La rete tradita

La rete è stata tradita, e il tradimento continua. Questo è ciò che percepisco da tempo, e che oggi dichiaro apertamente, nella speranza che le parole che riuscirò a organizzare e disseminare contribuiscano a risvegliare qualche coscienza, o almeno ad aprire e mantenere in vita una discussione. La rete è stata tradita perché ne sono stati stravolti i principi originari, perché se ne fraintende il significato e se ne nascondono, se ne limitano le potenzialità. E tutto questo accade colpevolmente: non è altro che il risultato della collisione tra alcune strategie “devianti” e l’incapacità di reagire, l’assuefazione di gran parte dei cosiddetti “utenti”. Ma non vorrei apparire nostalgico o catastrofista (due atteggiamenti che rifiuto), ragion per cui proverò ad argomentare meglio queste affermazioni così perentorie.

Tutti coloro che hanno cominciato a comunicare, lavorare, studiare, insegnare o interagire in rete più di 15-20 anni fa sanno perfettamente che lo scenario che avrebbe potuto (e dovuto) delinearsi racchiudeva una gamma di possibilità che visionari come Cerf, Licklider o Nelson (e molti altri ancora) avevano già intuito e tracciato. Ne evidenzio alcune che ritengo essenziali:

  • il rovesciamento del paradigma comunicativo tipico dei media tradizionali e dei mass-media, in base al quale le informazioni, i contenuti, i messaggi sono selezionati ed erogati da pochi soggetti emittenti verso una grande quantità di destinatari riceventi, passivi: in rete, al contrario, ogni persona connessa è soggetto attivo, invia messaggi, condivide informazioni, senza passare necessariamente attraverso filtri o mediazioni, anzi, diventando essa stessa filtro e mediatore nei confronti di tutti gli altri soggetti con cui interagisce alla pari.
  • L’allargamento delle opportunità di accesso alle informazioni e ai contenuti indipendentemente dalle limitazioni legate a fattori spazio-temporali, materiali ed economici: la promessa consisteva nell’immaginare che ciascun cittadino del pianeta Terra potesse in un futuro non troppo lontano connettersi velocemente e gratuitamente alla rete per accedere universalmente, gratuitamente e liberamente alla totalità delle conoscenze disponibili, abbattendo le difficoltà geografiche e ogni altra forma di discriminazione culturale diretta o indiretta.
  • La possibilità di esplorare nuove modalità di interazione tra persone e conoscenze, sfruttando da un lato le opportunità “multimodali” della cultura digitale (scrittura ipertestuale, organizzazione semantica delle risorse, integrazione dinamica tra comunicazione verbale e comunicazione visiva…), puntando dall’altro sull’approccio collaborativo, sulla reticolarità delle relazioni e sulla gestione asincrona della comunicazione, in quanto ipotesi di innovazione e di cambiamento nei paradigmi educativi e nella gestione dei saperi.

Questi principi sono stati realmente applicati? Queste promesse sono state mantenute? La risposta è no. Anzi, proprio negli ultimi anni, contrariamente a ciò che sembra o si pretende talora di dimostrare, molti hanno cercato di stravolgere il significato della la rete indirizzandola diversamente. Tutto questo è accaduto e accade per una serie di ragioni che talora sfuggono agli stessi addetti ai lavori. Ma più spesso è accaduto e accade in base a precise strategie o malcelati interessi, colpevolmente. E si possono fare nomi e cognomi dei responsabili.

Il paradigma comunicativo reticolare, orizzontale e disintermediato che dovrebbe prevalere in rete, ad esempio, è limitato dal continuo riaffiorare del modello broadcast: sono sempre meno i siti e gli ambienti online dove si interagisce e sempre di più quelli che “trasmettono” utilizzando “canali” diretti o che erogano verticalmente informazioni e contenuti filtrati a monte, con buona pace della visione di Siemens. Le ragioni di questo tradimento sono evidenti: i modelli comunicativi reticolari, basati sull’interazione orizzontale tra gli utenti, non si prestano alla vendita di spazi pubblicitari, mentre inserzioni e altre forme di advertising si possono introdurre facilmente nei giornali online, negli inserti video, nelle applicazioni per l’iPad o per la barra di Google e in generale in qualsiasi ambiente che anziché essere gestito da un singolo utente nel quadro di riferimento di una rete paritaria di persone è di fatto pilotato e controllato da un apparato o da una società, compresi, in aperta contraddizione con ciò che vorrebbero essere, i più noti social network. Personalmente, mi sono stancato da tempo dell’invadenza della pubblicità. Non si può muovere un passo per strada o in una stazione senza essere tormentati da immagini idiote e da stupidi slogan, non si può guardare o ascoltare nulla senza essere interrotti da spot pensati da degli stronzi per insegnare a dei mentecatti a vivere come imbecilli: ritrovare tutto questo anche in rete, in quel territorio che per definizione dovrebbe aiutarci ad andare oltre la persistenza dei messaggi indesiderati, è qualcosa che non riesco a sopportare. Ma abbiamo tutti delle responsabilità: capita ad esempio che qualche sconosciuto ci scriva proponendoci di inserire un link o un banner che rimanda ad un sito sul nostro blog, e magari accettiamo, perché il link ci sembra pertinente, o innocuo. In realtà, quasi sempre, si tratta di un modo per reindirizzare utenti su spazi dove si annidano (letteralmente) messaggi promozionali. A me ad esempio è arrivata una proposta di scambio di link molto ben formulata da parte di un sedicente esperto di cultura digitale che mi presentava un suo sito apparentemente molto ben fatto, in realtà basato su una home page senza rimandi effettivi ad altre sezioni (soltanto annunciate) ma con link tanto discreti quanto subdoli ad altre home page della stessa natura e forma, come in un caleidoscopio di nodi nel vuoto, però quantificabili in migliaia di click per tot centesimi ciascuno che con ogni probabilità qualcuno avrebbe guadagnato, non so chi e mi sfugge il perché ma immagino che funzioni così. Io naturalmente non accetto queste proposte, ma quanti blogger cedono magari inconsapevolmente a questo gioco? Più in generale, ci rendiamo conto che più usiamo Facebook per condividere informazione ridondante, più contribuiamo ad aumentare il valore degli spazi promozionali che la società che gestisce Facebook rivende? Di fatto, non siamo più soltanto consumatori/target, ma anche cavie da laboratorio che utilizzando quello che pensano sia uno strumento producono inconsapevolmente plusvalenze che altri incassano: non voglio con questo fare il moralista, rimando nel caso, per chi volesse approfondire la questione con una lettura intelligente, a Telepolis del sociologo Javier Echeverria: vorrei però far notare che se questo è lo scenario il senso della rete è stato fuorviato, si riduce il territorio intrigante dell’interazione in funzione dell’aumento dello spazio destinato alla più rassicurante (e sponsorizzabile) fruizione.

Ancora più evidenti sono le responsabilità per quanto riguarda il tradimento della promessa (o della speranza) che la rete potesse garantire a tutti, ovunque e in qualunque momento, il libero accesso alla totalità delle conoscenze. Lasciamo perdere il problema irrisolto del digital divide tra paesi ricchi e paesi poveri, limitiamoci alla situazione italiana, sotto certi aspetti esemplare. Mentre in paesi come la Finlandia si ragiona sul diritto dei cittadini all’accesso veloce alla rete, in Italia non c’è alcuna visione politica né sulla banda larga né su come incentivare le reti wireless. Gli operatori telefonici (che non a caso sono tra i maggiori inserzionisti pubblicitari sia in TV che sulla stampa) vendono ancora chiavette, spacciando per accesso veloce e senza fili connessioni lente e costose, mentre il governo regalerà ad amici di amici le frequenze che si libereranno grazie al digitale terrestre, le stesse che altrove saranno utilizzate proprio come opzione per reti più ampie, veloci e capillari. In pratica, il nostro diritto a una rete stabile, veloce, a basso costo, è calpestato dall’alleanza di fatto tra un oligopolio interessato e l’inettitudine (forse non disinteressata) di una certa classe dirigente. Le cose non vanno meglio sul versante della disponibilità dei contenuti digitali: i grandi gruppi editoriali non solo non investono ma ostacolano la diffusione degli eBook e dei libri digitali in generale, limitandosi ad annunciare non meglio precisati “portali” (altri esempi di gestione verticistica e non reticolare della conoscenza) che al momento hanno la forma di una home page statica che per quanto mi riguarda mi sarei vergognato a caricare in rete nel 1996. Ma non va meglio in ambito pubblico, se un ministro di un paese che possiede i ¾ del patrimonio culturale dell’intera umanità, anziché farsi carico di investimenti sistematici sulle biblioteche digitali o sui musei virtuali affida ad un accordo con Google la digitalizzazione di parte dei volumi antichi e rari delle biblioteche nazionali e considera perfino un successo essere arrivati a tanto! La verità è che del diritto dei cittadini di poter disporre più facilmente di più informazioni e più conoscenze non importa a nessuno, probabilmente perché almeno a questa classe politica non importa che i cittadini “crescano”, siano più informati, consapevoli, abbiano più opportunità di documentarsi, leggere, studiare, imparare. La verità è che al di là di quello che si condivide a qualche convegno manca una visione del futuro centrata sulla semantica del web e sulla distribuzione aperta dei contenuti digitali. La verità è che anche in questo caso, uno dei significati più profondi della rete è stato snaturato.

Ma anche in altri ambiti e rispetto ad altre aspettative le cose non vanno meglio. Pensiamo ad esempio all’uso educativo degli ambienti di rete, alla comunicazione didattica, all’e-learning, alle opportunità formative legate all’attivazione di comunità virtuali e network sociali come opzioni per l’apprendimento permanente. Certo, non mancano le sperimentazioni, ma concretamente, sistematicamente, che cosa si è fatto? Poco o nulla, direi. Il linguaggio multimodale della rete viene raramente sfruttato e ancora oggi la maggior parte dei “materiali formativi” digitali che circolano sono vecchie, noiose e inutili slides per di più in Power Point, o lezioni registrate da docenti che evidentemente hanno un sogno nella vita: essere invitati a Quark da Piero Angela per un siparietto. Rispetto ai modelli di interazione educativa alternativi alla scuola, all’università o alla formazione tradizionali, poi, capita che troppi sedicenti esperti o ricercatori cavalchino la novità o la tendenza del momento (è successo e succede con l’e-learning, il Web 2.0, il Knowledge Management) per poi affrettarsi a dichiararla morta quando produrre articoli sullo stesso argomento non serve più ad arricchire il curriculum. In realtà, tanto per fare un esempio, l’e-learning non è morto: non è mai nato, né cresciuto. Per l’incapacità organizzativa delle istituzioni universitarie. Per l’assenza di una visione aperta e lungimirante nelle imprese. Per l’incompetenza di molte agenzie formative. E perché per molti formatori è più comodo continuare a insegnare in modo tradizionale, così come (immagino) per molti studenti è più facile imparare in modo passivo, come si è sempre fatto; in fondo tutti sono capaci di ascoltare qualcuno che dice delle cose (anche stupide magari) e ripeterle, mentre per contribuire all’arricchimento collaborativo di un wiki bisogna organizzarsi, rimboccarsi le maniche, assumersi delle responsabilità. Vi sembro troppo aggressivo? Ma no, è solo che sto parlando di un mondo che conosco troppo bene per non cedere a un minimo di “fervore”. E so che al di là di qualche oasi felice, è in gran parte una giungla in cui per andare avanti non basta neppure il machete. Sta di fatto che anche in questo caso le promesse della rete non sono state mantenute: delle straordinarie potenzialità educative di questo insieme meraviglioso di infrastrutture tecnologiche si fa un uso limitato, riduttivo, e anziché esplorare nuovi formati didattici e nuovi processi di apprendimento ci si rifugia spesso dietro la forma apparentemente rassicurante dell’insegnamento tradizionale, giustificandone per di più l’impianto conservatore attraverso l’uso decontestualizzato di qualche gadget tecnologico, di qualche (ahimè) “piattaforma” o di qualche ambiente apparentemente aperto e interattivo dove in realtà non succede quasi mai nulla di significativo.

Mi dispiace aver dipinto un quadro dalle tonalità così fosche. In realtà so bene che non tutto è perduto e che ci sono ancora, in rete, energie, creatività e volontà. Forse la rete alimenta e moltiplica la stupidità, l’assuefazione, la genericità, l’insistenza, la ridondanza. Ma anche la possibilità di combattere e resistere, di condividere risorse e conoscenze, di creare le circostanze perché persone diverse, culture diverse possano incontrarsi e dialogare, e da quella scintilla nascano idee, occasioni, fenomeni, progetti. In ogni caso non bisogna mai abbassare la guardia, né cedere al conformismo sociale o al consumismo del nulla a cui molti stanno cercando di portarci. E poco importa se saranno soltanto i 25 lettori del nostro blog personale a capire e a sperare ancora: in rete nessuno è un’isola, siamo tutti parte di arcipelaghi verso cui prima o poi altri navigheranno. Nel frattempo faremo come sempre: continueremo a scrivere, a interagire, a progettare, a testimoniare. E a resistere…

Qualche immagine da Medioera

Lunedì 7 giugno (2010) ero a Viterbo, in una bella piazza del centro storico medievale. Mi aveva invitato Massimiliano Capo, che a Viterbo ha organizzato Medioera, un festival sulla (o della) cultura digitale. Ero insieme a Gino Roncaglia. La serata era dedicata agli eBook: che cosa sono, a cosa servono, come si evolveranno. Si è parlato un po’ dei saggi che sia io che Roncaglia abbiamo scritto sull’argomento, ma è stata soprattutto una chiacchierata informale sui dispositivi e sui significati, giocando un po’ con un Iliad e un Ipad, ma ancora di più con le parole e le metafore. Penso che sia emerso chiaramente che l’interesse per gli eBook non nasce dal fascino affabulatorio delle tecnologie ma dall’amore per i libri e per la lettura, nell’orizzonte di quell’ultima frontiera che è – ed è sempre stata – lo “spazio dello scrivere”. Uno spazio mentale, dove probabilmente si confronteranno da un lato le potenzialità (o le criticità) connesse all’elaborazione digitale del testo in relazione all’atto creativo e dall’altro le opportunità che si aprono per la gestione e la condivisione della conoscenza nel momento stesso in cui un testo, un documento, uno studio o una risorsa perdono la loro consistenza fisica per diventare immateriali, accessibili, trasparenti. Rimando al sito di Medioera per una documentazione più ampia. Qui mi limito a citare qualche immagine della serata, scelta tra quelle pubblicate da Massimiliano su Facebook.

Viterbo - Medioera 2010 Viterbo - Medioera 2010 Medioera - Viterbo 2010

Due o tre cose che so di Facebook

Queste parole non sono certo un saggio breve, e nemmeno la colonna di un’opinionista. Sono soltanto alcune riflessioni (e neppure a caldo…) su quel “fenomeno” multi-mediatico che va sotto il nome neanche troppo originale di Facebook. Sono appunti scritti di getto tempo fa e poi dimenticati dentro l’icona di una cartella, fino a quando, questa mattina, mi è capitato di leggere su Repubblica un lungo articolo di Vittorio Zucconi sulle “guerre del social network”. Quello di Zucconi non è uno dei tanti, troppi articoli che evidenziano i rischi e i pericoli delle reti sociali, e neppure uno studio sulla fenomenologia della rete: è un mix di informazioni dettagliate su alcuni elementi essenziali del problema (sempre che di problema si tratti) e riflessioni più superficiali sull’inevitabile deriva della natura umana verso il narcisismo o la sopraffazione; per questo l’ho trovato interessante; per questo mi ha lasciato perplesso. Tanto da spingermi a recuperare questi appunti per provare brevemente a spiegare due o tre cose che so di Facebook, senza pregiudizi.

Come sottolinea più volte lo stesso Zucconi Facebook è prima di tutto un’operazione commerciale. Aggiungerei che in quanto tale è solo una delle tante operazioni commerciali che quotidianamente prendono forma in rete e più in generale sul mercato delle nuove tecnologie. Zuckerberg e Jobs sembrano molto diversi, ma hanno in comune un obiettivo semplice, chiaro ad entrambi: fare più soldi possibile. Vendendo ciò che hanno costruito, ovvero giocattoli accattivanti che il 3 per cento degli utenti o degli acquirenti userà intelligentemente (smontandoli e rimontandoli, proprio come i giocattoli), mentre il restante 97 per cento li subirà in modo sciocco e passivo, giocandoci un po’ fino a romperli, diventandone dipendente, autogiustificandosi o autoconformandosi, abbandonandoli col tempo.

Tutto questo mi interessa relativamente, o meglio, mi interessa in quanto parte in causa, soggetto attivo che rientra in quel 3 per cento di utenti consapevoli che potrebbero perfino insegnare agli altri non dico qualche trucco per sopravvivere ma almeno qualche esempio o qualche buona pratica. Ma non è questo il punto. Il fatto è che se lo scenario è quello che ho appena provato a descrivere, ne consegue che il problema non sono i prodotti o le applicazioni in sé. Il problema è altrove, e possiamo facilmente localizzarlo: è, in uguale misura, nel modello di business (chiamiamolo così) che si basa sulla moltiplicazione degli spazi promozionali nei contesti a più alta visibilità e dove è possibile raccogliere il maggior numero di “dati sensibili” (al solo scopo di vendere pubblicità e aumentare il valore dei pacchetti azionari) e nell’assenza di politiche educative capaci di “accompagnare” gli utenti lungo un percorso di crescita e di sviluppo che possa aiutarli a fare un uso più consapevole delle tecnologie a loro disposizione.

In sostanza, il problema non è Facebook e non è neanche “dentro” Facebook (così come in qualunque altra applicazione): il vero problema è che manca completamente una visione politica in grado non dico di contrastare ma quanto meno limitare l’invadenza di un modello economico vincente, uniformante e pervasivo, che sta palesemente tentando di allungare le sue mani sulla rete, così come su qualsiasi altro spazio disponibile. Diciamo la verità: i tanti discorsi sulla privacy violata, le prese di posizione dei governi “contro” i presunti abusi che si commettono su Facebook o grazie a Facebook o addirittura in nome e per conto di Facebook, le cause combattute, quelle vinte o quelle perse, non sono altro che l’ammissione indiretta del fallimento di ciò che auspicavano i visionari che hanno immaginato il Web. Speravano e speravamo che fosse lo strumento di un salto evolutivo, l’orizzonte degli eventi attraverso cui avrebbe preso forma una nuova intelligenza. E invece somiglia sempre più a una sorta di TV personalizzata, gestita da chi cerca soltanto di plasmare consumatori e quasi del tutto ignorata (salvo cavalcarne certi aspetti) da chi dovrebbe aiutare i cittadini a essere coscienti delle opportunità che potrebbero aprirsi.

Ma paradossalmente, in questo gioco di colpevolezze convergenti, è proprio Facebook (così come qualsiasi altro social network) l’unica arma che abbiamo. Fino a prova contraria, in una rete sociale “intermediata” si possono applicare senza troppa fatica alcuni principi essenziali di cittadinanza digitale attiva e consapevole: ad esempio circoscrivere le proprie relazioni/amicizie in base a esigenze o aspettative personali o allargarle se si desidera più visibilità; oppure limitare le proprie azioni alla condivisione di risorse e informazioni che riteniamo utili, applicando magari il principio della rarità (è inutile ri-condividere un’informazione che altri mille hanno già condiviso); o ancora, riflettere e valutare secondo coscienza prima di accettare amicizie, sottoscrivere cause, aderire a gruppi o dichiarare di partecipare a eventi. Tutto sommato, nulla di così diverso da ciò che facciamo nella vita di tutti i giorni e nel cosiddetto mondo reale.

La differenza consiste nel fatto che in rete tutto tende a essere amplificato: ci affascina e allo stesso tempo ci spaventa che 500 milioni di persone siano “su” Facebook, dimenticando che non è vero (in un qualsiasi social network gli utenti “contemporanei” sono meno del 5 per cento degli utenti potenziali e registrati) e che altrettante persone, anzi di più, in questo stesso momento sono impegnate in altre attività definibili come “sociali”, e la cosa non ci preoccupa minimamente. O ancora, ci si indigna se degli idioti fondano un gruppo con intenti riprovevoli, fino a fondare altri gruppi per chiederne la cancellazione, ignorando che non si elimina la stupidità nascondendola o rendendola meno visibile, ma imparando a riconoscerla, e ben venga un modo (tutto sommato relativamente innocuo) per farla uscire allo scoperto. Infine, non mi dispiacerebbe che si ragionasse senza equivoci sulla relazione tra il concetto di privacy e il concetto di “trasparenza”, che sono molto più correlati di ciò che può sembrare a prima vista: personalmente, ritengo che in una rete sociale (sottolineando sociale) la trasparenza debba prevalere sulla privacy, ovvero sia la trasparenza a definire lo spazio al di fuori del quale si colloca la privacy. Ragionare sul rispetto, la protezione e la sicurezza dei cosiddetti dati personali (escludendo ovviamente quelli che potrebbero essere usati per scopi criminali o fraudolenti) non solo è pretestuoso, è inutile: certo, è un discorso che meriterebbe di essere approfondito e affrontato con ben altro respiro, ma provocatoriamente mi limito a dire che in un social network, paradossalmente, è proprio la nostra trasparenza a proteggerci, perché siamo noi che abbiamo deciso cosa rivelare di noi stessi, delimitando ciò che desideriamo resti privato attraverso la visibilità di ciò che abbiamo scelto di rendere pubblico.

Ecco, queste sono due o tre cose che so di Facebook, e di altre reti sociali. Ce ne sarebbero molte altre, evidentemente. Ma non voglio neanche lontanamente pretendere di essere esaustivo, ho cercato soltanto di introdurre qualche elemento (spero non scontato) nella discussione in corso. Per una ragione molto semplice: perché penso che Facebook non sia né un bene né un male, né il problema né la soluzione, né la causa né l’effetto. Credo soltanto che come per altre tecnologie o ambienti di comunicazione se ne possa fare un uso positivo, se vogliamo. Vorrei dire intelligente, ma temo che sia un programma troppo ambizioso.

Leggere eBook: un workshop a Firenze

Dal sito della Biblioteca delle Oblate di Firenze.
Che cosa sono gli eBook? Quali sono le tendenze e le evoluzioni della società della conoscenza? Per saperne di più la Biblioteca delle Oblate di Firenze e la casa editrice Garamond, in collaborazione con il gruppo Web Semantico hanno organizzato un “laboratorio interattivo” che si terrà a Firenze il 26 Maggio 2010 alle ore 16.00 nella Sala Conferenze del piano terra della Biblioteca. Durante il laboratorio sarà presentato il libro/eBook di Mario Rotta, Michela Bini e Paola Zamperlin Insegnare e apprendere con gli eBook. Dall’evoluzione della tecnologia del libro ai nuovi scenari educativi” (Garamond, 2010). Gli autori, insieme a tutor e ricercatori, aiuteranno i partecipanti ad esplorare questo nuovo approccio alla lettura, allo studio e alla ricerca, attraverso supporti che si collocano tra il quaderno, il libro e il computer. Nella mattinata dello stesso giorno sarà anche avviata una sperimentazione con una classe di ragazzi di una scuola media superiore. L’evento sarà documentato anche attraverso questo blog.

Per saperne di più ecco per il momento alcuni link utili:
Depliant informativo »
Scheda di approfondimento »

Scheda di partecipazione »

Consigli di lettura »

Learning in “next generation” environments

Learning in a “next generation” educational environment: some effective strategies for educators in the Web 2.0

Presentation and resources for a european seminar on e-Learning and learning 2-0 trends for educators.
Città di Castello, Centro Studi Villa Montesca. February, 2010.

Presentation and resources [PDF, EN]
Suggestions for a workshop [PDF, EN]