e, se questa li avesse portati fuori strada, un&#8217;altra, a scelta, e poi l&#8217;ultima, se nessuna delle precedenti fosse stata quella giusta.</p>
<p>La prima stella che decisero di seguire era decisamente insolita: era rossa, di un rosso netto, intenso, con bordi che tendevano al bianco e una scritta, illeggibile da quella distanza, su una coda dove galleggiavano come delle bollicine dorate. Li portò verso una grande città scintillante, piena di negozi illuminati e chiassosi, in molti dei quali le vetrine erano state trasformate in schermi che trasmettevano informazioni sui doni che valeva la pena ricevere. I re capirono immediatamente perché i loro cofanetti erano stati così poco considerati: altro che oro, incenso e mirra; per essere riconosciuti come re e come maghi avrebbero dovuto portare bigiotteria costosa spesso abbinata a biancheria volgare, profumi dorati o adorati (o tutte e due le cose), telefoni che ti fanno sentire un protagonista e ti permettono praticamente di fare quello che vuoi, a patto che tu sottoscriva un abbonamento vantaggioso. Che poi, a pensarci bene, sempre di oro, incenso e mirra si trattava; solo un po&#8217; più aggiornati e con un margine lordo di profitto più alto. E ai bambini? Cosa si poteva regalare ai bambini in quella città scintillante? Poco o nulla, pareva. Perché i bambini non c&#8217;erano più. O meglio, c&#8217;erano ancora, ma erano impegnati a diventare grandi il più in fretta possibile, per poter finalmente tornare a comportarsi da bambini guidando auto sportive e superaccessoriate, scommettendo su tutto quello che è vietato ai minori di 18 anni e può causare dipendenza patologica e fingendo o immaginando di essere sempre in vacanza. I tre re vagarono per un po&#8217; per le strade di quella città che li affascinava e allo stesso tempo li spaventava; una città che uno di loro definì acutamente &#8220;piena di gente, ma svuotata di persone&#8221;. Poi si allontanarono e scelsero di seguire una delle altre due stelle.</p>
<p>La seconda stella aveva un aspetto accattivante e minaccioso allo stesso tempo. Era chiara e luminosissima, veloce come un satellite, multiforme. Ma anche attraversata da lampi improvvisi, scuri e densi come le nebbie del primo mattino. Li indirizzò verso oriente e per un po&#8217; ebbero la sensazione che si trattasse di quella giusta: li condusse infatti, attraverso la Grecia e la Turchia, verso la Palestina, dove di solito li aspettavano il padre e la madre del bambino. Ma proprio quando sembrava che fossero quasi arrivati a destinazione furono costretti a fermarsi alle porte di un&#8217;antica città ormai ridotta a un cumulo di macerie. Erano abituati alle guerre: in duemila anni avevano visto con i loro occhi e toccato con le loro mani la sofferenza, la fame, il dolore e la paura di chi ha la sfortuna di vivere dove si combatte. Ma non erano preparati alla violenza che si respirava in quell&#8217;aria contaminata, in quella città distrutta, in quei paesi dove nessuno ricordava di aver mai vissuto un giorno di pace, uno di quei giorni in cui ci si annoia perché tutto finalmente tace, perché il cielo è limpido e tutti possono scegliere se restare a casa o uscire per le strade senza essere braccati né dover uccidere qualcuno, senza doversi giustificare per sopravvivere, senza essere costretti a rifugiarsi. Non sapevano come si chiamava quell&#8217;ammasso di macerie. Forse era Aleppo, ma avrebbe potuto essere qualsiasi altro posto. Certo, non somigliava affatto alla città scintillante da cui venivano. Ma anche lì c&#8217;erano pochi bambini e pochi doni per loro, come se il consumismo e l&#8217;integralismo avessero stipulato un accordo per impegnarsi, ciascuno con i suoi metodi, a estirpare dal mondo la più pericolosa delle attitudini: l&#8217;innocenza. In quello stesso momento i tre re che erano anche maghi intuirono che il bambino a cui ogni anno rendevano il loro omaggio era morto. Probabilmente di freddo o di fame, o tutte e due. O sotto un bombardamento. Annegato in mare. Di stenti o di qualche malattia che avrebbero definito rara, ma in modo improprio, perché era rara nelle città scintillanti ma non dove nascono certi altri bambini. Ma poteva essere morto anche per distrazione. Perché la madre o il padre erano improvvisamente impazziti. Perché la stalla era stata bruciata da una banda di teppisti. Per un missile che avrebbe dovuto essere intelligente ma non poteva esserlo perché è solo una macchina che trasporta la morte il più lontano possibile. Per una raffica sparata a caso in mezzo alla folla da un fanatico. E perfino in nome di dio. Cosa, quest&#8217;ultima, che non si può fare a meno di definire un paradosso.</p>
<p>Restava la terza stella. Istintivamente la seguirono, senza troppa convinzione, come si fa con ogni fioca speranza a cui si concede comunque un&#8217;ultima possibilità. Ma la stella non si mosse. Rimase ferma, proprio sopra di loro, isolando attorno ai tre re, come se volesse costruire una metafora, un pezzo di terra desolata. I maghi rimasero in silenzio, in quel cono di luce irreale, interrogandosi con lo sguardo. Che cosa potevano fare ormai? Non avevano più nulla da donare. Non erano più sicuri neanche dei loro nomi. Nessuna stella li avrebbe più guidati fino alla capanna o alla grotta, che del resto erano solo echi lontani di un mondo dove ai bambini bastava l&#8217;amore che li circondava per essere a loro modo felici; e dove i regali erano soltanto il simbolo di quello stesso amore e non un modo per rappresentare prima del tempo la loro condizione e la loro appartenenza sociale. Nessun padre, nessuna madre li avrebbero aspettati con l&#8217;ansia e l&#8217;orgoglio di chi sa che per un figlio che nasce il dono più grande è la certezza di avere di fronte a sé infinite opportunità e di sapere che potrà coglierle per costruire qualcosa di importante, qualcosa che possa restare nella memoria, diventare un retaggio, essere raccontato. Eppure, proprio in quel momento di solitudine, in quel riflesso che penetrava nel vuoto di quella parte del corpo in cui ciascuno di essi collocava l&#8217;anima, si resero conto che c&#8217;era ancora una risposta da dare, per quanto fosse incerta, densa di dubbi e ripensamenti, così lontana dalle affermazioni categoriche che avevano colto sia nei messaggi promozionali che nei proclami dei signori della guerra, sia nella prosopopea dei venditori di fumo che nella retorica dei mercanti di morte. Quella risposta era attorno a loro: era la conoscenza, l&#8217;unico deserto che può sempre diventare un giardino.</p>
<p>In quello stesso momento, il bambino sentì la voce di suo padre e di sua madre che lo chiamavano. La cena era quasi pronta. Appoggiò le statuette dei re magi su una pietra coperta di muschio, come se seguissero la cometa che aveva già piazzato sopra la grotta di cartapesta. Guardò il presepio che aveva costruito e si ritenne soddisfatto. Poi corse nel salone dove sua madre stava già servendo i ravioli. Era la notte di Natale: sotto l&#8217;albero, nell&#8217;angolo della stanza, c&#8217;era solo un pacchetto. Era per lui. Sapeva cos&#8217;era: una piccola cosa che desiderava e che i suoi genitori avevano intuito, anche se lui non avrebbe mai osato chiedergliela. Ma era come se lì dentro ci fosse tutta la sua vita.</p>
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		<title>Come un fiore sul ciglio del prato (Natale 2012)</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Dec 2012 11:45:55 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Ha ancora un senso, quest&#8217;anno, parlare di come il consumismo ha snaturato i significati del Natale? Sembrerebbe di no: la crisi ha diradato la gente per le strade, le luci dei negozi sono diventate più sobrie, c&#8217;è meno ansia, meno lusso (ammesso che un concetto così palesemente inconsistente possa essere rappresentato in termini di maggiore o minore), meno frenesia per gli acquisti. Ma non credo che tutto questo accada perché stiamo cominciando a capire: siamo solo diventati più poveri, e siamo costretti a spendere di meno. Non appena passerà, se passerà, non solo torneremo a comprare regali superflui, ma temo che diventeremo ancora più compulsivi, come se dovessimo compensare in qualche modo le difficoltà di questo momento: il che è umano, se non fosse che gli esperti di marketing e gli strateghi del branding lo sanno già che è così che andranno le cose, e si stanno già muovendo per limitare i danni di questa fase più pacata e predisporci già adesso a ulteriori, future esagerazioni.</p>
<p>Non ci credete? Provate a guardarvi intorno con un po&#8217; di attenzione. Ogni giorno, ad ogni ora, in ogni momento, c&#8217;è qualcuno o qualcosa che cerca di trasformare questa occasione in cui &#8211; per ragioni contingenti &#8211; potremmo riuscire a ritrovare tutta la purezza che avevamo smarrito, in una cantilena stonata di consigli per acquisti sempre più inutili. Come se le uniche cose che contano fossero quelle che si possono rinchiudere in un pacchetto o, peggio ancora, quelle che ci spingono a indebitarci ancora, per non si sa quanto tempo, per &#8220;possedere&#8221; servizi di cui non abbiamo chiesto di usufruire e che comprendono una quantità di opzioni dieci volte superiore a ciò che, al limite, potrebbe servirci davvero. Ormai è questa la frontiera dello shopping: non più gli oggetti in sé (spesso inutili anche quelli, ma se non altro tangibili, concreti), ma elementi  inconsistenti di una specie di stile di vita che qualcuno (ma chi? Dove? Quando? Perché?) ha deciso che, in un modo o nell&#8217;altro, deve diventare il nostro parametro di riferimento. A queste entità senza volto che cercano di dirci come dovremmo essere e che cosa dovremmo fare non importa se siamo umani, se proviamo sentimenti, se abbiamo emozioni, se usiamo l&#8217;intelligenza, se apprezziamo la cultura, se amiamo la bellezza, se cerchiamo di ragionare, se siamo capaci di pensare. Anzi, questo insieme di capacità e di pulsioni che rende ognuno di noi realmente vivo è considerato estremamente pericoloso. Non dobbiamo ragionare, a meno che per ragionare non ci si riferisca al parlare (ma di che cosa?) usando l&#8217;ultimo modello di smartphone, magari per 300 minuti verso tutti (ma chi?); non dobbiamo essere intelligenti, a meno che questo non consista nello sforzo di scegliere un film o una serie TV tra tutte quelle comprese nel pacchetto premium che si cerca di proporre come idea regalo alternativa; non dobbiamo emozionarci, a meno che questo non significhi acquistare un costoso profumo per fingere di somigliare per un attimo, se sei una donna, a una dark lady accaldata, ambigua e ritoccata che frequenta solo palazzi sfavillanti e si veste come una puttana d&#8217;alto bordo, se sei un uomo a un giovanotto dalle mascelle pronunciate e i pettorali da palestra che ha l&#8217;aria di chi non ha mai avuto bisogno di lavorare in vita sua e si veste in modo da ostentare il fatto che, comunque sia, ha un sacco di soldi ed è abituato a cene eleganti.</p>
<p>Ecco a cosa ha ridotto il Natale 2012 l&#8217;immaginario pubblicitario: i giocattoli non ci sono quasi più (resiste solo qualche videogioco dove muoiono tutti), si intravede ancora, giusto per amor di patria, qualche panettone e qualche pandoro (ma tutti gli altri dolci delle feste della nostra straordinaria tradizione locale dove sono finiti?); per il resto sembra che della vita quotidiana facciano parte solo TV, telefonini più o meno &#8220;intelligenti&#8221; (ovvero apparentemente in grado di fare ciò che noi poveri stupidi evidentemente non sappiamo fare da soli) e profumi che si pronunciano come a New York o a Parigi, da utilizzare goccia dopo goccia come il surrogato di un&#8217;apparenza di ricchezza ormai talmente aleatoria da durare solo tra una sera e una doccia. Se questo è lo stile di vita a cui dovremmo ispirarci, lo trovo spaventoso: la vera fine del mondo è davvero quella che stiamo vivendo, direbbe Joseph Roth. E mi chiedo come mai, nei confronti di questa colossale e colpevole mistificazione della realtà, non sia ancora esplosa una rabbia cieca, incontrollabile, capace di muovere folle di gente contro le fortezze in cui i responsabili di questo continuo sprofondare nel nulla dovranno pur nascondersi, quanto meno per contare i profitti che ne ricavano. Invece non succede niente, prevale l&#8217;assuefazione, o forse la rassegnazione, e temo che sia così dappertutto, non soltanto in Italia, magari con qualche leggera differenza laddove la crisi si fa sentire meno, l&#8217;offerta commerciale è più variegata e ci si può illudere di poter essere un po&#8217; più spensierati.</p>
<p><a href="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2012/12/IMG_8850.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-1138" title="IMG_8850" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2012/12/IMG_8850-1024x970.jpg" alt="Natale 2012" width="620" height="587" /></a></p>
<p>Ma non è questo il problema. Non si tratta più di discutere su cosa sia diventato il Natale e su come, invece, potrebbe o dovrebbe essere. Quello che dovremmo fare è capire che tutti i giorni è Natale, e tutti i giorni, se solo sapessimo guardare, se solo riuscissimo a sentire, potremmo cogliere il valore dei piccoli miracoli che ci accadono. La festa, nella sua sostanza più profonda, è la memoria di una gioia: per non disperderne i significati bisogna coltivare la memoria, esplorando un percorso che sotto molti aspetti è l&#8217;esatto contrario di quella corsa verso il baratro che la commercializzazione dell&#8217;inconsistenza che stiamo vivendo cerca di proporci come esempio. Non so se a scuola si legge ancora Catullo. Forse sì, in qualche classe probabilmente sì, nella maggior parte dei casi penso di no. Ma in Catullo ci sono delle parole che trovo perfette per esprimere questo paradigma rovesciato: <em>nec meum respectet, ut ante, amorem, qui illius culpa cecidit velut prati ultimi flos, praetereunte postquam tactus aratro est</em>. L&#8217;amore non è effimero, è fragile. Come un fiore sul ciglio del prato. Ma è proprio per questo che possiamo portarlo con noi. Ogni volta che ci ricorderemo di come quel fiore è stato reciso, e comprenderemo che quella fragilità era solo apparente, e che non c&#8217;è colpa, non c&#8217;è cambiamento che possa scalfire la sostanza di ciò che ha rappresentato.</p>
<p>Quest&#8217;anno, ogni anno, ogni giorno, provate a regalare a chi amate l&#8217;immagine di quel fiore sul ciglio del prato. Provate a regalare la visione di un&#8217;impronta nella neve, e tutte le storie che si possono immaginare partendo da quella traccia così instabile. Provate a trasformare in dono tutto ciò che per i vostri occhi è una gioia, perché diventi memoria, festa. Provate a regalare a un bambino un racconto che si sviluppa partendo da uno sguardo, o da un oggetto trovato lungo un torrente, o in un cassetto in cui era stato dimenticato finora: vedrete la meraviglia sciogliersi nei suoi occhi, e capirete che nessun giocattolo alla moda riuscirebbe a fare altrettanto. Provate ad ascoltare gli odori delle spezie e a ritrovarli in un bicchiere di vino, o sulla pelle di chi amate. Provate a commuovervi senza vergogna ascoltando la musica che riesce a portarvi più lontano, e a farvi sentire più vicini. Provate a cercare gli angeli nelle gocce di bellezza che popolano il mondo (senza che i media vecchi e nuovi se ne accorgano). Provate prima di tutto a sentirvi come quel fiore.</p>
<p>Dimentichiamo troppo spesso che il dono più bello è la sensibilità. Non ci rendiamo più conto che non è il denaro che ci appaga: sono le emozioni sincere, come scriveva già una grande poetessa italiana, l&#8217;unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno. I momenti più preziosi che portiamo con noi, se ci pensiamo bene, non sono quasi mai legati a nulla di materiale e meno che mai all&#8217;emulazione di stili di vita imposti dal bisogno di identificarsi con un modello omologato. I momenti più preziosi sono quelli che diventano festa, e tutte quelle feste che ci aiutano a ricordarcene e ci permettono di condividere con gli altri le emozioni che abbiamo saputo prima costruire, e poi ritrovare.</p>
<p>Buone feste a tutti!</p>
<p>P.S. Tempo fa qualcuno mi ha detto che ormai aspettava la mia lettera di Natale come si aspetta il messaggio di capodanno del presidente della Repubblica. Al di là del complimento (eccessivo forse, ma gradito), in effetti sono diversi anni che cerco di rappresentare il Natale sotto forma di emozioni visive o di pensieri e ricordi, combattendo allo stesso tempo una (vana) battaglia contro il consumismo dilagante: mi piace l&#8217;idea che questa pagina sia ormai una specie di tradizione, da mettere accanto ai dolci, alle luci, al presepio e ai tortellini in brodo mentre fuori nevica&#8230;</p>
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		<title>Epitaffio</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 10:40:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mio padre se ne è andato dieci anni fa. E ora anche mia madre non c&#8217;è più. Di queste ultime settimane mi resterà il ricordo indelebile e feroce del suo respiro irregolare prolungato dall&#8217;ossigeno, e altre di quelle immagini anonime, eppure nitide, attraverso cui la morte si manifesta, anche se non vogliamo crederci: le gocce ...<a class="post-readmore" href="https://www.mariorotta.com/scritture/?p=346">read more</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Mio padre se ne è andato dieci anni fa. E ora anche mia madre non c&#8217;è più. Di queste ultime settimane mi resterà il ricordo indelebile e feroce del suo respiro irregolare prolungato dall&#8217;ossigeno, e altre di quelle immagini anonime, eppure nitide, attraverso cui la morte si manifesta, anche se non vogliamo crederci: le gocce della soluzione fisiologica che precipitano come se un abisso le inghiottisse per sempre; i capelli che si scompongono anche sfiorandoli appena; un ultimo sguardo senza che la sua bocca potesse pronunciare una parola, prima del coma irreversibile, come un messaggio che non saprò mai ricambiare perché mi ci vorrà molto tempo per riuscire a interpretarlo. Per tanti anni mia madre si è lasciata accompagnare da improvvisi silenzi, quasi l&#8217;eco sorda del vuoto che la morte di mio padre le aveva lasciato. Ma ora, vedendola svanire senza un suono o una voce, mi chiedo se sia davvero questo il senso delle cose, e so già la risposta: non lo è, non lo sarà mai, non c&#8217;è nessuna ragione per cui si debba morire così, come in qualunque altro modo. L&#8217;unico significato, se proprio ne abbiamo bisogno, è nella storia che abbiamo scritto, nella memoria, o almeno in ciò che possiamo raccontare. Ed è proprio quello che voglio fare adesso. Raccontare un po&#8217; di lei, e attraverso di lei anche di mio padre. Mi torna in mente la circostanza grazie a cui si sono conosciuti, quando la loro vita era ancora tutta intera, e ciò che è stato era appena cominciato, e avrebbe potuto essere altro. Pare che nell&#8217;Italia appena uscita dal disastro della guerra ragazzi e ragazze cercassero corrispondenti per scriversi delle lettere ed eventualmente fare conoscenza (i social networks non hanno inventato nulla). Un collega o un amico di mio padre, che allora lavorava a Firenze, aveva avviato una corrispondenza con mia madre, che a un certo punto gli chiese di mandarle una fotografia. Ma il collega si sentiva brutto e inadeguato e chiese a mio padre, che invece era un bel giovanotto, se poteva mandare una sua immagine al posto della propria, quanto meno per vedere cosa sarebbe successo. Così mio padre dette al collega una sua fotografia e l&#8217;amico la invio a mia madre, che rispose contraccambiando con un suo ritratto e accennando alla possibilità di incontrarsi. A quel punto l&#8217;amico di mio padre non se la sentì di andare oltre nell&#8217;inganno, e disse a mio padre se per caso avesse voluto portare avanti lui stesso la corrispondenza, ed eventualmente incontrare quella ragazza così carina. Mio padre vide la fotografia di mia madre e decise di conoscerla. Le scrisse, si dettero un appuntamento, si incontrarono. E da allora sono sempre stati insieme, nella gioia e nelle difficoltà, attraversando la vita. Non so quanto sia vera questa storia, o come siano andate esattamente le cose: queste poche righe sono ciò che resta di racconti frammentari, che si riferiscono a episodi accaduti molti anni prima che io nascessi. Ma forse è andata proprio così, o almeno mi piace pensarlo: due sguardi che prima ancora di incrociarsi si sfiorano indirettamente attraverso due immagini che non erano ciò che sembravano. Ho cercato spesso delle tracce che potessero confermare queste circostanze, e alla fine ho ritrovato proprio quelle due fotografie, quelle che si scambiarono un po&#8217; per gioco un po&#8217; per caso alla fine degli anni quaranta. Mio padre aveva 24 anni. Mia madre 18. Erano bellissimi. Ed è così che li voglio ricordare. Perché ogni volta che li guarderò, com&#8217;erano allora, dalla roccia scura della loro morte possa sgorgare una lacrima di malinconia, ma con la stessa forza di una sorgente d&#8217;acqua limpida, capace di crescere fino a diventare un fiume, un mare, un orizzonte.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-352" title="mio padre" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2009/09/pa1.jpg" alt="mio padre" width="227" height="328" /> <img class="alignnone size-full wp-image-353" title="mia madre" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2009/09/ma1.jpg" alt="mia madre" width="227" height="328" /></p>
<p>In ricordo di mia madre ho deciso di sostenere, insieme a Daniela e Alessandro, <a href="http://www.alzheimer.it/donare.html" target="_blank"><strong>Alzheimer Italia,</strong></a> la federazione delle associazioni che si occupano della ricerca sulla malattia di Alzheimer e dell&#8217;assistenza ai malati.</p>
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