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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


E-Learning: personaggi e interpreti

Reading time: < 1 minute La presentazione animata che ha accompagnato il mio intervento al Forum SELF del 4 dicembre 2018 a Bologna:

Cartoline da Fiastra: le 3 leggi dell’e-learning

Reading time: 2 – 2 minutes

Se ne è parlato all’Abbadia di Fiastra l’11 marzo 2016, durante il workshop Ai confini dell’apprendimento. E se ne parlerà ancora. Sono le 3 leggi dell’e-learning: un omaggio indiretto a Isaac Asimov, ma anche un modo per definire in estrema sintesi quali potrebbero (o dovrebbero) essere le caratteristiche imprescidibili di un ambiente di apprendimento in rete. Eccole:

LeggeEL1S

La prima legge sancisce il principio che il fondamento di ogni progetto di e-learning consiste nella dimensione metodologico-didattica e nella cura dei contenuti.

LeggeEL2S

La seconda legge sancisce il principio che in ogni progetto di e-learning va considerata una dimensione organizzativa, che tuttavia non può prevalere su quella metodologico-didattica o sulla cura dei contenuti.

LeggeEL3S

La terza legge sancisce il principio che in ogni progetto di e-learning va considerata anche una dimensione tecnologica, che tuttavia non può contrastare l’importanza della dimensione organizzativa, né prevalere su quella metodologico-didattica o sulla cura dei contenuti.

I principi di eKnow

Reading time: 2 – 2 minutes

Un video che illustra in breve i principi essenziali del progetto eKnow e alcune delle caratteristiche dei modelli metodologici e organizzativi in corso di sperimentazione. Se ne parlerà tra le altre cose all’Abbadia di Fiastra l’11 marzo 2016, durante il workshop Ai confini dell’apprendimento. La partecipazione ai workshop è aperta a tutti e totalmente gratuita. Basta visualizzare il programma e compilare il modulo di iscrizione. Alle 13, presso la Foresteria dell’Abbadia di Fiastra, sarà offerto un rinfresco. Nel corso della giornata verrà anche presentato il concorso Smart Education, un’opportunità per gli insegnanti e le scuole che vogliono realizzare un progetto di e-learning.

11 marzo 2016: ai confini dell’apprendimento

Reading time: 4 – 6 minutes

Come stanno cambiando i modi di insegnare e di apprendere? Quali opportunità e quali orizzonti si possono esplorare attraverso le tecnologie digitali? Cosa cambia nella formazione dal punto di vista organizzativo? Quali sono le strategie didattiche che possono realmente cambiare la scuola, l’università, la formazione continua? In una parola, cosa c’è ai confini dell’apprendimento?

A queste domande – e a molte altre – si cercherà di dare alcune risposte l’11 marzo prossimo, nella splendida cornice dell’Abbadia di Fiastra, nelle Marche, tra Tolentino e Macerata. A Fiastra si terrà infatti un workshop promosso e organizzato da Smart Skills Center e Laboratorio Formazione, con il patrocinio dall’Università di Macerata. La giornata di confronto è dedicata proprio Ai Confini dell’ApprendimentoE-learning, formazione continua e modelli metodologico-didattici innovativi, e rappresenta prima di tutto un’occasione per capire come funziona e quali possibilità permette di attuare il progetto eKnow, un portale di e-learning dedicato interamente alla formazione di insegnanti e formatori e all’apprendimento permanente, dove, partendo dal quadro di riferimento europeo sulle competenze chiave necessarie ai futuri cittadini dell’unione, si propongono corsi totalmente in rete basati su vari modelli, talora sperimentali: dai MOOCs a corsi supportati da e-tutor professionisti e basati su attività interattive e collaborative, da percorsi brevi centrati sulla soluzione di problemi a percorsi di scoperta georeferenziati, fino a comunità di innovazione gestite da esperti, Coach e Information Broker.

A Fiastra, durante la mattinata del giorno 11 marzo, ci si confronterà prima di tutto sui vari modelli e tipologie di e-learning che il progetto eKnow porta avanti, discutendo attorno a dei tavoli coordinati da alcuni dei collaboratori del progetto (insegnanti e formatori). Nel primo pomeriggio si apriranno alcune “finestre” sul mondo dell’e-learning e su alcune tendenze in atto, con collegamenti in tempo reale da Bruxelles, Londra e il Quebec. Si proseguirà poi con un confronto aperto tra Mario Rotta (esperto di e-learning e responsabile del progetto eKnow) e Beatrice Ligorio (Università di Bari). Il programma è inoltre aperto a qualsiasi altro contributo critico: gli stessi organizzatori cercheranno di animare il confronto sia in presenza che attraverso i social.

Nel corso della giornata verrà anche presentato il concorso Smart Education, un’opportunità per gli insegnanti e le scuole che vogliono realizzare un progetto di e-learning. La partecipazione ai workshop è aperta a tutti e totalmente gratuita. Basta visualizzare il programma e compilare il modulo di iscrizione. Alle 13, presso la Foresteria dell’Abbadia di Fiastra, sarà offerto un rinfresco.

Il progetto eKnow: un ambiente flessibile per la formazione in rete di formatori e insegnanti

Reading time: 4 – 6 minutes

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Il progetto eKnow, promosso da Smart Skills Center e realizzato da IBIS Multimedia Network, grazie a una rete di collaboratori ed esperti coordinati da Mario Rotta, si caratterizza tra le altre cose per almeno due aspetti innovativi e significativi. Il primo è legato al modo in cui in eKnow si interpreta l’e-learning: i corsi sono strutturati su vari modelli metodologici e organizzativi, che “attraversano” l’intera gamma delle possibili esperienze di apprendimento in rete: dai MOOCs (corsi aperti di ultima generazione supportati indirettamente e da seguire in autonomia), a corsi brevi basati sull’approccio problemico e in cui si interagisce con esperti ed e-tutor (li chiamiamo SPOCs), a corsi professionali per insegnanti e formatori basati sulle cosiddette e-tivities e sull’azione di formatori esperti, per arrivare ad ambienti di apprendimento sociale per comunità di interessi e di innovazione animati da un e-coach e un’information broker (li chiamiamo PLECs) o a percorsi di scoperta georeferenziati (detti GLOCs) in cui le attività didattiche programmate diventano accessibili solo in prossimità di luoghi o punti di interesse che questo particolare tipo di tecnologia aiuta a scoprire o riscoprire.

Il secondo aspetto che rende il progetto organico è rappresentato dai criteri in base a cui i corsi vengono programmati, progettati e prodotti. Tutti i “titoli” sono infatti definiti in modo da rappresentare un’opzione completa per la formazione di insegnanti e formatori: anche se ogni corso è autoconsistente infatti, i progettisti curano molto la complementarietà tra i corsi, che possono quindi essere considerati anche come elementi di un percorso più ampio, complesso e personalizzabile. Questo aspetto è rafforzato anche dal fatto che la quasi totalità dei contenuti dei corsi in programmazione rientra nel Quadro di Riferimento Europeo delle Competenze Chiave per l’Apprendimento Permanente (a cui peraltro è dedicato un MOOC introduttivo): questo significa che un insegnante o un formatore possono non solo costruire un percorso di sviluppo professionale, ma possono anche dedicarsi a una specificare area di competenza, che potrà essere affrontata partendo se necessario da corsi introduttivi (MOOCs) per arrivare alle relative comunità di apprendimento, passando attraverso dei corsi brevi o problem solving e dei corsi professionali.

Si possono fare alcuni esempi. Prendiamo in considerazione l’area di competenza che a livello europeo è definita capacità di comunicare in una lingua straniera: su questo “asse” troviamo un MOOC introduttivo di Avvicinamento alla Lingua Inglese, ma anche un corso più specifico sul PBL nella Didattica della Lingua Inglese e un set di corsi professionali sulla Didattica eCLIL. Se invece ci spostiamo sull’asse della competenza digitale possiamo partire da un MOOC sui Principi essenziali di Informatica, per poi procedere con alcuni corsi brevi su competenze digitali specifiche tipo Come rendere più efficace una presentazione multimediale o Come cercare, trovare e selezionare immagini digitali in rete, per arrivare fino ai corsi professionali sul cosiddetto Information Brokering o sulla Knowledge Visualization e concludere il percorso partecipando alle attività di una Community of Thinking sulle Tecnologie Digitali e Strategie di Apprendimento. Insomma, un sistema modulare, flessibile ed elastico (dove non a caso non si parla di piattaforme ma di trampolini), che può crescere anche attraverso le istanze e le necessità degli utenti, nel quadro di un approccio rigoroso e attento alla chiarezza comunicativa, all’efficacia formativa, all’utilizzo di Risorse Educative Aperte e alla coerenza delle procedure di valutazione (curate da Laboratorio Formazione di Milano), oltre che all’apporto di formatori, docenti, esperti ed e-tutor di grande esperienza.

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eKnow: gli orizzonti dell’e-learning

Reading time: 6 – 10 minutes

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Da oggi è attivo eKnow, il portale di e-Learning di Smart Skills Center dedicato alla formazione di insegnanti, formatori e altri operatori didattici. Il progetto, curato da Mario Rotta, propone corsi e ambienti di apprendimento su vari argomenti, con una attenzione particolare al quadro europeo delle competenze chiave per l’apprendimento permanente, alla didattica centrata sui problemi e alle metodologie didattiche innovative e sperimentali, in gran parte progettati, realizzati e gestiti da una rete aperta di esperti, e-tutor, information broker e altri professionisti dell’e-learning.

Il progetto si fonda su un ripensamento complessivo dei modelli metodologici e organizzativi applicabili all’e-learning: l’ipotesi di lavoro iniziale consiste nel partire da un modello ben noto, i MOOCs, per identificare modelli e livelli alternativi e integrativi, caratterizzati di volta in volta da specifici fattori di diversità, solitamente riferiti alle modalità di interazione e alle forme di interattività messe in atto. Sono già disponibili vari MOOCs:

  • MOOC_KC101 Cittadinanza europea e competenze chiave
  • MOOC_INF101 Informatica: i principi essenziali [I]
  • MOOC_EFL101 Avvicinarsi alla lingua inglese [I]
  • MOOC_PBL101 PBL & PBL: la didattica centrata sui problemi
  • MOOC_INF103  Piattaforme e trampolini: introduzione agli ambienti di apprendimeto integrati

 

Ma questo è solo il punto di partenza. Dai MOOCs si passa infatti agli SPOCs, ai PROFs, ai GLOCs e ai PLECs. Fino a coprire una gamma molto ampia di istanze, di contenuti, di dinamiche comunicative.

Gli SPOCs (Small Private Online Courses) sono ambienti di apprendimento per piccoli gruppi interessati alla condivisione di tematiche o esperienze specifiche. Si tratta di micro-esperienze formative, il cui scopo consiste tipicamente nell’incrementare allo stesso tempo l’accuratezza del lavoro di formatori e insegnanti, il coinvolgimento degli studenti e la capacità di confrontarsi su temi e argomenti molto specifici, potenziando l’interattività in senso lato e accettando l’ipotesi che la motivazione e la performance dei partecipanti possano essere sostenute puntando in particolare sull’approccio problemico, su quello ludico e più in generale su una dimensione progettuale supportata da esperti o attraverso forme di collaborazione peer-to-peer e dedicando grande attenzione alla didattica centrata sui problemi. Al momento, tra gli SPOCs attivi si segnalano:

  • KCD101/15 Come rendere più efficace una presentazione multimediale [Rotta]
  • KCD106/15 Cercare le fonti e i riferimenti di un documento [Rotta]
  • SPBL_FIS PBL e didattica della fisica [Giannoli]
  • SPBL_ILS PBL e didattica dell’italiano come L2 [Molinaro]
  • SPBL_LEN PBL e didattica delle lingue: inglese [Pirruccello]
  • SPBL_ART PBL e didattica dell’arte [Rotta]
  • KCIMaC101/15 Imparare a conoscere il paesaggio italiano [Rotta]
  • KCIMaC105/15 Imparare a conoscere meglio la lingua italiana [Palla]
  • KCIMaU102/15 Le applicazioni didattiche del Tablet [Ferranti]
  • KCIMaU104/15 Come funziona e a cosa serve la videocamera digitale [Cesaro]

 

I PROFs (PROfessional Frameworks) sono pacchetti formativi strutturati, dedicati al consolidamento delle competenze dei formatori, con una particolare attenzione a quelle legate all’utilizzo delle nuove tecnologie in ambito didattico, alla progettazione di soluzioni eLearning e alla gestione delle dinamiche di relazione in rete. Spesso ogni pacchetto rappresenta un modulo all’interno di un percorso più ampio, in grado di rispondere alle esigenze di agenzie o istituzioni che intendono pianificare l’aggiornamento dei propri formatori. Nella variante workshop sono eventi formativi intensivi, dedicati ad abilità pratiche molto specifiche. Sono particolarmente indicati come opzione per consolidare alcune competenze utili ai formatori per poter sfruttare nel migliore dei modi le tecnologie dell’informazione e della comunicazione e consolidare la propria efficacia didattica. In alcuni casi richiedono dei prerequisiti di partecipazione. I vari pacchetti possono essere combinati insieme per costruire veri e propri percorsi di formazione articolati per formatori professionisti o insegnanti. Al momento tra i PROFs attivi si segnalano in particolare i percrosi professionali e i  workshop prodotti da IBIS Multimedia, tra cui:

  • C-PROF_ET1 ET01 E-TUTOR 1 8H Rotta Fedeli
  • C-PROF_ET2 ET02 E-TUTOR 2 8H Rotta Fedeli
  • C-PROF_ET3 ET03 E-TUTOR 3 8H Rotta Fedeli
  • C-PROF_LK1 LK02 LEARNING & KNOWLEDGE 1 8H Rotta Vicentini
  • C-PROF_LK2 LK02 LEARNING & KNOWLEDGE 2 8H Rotta Vicentini
  • C-PROF_LK3 LK03 LEARNING & KNOWLEDGE 3 8H Rotta Vicentini
  • W-PROF_SD3 SD03 SCRITTURA DIGITALE 3 6H Rotta Cirri
  • W-PROF_SD2 SD02 SCRITTURA DIGITALE 2 6H Rotta Cirri
  • W-PROF_SD1 SD01 SCRITTURA DIGITALE 1 6H Rotta Cirri
  • W-PROF_PBL2 PB02 PROJECT-BASED LEARNING 8H Rotta De Pietri
  • W-PROF_PBL1 PB01 PROBLEM-BASED LEARNING 8H Rotta De Pietri
  • W-PROF_KV3 KV03 KNOWLEDGE VISUALIZATION 3 8H Rotta Cesaro
  • W-PROF_KV2 KV02 KNOWLEDGE VISUALIZATION 2 8H Rotta Cesaro
  • W-PROF_KV1 KV01 KNOWLEDGE VISUALIZATION 1 8H Rotta Cesaro
  • W-PROF_IB1 IB01 INFORMATION BROKERING 1 8H Rotta Accarino
  • W-PROF_IB2 IB02 INFORMATION BROKERING 2 8H Rotta Accarino

 

I GLOCs (Geo-Localized Online Courses) sono ambienti di apprendimento aperti basati sul posizionamento geografico dei partecipanti e sul principio della “glocalizzazione”. L’ipotesi di lavoro consiste nello stimolare un approccio esplorativo alla realtà, mediato dalla tecnologia ma prima di tutto basato sulla scoperta effettiva di elementi, tracce e dettagli che appartengono al mondo reale. Metodologicamente, si tratta di forme di didattica outdoor e allo stesso tempo situata, simili ai webquest, in cui però, al contrario di quanto accade in certe applicazioni apparentemente analoghe di realtà aumentata, non è la tecnologia che filtra e indirizza la percezione del mondo, ma il mondo in quanto tale che rivela a chi sa osservare ciò che contiene e i possibili percorsi che si possono sviluppare a partire da quell’angolazione, da quel punto di vista, da quel determinato luogo. Al momento sui GLOCs si sta procedendo sperimentalmente partendo dal prototipo Guardarsi intorno: Arezzo.

Infine i PLECs (Progressive Learning Environments & Communities) sono un’ipotesi di lavoro fondata sull’applicazione di alcuni modelli adottati per rendere più fluido il ciclo compreso tra l’analisi dei bisogni formativi e la risposta ai bisogni in termini di risorse e supporto. Spesso i dipendenti di studi professionali, imprese e organizzazioni pongono domande specifiche su problemi semplici e circoscritti (perfezionare una procedura, migliorare una performance, imparare a usare uno strumento…), e cercano risposte veloci, convincenti e di immediata ricaduta. Un PLEC potrebbe quindi consistere in un ambiente condiviso su un’area tematica o di competenza, attraverso il quale qualsiasi interessato può porre istanze e ottenere risposte. Un eCoach o un’Information Broker risponderanno alle istanze emergenti attuando due strategie complementari: a) assegnare alla comunità degli utenti compiti via via più complessi sotto forma di attività mirate; b) segnalare alla comunità degli utenti una o più risorse selezionate tra quelle pertinenti alle istanze avanzate dalla stessa comunità. Tra i PLECs attivi o in fase di allestimento si segnalano:

  • SNA102 Dinamiche di interazione in rete [eCoach: Guglielman][IB: Rosati]
  • TED104 Digital Storytelling [eCoach: Somma][IB: Cesaro]
  • PMA101 Project Management [eCoach: Scimeca][IB: Billi]
  • TED101 Tecnologie digitali e strategie didattiche [eCoach: Rotta][IB: Guglielman]

 

Agli iscritti ai corsi, a conclusione del percorso formativo, verrà rilasciato da parte di Laboratorio Formazione, ente partner del progetto eKnow e qualificato per la formazione del personale della scuola presso il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, un attestato di partecipazione ai sensi delle DM 177/2000 e DM 90/2003 che certifica le ore di svolgimento del corso e i crediti formativi acquisiti.

Per ulteriori informazioni si può contattare: info@smartskillscenter.it.

Verso l’ubiquitous learning

Reading time: 1 – 2 minutes

Ubiquilearn: ragionamenti su alcune tendenze in atto negli scenari dell’e-learning
Intervento al Congresso SIeL, Roma, 13 dicembre 2013

Ha ancora senso parlare di mobilità o di mobile learning in senso stretto? Non sarebbe forse più corretto parlare di ubiquità, ovvero di modalità trasparenti per la configurazione di ambienti di apprendimento in grado di garantire un accesso dinamico alle risorse digitali disponibili e forme più fluide e allo stesso tempo più coerenti di interazione sociale a scopo educativo? L’intervento cercherà di mettere a fuoco alcuni elementi utili a chi intende riflettere su questi scenari in evoluzione.

presentazione SIeL infografica

Presentazione [slides, IT, PDF]
Contributo [testo, versione draft, IT, PDF]

Si può anche seguire la registrazione completa dell’intervento:

A proposito di e-Learning: temi e tendenze a confronto al convegno SELF di Bologna

Reading time: 10 – 16 minutes

Il 21 novembre 2013 si è svolto a Bologna il convegno “E-Learning: esperienze di oggi, prospettive di domani“, promosso dalla Regione Emilia-Romagna e da SELF, il sistema federato della stessa regione per il supporto all’e-learning nella pubblica amministrazione. Nell’ambito del convegno, sono stati attivati dei laboratori di confronto tra operatori di settore: uno per chi opera nella Pubblica Amministrazione e negli enti locali, uno per gli operatori delle Aziende Sanitarie, uno per le Università e uno per la Scuola. Ogni laboratorio, guidato da due coordinatori, ha sviluppato una discussione sullo stato dell’arte riferibile alle esperienze di e-learning attuate dai partecipanti, sulla base di alcuni input (domande-guida) raggruppabili su 4 aree di riflessione, strettamente concatenate: il problema delle tecnologie, il problema delle competenze, i servizi e le pratiche. Queste note cercheranno di riassumere sinteticamente quanto è emerso e di evidenziare alcuni aspetti su cui impostare delle azioni di sviluppo o di miglioramento.

Per quanto riguarda le tecnologie l’input iniziale ai gruppi si limitava ad un invito a riflettere su quali sono quelle più utilizzate nei contesti di appartenenza, di quali si auspica l’integrazione e quali sono quelle che appaiono più utili o più efficaci. La tendenza più evidente che ha preso forma in questo dibattito si può riassumere evidenziando una sorta di doppio atteggiamento, apparentemente contraddittorio. Da un lato, infatti, si auspica l’utilizzo di una varietà più ampia di tecnologie funzionali a obiettivi formativi (dove per varietà ci si riferisce sia al bisogno di tecnologie più specializzate sia all’ipotesi che determinate tecnologie permettano di espandere o arricchire il setting didattico), mentre dall’altro si invoca una sorta di atteggiamento selettivo, centrato sul bisogno non solo di concentrarsi su poche tecnologie ben definite ma anche su variabili quali la semplicità e l’immediatezza di utilizzo e la verifica dell’adeguatezza delle tecnologie selezionate rispetto ai modelli didattici adottati. Va detto che questo secondo atteggiamento è più evidente soprattutto nell’ambito della scuola, dove peraltro con il termine tecnologie ci si riferisce sia al software che a una certa gamma di hardware, mentre negli altri contesti la discussione si è concentrata quasi esclusivamente sulle soluzioni software e sui tools di rete. Si tratta di un dilemma ben noto a tutti coloro che si occupano di tecnologie didattiche, anche se nei laboratori del convegno sembra aver assunto una connotazione particolare, legata soprattutto alla riflessione sul secondo ambito di discussione su cui si sono concentrati i gruppi: quello delle competenze.

Quello delle competenze professionali è un problema centrale per le strutture della pubblica amministrazione: tutti gli operatori percepiscono in modo netto il bisogno di competenza connesso all’attuazione di qualsiasi programma di e-learning o di didattica basata sulle tecnologie. La differenza tra i vari scenari appare in proposito talora sfumata, talora più netta. Dipende da come si identificano e si collocano le competenze. Nella scuola e nelle università, ad esempio, viene percepita chiaramente una sorta di doppia necessità: da un lato il bisogno di professionisti dell’e-learning in senso stretto, dall’altro il bisogno di elaborare strategie per colmare il divario di competenza riscontrabile negli operatori, che soprattutto in ambienti come la scuola rappresenta forse l’ostacolo principale all’uso sistematico delle tecnologie digitali. Di fatto, la scuola evidenzia la necessità di scegliere con cura le tecnologie da integrare nel proprio contesto organizzativo perché si rende conto del fatto che molti insegnanti non sono in grado di usarle con la competenza necessaria, sia sul piano strettamente tecnico che su quello metodologico. Questa preoccupazione riguarda anche il mondo universitario, ma nei due casi la reazione è diversa. La scuola ritiene infatti che si debba delimitare il set di competenze minimo necessario agli insegnanti per portare avanti programmi supportati dalle tecnologie, per poi procedere con piani di formazione mirati, mentre l’università prova a ragionare sulla possibilità di identificare figure specifiche di supporto in grado di compensare eventuali carenze operative dei docenti impegnati nella didattica, figure che talora vengono descritte come dei super-specialisti (in grado di muoversi, ad esempio, in uno scenario aperto alla varietà tecnologica e alla sperimentazione) che potrebbero sia emergere dal contesto che delinearsi come soggetti esterni già in possesso dei requisiti necessari. La posizione delle università si apre già agli scenari che gli operatori delle PA e quelli della sanità hanno esplorato in modo più approfondito e osservando il problema da altre angolazioni. L’ipotesi di partenza è sempre legata alla percezione di un gap di competenza tra la realtà in cui si muovono gli operatori e le aspettative e le opportunità che l’e-learning implica in determinati contesti. La differenza sostanziale tra PA e sanità da un lato e scuola e università dall’altro consiste nel fatto che mentre in ambito scolastico o universitario è difficile ipotizzare che le competenze ritenute necessarie possano emergere dal contesto stesso (anche perché non sarebbe possibile ratificarle), nelle PA e in ambito sanitario si ritiene plausibile e anche auspicabile che le professionalità in grado di rispondere ai bisogni identificati possano o talora debbano emergere dall’interno delle stesse organizzazioni, attraverso politiche orientate alla verifica e alla valorizzazione, ovvero cercando di riconoscere le “competenze di fatto” già esistenti fino a certificarle come “competenze di diritto”. Questo processo implica la definizione di procedure trasparenti di certificazione e, in seconda istanza, l’adozione di prassi organizzative in grado di consolidare il ruolo degli operatori qualificati come specialisti competenti: un aspetto, quest’ultimo, su cui PA e enti locali sembrano aperti a varie soluzioni, mentre in ambito sanitario vanno considerati alcuni vincoli giuridico-istituzionali, che talora spingono gli operatori delle aziende sanitarie a valutare altre ipotesi, ad esempio l’affidamento del supporto specialistico anche a soggetti esterni in grado di interagire in modo flessibile con chi opera già in ambito formativo all’interno delle strutture.

PA e sanità, in tal senso, sembrano in grado di cogliere un nodo essenziale: la stretta interrelazione tra competenze professionali, figure, ruoli e servizi integrativi o di supporto. Nelle PA in particolare si percepiscono i servizi quasi come fattori strategici per garantire l’integrazione delle tecnologie nei processi formativi e il supporto necessario agli operatori. Si arriva anche a identificare l’oggetto di alcuni servizi essenziali: ad esempio servizi orientati alla verifica dell’usabilità delle risorse e dei contenuti, o servizi organizzativi. La presenza nel territorio di un centro come il SELF rafforza sicuramente questa percezione, che è relativamente chiara anche in ambito sanitario; meno in ambito scolastico o universitario, dove da un lato si tende a sovrapporre il concetto di servizio alla presenza di figure di supporto (che vengono percepite come figure di servizio agli operatori), dall’altro si intuisce che sarebbero necessari più servizi ma senza riuscire a identificarli, neppure, sembrerebbe, all’interno dello stesso SELF. Nella PA, e ancora di più in ambito sanitario, si evidenzia in ogni caso anche un bisogno di condivisione di servizi, per quanto non ci sia ancora sufficiente chiarezza su cosa è possibile condividere e soprattutto in che modo. Si coglie comunque un fondamentale bisogno di co-progettazione, unitamente a una richiesta di flessibilità delle infrastrutture di servizio rispetto alle esigenze metodologico-organizzative riscontrabili nei vari scenari e nei diversi contesti.

Il riferimento alla flessibilità è di primaria importanza anche relativamente al tema delle pratiche da condividere. In tutti gli ambiti si coglie soprattutto un bisogno di visibilità delle esperienze realizzate, a cui però non sembra corrispondere una strategia praticabile, se non quella più sperimentata che consiste nell’organizzazione periodica di occasioni di confronto, come quella rappresentata dallo stesso convegno nell’ambito del quale si sono tenuti i laboratori a cui si riferiscono queste note.

Eppure il tema della condivisione delle buone pratiche rappresenta uno dei focus primari di questa fase dell’evoluzione dell’e-learning. Sia a livello europeo che extraeuropeo la ricerca si concentra proprio su questi aspetti, che dopo anni di confronto sui modelli teorici e organizzativi appare come un passaggio necessario per validare i risultati raggiunti e ricavarne indicazioni operative applicabili e trasferibili. Puntare su azioni sistematiche di codifica e condivisione delle pratiche, unitamente al lavoro necessario per modificare l’atteggiamento degli operatori in tal senso, è quindi uno dei suggerimenti più importanti che si possono dare a tutti coloro che operano a contatto con uno scenario come quello in cui si colloca il progetto SELF. Le premesse ci sono, e in parte anche gli strumenti: si tratta di consolidare una prima prassi, che è la disponibilità a condividere prassi, per poter poi identificare gli elementi positivi comuni e trasversali alle diverse esperienze e disseminarli. Questo bisogno è stato intuito anche nel corso dei laboratori, ma bisogna fare un passo avanti, cominciando ad esempio a produrre in modo sistematico della letteratura di sintesi (le cosiddette “smart tips”, o i manuali per gli operatori diffusi soprattutto in ambito anglosassone) che possa rappresentare un riferimento utile per tutti, e quindi, sotto certi aspetti, un servizio di supporto co-progettato. Pubblicazioni come i “Quaderni del SELF” si muovono già in questa direzione, ma per arricchire la panoramica delle possibilità ci si può rifare a modelli autorevoli come le attività di ricerca e sintesi svolte dal centro inglese JISC, o altre ipotesi simili.

Sul piano delle competenze il passaggio da effettuare è più difficile, poiché in molti casi sussistono vari ostacoli ad azioni realmente efficaci in questo campo. Va purtroppo considerata anche la presenza di atteggiamenti di resistenza negli operatori (in particolare in ambito scolastico, ma non solo): si è resistenti non tanto all’e-learning inteso come opportunità educativa, quanto alla tecnologia in sé e soprattutto al cambiamento con cui ci si deve confrontare nel momento in cui si introducono fattori di innovazione in un contesto organizzativo. Per superare queste resistenze si possono praticare due strategie. Una viene percepita da molti come valida e praticabile: consiste nello stimolare la crescita delle competenze tecnologiche e la modifica degli atteggiamenti nei confronti delle tecnologie attraverso meccanismi diretti o indiretti di incentivazione e riconoscimento. Che tuttavia presuppongono dinamiche legate al concetto di valutazione delle competenze possedute o acquisite, che non risultano sempre attuabili (nella scuola, ad esempio, parlare di valutazione delle competenze degli insegnanti è quasi un argomento tabù) e che in ogni caso implicano modifiche significative nel contesto organizzativo. L’altra strategia potrebbe consistere nel diluire le resistenze all’innovazione tecnologica progettando e attuando piani formativi improntati ad una percezione delle tecnologie come strumento per migliorare competenze di tipo comunicativo, organizzativo e metodologico, che in quanto tali dovrebbero essere più facilmente accettate, come divario su cui intervenire con azioni di miglioramento, da chi opera nella formazione. Questa è del resto la strada tracciata a livello europeo dal quadro di riferimento delle competenze digitali, dove si evidenzia come focus della crescita della persona non tanto l’abilità tecnologica, quanto piuttosto la consapevolezza della relazione funzionale tra le tecnologie e i loro ambiti applicativi.

Questa ipotesi di lavoro porta a ritenere che si possa indirizzare in tal senso anche parte delle politiche orientate ai servizi, progettando o potenziando ad esempio quelli più centrati sul supporto motivazionale alle persone, quelli legati alla ratifica della professionalità acquisita (ad esempio un sistema uniforme di e-portfolio utilizzabile – come suggeriscono le linee guida UE – sia come modalità di validazione dei crediti formativi che come strumento di mappatura del know-how “reale” disponibile all’interno delle organizzazioni) e quelli connessi alla semplificazione, ovvero alla gestione del passaggio dalla sperimentazione tecnologica in quanto tale alla gestione degli strumenti tecnologici in funzione delle esigenze didattiche specifiche del contesto in cui si opera.

Resterebbe infine da riflettere sulle specificità di ciascun ambito operativo, per capire meglio quali sono i nodi critici e come intervenire in proposito. Il problema è che alcuni nodi critici che potrebbero emergere analizzando le discussioni che si sono sviluppate non sembrano affrontabili se non entrando nel merito di scenari ben più ampi e densi di implicazioni. Per quanto riguarda la scuola, ad esempio, non si può prescindere dalle implicazioni legate alle interazioni – spesso conflittuali – tra le politiche ministeriali e il principio di autonomia degli istituti: una tensione che in parte ha generato uno scenario caratteristico, a macchie di leopardo, in cui il problema principale potrebbe paradossalmente essere rappresentato dalla divari sempre più ampio che emerge tra situazioni di forte criticità operativa in cui anche un progetto modesto ha poche probabilità di essere attuato e progetti di assoluta eccellenza che in quanto tali (e considerando la situazione complessiva) risultano difficilmente trasferibili. Nelle università, al contrario, il bisogno primario evidenziato durante la discussione sembra essere legato alla mancanza di una prospettiva utile per andare oltre quello che si potrebbe definire una sorta di “grande freddo”: che significa assenza di comunicazione interna, crisi di identità, mancanza di “passione” e di intensità. Come si affrontano problematiche di questa portata? Appare evidente che c’è bisogno di una visione a lungo termine e che pochi suggerimenti operativi non possono bastare. Paradossalmente, PA e Sanità si scontrano con problematiche di natura quasi opposta: c’è fermento, si procede, sembra che non manchi la motivazione, né, talora, le risorse sufficienti quanto meno a portare avanti progetti mirati. Ma la domanda che prende forma è: come “tesaurizzare” tutto questo? Come evitare che gli sforzi compiuti vengano vanificati? Cosa fare (e come) per migliorare ancora? Forse, una prima risposta, sia pure molto parziale, sta nella ricerca di tutte le possibili sinergie tra gli attori, in modo da ottimizzare le risorse disponibili e limitare i rischi di dispersività o di accentuazione del particolarismo così frequenti nello scenario italiano. In una parola, nella messa a punto di un sistema pensato come un servizio ai processi formativi e strutturato come una rete di formatori. La strada, in tal senso, è già tracciata: si tratta solo di definirla meglio e farne un’infrastruttura primaria in grado di connettersi con le altre reti che attraversano il paesaggio complesso della società della conoscenza.

Cloud, Media & Social Learning: un’anticipazione

Reading time: 2 – 2 minutes

Cominciano questa settimana le attività online del corso sperimentale su “Cloud, Media & Social Learning” che terrò nell’ambito del Master DOL del Politecnico di Milano:
http://www.dol.polimi.it/mastersecondolivello/

Ecco una breve anticipazione sul taglio della conversazione e sugli argomenti che saranno affrontati… qualche suggerimento?

“Si fa presto a dire learning (con o senza la “e” davanti). O cloud. O social. O, peggio ancora, media. Per non parlare delle tante combinazioni possibili: social media, cloud learning, media cloud (ammesso che qualcuno lo abbia già diffuso e diluito nel web attraverso qualche tweet). Si fa presto a coniarle, le parole, e altrettanto presto a dimenticarle, o a sperperarne il valore. Più difficile è definirne il reale significato, e tradurlo in ipotesi applicabili, in strategie di innovazione in grado di provocare un cambiamento. Ma è sempre stato così nella breve (eppure già controversa) storia dell’e-learning: si pensa a un’etichetta, si cerca di descrivere lo scenario che dovrebbe inquadrare, se ne sostengono le implicazioni e le conseguenze, fino a quando l’attenzione non si sposta su una nuova etichetta, che in quel momento sembra più promettente. Stat rosa pristina nomen, nomina nuda tenemus.

Cercheremo di non commettere lo stesso errore, accettando prima di tutto il presupposto che le etichette da cui qualsiasi ragionamento prenderà avvio siano solo dei TAGs, ovvero termini informali utili per avviare una ricerca su un sistema complesso di conoscenze e allo stesso tempo sigle formalizzate in grado di ricomporre un quadro d’insieme, applicando un determinato formato. Proveremo, quindi, a tracciare una mappa (sintetica) dell’evoluzione del concetto di e-learning, per poter cogliere meglio le implicazioni e le potenzialità dello scenario attuale e definire un’agenda, o quanto meno un set di domande aperte, a cui, nei prossimi anni, la ricerca e le pratiche acquisite dovranno dare delle risposte convincenti”.

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MRB
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Una curiosita': come fai a trovare qualcuno con cui parlare davvero di queste cose che per te sono importanti? Mi …
Mario Rotta
Mario Rotta

In questo caso si tratta dell'avvio di un corso. Tutti i destinatari sono più che disposti a interagire, ed è …

La rete tradita

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La rete è stata tradita, e il tradimento continua. Questo è ciò che percepisco da tempo, e che oggi dichiaro apertamente, nella speranza che le parole che riuscirò a organizzare e disseminare contribuiscano a risvegliare qualche coscienza, o almeno ad aprire e mantenere in vita una discussione. La rete è stata tradita perché ne sono stati stravolti i principi originari, perché se ne fraintende il significato e se ne nascondono, se ne limitano le potenzialità. E tutto questo accade colpevolmente: non è altro che il risultato della collisione tra alcune strategie “devianti” e l’incapacità di reagire, l’assuefazione di gran parte dei cosiddetti “utenti”. Ma non vorrei apparire nostalgico o catastrofista (due atteggiamenti che rifiuto), ragion per cui proverò ad argomentare meglio queste affermazioni così perentorie.

Tutti coloro che hanno cominciato a comunicare, lavorare, studiare, insegnare o interagire in rete più di 15-20 anni fa sanno perfettamente che lo scenario che avrebbe potuto (e dovuto) delinearsi racchiudeva una gamma di possibilità che visionari come Cerf, Licklider o Nelson (e molti altri ancora) avevano già intuito e tracciato. Ne evidenzio alcune che ritengo essenziali:

  • il rovesciamento del paradigma comunicativo tipico dei media tradizionali e dei mass-media, in base al quale le informazioni, i contenuti, i messaggi sono selezionati ed erogati da pochi soggetti emittenti verso una grande quantità di destinatari riceventi, passivi: in rete, al contrario, ogni persona connessa è soggetto attivo, invia messaggi, condivide informazioni, senza passare necessariamente attraverso filtri o mediazioni, anzi, diventando essa stessa filtro e mediatore nei confronti di tutti gli altri soggetti con cui interagisce alla pari.
  • L’allargamento delle opportunità di accesso alle informazioni e ai contenuti indipendentemente dalle limitazioni legate a fattori spazio-temporali, materiali ed economici: la promessa consisteva nell’immaginare che ciascun cittadino del pianeta Terra potesse in un futuro non troppo lontano connettersi velocemente e gratuitamente alla rete per accedere universalmente, gratuitamente e liberamente alla totalità delle conoscenze disponibili, abbattendo le difficoltà geografiche e ogni altra forma di discriminazione culturale diretta o indiretta.
  • La possibilità di esplorare nuove modalità di interazione tra persone e conoscenze, sfruttando da un lato le opportunità “multimodali” della cultura digitale (scrittura ipertestuale, organizzazione semantica delle risorse, integrazione dinamica tra comunicazione verbale e comunicazione visiva…), puntando dall’altro sull’approccio collaborativo, sulla reticolarità delle relazioni e sulla gestione asincrona della comunicazione, in quanto ipotesi di innovazione e di cambiamento nei paradigmi educativi e nella gestione dei saperi.

Questi principi sono stati realmente applicati? Queste promesse sono state mantenute? La risposta è no. Anzi, proprio negli ultimi anni, contrariamente a ciò che sembra o si pretende talora di dimostrare, molti hanno cercato di stravolgere il significato della la rete indirizzandola diversamente. Tutto questo è accaduto e accade per una serie di ragioni che talora sfuggono agli stessi addetti ai lavori. Ma più spesso è accaduto e accade in base a precise strategie o malcelati interessi, colpevolmente. E si possono fare nomi e cognomi dei responsabili.

Il paradigma comunicativo reticolare, orizzontale e disintermediato che dovrebbe prevalere in rete, ad esempio, è limitato dal continuo riaffiorare del modello broadcast: sono sempre meno i siti e gli ambienti online dove si interagisce e sempre di più quelli che “trasmettono” utilizzando “canali” diretti o che erogano verticalmente informazioni e contenuti filtrati a monte, con buona pace della visione di Siemens. Le ragioni di questo tradimento sono evidenti: i modelli comunicativi reticolari, basati sull’interazione orizzontale tra gli utenti, non si prestano alla vendita di spazi pubblicitari, mentre inserzioni e altre forme di advertising si possono introdurre facilmente nei giornali online, negli inserti video, nelle applicazioni per l’iPad o per la barra di Google e in generale in qualsiasi ambiente che anziché essere gestito da un singolo utente nel quadro di riferimento di una rete paritaria di persone è di fatto pilotato e controllato da un apparato o da una società, compresi, in aperta contraddizione con ciò che vorrebbero essere, i più noti social network. Personalmente, mi sono stancato da tempo dell’invadenza della pubblicità. Non si può muovere un passo per strada o in una stazione senza essere tormentati da immagini idiote e da stupidi slogan, non si può guardare o ascoltare nulla senza essere interrotti da spot pensati da degli stronzi per insegnare a dei mentecatti a vivere come imbecilli: ritrovare tutto questo anche in rete, in quel territorio che per definizione dovrebbe aiutarci ad andare oltre la persistenza dei messaggi indesiderati, è qualcosa che non riesco a sopportare. Ma abbiamo tutti delle responsabilità: capita ad esempio che qualche sconosciuto ci scriva proponendoci di inserire un link o un banner che rimanda ad un sito sul nostro blog, e magari accettiamo, perché il link ci sembra pertinente, o innocuo. In realtà, quasi sempre, si tratta di un modo per reindirizzare utenti su spazi dove si annidano (letteralmente) messaggi promozionali. A me ad esempio è arrivata una proposta di scambio di link molto ben formulata da parte di un sedicente esperto di cultura digitale che mi presentava un suo sito apparentemente molto ben fatto, in realtà basato su una home page senza rimandi effettivi ad altre sezioni (soltanto annunciate) ma con link tanto discreti quanto subdoli ad altre home page della stessa natura e forma, come in un caleidoscopio di nodi nel vuoto, però quantificabili in migliaia di click per tot centesimi ciascuno che con ogni probabilità qualcuno avrebbe guadagnato, non so chi e mi sfugge il perché ma immagino che funzioni così. Io naturalmente non accetto queste proposte, ma quanti blogger cedono magari inconsapevolmente a questo gioco? Più in generale, ci rendiamo conto che più usiamo Facebook per condividere informazione ridondante, più contribuiamo ad aumentare il valore degli spazi promozionali che la società che gestisce Facebook rivende? Di fatto, non siamo più soltanto consumatori/target, ma anche cavie da laboratorio che utilizzando quello che pensano sia uno strumento producono inconsapevolmente plusvalenze che altri incassano: non voglio con questo fare il moralista, rimando nel caso, per chi volesse approfondire la questione con una lettura intelligente, a Telepolis del sociologo Javier Echeverria: vorrei però far notare che se questo è lo scenario il senso della rete è stato fuorviato, si riduce il territorio intrigante dell’interazione in funzione dell’aumento dello spazio destinato alla più rassicurante (e sponsorizzabile) fruizione.

Ancora più evidenti sono le responsabilità per quanto riguarda il tradimento della promessa (o della speranza) che la rete potesse garantire a tutti, ovunque e in qualunque momento, il libero accesso alla totalità delle conoscenze. Lasciamo perdere il problema irrisolto del digital divide tra paesi ricchi e paesi poveri, limitiamoci alla situazione italiana, sotto certi aspetti esemplare. Mentre in paesi come la Finlandia si ragiona sul diritto dei cittadini all’accesso veloce alla rete, in Italia non c’è alcuna visione politica né sulla banda larga né su come incentivare le reti wireless. Gli operatori telefonici (che non a caso sono tra i maggiori inserzionisti pubblicitari sia in TV che sulla stampa) vendono ancora chiavette, spacciando per accesso veloce e senza fili connessioni lente e costose, mentre il governo regalerà ad amici di amici le frequenze che si libereranno grazie al digitale terrestre, le stesse che altrove saranno utilizzate proprio come opzione per reti più ampie, veloci e capillari. In pratica, il nostro diritto a una rete stabile, veloce, a basso costo, è calpestato dall’alleanza di fatto tra un oligopolio interessato e l’inettitudine (forse non disinteressata) di una certa classe dirigente. Le cose non vanno meglio sul versante della disponibilità dei contenuti digitali: i grandi gruppi editoriali non solo non investono ma ostacolano la diffusione degli eBook e dei libri digitali in generale, limitandosi ad annunciare non meglio precisati “portali” (altri esempi di gestione verticistica e non reticolare della conoscenza) che al momento hanno la forma di una home page statica che per quanto mi riguarda mi sarei vergognato a caricare in rete nel 1996. Ma non va meglio in ambito pubblico, se un ministro di un paese che possiede i ¾ del patrimonio culturale dell’intera umanità, anziché farsi carico di investimenti sistematici sulle biblioteche digitali o sui musei virtuali affida ad un accordo con Google la digitalizzazione di parte dei volumi antichi e rari delle biblioteche nazionali e considera perfino un successo essere arrivati a tanto! La verità è che del diritto dei cittadini di poter disporre più facilmente di più informazioni e più conoscenze non importa a nessuno, probabilmente perché almeno a questa classe politica non importa che i cittadini “crescano”, siano più informati, consapevoli, abbiano più opportunità di documentarsi, leggere, studiare, imparare. La verità è che al di là di quello che si condivide a qualche convegno manca una visione del futuro centrata sulla semantica del web e sulla distribuzione aperta dei contenuti digitali. La verità è che anche in questo caso, uno dei significati più profondi della rete è stato snaturato.

Ma anche in altri ambiti e rispetto ad altre aspettative le cose non vanno meglio. Pensiamo ad esempio all’uso educativo degli ambienti di rete, alla comunicazione didattica, all’e-learning, alle opportunità formative legate all’attivazione di comunità virtuali e network sociali come opzioni per l’apprendimento permanente. Certo, non mancano le sperimentazioni, ma concretamente, sistematicamente, che cosa si è fatto? Poco o nulla, direi. Il linguaggio multimodale della rete viene raramente sfruttato e ancora oggi la maggior parte dei “materiali formativi” digitali che circolano sono vecchie, noiose e inutili slides per di più in Power Point, o lezioni registrate da docenti che evidentemente hanno un sogno nella vita: essere invitati a Quark da Piero Angela per un siparietto. Rispetto ai modelli di interazione educativa alternativi alla scuola, all’università o alla formazione tradizionali, poi, capita che troppi sedicenti esperti o ricercatori cavalchino la novità o la tendenza del momento (è successo e succede con l’e-learning, il Web 2.0, il Knowledge Management) per poi affrettarsi a dichiararla morta quando produrre articoli sullo stesso argomento non serve più ad arricchire il curriculum. In realtà, tanto per fare un esempio, l’e-learning non è morto: non è mai nato, né cresciuto. Per l’incapacità organizzativa delle istituzioni universitarie. Per l’assenza di una visione aperta e lungimirante nelle imprese. Per l’incompetenza di molte agenzie formative. E perché per molti formatori è più comodo continuare a insegnare in modo tradizionale, così come (immagino) per molti studenti è più facile imparare in modo passivo, come si è sempre fatto; in fondo tutti sono capaci di ascoltare qualcuno che dice delle cose (anche stupide magari) e ripeterle, mentre per contribuire all’arricchimento collaborativo di un wiki bisogna organizzarsi, rimboccarsi le maniche, assumersi delle responsabilità. Vi sembro troppo aggressivo? Ma no, è solo che sto parlando di un mondo che conosco troppo bene per non cedere a un minimo di “fervore”. E so che al di là di qualche oasi felice, è in gran parte una giungla in cui per andare avanti non basta neppure il machete. Sta di fatto che anche in questo caso le promesse della rete non sono state mantenute: delle straordinarie potenzialità educative di questo insieme meraviglioso di infrastrutture tecnologiche si fa un uso limitato, riduttivo, e anziché esplorare nuovi formati didattici e nuovi processi di apprendimento ci si rifugia spesso dietro la forma apparentemente rassicurante dell’insegnamento tradizionale, giustificandone per di più l’impianto conservatore attraverso l’uso decontestualizzato di qualche gadget tecnologico, di qualche (ahimè) “piattaforma” o di qualche ambiente apparentemente aperto e interattivo dove in realtà non succede quasi mai nulla di significativo.

Mi dispiace aver dipinto un quadro dalle tonalità così fosche. In realtà so bene che non tutto è perduto e che ci sono ancora, in rete, energie, creatività e volontà. Forse la rete alimenta e moltiplica la stupidità, l’assuefazione, la genericità, l’insistenza, la ridondanza. Ma anche la possibilità di combattere e resistere, di condividere risorse e conoscenze, di creare le circostanze perché persone diverse, culture diverse possano incontrarsi e dialogare, e da quella scintilla nascano idee, occasioni, fenomeni, progetti. In ogni caso non bisogna mai abbassare la guardia, né cedere al conformismo sociale o al consumismo del nulla a cui molti stanno cercando di portarci. E poco importa se saranno soltanto i 25 lettori del nostro blog personale a capire e a sperare ancora: in rete nessuno è un’isola, siamo tutti parte di arcipelaghi verso cui prima o poi altri navigheranno. Nel frattempo faremo come sempre: continueremo a scrivere, a interagire, a progettare, a testimoniare. E a resistere…