Un eBook sugli eBook

Rotta M., Bini M. & Zamperlin P. (2010), Insegnare e apprendere con gli eBook. Dall’evoluzione della tecnologia del libro ai nuovi scenari educativi. Roma, Garamond.
ISBN 978-88-96819-00-5

Copertina eBook

Il libro affronta il problema dell’impatto degli eBook nell’educazione e nella formazione, partendo da un’analisi del fenomeno eBook. Si evidenzia come gli eBook non siano altro che l’evoluzione della tecnologia del libro, si approfondisce il problema delle tipologie di eBook, dei formati specifici e dei dispositivi dedicati per la lettura degli eBook e si discute sugli effetti controversi che gli eBook stanno già avendo sull’atteggiamento dei lettori e degli autori, sul lavoro degli editori e sulle biblioteche. Ci si concentra successivamente su tre delle possibili implicazioni degli eBook in ambito educativo, esplorando il ruolo che essi potrebbero avere contro la riluttanza alla lettura, le sinergie tra dispositivi dedicati e altre tecnologie nel quadro delle ipotesi di lavoro in corso sul cosiddetto mobile o ubiquitous learning e la relazione tra eBook, dispositivi di lettura, ambienti personalizzati di apprendimento e biblioteche digitali. In appendice il volume riporta lo schema di un sondaggio sull’impatto degli eBook, uno scenario didattico integrato e una traccia per costruire iperlibri multimodali. Una ricca bibliografia sui temi trattati completa la pubblicazione.

Il libro è disponibile sul portale di Garamond ed è distribuito con una formula innovativa: si potrà infatti leggere online un’anteprima esaustiva e/o scaricare l’intero testo in due formati, uno impaginato su fogli A4 e uno ottimizzato per essere utilizzato direttamente su dispositivi di lettura dedicati (eReaders). Una ulteriore innovazione è stata introdotta nella strategia di distribuzione dell’eBook completo: il prezzo del libro è infatti liberamente definibile dal lettore, ovvero ciascuno può decidere che valore attribuire all’eBook, e quanto reputa equo pagarlo. La formula non è del tutto nuova in assoluto, essendo stata adottata in casi di distribuzione e vendita di musica, ma nel settore editoriale è un esperimento che ben pochi hanno tentato finora. Di fatto, si sta ridisegnando il rapporto tra autore, editore e lettore, ed è proprio il lettore che diventa finalmente artefice reale del successo della pubblicazione e protagonista attivo, coinvolto, di parte della stessa politica editoriale.

Esserci o non esserci

Rotta M. (2010), Esserci o non esserci? La rete come desiderio, presenza e rappresentazione. Religioni e Società, Anno XXV, 65, Gennaio-Aprile 2010.

Rendo disponibile una versione di un contributo che sarà pubblicato su un’importante rivista di studi sociali. Non è il risultato di uno studio specifico o di una sperimentazione, ma il racconto di alcune esperienze di vita in rete. È quindi espressione di una prospettiva, una delle tante angolazioni da cui si può osservare il paesaggio virtuale che si srotola sotto i nostri occhi, ogni giorno, in quell’universo altrimenti indistinto e ancora in gran parte inesplorato che storpiando una battuta di Joseph Licklider abbiamo chiamato Internet. Si parte dalla rielaborazione di alcune riflessioni sulle improprietà di linguaggio di chi pretende di decodificare un fenomeno così fluido e multiforme, per arrivare a ipotizzare alcune possibili chiavi di lettura del cosiddetto Web 2.0 in quanto insieme di forme di aggregazione sociale ancora tutte da definire, con un’attenzione particolare a tre tipologie di social networks, o meglio, a tre momenti distinti e a loro modo concatenati di social networking, esemplificati da Facebook, Twitter e Nstreet.

Esserci o non esserci [Testo, PDF, IT]
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La rete, la libertà e l’immaginazione

Marco Longo mi sollecita una riflessione su una sua nota dedicata al tema della libertà in rete e provocatoriamente intitolata Troppa libertà in Rete? Occorre un Bavaglio o maggiore Consapevolezza? E io, liberamente, accetto la sfida e rispondo di getto. Già, ma come? L’istinto mi suggerisce una reazione spassionatamente libertaria, mentre la ragione mi sussurra di essere più critico. Che fare, anzi, che dire? Forse l’approccio più sensato, in attesa di un saggio esteso sull’argomento, consiste nel ripartire dalle domande e dalle istanze avanzate dallo stesso Longo e provare ad aggiungere qualcosa, punto per punto, caso per caso. Prima di tutto Longo si chiede se “la rete permette veramente a tutti di esprimere il proprio pensiero? O piuttosto c’è chi la utilizza di più e chi magari invece molto meno o per nulla?” Su questo aspetto ritengo che la riposta sia scontata: non importa se non tutti riescono a esprimere liberamente e coscientemente il proprio pensiero in rete, quello che conta è che la rete garantisca a tutti l’opportunità di esprimersi e di essere “autori” o emittenti di messaggi. La rete, in sostanza, è un ambiente in cui ciascuno di noi può interagire con chiunque altro su base assolutamente paritaria: in quanto tale, è il più potente strumento di libertà e di democrazia diretta che l’umanità abbia mai avuto a disposizione. Come altri strumenti dello stesso genere è ancora imperfetto (e largamente sottovalutato), ma al momento è lo scenario con più potenzialità in tal senso, e non a caso i regimi autoritari, totalitari e oligarchici (e anche molti demagoghi camuffati da democratici) fanno di tutto per limitarne l’uso o condizionarne gli effetti. Certo, al di là degli enunciati generali sul bisogno di difendere la libertà in rete e la libertà della rete, è importante anche riflettere sulle implicazioni positive o talora negative dello stesso scenario. Ma sul piano “politico” non ho dubbi: la libertà non è mai abbastanza, e questo vale particolarmente in rete. Longo, tuttavia, esprime qualche ragionevole dubbio ricordando che “in Rete e in particolare nei Blog e nei SN tendono a manifestare con maggiore insistenza e veemenza il proprio pensiero (qualunque esso sia) soprattutto le persone che non hanno altri luoghi, modalità o spazi offline per esprimersi… ma sappiamo che questo accade in un’epoca di progressiva scomparsa dei luoghi storici o usuali di agregazione e socializzazione, soprattutto negli spazi metropolitani, nonché in un periodo storico/sociale di progressiva caduta di ideali, di aumento della solitudine e dell’anomia”. “Tutto questo, suo malgrado, favorisce di fatto il flaming e le boutades aggressive delle personalità più narcisistiche o dei gruppi più violenti”. Queste considerazioni, a mio parere, non sono di natura politica, ma semantica. Se sul piano politico è giusto che si affermi in ogni modo e con ogni mezzo il principio della libertà della rete e nella rete, sul piano semantico è chiaro che occorre prestare attenzione non tanto al contenuto delle informazioni e delle comunicazioni che si intrecciano in rete, quanto alle modalità e ai codici che rendono le interazioni comprensibili e riconoscibili. Purtroppo siamo abituati ad analizzare i fenomeni legati alla comunicazione partendo da modelli mentali consolidati da secoli e che sono accomunati dal concetto di “accentramento”: il registro comunicativo, cioè, è solitamente definito da un soggetto emittente riconoscibile (un editore, un’istituzione, un giornale, una televisione) che interpreta il ruolo di mediatore nei confronti di molti. Questo modo di procedere semplifica di fatto la comunicazione perché ne determina a priori quanto meno i connotati generali, le cornici di riferimento e i codici linguistici (qualcuno ricorderà che Pasolini spiegò agli increduli che è stata la televisione, e non la Crusca, a uniformare la lingua italiana), permettendoci di concentrarci, ad esempio, sui contenuti o sulla rilevanza dei significati. In rete, invece, ciascuno di noi è mediatore nei confronti di ciascun altro, e di conseguenza non esistono codici o registri comuni o quanto meno dati per scontati: nel momento stesso in cui ogni individuo può essere sia lettore che autore, di fatto ogni individuo, prima ancora di inviare un messaggio, è soggetto attivo nella definizione provvisoria di modalità semantiche che ogni altro individuo deve poter comprendere per potersi concentrare sul contenuto, sull’oggetto stesso della comunicazione. Così, mentre in un sistema dei media di tipo tradizionale è sufficiente, per chi invia un messaggio, identificare il massimo comune divisore tra i destinatari, in rete è come se tutti fossimo costantemente alla ricerca di un minimo comune multiplo. Questa fenomenologia produce rumore, incomprensioni, l’impressione di una comunicazione frammentaria ed equivoca, ma solo perché ci distoglie dal contenuto per spingerci a esplorare gli strumenti stessi della comunicazione. E penso che anche questo sia un passo in avanti, un’affermazione di libertà: non siamo più soltanto destinatari passivi ma soggetti attivi, sempre, comunque, nel momento stesso in cui ci iscriviamo a un social network, per il fatto stesso di esserci e condividere le stesse opportunità con chiunque altro. Diciamo di più: la rete, oltre che libertà, è immaginazione. Perché non pone limiti astratti e preconcetti alla natura stessa delle nostre interazioni. Siamo noi, piuttosto, che spesso ci autolimitiamo per paura, opportunismo, o più semplicemente per abitudine, perché preferiamo riproporci nel Web per ciò che pensiamo di essere piuttosto che immaginare ciò che potremmo fare. Detto questo, a me poi non interessa più di tanto se in rete interagiscono, comunicano e pubblicano informazioni anche degli stupidi, dei malintenzionati o dei facinorosi. A me interessa piuttosto che sia possibile riconoscerli, identificarli, smascherarli, o più semplicemente collocare i loro messaggi nel contesto a cui appartengono. Il vero problema è poter capire, avere gli elementi per farlo, ed è proprio quello su cui si sta lavorando in questi anni 2.0, anzi, ormai 2.1: la ricerca di una semantica del Web che renda possibile sia la libera espressione di qualunque istanza in qualunque modo sotto forma di messaggio o contenuto che la possibilità di ricollocare quel messaggio e quel contenuto in un flusso tracciabile che permetta all’autore di capire che cosa succede al suo frammento di conoscenza e al lettore di recuperarlo e riconnetterlo con altri. Certo, questo presuppone consapevolezza, senso di responsabilità, possesso di strumenti e strategie di ricerca, classificazione, rielaborazione: ci aspetta un lungo lavoro…

Popolo e reti: qualche precisazione

In questi giorni (a dire il vero da qualche tempo), si sente usare sempre più spesso un termine che forse merita qualche riflessione e qualche precisazione: mi riferisco a “popolo della rete“. Non sono sicuro che si tratti di un neologismo consolidato: ho cercato a lungo e non ho trovato traccia di una definizione ragionevole, se si escludono alcune note critiche di Carlo Formenti , Giancarlo Livraghi, che afferma che “non esiste alcun ‘popolo della rete’, e anche chi si occupa seriamente dell’internet non dedica ai ‘numeri’ generali più interesse di quanto meritano”, e Giorgio Jannis, che ribadisce che “non esiste nessun ‘popolo della Rete’, come dicono i giornali: quelle persone siamo noi, normali cittadini, metà o più della popolazione italiana (e solo la miopia culturale e politica ha impedito e impedisce tuttora la riduzione banalmente tecnica del digital divide, altrimenti saremmo molti di più), che ritengono la frequentazione della Rete una normale pratica quotidiana, ludica o professionale, e soprattutto considerano il web una risorsa preziosa per vivere meglio”. Cercando ancora, non ho trovato neanche riferimenti certi o pertinenti in lingua inglese, dove parole come “people” o “crowd”, talora usate a proposito di Web 2.0, assumono in realtà significati diversi e dovrebbero essere più correttamente tradotte con “gente” o “masse” (se proprio si vuole cedere al ricordo nostalgico di qualche lettura ormai fuori moda). Perché, dunque, così tanta enfasi su un termine che nella migliore delle ipotesi non significa nulla? Temo che si tratti della combinazione di due tipiche derive italiane. La prima è la superficialità con cui si coniano o si usano definizioni che non corrispondono necessariamente a un significato consolidato: non so su quale giornale o in quale notiziario qualcuno abbia parlato per la prima volta di “popolo della rete”, ma è certo che altri hanno ripreso la stessa definizione senza chiedersi perché. La seconda deriva è probabilmente legata all’appiattimento dell’informazione su schemi obsoleti e fortemente improntati a una visione strutturata, solida, della società nel suo complesso e dei fenomeni legati all’impatto delle nuove tecnologie: non avendo idea di cosa sia realmente una rete, molti giornalisti la chiamano “popolo”, sovrapponendo un concetto che conoscono o almeno credono che sia comprensibile a un concetto che altrimenti sarebbe lungo e faticoso sia spiegare che capire. Ecco, è proprio su questo che ritengo opportune alcune precisazioni. Il termine “popolo della rete” è sciocco, fastidioso e fuorviante. Non solo non significa nulla, ma esprime un concetto che è il contrario esatto di “rete”. Il “popolo”, se applichiamo una definizione corretta, è un insieme omogeneo di persone vincolate da una comune appartenenza istituzionale, culturale o territoriale. Una “rete” è invece l’insieme dei nodi che un certo numero di individui non necessariamente omogenei e senza vincoli originari stabilisce liberamente in base a un interesse o a un obiettivo. In sostanza, è uno strumento attraverso cui ciascuno di noi può decidere di condividere conoscenze nello spazio di una comunità (intesa come insieme temporaneo di individui collegati da nodi specifici) o collaborare con altri soggetti attivi, in modo fluido e consapevole. Per essere più chiari: il popolo è dato a priori, la rete si costruisce e si modifica giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. Il popolo è ricettivo rispetto alla ricerca di un consenso, la rete è proattiva rispetto alla costruzione di opinioni e punti di vista. Il popolo si identifica in una morale diffusa, la rete può fondarsi soltanto su un’etica condivisa. Insomma, il termine “popolo della rete” è più che scorretto, è stupido. Lascia presupporre qualcosa che molti forse vorrebbero: la possibilità di considerare gli utenti di Internet come destinatari passivi di messaggi promozionali e quindi come bacino di consumatori o elettori strumentalizzabili. Non è così, per fortuna, la rete è ogni connessione, ed è ciò che da ciascuna connessione può scaturire. Non lasciamoci fuorviare: in rete, finalmente, non siamo più popolo, non siamo più numeri, ma isole di arcipelaghi che talora prendono forma, altre volte galleggiano per incontrare altre isole; è una conquista importante, un passo in avanti lungo il percorso che porta dall’assuefazione alla morale come delega rispetto ai problemi all’etica della responsabilità come ricerca dinamica delle loro possibili soluzioni. La rete siamo soltanto noi, e possiamo farlo.

Per una formazione ecosostenibile

Dal 7 al 18 di dicembre i grandi della Terra si incontreranno a Copenhagen per discutere su come affrontare il problema dei cambiamenti climatici provocati dall’inquinamento e dalla cattiva gestione delle risorse energetiche del pianeta. In occasione di questi appuntamenti, si parla molto di educazione ai comportamenti responsabili sul piano ecologico, ma non si affronta quasi mai il problema di cosa gli educatori e i formatori possono direttamente fare per ridurre l’inquinamento e contribuire a loro volta alle politiche ambientali. Vorrei quindi evidenziare almeno 3 cattive abitudini che connotano l’educazione e la formazione come attività umane non ancora eco-sostenibili, o addirittura come attività che hanno un impatto negativo sull’ambiente.

La prima cattiva abitudine riguarda l’uso della carta. Nell’educazione e nella formazione si fa ancora un uso abnorme di carta, sotto forma di libri, dispense, documenti. Per produrre così tanta carta si abbattono alberi (e fin qui passi, se ne possono piantare altri) ma soprattutto sono necessari processi industriali altamente inquinanti, a elevato impatto ambientale e dove si fa uso di sostanze nocive. L’alternativa consiste negli eBook e nei dispositivi dedicati per la lettura e l’archiviazione di documenti elettronici: si tratta di tecnologie sempre più “attuali”, che tuttavia incontrano forti resistenze, oltre che negli uffici e nelle organizzazioni, proprio tra insegnanti, formatori, editori. A scuola, nelle università, nei corsi di formazione si consumano ancora, irresponsabilmente, tonnellate e tonnellate di carta, che potrebbero essere “risparmiate” incentivando l’uso di testi in formato elettronico su lettori digitali (ePaper). Le motivazioni di chi si oppone a questa opportunità sono le più svariate: dalla nostalgia disinteressata per l’odore delle pagine alla difesa (interessata) del presunto “valore” dei libri da parte degli editori, che in realtà sono quasi tutti nel panico (cito volentieri Luca De Biase) di fronte alla prospettiva di dover reinventare il loro modello di business per sopravvivere agli scenari e alle implicazioni della rivoluzione digitale. Il risultato è uno spreco inammissibile, paragonabile all’ostinazione di chi volesse continuare a usare automobili a benzina senza marmitta catalitica pur sapendo che sono ormai disponibili auto ibride o elettriche. E con la differenza che mentre in quest’ultimo caso alcune motivazioni sarebbero quanto meno comprensibili (il prezzo, l’autonomia…), il confronto tra carta elettronica e carta, per quanto riguarda i costi e l’impatto ambientale, è assolutamente improponibile, come dimostrano in modo chiaro numerosi articoli e report (esempio A, esempio B, esempio C). Ogni insegnante, ogni formatore dovrebbe cominciare a usare sempre più spesso e sistematicamente testi e documenti digitali, mentre a livello politico si dovrebbero introdurre incentivi per agevolare un graduale passaggio ai libri elettronici (soprattutto in ambito didattico), sotto forma di ecotasse per chi pubblica contenuti che implicano un alto consumo di carta e agevolazioni fiscali per l’acquisto dei dispositivi digitali di lettura, alla stregua di quanto si è cominciato a fare per le automobili.

La seconda cattiva abitudine è quella legata al pregiudiziale orientamento delle agenzie formative e dei formatori verso modelli didattici basati sulla compresenza dei partecipanti. Proviamo a pensare a quante sono le ore/uomo di formazione erogate in un paese come l’Italia ogni anno, e a quante di queste ore implicano spostamenti, viaggi, uso di mezzi di trasporto pubblici o privati. Il risultato non è soltanto uno spreco inimmaginabile di tempo e di denaro, ma un assurdo sovraccarico sul sistema dei trasporti, con conseguente consumo di energia ed emissione di gas nocivi. Sappiamo benissimo quale potrebbe essere la soluzione: si chiama e-Learning, e se ne parla da molti anni, anche in termini di compatibilità ambientale. Se anche soltanto il 30-40 per cento delle attività di formazione che implicano la mobilità dei partecipanti fosse sistematicamente “spostato” online, le emissioni di gas nocivi si ridurrebbero considerevolmente, e si otterrebbero benefici indiretti in termini di maggiore efficienza del sistema dei trasporti (ad esempio: meno auto in circolazione = meno ingorghi = meno inquinamento). Ma aziende, organizzazioni, agenzie formative e formatori non ne vogliono sapere, e spesso e volentieri continuano a costringere i soggetti coinvolti nei progetti di formazione a muoversi per ritrovarsi in aula o attorno a un tavolo, anche quando non sarebbe strettamente necessario. Eppure l’e-Learning è stato oggetto di ricerca e sperimentazione per anni e anni, e oggi possiamo affermare senza timore di essere smentiti che investire sistematicamente in soluzioni progressivamente e gradualmente orientate all’uso integrato di ICT e reti in ambito educativo è un’opzione praticabile e sostenuta da tecnologie affidabili, modelli di riferimento e buone pratiche. Ciò nonostante persistono resistenze e indifferenza, talora supportate da affermazioni (quasi mai documentate) sulla presunta insostituibile efficacia dell’aula, della classe o del faccia a faccia come modalità di approccio alla trasmissione della conoscenza. Non solo non è vero, ma sostenerlo, oggi, denota una colpevole ignoranza sia sul piano tecnologico che su quello metodologico, oltre che l’assuefazione a un modello che non si vuole mettere in discussione perché ripensarlo implicherebbe fatica, acquisizione di nuove competenze, cambiamenti organizzativi. In sostanza, si continua a fare formazione attraverso strategie ad alto impatto ambientale soltanto perché è più facile, quando sarebbe possibile, come formatori o agenzie formative, dare un contributo significativo alla tutela dell’ambiente praticando altre strategie, di cui conosciamo ormai i limiti e i vantaggi, le caratteristiche e le possibilità. Trovo questo atteggiamento colpevolmente irresponsabile, oltre che sciocco. La strada da percorrere può consistere nell’incentivare il passaggio a modelli integrati di formazione introducendo nei bandi o nelle specifiche per la validazione dei corsi a tutti i livelli “quote” vincolanti di e-Learning.

La terza cattiva abitudine è il corollario delle precedenti: l’eccesso della combinazione tra contenuto analogico e approccio sincrono nei processi formativi. Nei corsi, in sostanza, si parla molto e si enfatizza il momento, come se non fosse cambiato nulla dai tempi di Socrate, da quelli delle università medievali o da quelli della maestrina con la penna rossa. Niente (se non la pigrizia dei formatori) giustifica il mantenimento di certe consuetudini, dalle quali conseguono fenomeni come l’abuso di carta o la resistenza all’e-Learning. Al contrario, è relativamente facile mostrare i vantaggi della digitalizzazione sistematica dei contenuti e dell’approccio asincrono, sia in termini metodologici (che però non sono oggetto di questa riflessione) che in termini di impatto ambientale: digitalizzando i contenuti si introduce ad esempio un “fattore di riuso” che può aiutare a ottimizzare la gestione dei processi e la durata dei percorsi (con vantaggi indiretti per quanto riguarda l’usura delle strutture o delle attrezzature); si creano inoltre le condizioni per una fruizione più orientata all’uso di dispositivi elettronici al posto di fogli, quaderni, penne. L’approccio asincrono, a sua volta, agevola una gestione più efficiente del tempo sia da parte dei formatori che dei partecipanti, generando un indotto in termini di risparmio energetico (ogni dispositivo eventualmente utilizzato è “acceso” soltanto quando è necessario e per il tempo necessario) e agevolando una mobilità più consapevole.

Non possiamo più domandarci che cosa la Terra può fare per noi, ma che cosa ognuno di noi può fare per la Terra. Come formatori e insegnanti, penso che ci si debba interrogare sulla compatibilità ambientale del nostro approccio all’educazione, e privilegiare di conseguenza le soluzioni più ecosostenibili. Ma temo che ci sia ancora molta strada da fare in questa direzione…