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	<title>mrxBlog &#187; coraggio</title>
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	<description>Pensieri scritture e immagini dagli archivi di Mario Rotta</description>
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		<title>Una democrazia</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2021 11:46:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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<p>In una democrazia sarebbe tutto più facile, tutto più semplice, tutto più logico, tutto più equilibrato. La democrazia è equilibrio. Nessuno dei tre poteri deve prendere il sopravvento sull&#8217;altro, per nessuna ragione, altrimenti non esisterebbe più la democrazia stessa. Magari ognuno di noi si riterrebbe comunque democratico. Ma non è questa la democrazia. Ora vorrei essere sulla collina dell&#8217;Aeropago, ad Atene, dove si riunivano i saggi. Da lassù si vedono la Boulè, dove si riuniva il governo, e l&#8217;Ecclesìa, dove si riuniva il popolo. Le leggi sono il risultato di un processo che comincia discutendo, prosegue vigilando sulla loro equità e si conclude applicandole con saggezza. In una democrazia, in pratica, tutto sarebbe diverso da com&#8217;è adesso. Una democrazia saprebbe di essere incompleta, ma cercherebbe comunque di fare tutto il possibile perché ciascuno possa compensare il rischio di uno squilibrio tra i poteri che ne rappresentano l&#8217;essenza. Una democrazia non è un mondo perfetto, dove nulla di tutto questo sarebbe successo. Questo mondo non c&#8217;è, ed è successo di tutto. Ed è proprio in queste circostanze che una democrazia dovrebbe rivelarsi, manifestarsi, esserci; quando accadono le cose e bisogna fare di tutto per evitare che qualcuno se ne approfitti e che le cose vadano a vantaggio di alcuni, pochi di solito, e ricadano sulle spalle di tanti. In una democrazia non ci dovrebbe essere nessuna discussione sulla festa che la rappresenta; in una democrazia ognuno può fare le scelte che vuole rispettando le scelte degli altri; non si impone a nessuno di fare qualcosa contro la sua volontà né si consente ad alcuni di fare qualcosa che va contro la volontà degli altri; in una democrazia ognuno potrebbe scegliere il proprio destino e seguire le proprie ambizioni sapendo che non ci saranno ostacoli per l&#8217;obiettivo che vuole raggiungere, anzi, per quanto strano possa apparire, per quanto insolito per quanto diverso sia quell&#8217;obiettivo, sarebbe considerato dagli altri un diritto fondamentale, una parte della stessa democrazia; in una democrazia non succederebbe quello che sta succedendo adesso: si incontrano le persone per strada e non si salutano più, non si chiede più come stai, si chiede &#8220;hai fatto il vaccino?&#8221;, e se si risponde di no l&#8217;altro fa tre passi indietro, come per allontanarsi da un appestato; in una democrazia sarebbe scritto nella costituzione &#8211; come in effetti è scritto nella nostra &#8211; che chi vuole fare un vaccino o qualunque altra cosa può farlo e chi non vuole o non può ha il diritto di non farlo. Tutto qui, si potrebbe dire. In una democrazia non ci sarebbero discriminazioni verso chi si allontana dal pensiero comune, anzi, una democrazia sa bene che la sua fragilità intrinseca può essere compensata solo dal rispetto delle diversità, perché è delle diversità, della complessità, delle differenze e del confronto aperto tra le differenze che si nutre e vive. In una democrazia reale tutto il resto non è democrazia, tutto il resto è nella migliore delle ipotesi convenzione sociale, dalla quale varrebbe la pena distanziarsi. Nella peggiore delle ipotesi, al contrario, il senso comune non è altro che il risultato di intenti premeditati o giochi di interesse, che fanno di tutto per dividere i cittadini, escludendoli, sapendo che una democrazia è inclusiva o non è. In una democrazia si potrebbe ancora viaggiare, muoversi senza dover dimostrare nulla a nessuno, senza dover rispettare chissà quale sorta di imposizioni che non siano i limiti del codice della strada o quelli del nei confronti degli altri o rispetti al mezzo di trasporto. In una democrazia non ci sarebbe mai stato bisogno di tirar fuori di nuovo parole che evocano tempi oscuri: pandemia, coprifuoco, autocertificazione, confinamento, distanziamento sociale; in una democrazia si sarebbe affrontato tutto questo parlandone in modo consueto, come si parla e come si sarebbe parlato di qualsiasi altra cosa, per quanto grave possa apparire; si sarebbero prese decisioni cercando di cogliere di capire di valutare i bisogni le necessità gli interessi le volontà o i desideri di tutti, perché in una democrazia si ascoltano con pari dignità le opinioni di tutti e si è attenti a tutto quello che tutti dicono e pensano; una democrazia non può escludere qualcuno rispetto a qualcun altro sulla base di cosa non è dato sapere; in una democrazia tutti sarebbero inclusi nella discussione e tutti sarebbero ammessi a dare un contributo. E in quel &#8220;tutti&#8221; c&#8217;è tutto: chi è d&#8217;accordo e chi no, chi è bianco o nero, ricco o povero, sano o ammalato. In una democrazia ognuno di noi è parte di tutti e tutti sono parte di noi. In una democrazia un evento improvviso amplificabile dai media non dovrebbe degenerare in regole insulse e frettolose, comportamenti isterici, effetti devastanti sulle relazioni sociali e interpersonali. Una democrazia, al contrario, dimostrerebbe proprio in queste circostanze la sua natura e la sua forza, ispirandosi alla saggezza, alla tolleranza, all&#8217;equilibrio, al buon senso al limite, ma non alla paura. La paura è l&#8217;arma biologica dei tiranni. In una democrazia, dovrebbe contare soltanto il coraggio dei cittadini e si dovrebbero ascoltare i cittadini che hanno il coraggio di opporsi, di ragionare, di pensare. L&#8217;unico antidoto efficace. Chissà se da qualche parte nel mondo c&#8217;è ancora una democrazia?</p>
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		<title>Venti venti</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Dec 2019 18:08:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2019/12/2017-02-12-17-45-26.jpg"><img class="size-full wp-image-1524" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2019/12/2017-02-12-17-45-26.jpg" alt="Jpeg" width="600" height="600" /></a></p>
<p>Buon anno. Ma non a tutti. Ecco, voglio cominciare così questa nuova serie di riflessioni sulla vita, l&#8217;universo e tutto il resto (come direbbe Douglas Adams), riprendendo uno spunto appena accennato &#8211; e poi non sviluppato a sufficienza &#8211; in una delle mie lettere di Natale, una sequenza molto apprezzata e seguita ma che non posso fare altro che considerare conclusa. Cos&#8217;altro potrei scrivere sul consumismo esasperante che circonda la festa più bella? Cosa potrei dire che non sia già stato detto? Solo una cosa, purtroppo: che il modello consumista ha stravinto, è penetrato nel profondo della maggior parte delle coscienze e ha sgretolato quel poco di umanità che avevamo nascosto nell&#8217;ultimo angolo buio, trasformando tutti o quasi tutti in anime aride, come una costa cancellata da uno tsunami senza apparente origine.</p>
<p>Buon anno, ma non a tutti, quindi. Ma sicuramente buon anno a tutti quelli che la sera del 31 dicembre salveranno la vita di qualcuno. La stessa vita unica, preziosa, che per gli strateghi del marketing, i media e i giocatori d&#8217;azzardo della finanza multinazionale conta poco più di zero, anzi, conta uno, un numero, perché per questa gente numeri siamo e numeri ritorneremo. Buon anno, allora, anche a tutti quelli che hanno già trovato o troveranno il coraggio di ribellarsi ai ritmi che ci vengono imposti per produrre sempre di più, non si sa perché, né per chi, ma sicuramente in nome di qualche astratta corporate con sede legale in un&#8217;isola dei Caraibi, configurando una società dove tutti fanno quello che impongono i grandi azionisti, che sotto sotto preferirebbero tornare ad un modello economico basato sulla schiavitù, ma non potendo ancora farlo si accontentano di inebetire le persone togliendo loro il senso del tempo, la voglia di osare, la curiosità, l&#8217;entusiasmo.</p>
<p>Buon anno a chi saprà resistere e insistere sulle tematiche ambientali, sovrastando con dati inoppugnabili, riflessioni serie e messaggi chiari lo scetticismo, la colpevolezza o la cialtroneria di chi pur avendo il potere di fare qualcosa non solo non fa nulla, ma si ostina a cercare di distruggere il nostro pianeta per disinteresse, stupidità o in nome di una logica del profitto che &#8211; nell&#8217;attuale situazione di emergenza per gli effetti del surriscaldamento globale &#8211; non si capisce a cosa e a chi possa servire. Buon anno anche a tutti quelli che cercano pazientemente di spiegare ai tanti, troppi deficienti al potere in tanti, troppi paesi del mondo, che è arrivato il momento di pensare alla Terra come ad un unico grande organismo in cui tutti gli esseri viventi, senza eccezioni né privilegi, dovrebbero semplicemente (si fa per dire) imparare a convivere contando sulle risorse disponibili e sulla loro sostenibilità. Buon anno, quindi, a chi insegna ancora con serietà e impegno materie come la storia, la storia del pensiero, la geografia storica, l&#8217;educazione civica, la letteratura, l&#8217;arte, le scienze, la matematica e tutto ciò che ogni ragazzo dovrebbe sapere per diventare un uomo completo, ovvero disposto ad ascoltare e capace di imparare ancora.</p>
<p>Buon anno a tutti coloro che per una qualsiasi ragione, per un guizzo di intuito o un sussulto di desiderio di libertà non stanno al gioco e ne scontano le conseguenze: a chi non vota, perché è un suo diritto non solo astenersi, ma pretendere candidati decenti nel caso volesse tornare a votare. Per inciso, quantitativamente sarebbero il primo partito italiano: ma non contano nulla, dimostrando indirettamente che la logica quantitativa vale a sua volta solo se e quando fa comodo. Buon anno, di conseguenza, a chi ha ancora un briciolo di serietà e di coerenza e sa attribuire un peso, un valore e un significato alle parole, selezionandole con cura per essere sicuro di pronunciare o scrivere quella giusta, quella che sa essere pesante come una pietra e allo stesso tempo leggera come la piuma di un uccello marino; è solo grazie a chi non spreca continuamente tempo e parole nei salotti televisivi che possiamo ancora pronunciare con l&#8217;impegno che meritano quelle parole, che poi sono quelle che esprimono i dubbi dell&#8217;esistere, che delimitano i concetti che dovrebbero essere tradotti in principi, che risuonano nella nostra anima quando incontriamo qualcuno che come noi cerca di salvaguardarle: libertà, amore, dignità, democrazia, pace, equità, comprensione, tolleranza, condivisione, creatività e molte altre, per fortuna. Solitamente fraintese in quasi tutti i mezzi di comunicazione, o addirittura sparite, e del tutto assenti nel limitato vocabolario degli arroganti e dei beceri che pur di generare consenso vomitano frasi sommarie e insulti gratuiti, convinti perfino &#8211; sondaggi alla mano &#8211; di essere simpatici.</p>
<p>Buon anno a chi è capace di restare in silenzio quando non occorre parlare o quando bastano poche frasi. Buon anno a chi è gentile, educato, buono, mite, comprensivo. Non sono virtù fuori moda, bisognerebbe solo ricordarsi che molti intellettuali impegnati (da Voltaire a Bertrand Russell, da Kant a Ghandi, da Pietro Calamandrei a Norberto Bobbio) ne hanno descritto l&#8217;importanza e hanno dimostrato che perseguirle comporta più fatica e richiede più coraggio di quanto non ne occorra per mostrarsi cinici, menefreghisti o &#8211; a proposito della chiarezza che le parole assumono quando sono usate in modo pertinente &#8211; semplicemente stronzi.</p>
<p>Avrete già intuito a questo punto che molti personaggi noti e meno noti non rientreranno mai tra i destinatari di questi auguri. Non è così solo perché sto rivelando tra le righe messaggi ispirati a valori precisi e facilmente riconoscibili. Ma è così anche perché i miei auguri per il 2020 sono dedicati prima di tutto agli esclusi, agli assenti, a chi è in minoranza, a chi non conta, a chi non viene ascoltato, e chi non può parlare, a chi non sa come sopravvivere e a chi non sa dove andare per mettere in salvo la propria vita, a chi non può partecipare perché non rappresenta nessuno, a chi non sa cosa dire perché sa che sarebbe frainteso o strumentalizzato, a chi cerca di dare una voce a chi è da sempre costretto a rimanere muto, a chi difende chi è più debole, a chi aiuta chi ha bisogno di aiuto. Buon anno anche a voi. E buon anno a chi sa amare, a chi non ha paura di amare, a chi ha ancora amore da donare, a chi vorrebbe essere amato. Buon anno a chi guarderà le stelle per calcolare quanto sono lontane, a chi guarderà la luna anziché il dito. A chi eviterà le feste dove non è più richiesto un abito elegante ma solo la volontà di &#8220;sballare&#8221;. A chi saprà resistere alla tentazione di sparare botti che non servono a niente se non a dimostrare che siamo ancora più imbecilli di quanto sembrava a prima vista. Buon anno a chi eviterà, attorno alla mezzanotte, di scrivere messaggini a chi sta scrivendo messaggini a chi risponderà scrivendo messaggini che &#8211; dopo aver trasformato l&#8217;attimo rituale e conviviale dell&#8217;inizio in una ripetitiva litania digitale tra statue di sale pietrificate &#8211; intaseranno anche le linee telefoniche fino al mattino.</p>
<p>Buon anno, infine, a chi al mattino vedrà una stella e avrà il coraggio di incamminarsi in quella direzione. Qualunque essa sia.</p>
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		<title>Invictus</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Dec 2013 08:01:50 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Dedicato a Nelson Mandela (1918-2013)<a href="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2013/12/IMG_4566.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-1221" title="IMG_4566" src="http://www.mariorotta.com/scritture/wp-content/uploads/2013/12/IMG_4566-1024x603.jpg" alt="Invictus (Piano Grande di Castelluccio)" width="620" height="365" /></a>Due cose, due semplici e limpide cose mi ha insegnato Nelson Mandela, oltre a tutto quello di cui si parlerà per anni, rileggendo, riesaminando, discutendo. La prima è il coraggio di essere coerenti con i propri principi fino a dedicare ad essi la vita stessa, senza piegarsi mai, come un albero dalle radici troppo profonde per essere sradicato dal deserto che lo circonda. La seconda è il coraggio di mettere in discussione quegli stessi principi per poter dialogare con gli altri, per cercare di includerli nel nostro stesso cammino, nella certezza che se un albero può anche sopravvivere nel deserto, è soltanto insieme, collaborando, che riusciremo ad attraversarlo o a farlo diventare un giardino. Queste due cose, semplici ma non per questo facili, ieri erano sufficienti per riconoscere la grandezza di quest&#8217;uomo, oggi bastano per piangere, domani potrebbero essere quel raggio di luce di cui sempre più spesso avremo bisogno.</p>
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		<title>Un altro orizzonte</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jan 2011 08:47:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Rotta]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Non è la forza che manca, e neanche il coraggio; è che non c&#8217;è più entusiasmo, non si riesce più a sorridere per la soddisfazione di aver scoperto qualcosa, di aver visto che una luce illumina ciò che stiamo per incontrare nel nostro cammino. Riuscite ancora a ricordare la forma del sorriso dei kouroi e delle korai? Esprimeva l&#8217;equilibrio tra il desiderio di fare quel passo in avanti, proprio quello che da esseri umani li avrebbe fatti diventare eroi, e da eroi li avrebbe resi simili agli dei, e la serenità di chi sa che può riuscirci. Ma quel sorriso è scomparso, al suo posto ci sono solo le nostre smorfie, le nostre perplessità, le labbra dritte e serrate di chi ha perso i sogni, la speranza, perfino la capacità di credere che sia possibile cambiare qualcosa, anche poco, ma con le nostre mani, attraverso le nostre idee, grazie ai nostri gesti. Ecco cosa siamo diventati: ombre di noi stessi, rannicchiate in un angolo buio e polveroso della storia, in un fazzoletto di mondo sporco e ingiallito, che non riusciamo neanche a lavare, o a gettare via. Penso a tutti quelli che hanno dato la vita anche per noi, a tutti quelli che hanno rinunciato ai loro anni più belli o che sono stati costretti a immaginare il futuro per non essere schiacciati dal presente, o a desiderare un mondo migliore per superare le difficoltà che avevano dovuto affrontare. E poi mi guardo intorno, e riesco a vedere soltanto profili sfuocati di gente che un tempo erano persone, ma adesso si limita a sopravvivere, a centellinare futili e apparenti distrazioni in un flusso di quotidianità ridotta alla pura necessità. Non solo senza entusiasmo, ma senza più neppure sapere di che cosa si tratta o che cosa significa. Perché è successo? Com&#8217;è stato possibile dimenticare tutto ciò che eravamo o avremmo potuto essere? Dare la colpa a questo o a quello sarebbe troppo facile: siamo tutti colpevoli, o quanto meno complici, da quando abbiamo cominciato a distogliere lo sguardo perché pensavamo di avere ben altro da fare, e non ci siamo voluti accorgere che stavamo delegando l&#8217;esercizio di ogni potere ai peggiori, che si stavano scoperchiando le fogne. E che in questo sfacelo gli unici valori che sarebbero stati in grado di sopravvivere erano il denaro, l&#8217;apparenza e l&#8217;irresponsabilità, come tre cavalieri di un&#8217;apocalisse al rallentatore, l&#8217;uno dentro l&#8217;altro, l&#8217;irresponsabilità come linfa capace di far crescere e dilagare l&#8217;apparenza, l&#8217;apparenza come merce capace di risucchiare denaro, il denaro come mezzo e come fine, come principio e come territorio: come l&#8217;alfa e l&#8217;omega. E adesso? Non ditemi che non c&#8217;è più apparenza che tenga: un velo di Maia fatto della poltiglia che resta della realtà avvolge i nostri sensi e li illude, più che mai, ora e sempre, per ingannarci ancora e rendere l&#8217;essere ancora più insostenibile, sapendo che non ci sono limiti all&#8217;assenza di spessore. Non ditemi che l&#8217;irresponsabilità ha passato il segno e che ritroveremo un minimo di orgoglio: ogni giorno gli irresponsabili mettono in scena un nuovo spettacolo, il cui scopo è abituarci al penultimo e strappare qualche applauso, purché sia, sapendo che il rumore di quattro imbecilli è in ogni caso più forte del silenzio di cento indignati. E poi non ditemi che non c&#8217;è più denaro e che ci risveglieremo bruscamente da questo incubo e capiremo che è ora di reagire. Non è vero. Il denaro sta solo passando dalle mani di chi ancora lo considerava solo uno strumento utile per dare forma e sostanza a qualche desiderio o a qualche progetto a quelle dei peggiori tra gli irresponsabili: ce lo stanno letteralmente rubando &#8211; i venditori di fumo e di beni inutili, le banche, i ministri dell&#8217;economia, quella parvenza di abbondanza che si respira nei centri commerciali, la malinconia forzata dei saldi di fine stagione, le offerte tutto compreso salvo clausole vessatorie, i maestri del branding e gli speculatori immobiliari &#8211; avvolgendoci in nuove forme di apparenza, come in una specie di nebbia calda, dove non si perde soltanto il senso dell&#8217;orientamento, ma perfino le illusioni. E anche noi abbiamo le nostre colpe, perché non facciamo quasi nulla per impedirlo, e quello che facciamo è inefficace: come si fa a spiegare a chi pensa che tutto possa essere facile e che la vita sia quella cosa frivola, colorata e dolciastra che prende forma negli spot pubblicitari, che non è vero? Che le pubblicità non dovremmo neanche guardarle? E che la vita è una costruzione complessa, difficile, un percorso faticoso che a volte richiede lacrime e sangue, sudore e rabbia? Siamo a un punto di non ritorno, e per di più di un viaggio che nessuno di noi avrebbe voluto consapevolmente intraprendere. Dobbiamo ricominciare da capo, re-inventare qualcosa. Ma come? Cosa? Io cerco di non comprare i prodotti delle multinazionali o delle società oligopolisitiche, ma è una battaglia senza speranza: si nascondono, si mimetizzano, e appena intravedono che qualche ipotesi alternativa può diventare un mercato interessante se ne impadroniscono, la assimilano, la divorano. Cerco di non guardare la televisione, ma anche quello è difficile, ci pensano i giornali del giorno dopo a ricordartela, dedicando pagine e pagine a personaggi che hanno detto e fatto qualcosa in televisione, per la televisione, attraverso la televisione. Ormai il cuore del mondo è una ladra di tempo. Sono arrivato al punto che non compro più quasi niente, se non lo stretto indispensabile, per non correre il rischio di arricchire ulteriormente qualche farabutto che in piena coscienza o senza saperlo neppure lui contribuisce a fare di questo mio paese quella palude di morti viventi che sta diventando. Ma non è questa la strada: dire di no è solo un passaggio, l&#8217;inizio della ribellione. Poi, bisognerebbe ritrovare lo sguardo di un bambino che si incanta dietro un vetro perché qualcosa, in cielo o sulla terra, dimostra che il mondo è in un granello di sabbia, e l&#8217;eternità in un momento. Forse allora riusciremo a capire finalmente cosa fare, come, quando. E cammineremo di nuovo con lo sguardo fiero, il passo deciso, in cerca di un altro orizzonte.</p>
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