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	<title>mrxBlog &#187; sinistra</title>
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	<description>Pensieri scritture e immagini dagli archivi di Mario Rotta</description>
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		<title>Tempi moderni: una storia italiana</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Aug 2012 13:50:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2012/08/politeamaAR_2.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-1097" title="politeamaAR_2" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2012/08/politeamaAR_2-1024x294.jpg" alt="Politeama (la distruzione)" width="620" height="178" /></a></p>
<p>Queste immagini documentano sinteticamente una situazione tipica nei centri storici di molte città italiane: un vecchio cinema-teatro ormai chiuso viene abbattuto, sventrato, perché al suo posto possa essere costruito un centro commerciale o un edificio da adibire a uffici. In realtà si tratta del secondo atto di una situazione altrettanto tipica, che comincia a evolversi &#8211; se così si può dire &#8211; quando i cinema e i teatri del centro sono costretti a chiudere perché nelle periferie si aprono colossali multisala che reindirizzano il flusso del pubblico e assorbono tutti i clienti. Ma quella è un&#8217;altra storia. Questa, invece, è la storia del Politeama Universale di Arezzo, che era una bella sala attrezzata, in pieno centro, di cui ricordo volentieri il lucernario (che quando al cinema era ancora permesso fumare si apriva a fine proiezione per far uscire il fumo) e un fregio che incorniciava il palcoscenico per ricordare a tutti che &#8220;il mondo intero è una ribalta&#8221;, ormai ridotto a pochi frammenti aggrappati al muro dell&#8217;edificio sventrato. Il Politeama (a cui è dedicata anche una breve <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Politeama_universale" target="_blank">scheda</a> su wikipedia) non era un cinema qualsiasi: costruito negli anni 30 del novecento su una precedente struttura ottocentesca, era un piccolo gioiello art décò polivalente, in grado di ospitare sia una programmazione cinematografica di qualità che una buona stagione teatrale e concertistica (tra le altre cose era la sala più capiente della città). Non è tanto l&#8217;indifferenza che sta accompagnando la sua scomparsa che mi fa arrabbiare; purtroppo la mancanza di rispetto e di considerazione per qualsiasi tipo di patrimonio culturale è molto diffusa nel nostro paese, e non è certo con la nostalgia che salveremo il Nuovo Cinema Paradiso di turno, o l&#8217;area archeologica abbandonata. Quello che non riesco proprio a digerire è il dover constatare che ormai le città si stanno trasformando in vetrine senza anima, come se quello consumistico fosse l&#8217;unico modello di sviluppo possibile, anche contro ogni logica, contro i segnali che i tempi che stiamo vivendo ci inviano ogni giorno; e indipendentemente da chi le amministra. La mia città, ad esempio, ha avuto per alcuni anni un governo di centrodestra, che si è preoccupato sostanzialmente di fare tre cose: costruire strade e rotonde, lottizzare grandi aree periferiche (ovvero quella che fino a poco prima era una bella campagna toscana) fino a ricoprirle di villette a schiera tutte uguali (anonime, anguste, costose e in gran parte invendute) e trasformare spazi pubblici, edifici storici o altri luoghi significativi in centri commerciali. Poi ci sono state altre elezioni e la città è tornata a un governo di centrosinistra. Che sta facendo tre cose: strade e rotonde, lottizzazioni per villette a schiera, centri commerciali. Ora, possiamo anche discutere sulle differenze tra destra e sinistra tirando in ballo i significati più nobili della parola politica, ma la sostanza è questa: destra e sinistra governano questa città (e, presumo, molte altre) praticamente nello stesso modo, facendo le stesse cose, applicando gli stessi schemi ed evitando di prendere una qualsiasi decisione che sia non dico coraggiosa o controcorrente, ma almeno diversa. Una decisione, ad esempio, in grado di dare un sia pur piccolo contributo a un cambiamento di tendenza, capace di considerare prioritari anche i bisogni reali dei cittadini o le istanze del bene comune, e non soltanto gli interessi dei costruttori, delle multinazionali o di qualche altra lobby pronta ad appropriarsi del patrimonio di tutti in nome e per conto del profitto di pochi. Dopo tutto è questa la politica: decidere cosa fare rispetto a situazioni che possono evolversi in modo diverso a seconda del tipo di decisione che si prende. Un&#8217;amministrazione di sinistra, ad esempio, potrebbe investire in altre direzioni, deliberare in modo da incentivare il recupero degli edifici esistenti anziché la costruzione di nuovi lotti, agevolare un tessuto commerciale più diffuso e sostenibile piuttosto che autorizzare l&#8217;apertura di altre strutture sovradimensionate, ascoltare i cittadini, garantire e difendere gli spazi pubblici anziché svenderli al miglior offerente. Potrebbe cercare di salvare una struttura, un cinema o un teatro anziché autorizzare la loro definitiva distruzione. Potrebbe. Ma non lo fa. Per incompetenza, forse; o per calcolo; o peggio. Ma allora che senso ha votare? Che significato ha eleggere un sindaco che si definisce di sinistra se poi non fa nulla di diverso da ciò che faceva il suo predecessore di destra? Per quale ragione non dovremmo scegliere di non votare o non dovremmo offrire un&#8217;opportunità a chi non rientra in schemi consolidati ma magari ha qualcosa da dire, o potrebbe essere capace di prendere qualche &#8220;altra&#8221; decisione? Il Politeama Universale ormai non c&#8217;è più: ma c&#8217;è ancora un po&#8217; di tempo per portare con noi, alle prossime elezioni, la rabbia, la delusione e la nausea che stiamo accumulando&#8230;</p>
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		<title>Eticamente immorale</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2009 10:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Ora basta. Non ne posso più di vedere l&#8217;etica e la morale confuse e rimescolate ogni giorno come colori impastati a caso da un bambino fino a ottenere soltanto un substrato grigiastro e opaco. Non sono un filosofo, ma so leggere Aristotele: &#8220;poiché ogni conoscenza ed ogni scelta aspirano ad un bene, diciamo ora che cos’è, secondo noi, ciò cui tende la politica, cioè qual è il più alto di tutti i beni raggiungibili mediante l’azione. Orbene, quanto al nome la maggioranza degli uomini è pressoché d’accordo: sia la massa sia le persone distinte lo chiamano felicità, e ritengono che viver bene e riuscire esprimano la stessa cosa che essere felici. Ma su che cosa sia la felicità sono in disaccordo, e la massa non la definisce allo stesso modo dei sapienti. Infatti, alcuni pensano che sia qualcosa di visibile e appariscente, come piacere o ricchezza o onore, altri altra cosa; anzi spesso è il medesimo uomo che l’intende diversamente: quando è ammalato, infatti, l’intende come salute; come ricchezza quando si trova povero&#8221; [Etica a Nicomaco, I, 4]. Più di due millenni fa era già chiaro che l&#8217;etica ha a che fare con la possibilità di essere felici, ovvero con l&#8217;idea di una politica intesa come ricerca (e oserei dire garante) del bene comune. Ma in questa nostra Italia sempre più piccola e meschina ce ne siamo completamente dimenticati. L&#8217;etica &#8211; nel suo significato più vero &#8211; è stata ed è quotidianamente messa in disparte dal dilagare della morale e del moralismo, due facce della stessa presunta virtù che un grande poeta definì &#8220;la debolezza del cervello&#8221;. Io penso che etica sia la possibilità di scegliere tra alternative che, considerando il bene comune e l&#8217;importanza della ricerca della felicità, non impediscano agli altri di scegliere diversamente, mentre morale è l&#8217;atteggiamento in base al quale ciascuno di noi decide di scegliere tra le alternative possibili. In sostanza, penso che appartenga all&#8217;etica in quanto fondamento della politica garantire una legge che permetta a ogni donna di interrompere una gravidanza, mentre apparterrà alla sfera morale la scelta che ogni donna farà di volta in volta rispetto alle possibilità definite da quella legge. Lo stesso ragionamento dovrebbe valere per tutto ciò che ha a che fare con qualsiasi argomento in cui sono in gioco alternative che non forzano e allo stesso tempo non limitano la possibilità di ciascuno di esercitare la libertà di scegliere diversamente in base al proprio giudizio morale: dall&#8217;autodeterminazione rispetto alla morte alla possibilità di procreare grazie alla ricerca scientifica. Ma non è più su questi principi che si fonda la politica. Quello a cui assistiamo quotidianamente è soltanto l&#8217;affermazione di una morale maggioritaria rispetto a una minoritaria. Il trionfo del moralismo insomma. Le leggi ormai non definiscono le possibilità di ciascuno rispetto ad alternative capaci di rispondere a istanze accettabili nella misura in cui non prevaricano la diversità dei punti di vista e non vanno contro ciò che si può ritenere bene comune, ma sanciscono, spesso su base emotiva, il prevalere di un giudizio morale in base al quale il percorso di chi ritiene moralmente praticabile un&#8217;altra strada viene sistematicamente negato. Non c&#8217;è nulla di etico in questo approccio, c&#8217;è solo il manifestarsi di ciò che Pasolini aveva così ben sintetizzato affermando che &#8220;il moralista dice di no agli altri, l&#8217;uomo morale solo a se stesso&#8221;. La destra, i conservatori, i reazionari, prosperano in questa confusione tra etica e morale e non a caso approfittano di qualsiasi occasione per definire &#8220;etici&#8221; temi su cui in realtà intendono esercitare soltanto il loro moralismo, impedendo ad altri di fare o dire ciò che ritengono deplorevole dal loro punto di vista, un passo decisivo verso la censura e il totalitarismo. La sinistra, per parte sua, talora si limita a contrapporre a una morale dilagante soltanto un giudizio morale diverso, ignorando che non è così che si sconfiggono i moralisti, anzi. Che cosa possiamo fare per uscire da questa situazione e restituire all&#8217;etica e alla moralità la loro reale dimensione? Che cosa possiamo fare per impedire al moralismo di dilagare fino a rendere l&#8217;aria irrespirabile? Forse dovremo imparare a diventare eticamente immorali&#8230;</p>
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