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	<title>mrxBlog &#187; Europa</title>
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	<description>Pensieri scritture e immagini dagli archivi di Mario Rotta</description>
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		<title>L&#8217;Europa, gli stati, i popoli e altri confini</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Nov 2017 17:54:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" src="https://www.picclickimg.com/d/w1600/pict/262287682796_/Omaggio-Alla-Catalogna-George-Orwell-Il-Saggiatore-1967.jpg" alt="" width="320" height="240" /></p>
<p>Sarà perché amo Barcellona, per quella sua caratteristica bellezza, per quella patina che ne esalta lo splendore, per la sua vitalità e per l&#8217;energia che trasmette come poche altre città al mondo. Sarà perché &#8220;Omaggio alla Catalogna&#8221; di Orwell (che ho letto quando ero ragazzo, nella vecchia edizione de Il Saggiatore) ha rafforzato enormemente il mio rifiuto verso qualsiasi forma di totalitarismo. Sarà perché sono cresciuto sognando un mondo senza confini e senza egoismi. Sarà, ma non posso restare indifferente di fronte a quello che è successo e sta succedendo in Spagna. So bene che si tratta di un problema complesso e delicato; e allo stesso tempo so bene che non finirà come è successo in altri casi analoghi: nessuno manderà i carri armati sulle Ramblas, nessun altro alzerà barricate. O almeno, spero che sia così. Ciò nonostante, tutto quello che è accaduto e sta accadendo è grave: non solo per l&#8217;atteggiamento del governo spagnolo, che sta trattando come traditori dei rappresentanti eletti attraverso elezioni democratiche; ma anche per la totale indifferenza dell&#8217;Europa. Soprattutto per questo. L&#8217;Europa, che ha recepito nei suoi atti fondamentali il riferimento all&#8217;autodeterminazione dei popoli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell&#8217;Uomo. L&#8217;Europa, che ha applicato quel principio ogni volta che gli ha fatto comodo (riconoscendo un po&#8217; troppo precocemente la Croazia, ad esempio) e lo ha ignorato ogni volta che non lo ha reputato funzionale ad altri scopi. L&#8217;Europa, la cui lungimirante visione politica è stata perfettamente sintetizzata da Juncker, quando ha tentato di fare una battuta dicendo che è già difficile mettere d&#8217;accordo 27 stati, figuriamoci il doppio o il triplo! Ma è proprio questo il punto: &#8220;mettersi d&#8217;accordo&#8221; non significa che ognuno cerca di tutelare i propri interessi particolari fino a quando non si trova un aggiustamento o un compromesso accettabile. Si va avanti così in un condominio. Ma l&#8217;Europa non è un condominio: è, o meglio, dovrebbe essere una sorta di identità in grado di configurare una nuova epoca storica in cui i cittadini di un&#8217;area territoriale vasta, complessa e multiculturale (fino all&#8217;altro ieri nemici tra loro) decidono di incontrarsi per condividere una visione comune, superando di fatto il concetto stesso di &#8220;nazione&#8221; in nome di un bene comune che prima di tutto consiste in un esperimento di pace perpetua, per poi estendersi alla cooperazione economica, all&#8217;integrazione sociale, all&#8217;interscambio socio-culturale. Tutte ipotesi che non ho certo inventato io in questo momento: sono negli appunti di Altiero Spinelli e di altri padri fondatori. Ma allora, se è così che vorremmo che fosse, perché l&#8217;Europa fa finta di ignorare che c&#8217;è una questione catalana? Qualcuno, a questo punto, potrebbe rispondere che se vogliamo davvero andare oltre le entità nazionali non ha senso proporne un&#8217;altra come hanno fatto autonomamente e democraticamente i catalani. E invece è proprio quello il cuore del problema. Se l&#8217;Europa fosse davvero un&#8217;identità comune per tutti coloro che vivono tra le coste dell&#8217;Atlantico e quelle del Mediterraneo, fino al Baltico e al Mare del Nord, questo comporterebbe una significativa rinuncia alla propria sovranità da parte di tutti gli &#8220;stati membri&#8221;. Che non avrebbero più senso, così come si sono andati formando e consolidando nel corso dei secoli: non ci dovrebbero essere più patrie se ci riconoscessimo tutti in un&#8217;entità più ampia; non ci dovrebbero essere più barriere linguistiche se prevalesse la ricerca dell&#8217;integrazione e dell&#8217;inclusione; non ci dovrebbero essere più economie legate a specificità locali se si condividesse effettivamente una politica economica comune. In compenso, potrebbero prendere forma una molteplicità di autonomie amministrative, come regioni omogenee all&#8217;interno di un macro-territorio senza confini. Ad esempio, una Catalogna libera in una libera Europa, non più costituita da Spagna, Francia, Germania e altri regni o repubbliche, ma da tutti noi: catalani, baschi, francesi, bavaresi, sardi, italiani, slovacchi, estoni, fiamminghi, valloni e quant&#8217;altri. A parte il fatto che nella sua ipocrisia l&#8217;Europa di oggi ha usato e usa continuamente due pesi e due misure quando si tratta di interferire o meno con le &#8220;questioni interne&#8221; di uno stato membro, paradossalmente, la scelta di considerare la questione catalana come un problema della Spagna, dettata almeno a parole dalla volontà di mantenere l&#8217;Europa più unita ed evitarne la disgregazione, costituisce un fattore di disgregazione ben più potente di quanto non possa esserlo l&#8217;autonomia catalana, poiché ribadisce e rafforza proprio quella &#8220;sovranità&#8221; nazionale che dovrebbe essere superata dall&#8217;integrazione europea. Non diventeremo veri europei salvaguardando i singoli governi e gli interessi che rappresentano. Lo diventeremo quando il Consiglio d&#8217;Europa esprimerà le rappresentanze di tutti i cittadini che si riconoscono negli stessi principi etici: primo tra tutti il diritto di essere diversi, ma allo stesso tempo disposti ad ascoltarsi, a dialogare, a comprendersi. Sta succedendo questo in Spagna? No. Barcellona non è libera di decidere. E come ai tempi di Orwell sta diventando il capro da sacrificare in nome di una presunta unità spagnola che magari dopo quasi 6 secoli potrebbe essere lecito ripensare e riformulare e di un&#8217;oziosa <em>realpolitik</em> di altri stati che contano e che non vogliono né vedere né ascoltare, né dialogare né capire. Eppure, oggi come allora, è proprio la Catalogna il laboratorio da cui potrebbe prendere forma un&#8217;Europa nuova, più vera, più nostra.</p>
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		<title>Una sobria proposta</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jan 2015 09:49:39 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2015/01/IMG_2257.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1331" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2015/01/IMG_2257-300x300.jpg" alt="IMG_2257" width="300" height="300" /></a></p>
<p>La tristezza si aggira per l&#8217;Europa. Mascherata da un infinito &#8220;altro&#8221;, si insinua nei paesi membri insieme ai tanti altri fantasmi che noi stessi abbiamo creato o alimentato negli anni. Ma se pensate che questo sia l&#8217;ennesimo lamento sull&#8217;imminente tramonto del vecchio continente vi sbagliate. Non sono arrivato fin qui né per seppellire l&#8217;unione europea, né per tesserne gli elogi. Sono qui per ricordare. Anche se ricordare non rende trasparente quel velo di tristezza che ci avvolge. Ma la prima cosa che vale la pena ricordare è proprio questa: che l&#8217;Europa ha cominciato a prendere la forma di un&#8217;idea di fronte a una tristezza infinita: anni di distruzione, di dolore e di morte praticati come se fossero un culto e disseminati come se fossero inevitabili; una sistematica vocazione all&#8217;annientamento, allo sterminio di un &#8220;altro&#8221;, come se essere un altro fosse una vergogna e non un&#8217;opportunità di scambio, di arricchimento reciproco.</p>
<p>No, non dirò banalità. Non cederò a certe conclusioni semplicistiche sui tanti genocidi dimenticati, dispersi tra le pieghe della storia, perpetrati per interesse o per puro odio. Non sono tutti la stessa cosa, se non perché ogni volta che un uomo viene ucciso è come se fosse ucciso il mondo, e questo, e non altro, rende uguale ogni atto omicida. Ma la <em>Shoah</em> non è stata una sequenza di omicidi: è stata una strategia lucida e pianificata, un tentativo sistematico di cancellazione di un &#8220;altro&#8221; popolo. Non di un nemico. Di un popolo, in quanto tale. O forse neppure quello; perché è difficile delimitare un popolo, soprattutto se è fatto di gente che vive in tante nazioni diverse, di cittadini di nazioni diverse. Eppure 70 anni fa in questa stessa Europa rattristata e incerta, in molte delle nazioni in cui era divisa si andava in cerca di quel popolo. Per annientarlo. Tra le urla degli esaltati, nel silenzio di chi si sentiva &#8220;normale&#8221;, di chi preferiva fingere di non sapere o non vedere in nome di quel cinismo tipicamente umano in base a cui (come direbbe Montale) non importa chi muore, purché sia sconosciuto e lontano.</p>
<p>Poi, alla fine, tutti gli europei hanno pagato e sofferto: della Germania restarono solo macerie, in Russia morirono venti milioni di persone, e in quasi tutti gli altri paesi la distruzione sgretolò quasi tutto. E fu per questo, fu perché tutti a quel punto avevano subito, avevano visto, avevano saputo, avevano pianto, che si cominciò a pensare che forse l&#8217;Europa poteva rielaborare le sue colpe e le sue ferite dando vita a un progetto di pace, che col tempo ha portato a una fragile ipotesi di unificazione, sicuramente imperfetta ma meravigliosa nella sua visione. Fu l&#8217;intuizione di nomi che meritano a loro volta di essere ricordati: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Robert Schuman, Jean Monnet e molti altri. Forse bisognerebbe rileggere le loro parole. Spinelli ad esempio scrisse che &#8220;la federazione europea non si proponeva di colorare in questo o quel modo un potere esistente. Era la sobria proposta di creare un potere democratico europeo&#8221;. Una sobria proposta.</p>
<p>Da allora quel progetto è andato avanti. Non come ci si aspettava, forse, ma l&#8217;importante è che non sia stato accantonato. Che non sia dimenticato. Purtroppo, invece, molti dimenticano, e altra tristezza si aggira tra noi. Si insinua nell&#8217;ipocrisia di quei singoli stati che cercano solo di ottenere vantaggi a scapito degli altri, ignorando completamente che la parola cooperazione è stata una delle prime a essere evidenziata nei trattati costitutivi. Si nasconde nella demagogia di comodo di chi vorrebbe sgretolare di nuovo l&#8217;Europa o di chi vorrebbe metterne in discussione le poche conquiste concrete. Si annida nel formalismo e nei distinguo delle reazioni diplomaticamente ufficiali con cui si condanna il terrorismo che ci riguarda. Si intravede in chi chiede che debba limitare la libera circolazione delle persone, o che si debba tornare alle nostre obsolete monete nazionali. E in chi ci mette in guardia da quei cittadini come noi che però sono più pericolosi, perché <em>in fondo</em> sono diversi, perché <em>in fondo </em>sono di un&#8217;altra razza, hanno un&#8217;altra religione, parlano altre lingue. Tutte cose che avevamo già sentito. Più di 70 anni fa.</p>
<p>Sappiamo tutti che c&#8217;è ancora molto da fare. Ma siamo sicuri che la soluzione consista nel rinnegare l&#8217;unione economica? O nel delegittimare il parlamento europeo che tutti noi abbiamo contribuito ad eleggere? O nel rifiutare la moneta comune? O nel ridurre l&#8217;applicazione degli accordi di Schengen? Parliamone, magari, miglioriamoli, ma andiamo avanti. Tutti insieme, confrontandoci su sobrie proposte, in nome di quel concetto di democrazia che proprio qui è nato e si è sviluppato. E che da sempre non contempla la tristezza, ma solo la gioia.</p>
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		<title>Che cos&#8217;è la democrazia?</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Jun 2009 08:37:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi mi sento frastornato dai commenti, dai grafici, dalle analisi, dai pregiudizi e dai postgiudizi. C&#8217;è sempre troppo di tutto ogni volta che si chiude un ciclo elettorale, come se la politica non potesse sopravvivere senza rumore, senza urla, senza cercare di giustificarsi. Ma qui nel mio ufficio c&#8217;è abbastanza silenzio, si riesce perfino a pensare a volte. Così mi chiedo: cos&#8217;è la democrazia? E mi vengono in mente delle parole chiave, dei &#8220;tags&#8221;, visto che siamo in pieno web 2.0 e possiamo permettercelo. Prima di tutto penso che la democrazia sia <strong>partecipazione</strong>. Ogni cittadino dovrebbe poter partecipare in modo diretto o quanto meno, soprattutto nelle società più complesse, essere rappresentato, in modo che i suoi bisogni e i suoi desideri possano confrontarsi con quelli di altri cittadini, e si possa costruire insieme un territorio, uno spazio in cui tutti possano sentirsi sufficientemente soddisfatti, nel rispetto reciproco e sulla base di un&#8217;etica condivisa. Possiamo chiamare ancora democrazia un&#8217;Europa dove oltre la metà dei cittadini non partecipa o non è rappresentata? Dove molti non votano perché evidentemente non sanno per chi votare e altri, pur votando liberamente, non riescono comunque a eleggere i loro rappresentanti? C&#8217;è qualcosa che non funziona in un continente che non comprende l&#8217;importanza di un voto per eleggere un parlamento dove potranno confrontarsi i rappresentanti di popoli che fino a 65 anni fa si scannavano gli uni contro gli altri. Dove non ci saranno le voci di decine di milioni di persone, mentre altri milioni di persone saranno rappresentate da delegati che talora negano l&#8217;esistenza e la legittimità di quello stesso parlamento. L&#8217;Europa è una democrazia? Forse sì, ancora, ancora per un po&#8217;. Ma lo diventerà davvero quando tutti saranno adeguatamente rappresentati, e quel parlamento sarà il luogo in cui tutti i cittadini europei potranno discutere insieme. Che cosa hanno fatto i partiti italiani per ricordarci che questo era uno dei primi obiettivi da raggiungere? E che cosa hanno fatto i partiti di altri paesi? La democrazia è anche <strong>chiarezza</strong>. Nessuno, ragionevolmente, può votare per eleggere dei rappresentanti che non si sa chi o cosa rappresenteranno. Dovrebbe esserci chiarezza negli intenti, nei programmi, nei principi. Ma si parla sempre d&#8217;altro, e non si riesce a essere chiari neanche nei commenti: c&#8217;è chi pensa di aver vinto perché non ha perso come temeva, o di non aver perso perché altri non hanno vinto come pensavano. Possibile che non si riesca semplicemente a leggere dei dati per quello che sono? La chiarezza che la democrazia implica e richiede è estremamente semplice: se si eleggono dei rappresentanti conta quanti ne elegge ciascuno dei gruppi per cui i cittadini potevano votare. Questo risultato determina la composizione del parlamento, dove tutti i rappresentanti potranno (e dovranno) portare la voce e le istanze di chi li ha eletti, e dove si formeranno delle maggioranze e delle opposizioni, nel rispetto della regola della metà più uno. Che non significa stabilire chi sono i vincitori e i vinti, ma accettare che l&#8217;impronta delle decisioni che si ripercuoteranno sulla vita di &#8220;tutti&#8221; i cittadini sia determinata (per un arco di tempo circoscritto) da coloro che ne rappresentano la maggior parte, ascoltando e tenendo conto delle esigenze della parte restante. Che a sua volta, in quello stesso arco di tempo, si impegnerà non solo a sostenere le proprie ragioni ma anche per convincere i cittadini che sono valide e che potrebbero improntare le future decisioni. Penso che in molti paesi europei (ma non certo in tutti) ci sia abbastanza chiarezza in tal senso. Ma mi chiedo se l&#8217;Italia, da questo punto di vista, si può definire una democrazia. Non mi sembra che a tutti siano chiare le regole. Non mi sembra che sia chiaro il modo in cui le maggioranze e le opposizioni possono dialogare e confrontarsi. E nei battibecchi che ho ascoltato in questi giorni ho colto anche un ulteriore mancanza di chiarezza: la confusione tra &#8220;politica&#8221; e democrazia, il pensare (diffuso) che la democrazia consista soltanto nella possibilità di fare politica. Forse ci sfugge che anche Mussolini, Hitler o Stalin facevano politica (eccome se la facevano&#8230;) senza per questo avere nulla a che fare con la democrazia. Mi piacerebbe vivere in un paese dove la politica consiste nel prendere decisioni su ciò che si ritiene sia utile ai cittadini, nei limiti di un territorio definito dal concetto di democrazia. Temo però di essere cittadino di un paese dove la democrazia non è un quadro di riferimento ma un alibi per fare politica, intendendo con la politica non il governo di ciò che è pubblico ma la lotta per il potere. Manca completamente una terza parola chiave nello scenario italiano: l&#8217;<strong>equità</strong>. Non c&#8217;è democrazia senza equità. Non c&#8217;è equità senza un&#8217;etica condivisa. Non si può essere equi nelle decisioni politiche (nel senso più puro della parola) se non tutti sono rappresentati, se chi rappresenta dei cittadini utilizza il potere che gli è stato delegato per i suoi interessi personali, se il consenso non si fonda sui programmi e sui significati ma sulla presenza mediatica, sullo scambio di favori, sul clientelismo o peggio. Da questo punto di vista l&#8217;Italia non può dire di essere mai stata una democrazia. Da sempre le leggi si fanno soprattutto per accontentare questo o quello, e non solo le leggi: le singole azioni dell&#8217;ultimo delegato del più piccolo ente locale sono spesso (anche se non sempre) legate a interessi momentanei, al mantenimento di piccoli privilegi, a qualche prezzo da pagare. In una parola, sono profondamente inique, poiché non tengono conto della voce di tutti e non rappresentano l&#8217;opzione che si ritiene consona e di cui ci si assume in modo chiaro la responsabilità. Non è questione di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Sbagliare è possibile. Ma bisognerebbe dare a tutti la possibilità di partecipare alle decisioni, decidere senza privilegiare interessi personali o posizioni di comodo, spiegare in modo chiaro le ragioni delle scelte che si sono effettuate e ammettere, nel caso, di aver sbagliato. Tutto questo, forse, somiglierebbe alla democrazia. Ma non somiglia affatto al paese in cui sono nato e vivo, e neanche alla maggior parte di chi ci rappresenterà in Europa. Che cosa possiamo fare per uscire da questa situazione?</p>
<p>[da leggere: <a href="http://www.emsf.rai.it/aforismi/aforismi.asp?d=27" target="_blank"><strong>cos&#8217;è la democrazia</strong></a>, intervista a Norberto Bobbio, 1985]</p>
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