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	<title>mrxBlog &#187; speranza</title>
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	<description>Pensieri scritture e immagini dagli archivi di Mario Rotta</description>
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		<title>Oltre la nebbia (Natale 2013)</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Dec 2013 08:25:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Non importa chi sei, e per quale ragione ci piace immaginare che nel tuo nome a Natale ci si scambino dei regali. Non importa se sei un vecchio vestito di rosso e con la barba bianca. O un bambino capace di fare miracoli. O un pastore che tiene tra le braccia un agnello che non se la sente di sacrificare. O un santo bevitore e taumaturgo. O un re che insegue una visione portando con sé un profumo povero e raro. O una vecchia signora che scappa tra i tetti per non essere accusata di stregoneria. O un angelo che ci osserva da un cielo che non ci soffermiamo quasi mai a contemplare.<a href="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2013/12/IMG_2432.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1232" title="IMG_2432" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2013/12/IMG_2432.jpg" alt="oltre la nebbia" width="750" height="470" /></a>Non importa. Di solito non ti cerco, un po&#8217; perché col tempo ho capito che ciascuno di noi porta dei doni e ne riceve ogni giorno: basta provare a guardare il mondo con occhi innocenti per accorgersene. Un po&#8217; perché ho paura di trovarti infiocchettato tra le luci lampeggianti di un ipermercato, mentre ti costringono ad attirare clienti come una prostituta sfruttata. Però quest&#8217;anno anch&#8217;io ti chiedo di fare un regalo. Non a me. All&#8217;Italia. A questo nostro paese così bello e così incerto, che come in tanti altri momenti della sua storia ha bisogno di un&#8217;illuminazione per poter uscire dal buio in cui lo stiamo lasciando sprofondare. A questa Italia, e a tutti noi, regala, se puoi e se vuoi, una semplice cosa.</p>
<p>Ma prima vorrei ricordarti cosa non dovresti regalarci, nel caso tu ne avessi l&#8217;intenzione.</p>
<p>Non regalarci la speranza. Non ne abbiamo bisogno, siamo un paese che somiglia a un vaso di Pandora e ci resta soltanto quella. E poi sperare ci rende più pigri di quello che già siamo, forse è meglio accantonarla, la speranza, e cominciare a contare di più sulle nostre forze.</p>
<p>Non regalarci la ragione, né l&#8217;intelligenza che dovrebbe accompagnarla come una sorella gemella. Ne avremmo bisogno, certo, ma sono virtù troppo grandi per noi, e soprattutto fuori luogo, ora che siamo tutti contro tutti, non importa per cosa, ma solo perché ciascuno è convinto non tanto di aver ragione, ma del fatto che abbiano torto gli altri. Così il dialogo, che è ciò su cui si fondano la civiltà e la democrazia, diventa uno sterile battibecco tra sordi che potrebbe protrarsi per un paio di generazioni. A me piacerebbe soltanto che ognuno riconoscesse e ammettesse le proprie responsabilità: perché se è vero che ci sono colpe evidenti e stratificate dietro la situazione in cui ci troviamo, è anche vero che di questa situazione siamo in qualche modo tutti corresponsabili. Non correi, non ugualmente colpevoli (queste sono frasi fatte tipiche di chi ha la coscienza sporca), ma corresponsabili, in qualche modo, sì: perché se ognuno di noi cominciasse a domandarsi che cosa ha davvero fatto per questo nostro paese, rispetto a quello che avrebbe potuto realmente fare, forse capiremmo che a volte non ci siamo indignati abbastanza, o che altre volte ci ha fatto comodo non indignarci. Magari perché abbiamo chiesto qualche favore a qualcuno che ha fatto finta di farcelo. O perché abbiamo votato qualche personaggio indegno, per abitudine, per partito preso, per convenienza. O perché non abbiamo avuto il coraggio di non chiedere nulla a nessuno e non scambiare nulla con nessuno. Ma non posso chiederti di renderci liberi di scegliere i doni che vogliamo davvero fare e quelli che ci piacerebbe davvero ricevere.</p>
<p>Non regalarci la giustizia. Sarebbe un regalo troppo grande per un paese profondamente ingiusto e incapace di distinguere &#8211; come dovrebbe fare chi cerca di essere giusto &#8211; tra il significato letterale delle leggi e la loro applicazione. E poi che regalo sarebbe? Se c&#8217;è qualcosa che non dovremmo assolutamente attendere come un dono, questa è proprio la giustizia. La stessa giustizia che abbiamo giustiziato, proprio noi, che per primi al mondo abbiamo abolito la pena di morte, per sostituirla con surrogati di presunta legalità che siamo disposti a invocare solo quando ci toccano direttamente e a rinnegare quando non ci riguardano. O viceversa, se necessario.</p>
<p>Non regalarci il senso di responsabilità. Sarebbe un regalo inutile, visto che tutti non fanno che parlarne, ma nessuno è disposto ad assumerselo. Non regalarci l&#8217;onore, né il rispetto: morirebbero ogni giorno dove le nostre vite si incontrano con quelle degli altri, cioè quasi ovunque; morirebbero negli stadi e negli studi televisivi, nelle redazioni, nei centri di accoglienza, negli ospedali, nelle assemblee, nelle piazze, nei supermercati, e neanche l&#8217;impegno di chi ci crede davvero riuscirebbero a salvarli. E non regalarci neppure l&#8217;orgoglio di essere italiani. Sarebbe il classico regalo di cui ci ricorderemmo soltanto nei momenti peggiori della nostra storia, ogni volta che riemerge quella voglia di fare tutto da soli, che potrebbe non essere del tutto sciocca se accettassimo l&#8217;idea che fare da soli significa collaborare gli uni con gli altri, ma che diventa insopportabile quando non è altro che una forma di provincialismo innalzata come un muro di contenimento per mascherare la nostra incapacità di aprirci con intenzioni sincere al resto del mondo.</p>
<p>Non regalarci un&#8217;altra opportunità. Probabilmente la sprecheremmo, e in ogni caso è ora che si impari a costruircela da soli, senza aspettare che siano altri a suggerirci le soluzioni, per poi poter dire che non ci piacciono. Non regalarci riforme. Sembra che da decenni non ci regalino altro che quelle, anche se poi non cambia quasi nulla, tanto che mi viene il dubbio che ormai si tratti solo di una parola svuotata del suo significato. Non regalarci benessere o ricchezza. Saremmo capaci di sperperarli come sempre, di occultarli, di indirizzarli verso chi non ne ha un reale bisogno, per poi trasformarli in ceneri e diamanti, ma senza ricordarci che la cenere è un confine e che dai diamanti non nasce niente. Non regalarci un altro sogno. In Italia i sogni diventano spesso incubi, e gli incubi hanno la forma di qualche venditore di fumo capace di farci credere per 15 o 20 anni che stiamo ancora dormendo e sognando.</p>
<p>Non regalarci la bellezza. Ne abbiamo così tanta che ci stiamo impegnando da anni a distruggerla, senza esserci ancora riusciti. La bellezza è uno dei regali che noi dovremmo fare al mondo, se solo ce ne accorgessimo, se solo non fossimo circondati dall&#8217;orrore di tutto ciò che ce la nasconde di proposito dietro le scuse degli irresponsabili, i cantieri degli speculatori, i cartelloni dei piazzisti, le discariche abusive, i muri di gomma della disorganizzazione o della furbizia, i mostri generati da un sonno che non è più soltanto quello della ragione, ma anche quello degli occhi, dei nostri occhi ormai incapaci di guardare e di vedere, così annebbiati da non saper riconoscere nemmeno il valore della fatica che è costato ai nostri antenati immaginare e disegnare un paese meraviglioso.</p>
<p>Non regalarci nulla di ciò che tutti sembrano voler regalare: non ci servono altri telefonini, altri schermi televisivi dove di liquido ci sono solo i cristalli, altri profumi rappresentati da donne e uomini così belli da sembrare finti e così ignobili da sembrare veri, altre vacanze che non potremo fare, altri giocattoli inutili che non potranno riempire il vuoto che ci siamo scavati dentro e che stiamo sgocciolando sui nostri figli come se fosse il magma di un vulcano pronto ad implodere.</p>
<p>Non regalarci nessuna delle parole, dei gesti e dei simboli di cui tutti cercano di appropriarsi per bombardarci di falsi messaggi, come droni che puntano direttamente alla nostra anima: non regalarci offerte speciali, affari sicuri, vantaggi immediati, tranquillità ma a condizione che, roba che fa questo e questo (ma chissà perché non fa mai né quello né codesto), terra che mente dicendo che fa cose buone, soluzioni imperdibili che tra due anni saremo liberi di restituire. E non regalarci nulla, ma proprio nulla, di ciò che troverai nella sacca del conformismo: concetti vuoti che si usano e si gettano quando fa comodo, come lattine in cui la nostra intelligenza evapora.</p>
<p>Regalaci piuttosto un po&#8217; di dignità. Ecco, di quella abbiamo davvero bisogno. Le nostre già misere scorte si stanno rapidamente esaurendo: la nostra tendenza a lamentarci in modo poco dignitoso (e allo stesso tempo ad aspettare che ad affrontare gli ostacoli che ci spingono a lamentarci siano altri) sta crescendo vistosamente. Ormai non si parla quasi più, si piange o si urla. Non si affrontano le situazioni, si aggirano tirando fuori la nostra atavica furbizia, appropriandoci perfino, per sembrare più credibili, delle storie tragiche di chi invece ha affrontato (dignitosamente) le proprie difficoltà, ed è stato travolto. Non si cercano strade per farcela, ma solo scorciatoie per cavarcela. E spesso nei nostri comportamenti non riusciamo più a percepire quei limiti oltre i quali il nostro atteggiamento diventa prevaricazione, cinismo, autocommiserazione, meschinità, non siamo più capaci di vedere quella soglia in cui si racchiude il senso stesso della parola dignità. Che esprime il coraggio e al tempo stesso l&#8217;orizzonte e il confine dell&#8217;indignazione; la voglia e la capacità di prendersi cura di qualcuno e di qualcosa; lo sguardo senza pregiudizi di chi sta cercando di ascoltare la propria coscienza per capire cosa fare e come farlo, senza bisogno di chiedersi perché: solo perché è umano, e non ci occorre altro. La dignità è l&#8217;ultima barriera contro il degrado definitivo in cui rischiamo di sprofondare.</p>
<p>Pensi che stia esagerando? O pensi che sia davvero convinto che si tratti solo di questo? Pensi che sia sufficiente un dono per restituire a un popolo la sua dignità e agli individui che ne fanno parte la capacità di riconoscerla e accettarla come fonte di ispirazione per le proprie azioni? O pensi che non ne veda le tracce che ancora ne restano nella volontà di molti (ma non abbastanza), nell&#8217;integrità di alcuni e nei comportamenti di tanti? Ne sono consapevole. So che c&#8217;è ancora dignità in tanti cuori che battono. Ma so anche che la dignità non basta mai. So che &#8220;non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli&#8221;, e che &#8220;si può vivere non esistendo, emersi da una quinta, da un fondale, da un fuori che non c’è se mai nessuno l’ha veduto&#8221;. E so anche che non si può regalare, è un dono difficile. Ma ti chiedo di provarci: ho voglia di addormentarmi nella notte di Natale con la stessa emozione di quando ero piccolo, per potermi svegliare quando il mattino rivelava i vetri appannati per il freddo e un semplice albero illuminato come una giostra o un faro discreto nella nebbia dell&#8217;inverno, sotto cui c&#8217;era tutto quello che avevo desiderato ma, soprattutto, tutto quello che non mi aspettavo e che, proprio per questo, mi sussurrava sulla pelle la sensazione più bella che si possa provare quando un anno finisce: che c&#8217;erano infiniti modi per ricominciare.</p>
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		<title>Un altro orizzonte</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jan 2011 08:47:14 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Non è la forza che manca, e neanche il coraggio; è che non c&#8217;è più entusiasmo, non si riesce più a sorridere per la soddisfazione di aver scoperto qualcosa, di aver visto che una luce illumina ciò che stiamo per incontrare nel nostro cammino. Riuscite ancora a ricordare la forma del sorriso dei kouroi e delle korai? Esprimeva l&#8217;equilibrio tra il desiderio di fare quel passo in avanti, proprio quello che da esseri umani li avrebbe fatti diventare eroi, e da eroi li avrebbe resi simili agli dei, e la serenità di chi sa che può riuscirci. Ma quel sorriso è scomparso, al suo posto ci sono solo le nostre smorfie, le nostre perplessità, le labbra dritte e serrate di chi ha perso i sogni, la speranza, perfino la capacità di credere che sia possibile cambiare qualcosa, anche poco, ma con le nostre mani, attraverso le nostre idee, grazie ai nostri gesti. Ecco cosa siamo diventati: ombre di noi stessi, rannicchiate in un angolo buio e polveroso della storia, in un fazzoletto di mondo sporco e ingiallito, che non riusciamo neanche a lavare, o a gettare via. Penso a tutti quelli che hanno dato la vita anche per noi, a tutti quelli che hanno rinunciato ai loro anni più belli o che sono stati costretti a immaginare il futuro per non essere schiacciati dal presente, o a desiderare un mondo migliore per superare le difficoltà che avevano dovuto affrontare. E poi mi guardo intorno, e riesco a vedere soltanto profili sfuocati di gente che un tempo erano persone, ma adesso si limita a sopravvivere, a centellinare futili e apparenti distrazioni in un flusso di quotidianità ridotta alla pura necessità. Non solo senza entusiasmo, ma senza più neppure sapere di che cosa si tratta o che cosa significa. Perché è successo? Com&#8217;è stato possibile dimenticare tutto ciò che eravamo o avremmo potuto essere? Dare la colpa a questo o a quello sarebbe troppo facile: siamo tutti colpevoli, o quanto meno complici, da quando abbiamo cominciato a distogliere lo sguardo perché pensavamo di avere ben altro da fare, e non ci siamo voluti accorgere che stavamo delegando l&#8217;esercizio di ogni potere ai peggiori, che si stavano scoperchiando le fogne. E che in questo sfacelo gli unici valori che sarebbero stati in grado di sopravvivere erano il denaro, l&#8217;apparenza e l&#8217;irresponsabilità, come tre cavalieri di un&#8217;apocalisse al rallentatore, l&#8217;uno dentro l&#8217;altro, l&#8217;irresponsabilità come linfa capace di far crescere e dilagare l&#8217;apparenza, l&#8217;apparenza come merce capace di risucchiare denaro, il denaro come mezzo e come fine, come principio e come territorio: come l&#8217;alfa e l&#8217;omega. E adesso? Non ditemi che non c&#8217;è più apparenza che tenga: un velo di Maia fatto della poltiglia che resta della realtà avvolge i nostri sensi e li illude, più che mai, ora e sempre, per ingannarci ancora e rendere l&#8217;essere ancora più insostenibile, sapendo che non ci sono limiti all&#8217;assenza di spessore. Non ditemi che l&#8217;irresponsabilità ha passato il segno e che ritroveremo un minimo di orgoglio: ogni giorno gli irresponsabili mettono in scena un nuovo spettacolo, il cui scopo è abituarci al penultimo e strappare qualche applauso, purché sia, sapendo che il rumore di quattro imbecilli è in ogni caso più forte del silenzio di cento indignati. E poi non ditemi che non c&#8217;è più denaro e che ci risveglieremo bruscamente da questo incubo e capiremo che è ora di reagire. Non è vero. Il denaro sta solo passando dalle mani di chi ancora lo considerava solo uno strumento utile per dare forma e sostanza a qualche desiderio o a qualche progetto a quelle dei peggiori tra gli irresponsabili: ce lo stanno letteralmente rubando &#8211; i venditori di fumo e di beni inutili, le banche, i ministri dell&#8217;economia, quella parvenza di abbondanza che si respira nei centri commerciali, la malinconia forzata dei saldi di fine stagione, le offerte tutto compreso salvo clausole vessatorie, i maestri del branding e gli speculatori immobiliari &#8211; avvolgendoci in nuove forme di apparenza, come in una specie di nebbia calda, dove non si perde soltanto il senso dell&#8217;orientamento, ma perfino le illusioni. E anche noi abbiamo le nostre colpe, perché non facciamo quasi nulla per impedirlo, e quello che facciamo è inefficace: come si fa a spiegare a chi pensa che tutto possa essere facile e che la vita sia quella cosa frivola, colorata e dolciastra che prende forma negli spot pubblicitari, che non è vero? Che le pubblicità non dovremmo neanche guardarle? E che la vita è una costruzione complessa, difficile, un percorso faticoso che a volte richiede lacrime e sangue, sudore e rabbia? Siamo a un punto di non ritorno, e per di più di un viaggio che nessuno di noi avrebbe voluto consapevolmente intraprendere. Dobbiamo ricominciare da capo, re-inventare qualcosa. Ma come? Cosa? Io cerco di non comprare i prodotti delle multinazionali o delle società oligopolisitiche, ma è una battaglia senza speranza: si nascondono, si mimetizzano, e appena intravedono che qualche ipotesi alternativa può diventare un mercato interessante se ne impadroniscono, la assimilano, la divorano. Cerco di non guardare la televisione, ma anche quello è difficile, ci pensano i giornali del giorno dopo a ricordartela, dedicando pagine e pagine a personaggi che hanno detto e fatto qualcosa in televisione, per la televisione, attraverso la televisione. Ormai il cuore del mondo è una ladra di tempo. Sono arrivato al punto che non compro più quasi niente, se non lo stretto indispensabile, per non correre il rischio di arricchire ulteriormente qualche farabutto che in piena coscienza o senza saperlo neppure lui contribuisce a fare di questo mio paese quella palude di morti viventi che sta diventando. Ma non è questa la strada: dire di no è solo un passaggio, l&#8217;inizio della ribellione. Poi, bisognerebbe ritrovare lo sguardo di un bambino che si incanta dietro un vetro perché qualcosa, in cielo o sulla terra, dimostra che il mondo è in un granello di sabbia, e l&#8217;eternità in un momento. Forse allora riusciremo a capire finalmente cosa fare, come, quando. E cammineremo di nuovo con lo sguardo fiero, il passo deciso, in cerca di un altro orizzonte.</p>
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		<title>Per cambiare il mondo (Natale 2010)</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 09:21:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Per cambiare il mondo bisognerebbe avere l’umiltà necessaria per riconoscere i nostri errori e l’onestà intellettuale indispensabile per apprezzare con sincerità ciò che di buono fanno gli altri, anche quando partiamo dal presupposto che sbagliano. Per cambiare il mondo bisognerebbe combattere ogni giorno con quel tanto di egoismo, di meschinità e di arroganza che si ...<a class="post-readmore" href="http://www.mariorotta.com/scritture/?p=698">read more</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2010/12/IMG_7191.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-699" title="IMG_7191" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2010/12/IMG_7191.jpg" alt="Nevicata (Natale 2010)" width="605" height="302" /></a></p>
<ul>
<li><em><span style="color: #a71606;">Per cambiare il mondo bisognerebbe avere l’umiltà necessaria per riconoscere i nostri errori e l’onestà intellettuale indispensabile per apprezzare con sincerità ciò che di buono fanno gli altri, anche quando partiamo dal presupposto che sbagliano.</span></em></li>
<li><em><span style="color: #a71606;">Per cambiare il mondo bisognerebbe combattere ogni giorno con quel tanto di egoismo, di meschinità e di arroganza che si nasconde in ciascuno di noi, anche se non vogliamo ammetterlo. Proprio perché non vogliamo ammetterlo.</span></em></li>
<li><em><span style="color: #a71606;">Per cambiare il mondo basterebbe essere coerenti con i nostri principi etici ma, se necessario, essere disposti a cambiare opinione sui nostri presupposti morali.</span></em></li>
<li><em><span style="color: #a71606;">Per cambiare il mondo bisogna andare oltre il pessimismo della ragione, per ritrovare non tanto l’ottimismo, quanto la passione che alimenta la volontà.</span></em></li>
<li><em><span style="color: #a71606;">Per cambiare il mondo bisognerebbe resistere alla tentazione di essere omologati o conformi. Per essere semplicemente ciò che siamo, e avere il coraggio di affermarlo. Accettando, accentuando, valorizzando le differenze, che sono ciò che ci caratterizza come individui, ciò che ci rende persone.</span></em></li>
<li><em><span style="color: #a71606;">Per cambiare il mondo dovremmo ricordarci che la gioia e la malinconia non sono opposti, ma colori che possiamo scoprire negli occhi di un bambino che ci guarda o in quelli di un vecchio che ci ascolta. Due cose belle ci insegnano, l’innocenza e la consapevolezza.</span></em></li>
<li><em><span style="color: #a71606;">Per cambiare il mondo non dovremmo cercare le risposte dentro di noi, ma le domande. E andare in cerca delle risposte nella meravigliosa varietà dei paesaggi che attraverseremo ogni volta che troveremo il coraggio di metterci in cammino in quel territorio inesplorato che è la conoscenza.</span></em></li>
<li><em><span style="color: #a71606;">Per cambiare il mondo bisognerebbe convincersi che la conoscenza è prima di tutto un bene da condividere con tutti per tessere una rete di pensieri che cercano di comprendersi, e non uno strumento per acquisire o conservare potere. Di quale potere si tratta, poi? Che potere ha realmente chi non condivide il suo sapere con gli altri?</span></em></li>
<li><em><span style="color: #a71606;">Per cambiare il mondo vorrei avere un unico potere, quello di rendere vano l’esercizio di ogni potere da parte di chi non è degno di disporne. Lo so che è impossibile, ma almeno a Natale è lecito sognare.</span></em></li>
<li><em><span style="color: #a71606;">Per cambiare il mondo bisognerebbe dare sempre a cesare quello che è di cesare, e a dio quello che è di dio. E se a dirlo è un non credente ci si può credere. Ma tutto sommato basterebbe rileggere la Costituzione almeno una volta all’anno, lasciando che si sciolga nella nostra coscienza e ispiri i nostri comportamenti.</span></em></li>
<li><em><span style="color: #a71606;">Per cambiare il mondo non dovremmo aver paura della complessità ma della superficialità che spesso si nasconde dietro ciò che sembra o che ci viene presentato come se fosse facile. A proposito, avete notato che nelle pubblicità, nei talk-show e nelle interviste ai ministri, ai capigruppo e ai portavoce non si parla mai di complessità ma tutto sembra facile e immediato?</span></em></li>
<li><em><span style="color: #a71606;">Per cambiare il mondo bisognerebbe resistere alla tentazione della quantità e preoccuparsi piuttosto della qualità. Il che significa anche scrivere di meno ma prestare più attenzione a ciò che si scrive, distillare le parole per ciò che sono: pericolose, potenti, preziose.</span></em></li>
<li><em><span style="color: #a71606;">Per cambiare il mondo dovremmo riprenderci il significato di tante parole che sono state rubate da generazioni di ladri di sogni per essere usate contro di noi: libertà, amore, tolleranza, cambiamento, educazione, responsabilità, speranza, creatività, conoscenza, leggerezza, qualità, entusiasmo. E molte altre ancora: basta cercarle nei libri che amiamo, nella voce di chi si ama o in ciò che è rimasto della bellezza delle cose.</span></em></li>
<li><em><span style="color: #a71606;">Per cambiare il mondo bisognerebbe custodire e tramandare caparbiamente tutto ciò che ha un sapore, un odore, una consistenza che ci ricorda chi siamo e come eravamo. È meglio regalare qualcosa di vero, è meglio regalare un’emozione sincera piuttosto che un oggetto costoso, inutile, finto come tutto ciò che vuole solo apparire ma non è e non riuscirà mai a essere.</span></em></li>
<li><em><span style="color: #a71606;">Per cambiare il mondo bisognerebbe ricordarsi che tutti i giorni è Natale, ma che ogni giorno è un giorno diverso. Unico. Come noi.</span></em></li>
</ul>
<p><span style="color: #b30000;"> </span></p>
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		<title>L&#8217;audacia, la speranza e i porcospini</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2009 16:51:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Si avvicinano altre elezioni, e come altre volte si percepiscono l&#8217;audacia e la speranza. Ecco, potrei cominciare così, se fossimo in un altro paese. Ma siamo in Italia, e l&#8217;audacia e la speranza sono due parole ormai prive di significato. Non c&#8217;è neanche l&#8217;ombra di un&#8217;imitazione mal riuscita di Obama tra i candidati appesi sui muri delle nostre città come panni sporchi. Di conseguenza, nessuno riesce più a osare. E non c&#8217;è più nulla in cui sperare. Andrà come andrà, e quei 3 o 4 punti percentuali che forse si sposteranno un po&#8217; a destra e un po&#8217; a sinistra serviranno solo a regolare qualche vecchio conto in sospeso o a saldare qualche debito. Ma allora perché parlare di elezioni se alla seconda riga di questo post prevale già la tipica amarezza di tanti elettori laici e libertari che si sono stancati di andare a votare per il meno peggio o contro qualcun altro? E che cosa c&#8217;entrano i porcospini? C&#8217;entrano, i porcospini, eccome se c&#8217;entrano. Mi sono venuti in mente ripensando alla citatissima favoletta di Schopenhauer che molti utilizzano come apologo per spiegare tutto quello che può essere compreso nella distanza epistemologica che va dalla psicologia dei gruppi alla sociologia dell&#8217;organizzazione, dall&#8217;antropologia alla comunicazione, dalle reti alla leadership. In realtà la storia &#8211; se la rileggiamo per intero e senza fermarsi al primo capoverso come fanno quasi tutti quelli che la citano &#8211; parla (a suo modo) di politica, e può rappresentare un buon commento anticipato sui risultati della prossima tornata elettorale. Eccone una versione integrale tratta dall&#8217;eBook <a href="http://www.liberliber.it/biblioteca/s/schopenhauer/aforismi_sulla_saggezza_nella_vita/pdf/aforis_p.pdf" target="_blank">Aforismi sulla saggezza nella vita</a> curato da Liber Liber:</p>
<p>«In una rigida giornata d’inverno una truppa di porcospini si era messa in mucchio serrato per salvarsi scambievolmente dal freddo col loro proprio calore. Ma subito sentirono le offese delle loro punte, ciò che li fece allontanare gli uni dagli altri. Quando il bisogno di riscaldarsi li avvicinò di nuovo, si rinnovò lo stesso inconveniente, dimodochè essi furono ballonzolati di qua e di là tra i due patimenti fino a che non ebbero trovato una distanza media che rese loro sopportabile la situazione. Così il bisogno di società, nato dalla vacuità o dalla monotonia del loro interno, spinge gli uomini gli uni verso gli altri; ma le numerose loro qualità ributtanti e i loro insopportabili difetti li disperdono nuovamente. La distanza media che essi finiscono collo scoprire, e nella quale la vita in comune diventa possibile, si è la pulitezza e le belle maniere. In Inghilterra si grida a chi non mantiene la dovuta distanza: Keep your distance! Con questo mezzo il bisogno di mutuo riscaldamento non è invero soddisfatto che a metà, ma in cambio non si sente la puntura delle spine. Chi però possiede molto calore suo proprio preferisce rimanere fuori della società per non provare nè cagionare sofferenze.»</p>
<p>Chi utilizza questa favola come esempio enfatizza di solito la ricerca e il raggiungimento della &#8220;distanza media&#8221; come un valore in sè. Andando oltre nella lettura si scopre però che più che di un valore si tratta di una necessità, o meglio, di un compromesso che rende sopportabile una convivenza altrimenti insostenibile, per quanto ci si accorga che è solo una soddisfazione parziale, un modo per limitare il dolore. A me sembra proprio che il dibattito politico italiano somigli moltissimo a una danza involontaria di porcospini che cercano di sopravvivere senza farsi troppo del male. In questo scenario di tacita precarietà di comodo non c&#8217;è spazio per l&#8217;audacia e la speranza: ci vorrebbe un leader capace di donare un po&#8217; di calore e disegnare così nuovi equilibri. Ma temo che sarebbe costretto a restare fuori dal gruppo. Coraggio, abbiamo ancora due settimane di tempo per decidere, nel caso, quale porcospino votare&#8230;</p>
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		<title>Non è un paese per giovani</title>
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		<pubDate>Fri, 30 May 2008 08:56:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Ma che cosa significa realmente essere giovani? Non penso proprio che sia una questione anagrafica. Piuttosto, significa aver voglia di esplorare e di scoprire, mettendo da parte i pregiudizi che talora ci impediscono di andare oltre; non aver paura di mettersi in gioco, immaginando che al di là di ciò che abbiamo da perdere possa esserci qualcosa per cui vale la pena rischiare; è il desiderio di conoscere e la voglia di imparare; il coraggio di prendere delle decisioni che non siano soltanto un modo per accontentare i nostri interlocutori, ma anche un passo verso l&#8217;affermazione di ciò in cui crediamo profondamente; è nella capacità di sopportare la fatica che impone ogni progetto che assomiglia ai sogni che abbiamo ancora; e nella noncuranza con cui si accetta di affrontare qualsiasi sfida, anche quando appare difficile, anzi, proprio perché se ne intuisce la difficoltà; è sentirsi attratti dalla diversità e affascinati dalla complessità; è nella capacità di innamorarsi ancora, di tutti, di tutto, anche senza una ragione, ma confidando nella più profonda delle ragioni; è lo stupore di fronte a ciò che non si è mai visto prima, ma anche di fronte a ciò che ci commuove ancora come se fosse la prima volta; tutto ciò che rafforza la nostra unicità in quanto persone, e la paura di non essere altro che numeri; è la voglia di crescere; è l&#8217;entusiasmo, che gli antichi identificavano nel passo in avanti che il kouros e la kore (entrambi realmente giovani) decidevano di fare, per avvicinarsi sorridendo a uno stato di grazia. Ecco, forse essere giovani, sentirsi giovani, è tutto questo, e molto altro ancora. </p>
<p>Ma l&#8217;Italia non è un paese per giovani. E non solo perché la classe dirigente è profondamente &#8220;vecchia&#8221;, ma soprattutto perché ha trasmesso la propria vecchiezza ai figli, che l&#8217;hanno trasmessa ai loro nipoti. Questa Italia modellata dalla vecchiaia non premia chi esplora (anzi, lo costringe a cercare altrove le navi o gli strumenti di cui avrebbe bisogno), non incoraggia chi ha voglia di imparare o chi vuole realizzare un progetto, ci insegna fin da bambini a non prendere decisioni e soprattutto a non assumersene alcuna responsabilità, uccide i sogni e la creatività a cominciare dalla scuola, cerca di incanalare i desideri verso il consumo di determinati prodotti, ci abitua a essere passivi, spettatori, ad accontentarci di quel poco che possiamo avere facilmente anzichè spingerci a cercare tutto ciò che potrebbe farci sentire più veri anche se richiede impegno, energie, intuizione. E poi non è un paese per giovani anche perché confonde il significato profondo della parola &#8220;giovane&#8221; con la pelle tirata, gli impulsi scatenati dai dosaggi ormonali e l&#8217;istinto di sopravvivenza, che in effetti appartengono più a certe fasce anagrafiche di età, ma in sè e per sè non determinano la capacità di confrontarsi, combattere (in senso metaforico), sostenere il peso di una scelta, identificarsi in un principio etico, difendere un&#8217;ideale. In realtà, ormai, si comincia a invecchiare a 12-15 anni, e si va avanti ingannandoci, fingendo di essere ancora giovani fino a 40-50 e anche oltre, ma senza mai esserlo stati davvero. Tutti o quasi precocemente assuefatti, spenti, privi di qualsiasi forma di vitalità. La vecchia classe dirigente che ci ha ridotti in questo stato, nel frattempo, continua a perpetuarsi, rendendo questo nostro paese sempre più grigio, sempre più opaco. E costringendo ciò che resta del nostro entusiasmo a nascondersi, o a esprimersi in modo sconesso.</p>
<p>Non ho idea di cosa potremmo fare per modificare questa situazione. Non è più il tempo delle rivoluzioni, e poi anche le rivoluzioni, a volte, possono essere un atto superficiale di finta vitalità. Forse ce ne dovremo andare, come hanno già fatto in molti. Forse dovremmo arrabbiarci di più, urlare, agire, rischiando però di sprecare le nostre energie nel vano tentativo di ridare un minimo di forma alla poltiglia sociale in cui stiamo sprofondando. Non lo so proprio. So soltanto che è il momento di esplorare qualche alternativa, di valutare qualche ipotesi più creativa. Mi verrebbe voglia di urlare a tutti coloro che si sentono davvero giovani di unirsi, e di fare un passo in avanti, sorridendo. Ma non sono nè un filosofo nè un economista, e non sono mai riuscito a dedicarmi seriamente alla politica. Spero però che queste poche parole possano almeno aggirarsi tra le strade e le piazze, e soprattutto in questo gomitolo immateriale che è la rete, proprio come uno spettro. O come un giovane in cerca della verità&#8230; </p>
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