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	<title>mrxBlog &#187; verità</title>
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	<description>Pensieri scritture e immagini dagli archivi di Mario Rotta</description>
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		<title>Le cose che contano [lettera di Natale, 2014]</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 15:40:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche quest&#8217;anno è Natale, e in questa lettera immateriale che pubblico dal 2004 dovrei provare a esprimere qualche desiderio. Ma a pensarci bene non voglio nulla. Che cosa dovrei desiderare? Ho già molto, e ogni giorno cerco di pensare a ciò che ho per poterne apprezzare il sapore, la consistenza, e la luce che risplende ...<a class="post-readmore" href="https://www.mariorotta.com/scritture/?p=1268">read more</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Anche quest&#8217;anno è Natale, e in questa lettera immateriale che pubblico dal 2004 dovrei provare a esprimere qualche desiderio. Ma a pensarci bene non voglio nulla. Che cosa dovrei desiderare? Ho già molto, e ogni giorno cerco di pensare a ciò che ho per poterne apprezzare il sapore, la consistenza, e la luce che risplende nei suoi occhi quando mi guarda: ciò che sono è in tutto ciò che ho; ciò che ho già è tutto ciò che mi permette di essere; e soltanto uno sciocco potrebbe pensare che non sia abbastanza.</p>
<p>Ma non è forse questo che succede? Non ci sembra mai abbastanza. Soprattutto quando si avvicina il Natale e siamo circondati, come sopravvissuti in un avvallamento che sta per essere travolto da una piena o da una valanga, da elenchi ripetitivi e insopportabili di <em>cose</em> che dovremmo avere per illuderci di essere qualcosa di più di ciò che siamo realmente. Puntatori laser pilotati da gente senza coscienza, per renderci ciechi, per confonderci le idee e farci dimenticare che possediamo già quello che ci basta se sappiamo riconoscere ciò che siamo. Siamo nel momento in cui riusciamo a guardarci intorno e a vedere l&#8217;eternità racchiusa in una scatola di ricordi che anche senza di noi sarà capace di attraversare lo spazio e il tempo, diluita in quel libro che abbiamo già letto e di cui ci piace cogliere qualche parola che riemerge, o in quella fotografia che non racchiude alcun momento che non si sia già vissuto eppure va oltre, racconta favole e storie, rivela orizzonti inaspettati, ci accompagna come un mentore fino alle porte dell&#8217;immaginazione. Siamo nell&#8217;attimo in cui riusciamo a percepire il mondo intero in una voce, in una carezza, in un bacio.</p>
<p>No, non voglio nulla. Non per me, non ne ho bisogno. E anche se proprio desiderassi qualcosa so bene che nessuno potrebbe fare niente per esaudire quel desiderio, neanche se volesse: è così, e basta. Così cercherò di attraversare queste giornate masticando parole, immagini, idee, sapori, profumi, emozioni. Come ho sempre fatto. In ciò che troverò scarterò i miei regali. In ciò che riuscirò a raccontare e a condividere racchiuderò i miei doni. è questo, in fondo, che facevamo quando eravamo innocenti: non erano i regali in quanto tali a renderci felici. Era lo stupore per gli alberi nella neve, la meraviglia per una sorpresa inaspettata, l&#8217;attesa, la sensazione di essere protetti e allo stesso tempo liberi di perderci in una galassia racchiusa in una sfera di vetro colorato. Era la sensazione di possedere l&#8217;intera durata della nostra vita, la certezza di esserci. E la voglia di ascoltare i racconti di chi aveva viaggiato in quell&#8217;essenza di infinito. Avevamo capito tutto. Poi sono arrivati gli orchi, travestiti da piazzisti, da potenti o da banchieri. E abbiamo cominciato a dimenticare.</p>
<p><a href="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2014/12/IMG_2962A.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-1270" title="IMG_2962A" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2014/12/IMG_2962A-1024x619.jpg" alt="" width="620" height="374" /></a></p>
<p>Ora, solo per gli altri, per tutti gli altri senza alcuna distinzione, vorrei chiedere qualcosa a questo Natale. Simbolicamente, come un sigillo sul mio cuore. Ma sono cose troppo semplici e troppo umane per parlarne senza timore, e allo stesso tempo troppo difficili, troppo imbarazzanti per essere riconosciute e accettate. Posso solo provarci&#8230;</p>
<p>Vorrei un po&#8217; di bellezza, prima di tutto. Ma cos&#8217;è la bellezza? In quale angolo si è dovuta nascondere per sfuggire ai mostri che la inseguono e l&#8217;assediano? Cercatela, finché siete in tempo; è ovunque, se sappiamo come riconoscerla: è nei fiori di pietra di una pieve tra gli ulivi, in una rovina corrosa ma ancora fiera, in un gesto dipinto nella memoria di una parete che esprime vertigine, nella trama dei vecchi vicoli, in uno squarcio di luce che filtra dalle vetrate, o quando l&#8217;ultimo sole si inchina alle torri più alte, mentre il resto della città è già avvolto nel crepuscolo. è nell&#8217;infinita vanità che non si rassegna a essere vana. Nel tutto che raramente ci appare chiaro. Ma non è da nessuna parte per chi non vuole vedere, per chi sa solo distruggere o per chi cerca solo di appropriarsene, di imprigionarla, di farla a pezzi per poterne rivendere le spoglie travestendole da tentazioni. Dimenticando che, come gli angeli, la bellezza ha due ali: l&#8217;integrità e la metamorfosi. Che non possono essere recise senza ucciderla.</p>
<p>Poi vorrei un po&#8217; di giustizia. Ma cos&#8217;è la giustizia? Chi può ancora parlarne? Giustizia, sto parlando della giustizia. Quella che non va a passeggio con la legalità ma con la libertà. Quella che dovrebbe ispirare sia le nostre azioni che le nostre reazioni. E che da troppo tempo è coperta di polvere. La stessa polvere che i corrotti, i ladri, gli assassini hanno scrollato via dalle loro giacche e dalle loro coscienze, lasciandola accumulare su un solo piatto della bilancia. Polvere che non abbiamo più il coraggio o la forza di affrontare, se non urlando nel vuoto, aggrappandoci forse all&#8217;idea che abbiamo della giustizia come di qualcosa che ha a che fare con la legge, ma non all&#8217;unica speranza concreta che ci resta: quella di provare, semplicemente, a essere giusti. Come chi ha difeso un innocente, chi ha salvato una vita, chi non ha accettato compromessi, chi ha messo amore, e cura, nel suo lavoro. La giustizia è solo un&#8217;intuizione che porta a un gesto che è il contrario esatto dell&#8217;irresponsabilità. E sono questi gesti che svelano l&#8217;etica che dovrebbe guidarci. Dovremmo farcene dono. Ogni giorno.</p>
<p>E poi vorrei un po&#8217; di pace. Sì. Proprio quella. La pace nel mondo. Che se non ricordo male non è solo una battuta su cui ironizzare in qualche commedia politicamente scorretta, ma un concetto intimamente legato al Natale e all&#8217;umanità. <em>Pax in terra</em>. <em>Pax optima rerum</em>. Già, ma cos&#8217;è la pace? Dov&#8217;è? La pace è preferibile alla verità, disse un saggio che credeva nella ragione. Eppure, appena cento anni fa la pace è stata annegata in quasi tutta Europa nel sangue di ragazzi come lo siamo stati noi, e si è difesa rannicchiandosi insieme a loro nelle trincee ricoperte di neve sporca, per trascorrere con loro un Natale di guerra che può sembrare remoto e irreale, ma che in realtà è quello che da allora abbiamo trascorso ogni anno: una tregua, nella migliore delle ipotesi utile per recuperare un po&#8217; di respiro, nella peggiore necessaria per pulire le armi, ricaricarle,  prepararle per qualche altro imminente massacro. Non qui, magari, ma che differenza fa? Se il mondo è diventato così piccolo da darci l&#8217;impressione di essere solo un villaggio allargato dove le idee, le cose e le persone circolano velocemente, perché mai dovremmo fingere di ignorare che in questo stesso villaggio in cui abitiamo, a pochi isolati da qui, si combatte ancora come allora, si uccide, si stupra, si saccheggia, forse senza neanche più fermarsi per una festa che non riusciamo più non dico a sentire, ma neanche ad ascoltare? Per quale ragione dovremmo chiudere gli occhi e fingere di non aver visto? Non c&#8217;è strada che porti alla pace che non sia la pace, l&#8217;intelligenza e la verità. Sono parole di Gandhi.</p>
<p>Questo vorrei. Ma non so come fare. Sono doni che non riesco più a incartare con le mie parole, e immagino che ci sia anche chi pensa già che si tratta di concetti astratti, di scatole vuote, o, peggio ancora, di cedimenti al buonismo e alla retorica. Ma non importa. A volte, mi piace lasciare che le parole prendano la consistenza dell&#8217;acqua che si fa strada tra i sassi e il ghiaccio, qui tra queste montagne dolci e minacciose, dove un refolo di vento mi disse che sarebbe tornato a illuminarmi, ma poi non si è più fatto sentire. Buon Natale a chi legge, allora. A chi non avrà letto altro che le prime righe. A chi leggerà tra le righe. A chi leggerà ciò che vuole. A chi rileggerà più volte. E a chi non saprà mai che questa pagina esiste.</p>
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		<title>Imagine (Natale 2011)</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 08:46:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[[Imagine. The John Lennon Wall, Praga, 2011] Esprimo e condivido dubbi sulla deriva consumistica del Natale da così tanto tempo che ormai non ho bisogno né di ribadire certi concetti né di mettere in evidenza il fatto che è proprio nei momenti di crisi che dovremmo ripensare ai significati, cercando di recuperare quelli che contano ...<a class="post-readmore" href="https://www.mariorotta.com/scritture/?p=946">read more</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2011/12/Imagine01.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-966" title="Imagine01" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2011/12/Imagine01.jpg" alt="Imagine (the John Lennon Wall, Praga)" width="720" height="720" /></a></p>
<p>[Imagine. The John Lennon Wall, Praga, 2011]</p>
<p>Esprimo e condivido dubbi sulla deriva consumistica del Natale da così tanto tempo che ormai non ho bisogno né di ribadire certi concetti né di mettere in evidenza il fatto che è proprio nei momenti di crisi che dovremmo ripensare ai significati, cercando di recuperare quelli che contano davvero. Ma non voglio neanche insistere sui presupposti e gli effetti della crisi di cui quest&#8217;anno si parla tanto: l&#8217;abuso della parola &#8220;crisi&#8221; è quasi un insulto alla sua nobile etimologia. Piuttosto, anziché esercitarci in speculazioni di vario genere o lamentarci come soprattutto noi italiani sappiamo fare, dovremmo approfittarne per riflettere con più calma, per capire in che cosa abbiamo sbagliato e in quale direzione sarebbe sensato orientarsi. Certo, so che è difficile in questo momento mantenere la lucidità necessaria per fare chiarezza; ma in fondo la saggezza, come diceva Proust, &#8220;è un punto di vista sulle cose&#8221;, ed è quindi lecito o addirittura auspicabile prendere una posizione nel momento stesso in cui si cerca di essere saggi. Così, senza sprecare nemmeno le parole, mi piacerebbe poter ridurre il mio punto di vista sulle cose del 2011 a una considerazione e a un auspicio.</p>
<p>La considerazione riguarda il modello dominante di questa nostra società dei consumi superflui e del benessere obbligatorio: è un modello perdente, sconsiderato, che si fonda solo ed esclusivamente sulla presunzione che il denaro permetta di rendere tangibili i desideri e che i desideri non siano altro che l&#8217;apparenza di una felicità quantitativa, costituita dalla somma algebrica di tutto ciò di cui non abbiamo realmente bisogno per vivere (e meno che mai per sentirci vivi) ma ci appare indispensabile grazie all&#8217;insistenza dei messaggi promozionali e alla complicità indiretta di abitudini colpevolmente sorrette dal conformismo dell&#8217;informazione e della comunicazione. La sostanza di questa deviazione è che quando non c&#8217;è denaro o ce n&#8217;è di meno ci sembra non solo di non poter realizzare i nostri sogni, ma addirittura di non poterne avere. Il modello consumistico, gli interessi delle multinazionali e le strategie commerciali, di fatto, hanno ridotto, forse annichilito del tutto la nostra capacità di <em>immaginare</em>: sono riusciti a convincerci che i veri desideri sono soltanto quelli che ci vengono suggeriti, a tal punto che non siamo più capaci di identificarne qualcuno che possa realmente dirsi nostro, originario, che scaturisca come l&#8217;acqua di una sorgente dalle profondità della nostra stessa anima. Basterebbe capire questo passaggio per provare dapprima una rabbia profonda, e poi, andando oltre quella stessa rabbia, impegnarsi nella ricerca di una nuova coscienza. Ricominciando da dove è giusto ripartire: dall&#8217;idea che volere di tutto e di più è solo una bufala inventata da degli sciagurati per convincerci a indebitarci pur di soddisfare bassissime pulsioni o possedere scadenti e inutili cianfrusaglie; e che, al contrario, è ragionevole (e soprattutto molto più umano) pretendere di meno, purché sia compatibile con le nostre possibilità e ci renda realmente felici. In una parola, purché sia vero, significativo, unico. Come noi.</p>
<p>L&#8217;auspicio è più semplice da spiegare, come tutto ciò che non si pone limiti: penso che si debba continuare ad aver voglia di cambiare il mondo, e spero che ci riusciremo. Per questo auguro a chi vorrebbe essere più saggio di sentirsi illuminato; a chi ha bisogno di emozioni di trovarle nel primo sorriso o nel riflesso di un&#8217;alba in una goccia di rugiada; a chi cerca serenità di sentirsi libero; a chi pretende giustizia di essere compreso; a chi è costretto a combattere di provare la gioia incontenibile della pace; a chi non trova un senso di incontrare occhi innocenti, che si accontentano di donare amore (e non c&#8217;è nulla che valga di più). Per costruire un mondo migliore dobbiamo prima di tutto imparare di nuovo a immaginarlo.</p>
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		<title>Non è un paese per giovani</title>
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		<pubDate>Fri, 30 May 2008 08:56:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ma che cosa significa realmente essere giovani? Non penso proprio che sia una questione anagrafica. Piuttosto, significa aver voglia di esplorare e di scoprire, mettendo da parte i pregiudizi che talora ci impediscono di andare oltre; non aver paura di mettersi in gioco, immaginando che al di là di ciò che abbiamo da perdere possa ...<a class="post-readmore" href="https://www.mariorotta.com/scritture/?p=207">read more</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ma che cosa significa realmente essere giovani? Non penso proprio che sia una questione anagrafica. Piuttosto, significa aver voglia di esplorare e di scoprire, mettendo da parte i pregiudizi che talora ci impediscono di andare oltre; non aver paura di mettersi in gioco, immaginando che al di là di ciò che abbiamo da perdere possa esserci qualcosa per cui vale la pena rischiare; è il desiderio di conoscere e la voglia di imparare; il coraggio di prendere delle decisioni che non siano soltanto un modo per accontentare i nostri interlocutori, ma anche un passo verso l&#8217;affermazione di ciò in cui crediamo profondamente; è nella capacità di sopportare la fatica che impone ogni progetto che assomiglia ai sogni che abbiamo ancora; e nella noncuranza con cui si accetta di affrontare qualsiasi sfida, anche quando appare difficile, anzi, proprio perché se ne intuisce la difficoltà; è sentirsi attratti dalla diversità e affascinati dalla complessità; è nella capacità di innamorarsi ancora, di tutti, di tutto, anche senza una ragione, ma confidando nella più profonda delle ragioni; è lo stupore di fronte a ciò che non si è mai visto prima, ma anche di fronte a ciò che ci commuove ancora come se fosse la prima volta; tutto ciò che rafforza la nostra unicità in quanto persone, e la paura di non essere altro che numeri; è la voglia di crescere; è l&#8217;entusiasmo, che gli antichi identificavano nel passo in avanti che il kouros e la kore (entrambi realmente giovani) decidevano di fare, per avvicinarsi sorridendo a uno stato di grazia. Ecco, forse essere giovani, sentirsi giovani, è tutto questo, e molto altro ancora. </p>
<p>Ma l&#8217;Italia non è un paese per giovani. E non solo perché la classe dirigente è profondamente &#8220;vecchia&#8221;, ma soprattutto perché ha trasmesso la propria vecchiezza ai figli, che l&#8217;hanno trasmessa ai loro nipoti. Questa Italia modellata dalla vecchiaia non premia chi esplora (anzi, lo costringe a cercare altrove le navi o gli strumenti di cui avrebbe bisogno), non incoraggia chi ha voglia di imparare o chi vuole realizzare un progetto, ci insegna fin da bambini a non prendere decisioni e soprattutto a non assumersene alcuna responsabilità, uccide i sogni e la creatività a cominciare dalla scuola, cerca di incanalare i desideri verso il consumo di determinati prodotti, ci abitua a essere passivi, spettatori, ad accontentarci di quel poco che possiamo avere facilmente anzichè spingerci a cercare tutto ciò che potrebbe farci sentire più veri anche se richiede impegno, energie, intuizione. E poi non è un paese per giovani anche perché confonde il significato profondo della parola &#8220;giovane&#8221; con la pelle tirata, gli impulsi scatenati dai dosaggi ormonali e l&#8217;istinto di sopravvivenza, che in effetti appartengono più a certe fasce anagrafiche di età, ma in sè e per sè non determinano la capacità di confrontarsi, combattere (in senso metaforico), sostenere il peso di una scelta, identificarsi in un principio etico, difendere un&#8217;ideale. In realtà, ormai, si comincia a invecchiare a 12-15 anni, e si va avanti ingannandoci, fingendo di essere ancora giovani fino a 40-50 e anche oltre, ma senza mai esserlo stati davvero. Tutti o quasi precocemente assuefatti, spenti, privi di qualsiasi forma di vitalità. La vecchia classe dirigente che ci ha ridotti in questo stato, nel frattempo, continua a perpetuarsi, rendendo questo nostro paese sempre più grigio, sempre più opaco. E costringendo ciò che resta del nostro entusiasmo a nascondersi, o a esprimersi in modo sconesso.</p>
<p>Non ho idea di cosa potremmo fare per modificare questa situazione. Non è più il tempo delle rivoluzioni, e poi anche le rivoluzioni, a volte, possono essere un atto superficiale di finta vitalità. Forse ce ne dovremo andare, come hanno già fatto in molti. Forse dovremmo arrabbiarci di più, urlare, agire, rischiando però di sprecare le nostre energie nel vano tentativo di ridare un minimo di forma alla poltiglia sociale in cui stiamo sprofondando. Non lo so proprio. So soltanto che è il momento di esplorare qualche alternativa, di valutare qualche ipotesi più creativa. Mi verrebbe voglia di urlare a tutti coloro che si sentono davvero giovani di unirsi, e di fare un passo in avanti, sorridendo. Ma non sono nè un filosofo nè un economista, e non sono mai riuscito a dedicarmi seriamente alla politica. Spero però che queste poche parole possano almeno aggirarsi tra le strade e le piazze, e soprattutto in questo gomitolo immateriale che è la rete, proprio come uno spettro. O come un giovane in cerca della verità&#8230; </p>
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