Jul
14
2008
Si è tenuto nei giorni scorsi a Dobbiaco (10-13 luglio 2008) un seminario sulla “cittadinanza digitale”. Non è necessario che racconti com’è andata, sono più che sufficienti le testimonianze raccolte in tempo reale nel wiki dell’evento, curato da Luisanna Fiorini (segnalo in particolare anche una mappa mentale di ciò che è stato detto e fatto e degli argomenti che sono stati toccati), oltre che nelle pagine dei tanti bloggers presenti, come Giorgio Jannis, Maddalena Mapelli (che ha annotato quasi tutti gli interventi anche nel blog di Ibrid@menti), Gianni Marconato. Sono già online anche delle belle raccolte di immagini sul luogo e sull’evento, e probabilmente anche molte altre opinioni, impressioni, resoconti, commenti, fotografie di cui al momento non sono a conoscenza, ma farò il possibile. Che cosa posso aggiungere? Vorrei solo accennare brevemente a una sensazione che ho provato durante queste giornate, mentre fuori dalle finestre della splendida struttura che ci ospitava le nubi di un temporale improvviso proiettavano sulla terra luci modificate, e nelle stanze si parlava di web 2.0 e oltre. In quel momento mi sono guardato intorno, e ho constatato che anche in Italia si può parlare di innovazione, e si può fare innovazione (anche ad alto livello), ma a crederci davvero siamo in pochi, e sempre gli stessi o quasi, da sempre, come se gli anni non passassero, come se il mondo, nel frattempo, non cambiasse alla velocità dei lampi e con la stessa intensità dei venti. Sarà per via dell’ambientazione, ma mi sono ricordato del “gioco delle perle di vetro” di Hesse: i saggi sono rinchiusi in uno spazio dove possono dialogare e creare, ma senza interagire troppo con il resto del mondo, impegnato in “negozi” più ordinari; il fatto è che non si sa bene se sono i saggi a scegliere l’isolamento che permette loro di essere ciò che sono, o se è il resto del mondo che cerca di metterli in condizione di non nuocere. Forse sono vere entrambe le ipotesi. Sono solo visioni, pagine lette da ragazzo che riaffiorano durante un temporale estivo. Ma ultimamente provo spesso sensazioni come queste: se siamo noi i cittadini digitali - e non c’è motivo di pensare che non sia così -perchè non riusciamo a portare nel mondo, là fuori, quei messaggi semplici e chiari, e per questo eversivi, che riusciamo così bene a scambiarci tra le mura del nostro castello? La partecipazione attiva, il senso della rete, la condivisione della conoscenza, la libertà dell’informazione… perchè siamo sempre in così pochi a parlarne? Perchè non riusciamo a farci ascoltare? Siamo reti di vetro: trasparenti e fragili.
Appunti e riflessioni in forma di slides [PDF, IT]
Apr
30
2008
Ancora sull’e-tutoring. Se ne è parlato in aprile all’Università di Chieti, nell’ambito di un seminario coordinato da Tiziana Vicentini: è stata una bella “conversazione”, dedicata in parte all’evoluzione della figura professionale dell’e-tutor, in parte a esemplificazioni su come può agire un e-tutor in contesti specifici. Pubblico volentieri i filmati della giornata in formato QT MOV compatibile iPod:
Parte I - L’evoluzione del profilo dell’e-tutor (durata 1h 10′ circa)
Parte II - L’azione dell’e-tutor (durata 1h 8′ circa)
Le riprese e la post-produzione sono state curate da Ud’Anet.
Apr
24
2008
Sempre più spesso, da qualche tempo, leggo articoli che parlano dell’e-learning in Italia evidenziando le debolezze e i ritardi del nostro sistema. Ne cito volentieri uno, tra i tanti, molto accurato e impietoso sia nell’analisi che nelle conclusioni: “Italia: quale innovazione nelle Università?” pubblicato da Giovanni Arata su “Punto Informatico”. I dati che l’articolo evidenzia sono preoccupanti: mentre in molti altri paesi le Università utilizzano l’e-learning e più in generale le tecnologie di rete in modo sistematico e investendo sia sulle tecnologie che sul rinnovamento dell’offerta formativa, in Italia si va raramente oltre le sperimentazioni sporadiche, e lo stesso osservatorio SIe-L rileva una situazione frammentaria, l’assenza di una visione e una scarsa attenzione nei confronti dell’innovazione. Arata si spinge anche più lontano, parlando di “periferia culturale”. Lo sapevamo già, e ne avevamo discusso in varie occasioni, evidenziando tra le altre cose come il ritardo che l’Italia sta accumulando sia in parte legato al fatto che l’e-learning, nel nostro paese, è ancora prevalentemente oggetto di discussione accademica, e non ancora una pratica diffusa in differenti contesti. Ma leggendo l’articolo di Arata altre connessioni hanno preso forma nella mia mente: ad esempio, vedo una relazione tra i dati degli osservatori e le voci che sempre più spesso mi riferiscono di sedicenti esperti di formazione in rete che a seminari e convegni vanno ripetendo che l’e-learning è morto. Sono affermazioni che si commentano da sole, come quelle di chi una decina di anni fa, in pieno e-bang, dissertava apoditticamente sulla morte del libro, con la differenza che se non altro ne parlava in tono nostalgico. Dire che l’e-learning è morto sapendo che non abbiamo neanche avuto il coraggio di esplorarne a fondo gli scenari e gli orizzonti che potrebbe aprirci è un atteggiamento autolesionista che uccide l’innovazione prima ancora che possa crescere, forse per non correre il rischio di commettere gli errori che chi cerca di “fare”, inevitabilmente, commette. Non mi stupisce più di tanto, in un paese che in Europa è tra gli ultimi in quanto a diffusione e uso delle tecnologie informatiche e tra i primi quando si tratta di apparecchi televisivi e telefonini. Mi stupisce piuttosto che di fronte a certe affermazioni non emergano particolari reazioni: che sia una sorta di silenzio dei colpevoli? Nel frattempo la nostra distanza dalle società avanzate aumenta: provate ad esempio ad ascoltare le parole e le opinioni di due “guru” del web 2.0 sull’evoluzione della conoscenza (Stephen Downes e George Siemens su Whois TV) per capire non tanto se e quanto certe prospettive siano realistiche o si possa essere d’accordo o meno con i significati di determinate tendenze, ma per verificare quanto sia ancora viva e vitale la ricerca orientata all’innovazione. L’e-learning, ovvero l’uso integrato delle tecnologie come ambienti per costruire conoscenze e potenziare l’apprendimento, è un treno che è già partito, anzi, che sta cominciando a correre. E noi lo stiamo perdendo…
Person Stephen Downes
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Mar
31
2008
Arrivano segnali positivi sulla diffusione degli e-Books. Finalmente anche in Italia si coglie qualche segale di innovazione reale! La decisione di Garamond di proporre testi scolastici in adozione sotto forma di e-Books è stata coraggiosa, ma lungimirante: pare che siano già centinaia gli insegnanti pronti a fare questa scelta, che garantirebbe quanto meno costi più contenuti per le famiglie, praticità (anzichè portare a scuola un pesantissimo zaino i ragazzi potrebbero limitarsi a poche centinaia di grammi di device…) e flessibilità d’uso, tre vantaggi “netti”, concreti, in grado da soli (anche al di là di ulteriori riflessioni sulle opportunità didattiche che potrebbero aprirsi grazie a una più ampia diffusione di una cultura orientata ai contenuti digitali…) di dare una risposta ai timori e alle resistenze che finora hanno limitato la diffusione degli e-Books nel nostro paese. Timori che forse non sono del tutto disinteressati. Se ne parla più a fondo sul sito di Garamond (ebookditesto.it) e su un articolo pubblicato su La Stampa di domenica 30 marzo 2008.
Mar
19
2008
Oggi è stato pubblicato su IGEL un mio contributo sul problema della formazione professionale dell’e-tutor: un altro? Beh, in effetti, ormai ho scritto molto su questo aspetto dell’e-learning, ma in realtà penso che quando si parla di professionalità qualsiasi ulteriore approfondimento sia importante. Nello stesso numero di IGEL sono stati pubblicati anche: