Il sistema della de-formazione: tre proposte per una nuova politica dell’istruzione

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In Italia c’è un nuovo governo, nuovi ministri, nuovi sottosegretari. Si tratta di gente apparentemente lontana dai sottoboschi della politica, e di un livello culturale molto superiore a quello di chi li ha preceduti (del resto, bastava poco). Vedremo che cosa saranno capaci di fare. Nel frattempo, mi concedo una riflessione che apparentemente ha poco a che fare con un blog dedicato ad ambiti di conoscenza specialistici, ma che vorrei pubblicare proprio qui perché non si tratta di un ragionamento ad ampio raggio sullo scenario politico in generale (non avrebbe neppure senso aggiungere una voce qualsiasi all’ininterrotto brusio di questi mesi), ma di alcuni suggerimenti precisi per l’agenda di chi si occuperà delle politiche della cosiddetta istruzione. Parliamo quindi di scuola in senso lato, in quanto insieme di istituzioni, modelli e strategie attraverso cui si impostano la formazione primaria e secondaria, l’alta formazione universitaria e la formazione professionale continua. E cominciamo col domandarci se qualcosa non ha funzionato in questo sistema, che cosa non ha funzionato e perché. La risposta alla prima domanda è ovvia: in effetti qualcosa non ha funzionato come avrebbe potuto e dovuto, se è vero com’è vero (mi limito a fare qualche esempio paradigmatico) che i nostri ragazzi non ottengono risultati particolarmente brillanti nel confronto con i loro coetanei di altri paesi, che nonostante i molti iscritti alle università la percentuale deglli italiani laureati è tra le più basse d’Europa e che gran parte dell’offerta formativa orientata agli adulti si concentra invano da anni su argomenti ricorrenti (sicurezza, inglese e informatica) la cui penetrazione tra i destinatari resta nulla o scarsa, segno evidente di una cattiva impostazione dell’analisi dei bisogni e di una gestione dei corsi che potremmo definire sconsiderata (e non aggiungo altro).

Che cosa, dunque, non ha funzionato, e perché? Azzardo l’ipotesi che gran parte delle responsabilità del dissesto in atto – fermi restando i ben noti problemi strutturali e la delicatezza del dibattito attorno al ruolo degli insegnanti e dei formatori – sia dovuta all’impostazione di fondo del sistema italiano dell’istruzione. La scuola italiana di impronta ottocentesca era sostanzialmente una scuola erudita: serviva a trasferire nozioni, a creare le condizioni per una crescita limitata ma generalizzata del livello culturale della popolazione e a preparare la futura classe dirigente, che si identificava con un modello di cultura consolidato, uniforme e prevalentemente letterario. Nonostante alcuni limiti, quel sistema, a suo modo, era funzionale agli obiettivi per cui era stato concepito. La prima anomalia italiana consiste tuttavia nel perdurare di quel modello nonostante l’evoluzione della società italiana e nel suo riprodursi a tutti i livelli, anche quando il nostro paese stava cominciando a mostrare i segni di una maggiore complessità sociale, che avrebbe richiesto un approccio diverso (come del resto provarono a suggerire alcuni “visionari”). Un cambiamento effettivo avrebbe potuto prendere forma negli anni 70 (come accadde in diversi altri paesi): ma è proprio in quegli anni che prende forma la seconda anomalia. Anziché perseguire un cambiamento radicale dei modelli metodologici e organizzativi, chi avrebbe dovuto o potuto modificare il sistema dell’istruzione si concentrò sostanzialmente sui “significati”. Alla scuola erudita si contrappose a poco a poco una visione ideologica della scuola, che si traduceva in modelli sotto certi aspetti più astratti e meno coerenti di quelli consolidati, oltre che, di conseguenza, meno efficaci.

In realtà, è proprio a partire dagli anni 70 che in altri paesi si sviluppano politiche dell’istruzione più pragmatiche e più adeguate allo scenario in evoluzione (compresa l’evoluzione innescata dal diffondersi delle tecnologie audiovisive prima, informatiche e telematiche in seguito). La terza anomalia italiana è in gran parte legata alla quasi totale mancanza di una visione del sistema dell’istruzione improntata all’approccio pragmatico. Questo significa che negli ultimi decenni si è continuato a discutere di significati o di contenuti da inserire dentro la scuola, come se si trattasse di un perimetro isolato dal resto del mondo, ma si è fatto poco o nulla per rendere la scuola più aperta, trasparente rispetto al mondo: e questo vale anche e a maggior ragione per l’università (dove spesso si impostano corsi e si insegnano materie che non trovano applicazione nei percorsi professionali e nella vita in genere) e per la formazione degli adulti. In realtà si è confusa la trasparenza con l’attualità: si è cominciato a leggere il giornale in classe magari, o ad appiattire i programmi di storia sul Novecento (che peraltro è un concetto controverso). Ma non si è fatto praticamente nulla per impostare i percorsi di apprendimento come processi il cui scopo non è trasferire informazioni ma sviluppare e potenziare alcune attitudini essenziali per la crescita di un individuo e, con lui, per la crescita complessiva di una società.

La ricerca internazionale converge in larga misura sulla natura delle attitudini prioritarie su cui i sistemi dell’istruzione dovrebbero concentrarsi. Si possono ridurre a tre. La prima è la capacità di avere una visione strategica, ovvero la capacità di osservare i fenomeni come parte di uno scenario più complesso, fino a immaginarne altre applicazioni: la scuola, in sostanza, dovrebbe prima di tutto insegnare a pensare (criticamente e creativamente), e non sembra proprio che la scuola italiana sia particolarmente attrezzata in tal senso. La seconda attitudine è il potenziamento della predisposizione alla valutazione sistemica dei fenomeni e dei problemi: a scuola si dovrebbe insegnare a osservare il mondo da più angolazioni, a sviluppare più punti di vista, a maturare la capacità di considerare le relazioni tra le infinite variabili di uno scenario e l’impatto che ciascuna azione produce su quelle relazioni e sullo scenario nel suo complesso. La scuola, in sostanza, dovrebbe educare alla percezione e all’accettazione della complessità. Per capire quanto poco si sia fatto in tal senso in Italia basta guardarsi intorno. Infine, la quasi totalità della ricerca sui modelli metodologico-didattici emergenti sottolinea l’importanza del passaggio ad un paradigma educativo centrato sull’approccio problemico: la scuola, cioè, dovrebbe prima di tutto insegnare ad affrontare e a risolvere problemi reali, per relazionarsi coerentemente con i quali si collocheranno nel processo contenuti, significati e strumenti. Di fatto, queste tre attitudini primarie sono strettamente collegate tra loro, e presuppongono modelli organizzativi innovativi, una costante attenzione al ruolo delle tecnologie della conoscenza e un ripensamento della relazione stessa tra contenuti e percorsi curricolari, oltre che lo sviluppo di set di competenze su cui la stessa Unione Europea ha ampiamente discusso. Questi aspetti, più tecnici, sono in ogni caso oggetto di ricerche specifiche: a me interessava per il momento identificare tre possibili comma per l’agenda politica del nuovo governo in questo ambito. Chissà se il ministro Profumo (che ha dato prova di saper operare in modo concreto) e il sottosegretario Rossi-Doria (che parla bene, e scrive anche meglio) vorranno tener conto anche di questo modesto contributo?

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Oltre la carta: come integrare le tecnologie della conoscenza nella scuola

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copertina del volume "Oltre la carta"

Bardi D., Castelli C., Cusconà S., Mora P., Morosini E., Rotta M., Testa S. & Testoni C. (a cura di) (2011), Oltre la carta: in aula con gli iPad e gli eBook Reader. Strategie, strumenti, appunti e riflessioni per una sperimentazione sull’uso integrato di mobile device e contenuti digitali personalizzati nella scuola secondaria superiore: il caso del Liceo “F.Lussana” di Bergamo. Con il contributo di Giuseppe Colosio, Cesare Quarenghi, Annamaria Romagnolo e gli studenti della 4L. Milano, Nova Multimedia Editore.
ISBN: 978-88-96549-00-1

Esce il primo volume degli atti sulla sperimentazione attuata al Liceo Lussana di Bergamo durante lo scorso anno scolastico: tutta l’attività didattica di una classe di 17 ragazzi (una quarta) è stata condotta dai docenti utilizzando esclusivamente dispositivi iPad o eReader e contenuti digitali, senza adottare libri di testo e praticando strategie didattiche basate sull’approccio problemico e centrate sulle competenze. Il libro descrive lo scenario e le variabili da considerare per attuare questo tipo di integrazione e presenta l’apparato di monitoraggio e valutazione elaborato per l’occasione, analizzando e commentando i dati raccolti. Sul sito dell’editore è al momento disponibile (gratuitamente) la Parte I del volume. La sperimentazione proseguirà anche quest’anno, mentre nello stesso Liceo diverse classi prime sono state avviate tenendo conto dei risultati emersi e in modo da poter impostare concretamente un ambiente di apprendimento basato su dispositivi mobili, integrazione tra tecnologie, contenuti digitali rielaborabili, principi di continuità e ubiquità e opzioni orientate alla personalizzazione del processo educativo.

Dalle biblioteche digitali agli ambienti di apprendimento integrati

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Rotta M. (2011). Biblioteche digitali e aggregatori didattici: ipotesi per l’interazione dinamica tra insiemi di fonti e reti sociali in ambito educativo: alcune riflessioni a margine del progetto E-pistemetec. Intervento alla Conferenza GARR 2011 – da 20 anni nel Futuro, Bologna, CNR, 8-10 novembre 2011.

Esempio di scheda integrata per e-pistemetec Esempio di layout per l'ambiente didattico e-pistemetec

Traccia sintetica della presentazione e sintesi sul progetto [PDF, IT]

La presentazione è una sintesi sull’evoluzione del progetto E-pistemeTEC, promosso da una partnership tra la Provincia di Cagliari, la Provincia di Carbonia e Iglesias, la città di Bastia (Corsica), il Comune di Lucca e il Comune di Genova, per la realizzazione di una Biblioteca Digitale sulle fonti per la storia della scienza e della tecnologia integrata con un ambiente di socializzazione e condivisione a scopo educativo. Il progetto è in fase di completamento e i risultati saranno pienamente accessibili nel corso del 2012.

Ecco anche la registrazione dell’intervento su GARR TV:

Parliamo di scuola (in rete)

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In una delle sessioni preliminari di Web Conference in vista del prossimo congresso SIeL (Reggio Emilia, 14-16 settembre 2011) si parla di tecnologie di rete a scuola, toccando vari aspetti del problema e soffermandosi in particolare sulle implicazioni delle tecnologie per l’apprendimento aperto e informale e su come valutarne le ricadute. Modera Mario Rotta. Intervengono Stefano Penge, Elena Zizioli, Cinzia Ferranti e Antonio Nazzaro.

Realtà e rappresentazione, ovvero della superficialità dei media e della profondità della rete

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Dunque, ricapitolando: ormai la cosiddetta realtà è il risultato di una progressiva stratificazione di fotografie parziali, è come un’immagine di sfondo su cui si stanno accumulando dei layer che ne nascondono ogni volta qualche dettaglio per rivelarne altri. Solo così si spiega la schizofrenia di chi in questi giorni sta cercando (non si sa su che basi) di interpretare le rivolte in atto in varie parti del mondo attraverso i social media in generale e (verrebbe da dire) nonostante i social media. Il problema è che non si può. Non si può pretendere né che tutto accada indipendentemente dall’esistenza di un ambiente come Twitter, né che tutto ciò che accade esista solo perché su Twitter migliaia di persone lo raccontano o perché è presumibilmente attraverso i social media che i rivoltosi comunicano. A parte il fatto che è grazie alle tante “reti” disponibili che comunicano tra loro anche i poliziotti, i militari, i netturbini, i commercianti, i filosofi, i fotografi, i giornalisti, gli informati, gli informatici, gli informatori e perfino i benpensanti, dovrebbe essere evidente che non è controllando (in senso lato) il flusso dei messaggi che circolano su Twitter o in qualcuno dei tanti “altrove” del Web che si possono comprendere, appoggiare o combattere le rivolte in corso. Raccontare forse, sia pure in modo parziale e frammentario, ma non capire, né tanto meno contribuire a espandere o limitare, giustificare o reprimere.

E invece? Tutti in prima linea a cercare di attribuire un significato alla rete in funzione di ciò che accade o a ciò che accade in funzione della rete. Ovvero a rincorrere il mito dell’interpretazione dei messaggi in rete come “rappresentazione” della realtà: il noto opinionista si aggrappa alla “foto di quel teppista che si aggira fra le fiamme di Londra in tuta e scarpette firmate” per azzardare l’ipotesi che il mondo in cui ci sembrava di vivere sta finendo (ma pensa?), il sociologo parla addirittura del lato oscuro della comunicazione come se fosse imminente l’uscita del VII episodio di Guerre Stellari, la testata giornalistica cerca (e trova) la presunta “immagine simbolo” delle “notti di guerriglia londinesi” (birminghamesi forse è meno trendy). Alla fine, quasi a chiudere l’insolito cerchio, il premier britannico minaccia di “spengere” i social network come un leader cinese qualsiasi.

Quello che colpisce in tutta questa letteratura è che, di fatto, giudizi e opinioni (pro o contro che siano) non si basano su fonti e dati verificabili, ma su sensazioni epidermiche, icone, simbologie acritiche, epifenomenologie mediatiche. Come se si volesse riassumere a tutti i costi la complessità della situazione in elementi semplificati, assunti perentori, tassonomie. Questo bisogno è tipico di una società delle comunicazioni di massa, ovvero di una società fortemente strutturata, in cui pochi “emittenti” (presumibilmente autorevoli) filtrano e indirizzano l’informazione ritenuta necessaria o sufficiente verso moltitudini di destinatari tendenzialmente in grado di recepirla in modo uniforme. In una società di quel tipo una fotografia di Robert Capa pubblicata sulla copertina di Life può effettivamente rappresentare la realtà di una guerra in atto, per quanto non ne documenti la genesi e la collocazione storica.

Ma ormai non viviamo più in una società delle comunicazioni di massa. Che ci piaccia o no, viviamo in una società di reti sociali, ovvero di legami fluidi tra gruppi e comunità di persone che non possono più essere classificati nè come emittenti nè come destinatari di messaggi, per la semplice ragione che sono (tutti e allo stesso tempo) entrambe le cose. Una società di conversazioni: talora continue, talora interrotte, talora saltuarie, ricorsive, ricorrenti. Una società che vive in ambienti attraverso cui non solo si condividono conoscenze, ma dove spesso ciò che altrimenti rimarrebbe tacito diventa esplicito e ciò che abitualmente avremmo considerato scontatamente privato diventa discretamente pubblico.

Non mi interessa – qui e ora – definire, sottoscrivere o immaginare le regole che questa società della conoscenza e delle reti dovrebbe o potrebbe avere, per la semplice ragione che non si può pretendere che abbia delle regole definite, o quanto meno ipotizzabili in modo deterministico o attraverso riferimenti spazio-temporali. Mi interessa piuttosto ribadire un concetto essenziale: per interpretare questa società, o più semplicemente per viverci, non si possono applicare (come invece fanno quasi tutti) gli stessi parametri che sono stati elaborati per interpretare la società delle comunicazioni di massa. Non servono. Non funzionano. Perché non tengono conto di due differenze sostanziali: la prima è che mentre quella società accettava implicitamente gerarchie fondate sull’autorità, questa presuppone soltanto relazioni fondate sulla reputazione; la seconda è che rispetto alla società delle comunicazioni di massa oggi possiamo contare su una quantità enormemente superiore di informazioni da elaborare, condividere e immettere nel flusso della conversazione globale.

Per capire (davvero) i fenomeni, quindi, dovremmo raccogliere e confrontare insiemi dinamici di fonti eterogenee utilizzando come meta-descrittori gli input che filtrano grazie alla reputazione sociale dei nostri interlocutori e come strumento di analisi la consapevolezza che deriva dal potenziamento della nostra capacità di cercare, trovare, elaborare, selezionare, organizzare, comparare e valutare risorse diffuse e documentazione distribuita. In sostanza, andare oltre la superficialità della rappresentazione della realtà che caratterizza i media tradizionali per penetrare nella profondità e nello spessore della decodifica delle informazioni sulla realtà che soltanto l’interagire in rete e con la rete può garantire. Ma quasi nessuno lo fa: è faticoso, meglio continuare a pensare che si possa affidare il compito di esprimere un significato a qualche frammento iconico o audiovisivo che chissà perché dovrebbe spiegare tutto nel momento stesso in cui lo semplifica e lo generalizza, regalando magari all’autore o al soggetto 15 secondi di celebrità. Perfino a Warhol verrebbe da sorridere…