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Riflessioni e ricerche sulla cultura digitale e altro a cura di Mario Rotta


Impressioni a Fosdinovo

Reading time: 4 – 6 minutes

Prima di tutto, qualche immagine che ho raccolto a Fosdinovo durante le tre giornate della eBookFest 2010. Sono raggruppate in categorie del tutto soggettive, potete rimescolarle mentalmente come preferite:

Luoghi Personaggi Incontri

Momenti Ombre

Poi, il mio ragionamento sotto forma di immagini e parole chiave, per chi non fosse stato presente, per chi ha ascoltato e vuole ripensare a ciò che ho detto e per chi sul momento non è riuscito a decifrare gli sfondi che accompagnano e illlustrano i concetti essenziali che ho cercato di enunciare:

Seminari eBookFest Fosdinovo Intervento Mario Rotta: la conoscenza aumentata [PDF, IT]

Infine, qualche impressione. Le chiamo così, impressioni, perché dopo tre giorni così intensi, a caldo, parlare di riflessioni sarebbe improprio: per riflettere occorre tempo, distanza, e quel giusto distacco che permette di distillare l’entusiasmo per il fenomeno fino a quando non resta che il cuore di una visione critica. Ma di impressioni si può parlare liberamente. La prima è che la cultura digitale, i contenuti digitali, i libri digitali non sono più argomento per pochi: a Fosdinovo non solo eravamo in molti, ma – ciò che più conta – c’erano tutti, nel senso che c’erano insegnanti, bibliotecari, editori, ricercatori, studenti, autori e lettori. Ed è forse la prima volta che questa compresenza funziona, in altre circostanze apparentemente analoghe in realtà si è assistito all’enunciazione di punti di vista, a dichiarazioni di intenti e di parte, non ad un confronto reticolare, come invece sembra che sia accaduto in Lunigiana. La seconda impressione che ho ricavato è che c’è ancora molto da fare perchè dal “fenomeno” (l’espansione dell’interesse nei confronti dei libri digitali) si possa passare ad un “sistema”, si possa cioè ridisegnare il territorio in cui prende forma e si sviluppa quello scambio continuo tra soggetti e ruoli che è il motore stesso della conoscenza: a Fosdinovo, in sostanza, c’erano tutti, ma erano soltanto tutti quelli che a vario titolo e con alterne fortune hanno rappresentato e rappresentano l’avanguardia di un mondo che verrà ma non è ancora successo; mancavano, tuttavia, come direbbe l’amico Giorgio Jannis, molti degli abitanti di quel mondo. Che sia un punto da discutere pensando alla prossima edizione? La terza impressione riguarda infine la sostanza degli interventi e delle discussioni: spesso lucidi, quasi sempre serene, ma gli uni e le altre talora viziati da un approccio che tende ancora ad essere, per così dire, ideologico. Come se anziché essere noi tutti i protagonisti di un salto evolutivo fossimo, ciascuno per parte sua, combattenti impegnati a posizionarci, gli uni rispetto agli altri, ognuno rispetto al campo di battaglia, tutti contro tutti. Certo, eravamo in un castello, ma il contesto non spiega perché a fronte di un dibattito così vivo sia un po’ mancato, a mio parere, uno spirito più collaborativo, legato a una visione della conoscenza che non consiste nel ritenere che un modello debba prevalere sull’altro, ma accetta come presupposto che qualsiasi modello sia soltanto un mezzo per raggiungere un obiettivo comune e ben più grande di ciascuno di noi, che è la conoscenza stessa, come ricchezza, come espressione dell’umanità. Ma su questo magari tornerò con più calma. Per adesso, arrivederci.

Su eBookFest segnalo inoltre volentieri il consuntivo sintetico e la rassegna stampa amabilmente e appassionatamente curati da Noa Carpignano. Noa Carpignano e Maria Grazia Fiore curano anche la pubblicazione in progress degli “atti liquidi” di eBookFest 2010.

Infine, ecco la registrazione di un intervento informale che ho tenuto in occasione di eBookFest sulla percezione dell’innovazione digitale in alcuni gruppi-campione di insegnanti e bibliotecari.

Su questo stesso argomento è in corso una ulteriore elaborazione di dati, che sarà pubblicata su questo stesso knowledge blog sotto il titolo: La percezione del significato degli eBook: qualche dato e alcune prime conclusioni.

Popolo e reti: qualche precisazione

Reading time: 3 – 5 minutes

In questi giorni (a dire il vero da qualche tempo), si sente usare sempre più spesso un termine che forse merita qualche riflessione e qualche precisazione: mi riferisco a “popolo della rete“. Non sono sicuro che si tratti di un neologismo consolidato: ho cercato a lungo e non ho trovato traccia di una definizione ragionevole, se si escludono alcune note critiche di Carlo Formenti , Giancarlo Livraghi, che afferma che “non esiste alcun ‘popolo della rete’, e anche chi si occupa seriamente dell’internet non dedica ai ‘numeri’ generali più interesse di quanto meritano”, e Giorgio Jannis, che ribadisce che “non esiste nessun ‘popolo della Rete’, come dicono i giornali: quelle persone siamo noi, normali cittadini, metà o più della popolazione italiana (e solo la miopia culturale e politica ha impedito e impedisce tuttora la riduzione banalmente tecnica del digital divide, altrimenti saremmo molti di più), che ritengono la frequentazione della Rete una normale pratica quotidiana, ludica o professionale, e soprattutto considerano il web una risorsa preziosa per vivere meglio”. Cercando ancora, non ho trovato neanche riferimenti certi o pertinenti in lingua inglese, dove parole come “people” o “crowd”, talora usate a proposito di Web 2.0, assumono in realtà significati diversi e dovrebbero essere più correttamente tradotte con “gente” o “masse” (se proprio si vuole cedere al ricordo nostalgico di qualche lettura ormai fuori moda). Perché, dunque, così tanta enfasi su un termine che nella migliore delle ipotesi non significa nulla? Temo che si tratti della combinazione di due tipiche derive italiane. La prima è la superficialità con cui si coniano o si usano definizioni che non corrispondono necessariamente a un significato consolidato: non so su quale giornale o in quale notiziario qualcuno abbia parlato per la prima volta di “popolo della rete”, ma è certo che altri hanno ripreso la stessa definizione senza chiedersi perché. La seconda deriva è probabilmente legata all’appiattimento dell’informazione su schemi obsoleti e fortemente improntati a una visione strutturata, solida, della società nel suo complesso e dei fenomeni legati all’impatto delle nuove tecnologie: non avendo idea di cosa sia realmente una rete, molti giornalisti la chiamano “popolo”, sovrapponendo un concetto che conoscono o almeno credono che sia comprensibile a un concetto che altrimenti sarebbe lungo e faticoso sia spiegare che capire. Ecco, è proprio su questo che ritengo opportune alcune precisazioni. Il termine “popolo della rete” è sciocco, fastidioso e fuorviante. Non solo non significa nulla, ma esprime un concetto che è il contrario esatto di “rete”. Il “popolo”, se applichiamo una definizione corretta, è un insieme omogeneo di persone vincolate da una comune appartenenza istituzionale, culturale o territoriale. Una “rete” è invece l’insieme dei nodi che un certo numero di individui non necessariamente omogenei e senza vincoli originari stabilisce liberamente in base a un interesse o a un obiettivo. In sostanza, è uno strumento attraverso cui ciascuno di noi può decidere di condividere conoscenze nello spazio di una comunità (intesa come insieme temporaneo di individui collegati da nodi specifici) o collaborare con altri soggetti attivi, in modo fluido e consapevole. Per essere più chiari: il popolo è dato a priori, la rete si costruisce e si modifica giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. Il popolo è ricettivo rispetto alla ricerca di un consenso, la rete è proattiva rispetto alla costruzione di opinioni e punti di vista. Il popolo si identifica in una morale diffusa, la rete può fondarsi soltanto su un’etica condivisa. Insomma, il termine “popolo della rete” è più che scorretto, è stupido. Lascia presupporre qualcosa che molti forse vorrebbero: la possibilità di considerare gli utenti di Internet come destinatari passivi di messaggi promozionali e quindi come bacino di consumatori o elettori strumentalizzabili. Non è così, per fortuna, la rete è ogni connessione, ed è ciò che da ciascuna connessione può scaturire. Non lasciamoci fuorviare: in rete, finalmente, non siamo più popolo, non siamo più numeri, ma isole di arcipelaghi che talora prendono forma, altre volte galleggiano per incontrare altre isole; è una conquista importante, un passo in avanti lungo il percorso che porta dall’assuefazione alla morale come delega rispetto ai problemi all’etica della responsabilità come ricerca dinamica delle loro possibili soluzioni. La rete siamo soltanto noi, e possiamo farlo.

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Mario Rotta
Mario Rotta

Che domande mi fai Caterina!? ;)
Giorgio
Giorgio

L'utilizzo banalizzante di espressioni milleusi da parte dei giornalisti italiani (ci sono molti "popoli della ...") ha prodotto danni, dentro …
gigicogo
gigicogo

Molto interessante. Ma si potrebbe applicare un po' ovunque: Il popolo delle discoteche Il popolo delle due ruote Il popolo...... Forse si mistifica un po', …
catepol
catepol

Seriamente, pur utilizzando la rete e abitandola da anni, oramai, pur partecipando alle più diverse dinamiche, pur relazionandomi con x(mila?) …
Mario Rotta
Mario Rotta

Si abusa della parola popolo in mille occasioni, poco fa ad esempio mi è arrivato un invito ad un gruppo …

Autori, lettori e valore del lavoro intellettuale nella società della conoscenza: una modesta proposta

Reading time: 6 – 10 minutes

Questa modesta proposta deve molto a una serie di letture e di riferimenti che citerò e ad alcuni episodi (anche spiacevoli) che ho personalmente affrontato. Si tratta di dare una risposta (sia pure ipotetica, provvisoria, parziale…) a una domanda che ci si pone da diverso tempo ma che soprattutto negli ultimi anni – ad esempio da quando si è cominciato a parlare sistematicamente di social networking, di eBook e di distribuzione aperta dei contenuti in rete – sta diventando sempre più pressante: come si può riconsiderare e ridefinire il valore del lavoro intellettuale nella società della conoscenza? Provo subito a circoscrivere l’ambito del ragionamento. Non parlerò di copyright o di licenze di distribuzione, su cui è già stato detto, scritto e fatto moltissimo, e su cui rimando volentieri al bel contributo su “La conoscenza come bene comune” curato da Paolo Ferri per Bruno Mondadori. Parlerò invece del valore di ciò che ciascuno di noi elabora e distribuisce in rete, del lavoro che implica e di come si potrebbe riconoscerlo e valorizzarlo.

Mi vengono subito in mente un paio di letture e riferimenti. La prima lettura è un vecchio testo di Max Weber, che un secolo fa spiegava già molto lucidamente che l’attività intellettuale è una professione a tutti gli effetti e in quanto tale dovrebbe garantire a chi la svolge un guadagno, tipicamente attraverso forme di pagamento diretto o indiretto dei prodotti di quell’attività da parte di chi ne usufruisce. Oggi sembrano affermazioni scontate, e per di più superate. Ma a suo tempo non erano banali: era ancora diffusa una certa visione romantica della cultura come qualcosa di etereo, che non può sporcarsi con del “vile” denaro. Eppure (ecco un secondo riferimento che mi viene in mente) l’argomento era e restò attuale per molto tempo, tanto che nel 1960 Ted Nelson ne recupera, per così dire, il framework di base tra i presupposti stessi del progetto Xanadu. Un’idea semplice e geniale, che immaginava una rete di persone che svolgono un lavoro intellettuale (ad esempio scrivono un articolo) utilizzando il lavoro intellettuale di altre persone in modo trasparente e riconoscendo alla fonte un guadagno. Proprio così, basta rileggere le 17 regole originarie del progetto per capire che questi aspetti, il valore del lavoro intellettuale e il suo riconoscimento materiale, sono parte integrante di quella splendida utopia. Poi sappiamo com’è andata, le reti sono diventate a poco a poco una realtà, certe dinamiche allora soltanto anticipate sono diventate prassi. Ma ancora stiamo discutendo del trust level del web semantico; e del valore della conoscenza. Tra posizioni estreme che vanno dalla difesa del meccanismo obsoleto del copyright da parte di molti editori che non hanno capito che non si può applicare ai prodotti immateriali (ad esempio un eBook) la stessa logica che ha regolato per decenni la distribuzione di oggetti fisici (ad esempio i libri), all’idea affascinante ma distorta che la conoscenza sia e debba essere sempre e comunque gratuita, confondendo forse la gratuità con l’accessibilità.

In realtà, dovremmo ragionare sul fatto che dietro ogni frammento della rete, dietro ogni nota su FaceBook, dietro ogni ricerca condivisa, dietro ogni post di ogni blog, dietro ogni pagina di ogni wiki, dietro ogni articolo, o serie di slides, o registrazione, o eBook, c’è del lavoro intellettuale. Che in quanto tale ha, o dovrebbe avere un valore. Perché allora chi ha svolto quel lavoro di solito non ci guadagna nulla? La risposta consiste quasi sempre nel ribadire il principio essenziale di equità che ispira la filosofia della condivisione peer-to-peer : nella società della conoscenza ciascuno condivide risorse proprie per poter utilizzare risorse condivise da altri, attivando e mantenendo un’ipotetico circuito virtuoso di scambi in grado di imprimere alla conoscenza in quanto tale una spinta incrementale. D’accordo, tutto molto bello: ma siamo proprio sicuri che funzioni così? A me il meccanismo reale sembra molto più asimmetrico (e qui entrano in gioco anche varie vicende personali): quante volte vi è capitato di constatare che la vostra partecipazione a un network implicava un impegno molto superiore a quello di altri partecipanti teoricamente (e talora anche formalmente) alla pari? E quante volte avete avuto la spiacevole sensazione che i materiali che avevate correttamente diffuso in rete in licenza CC erano stati scaricati e utilizzati anche in contesti dove chi li utilizzava otteneva un vantaggio diretto o indiretto grazie al vostro lavoro, mentre voi non avreste ottenuto mai nulla da quegli stessi utilizzatori? Qualcosa non funziona in questa configurazione aprioristicamente aperta e ostinatamente ottimistica, probabilmente perché un conto è considerare le potenzialità latenti di tutti gli utenti della rete come ipotesi per uno scenario ideale, un conto è ammettere che nella realtà gli utenti non sono tutti uguali, non si ispirano agli stessi principi e non condividono di fatto i doveri che l’interagire in un contesto sociale (quale è la rete) ed esercitare in quello stesso contesto dei diritti ragionevolmente imporrebbe. Inoltre, bisogna ammettere che per quanto si possa riconoscere che il lavoro intellettuale che si svolge in rete implica e rappresenta un valore, non si sa bene come calcolarlo e quantificarlo.

Ed è proprio qui che si colloca il senso di questa mia modesta proposta. Mi ispiro in parte alle “banche del tempo”, in parte alle transazioni virtuali di ambienti come Second Life. Per suggerire un’ipotesi non certo innovativa ma spero concreta, e soprattutto organica. Propongo che si fondino e si gestiscano delle “banche della conoscenza“, che potrebbero anche rappresentare l’evoluzione del ruolo degli editori nella società della rete. Come funziona una “banca della conoscenza”? E cosa implica per gli autori e gli utenti? Le transazioni in denaro non c’entrano nulla. E nemmeno la gestione di prodotti e servizi, o gli ambienti di sharing a cui talora si associa il termine “knowledge bank“. Piuttosto, dovrebbe consistere in una sorta di infrastruttura di garanzia. Io me l’immagino così:

  • Tutti gli utenti hanno un “conto” in una banca della conoscenza. Il conto iniziale è uguale a zero.
  • Ogni utente attribuisce un valore a ciò che elabora e decide di condividere in rete. Il valore attribuito potrebbe essere calcolato sulla base del lavoro richiesto dall’elaborazione che si sta condividendo: se ad esempio, per pubblicare un post su un blog sono state necessarie 3 ore di lavoro, si potrebbe attribuire al post pubblicato un valore pari a 3.
  • Ogni volta che un altro utente utilizza quel post (scaricandolo, stampandolo, citandolo o semplicemente mostrandolo e commentandolo in un contesto) il valore corrispondente (ad esempio 3) viene addebitato sul conto dell’utente/lettore e accreditato sul conto dell’utente/autore. Col tempo gli utenti/autori più utilizzati vedranno il proprio conto crescere, gli utenti/lettori che utilizzano più risorse ma non ne producono o non ne condividono risulteranno debitori. Su questa base si potrebbe anche calcolare il valore delle interazioni, o il valore delle risorse, nonché la “reputazione” degli utenti.
  • Ogni utente può utilizzare gli eventuali crediti accumulati per acquisire risorse prodotte e distribuite da altri. Per quanto riguarda i debiti contratti, al contrario, si potrebbe anche pensare ad una loro periodica riconversione in denaro reale, da ridistribuire tra gli utenti creditori: in questo modo gli utilizzatori che non producono e non distribuiscono risorse diventerebbero una forma indiretta di sostegno economico agli utenti che interpretano meglio lo spirito della rete, e questo potrebbe rappresentare per gli uni uno stimolo a collaborare all’elaborazione e alla distribuzione di nuove conoscenze, per gli altri un incentivo alla qualità e un premio al lavoro svolto. Chi gestisce la “banca della conoscenza” potrebbe anche ricavare un guadagno da queste transazioni.
  • Nulla vieta di esplorare altre forme e modalità di conversione dei crediti maturati, così come dei debiti accumulati. In ogni caso, in attesa di nuove ipotesi di calcolo e riconoscimento del valore del lavoro intellettuale, si avrebbero dei parametri di riferimento utili per identificare e riconoscere la “ricchezza” reale in rete, ovvero la capacità degli utenti di utilizzare in modo trasparente delle risorse e delle conoscenze per costruire e distribuire altre risorse e altre conoscenze.

Certo, gestire una “banca della conoscenza” non si prospetta nè semplice nè immediatamente redditizio. A meno che ad altri non vengano idee migliori, che possano contribuire a perfezionare questa ipotesi di lavoro. Ad esempio, leggendo alcuni commenti al link a questo post su FaceBook, mi viene in mente che forse, per agevolare l’avvio di un processo di questo genere, si potrebbe o si dovrebbe lavorare sui metadata delle risorse (ovvero affiancare la ricerca già in atto, quella orientata al web semantico), prevedendo un campo “valore” il cui contenuto possa essere letto, utilizzato come riferimento, calcolato e recuperato a cura delle banche della conoscenza. Ma il problema è come rendere univoco il processo, come gestire ad esempio la scissione iniziale tra contenuti aperti e gratuiti (ovvero senza valore attribuito), contenuti con un valore di scambio funzionale e contenuti protetti e a pagamento…

Sull’argomento segnalo (grazie a un suggerimento di Agostino Quadrino): Grazzini, “L’economia della conoscenza oltre il capitalismo”, Codice Edizioni.

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Antonello
Antonello

Interessante proposta. Hai citato Paolo Ferri. Grande! E' stato il relatore della mia tesi. Antonello
ibridamenti
ibridamenti

Interessantissimo il post e il dibattito :-) Anche se sono reduce da una colica renale, fosso due appunti e mi …
Giorgio Jannis
Giorgio Jannis

Lo dicevo a Mario (qui sopra, nel commento sul pensiero "industriale"; poi lui mi ha risposto per bene) lo ribadisco …
Mario Rotta
Mario Rotta

Sono assolutamente d'accordo con Giorgio quando ricorda che la nostra identità in rete dovrebbe essere autonoma, e direi anche "unica": …
Giorgio Jannis
Giorgio Jannis

E' argomento che anche qui abbiamo sfiorato, parlando di micropagamenti: le nuove forme di remunerazione. In seguito all'annuncio di Google del …

Gli eBook: secondo giro

Reading time: 4 – 6 minutes

In quel continuum che è la rete un’assenza di un paio di giorni rende difficile cogliere in modo chiaro tutto ciò che è accaduto nel frattempo e recuperare i significati nascosti nel tessuto che ha preso forma. Prima di partire per un paio di seminari (su temi strettamente correlati) ero pienamente immerso nel flusso di diverse discussioni in corso sul tema degli eBook. Ora, tornando, non so come recuperare le posizioni che ho perso: è come se mi fossi fermato ai box per cambiare una ruota e i miei meccanici avessero sbagliato qualcosa, mentre giri e giri di messaggi accumulavano vantaggio. Oggi provo a rientrare nel flusso, anche se è un peccato restare chiuso qui in ufficio: è finalmente una bella giornata, nella mia città ci sono i mercatini dell’antiquariato e sui prati tra Arezzo e Siena i primi papaveri si mettono in posa per gli appassionati di fotografia. Ma tant’è, sono in corsa e in qualche modo devo recuperare terreno. Per fortuna che c’è chi traccia le traiettorie del percorso, come Gianni Marconato, e poi quando mi ci metto leggo abbastanza velocemente. Dunque, guardando le cose con il dovuto (e accumulato) distacco, direi che siamo tutti d’accordo sul fatto che il punto di partenza di questo dibattito è racchiuso in una domanda preliminare: gli eBook, in quanto evoluzione della tecnologia del libro, esprimono un potenziale di innovazione? Si può rispondere di no (è lecito), ma spero che tutti rispondano di sì. Quale delle due posizioni è di destra e quale di sinistra? Sinceramente, non mi interessa. Osservo solo che rispondere ma, forse, però, a condizione che, si potrebbe considerare “di centro”, e in Italia abbiamo già abbastanza Casini!

Una volta accettata l’idea che valga la pena di dedicare agli eBook una certa attenzione, mi sembra chiaro che anche su un secondo punto siamo tutti d’accordo: sarebbe bello se gli eBook fossero iperultrasupermultimegainterattivi e i dispositivi di lettura fossero warphightech, ultraleggeri, fotovoltaici, a miliardi di colori e già che ci siamo griffati Prada, un po’ come si intuisce guardando il filmato suggerito più volte da Francesco Leonetti. La differenza che prende forma a partire da questa ovvia constatazione è tra chi pensa che si debba aspettare il migliore dei mondi possibili (Gino Roncaglia ad esempio è sempre stato chiarissimo e coerente in tal senso) e chi ritiene che si debba fare il possibile per migliorare il mondo che abbiamo. Il distacco accumulato mi permette di suggerire che non si tratta di posizioni inconciliabili, ma di due sfaccettature di un atteggiamento che oscilla tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Entrambe di sinistra quindi, a loro modo, se ha ancora un senso questo schema di classificazione…

Per il resto mi sembra che il confronto sia acceso soprattutto sulle “politiche”: ovvero sulle scelte, i presupposti, le strategie commerciali, le modalità di distribuzione. Ci si domanda se la politica commerciale di Garamond non sia troppo aggressiva, ignorando forse che ogni volta che usiamo Google qualcuno ci guadagna, e non siamo noi, e dimenticando che è assolutamente vero quello che dice Agostino Quadrino quando ci ricorda che in Italia la Kultura (con buona pace della minoranza che è capace di “abitare” la rete e sa come difendersi) è saldamente in mano a pochi grandi gruppi finanziari che condizionano pesantemente le adozioni. Ci si chiede se sia giusto o no sperimentare oggi gli eBook a scuola (anzi, a dire il vero la discussione più accesa non è mai andata oltre questo aspetto, come ha ribadito più volte soprattutto Antonio Fini), e io rispondo apertamente di sì, ma spostandomi in prima linea, lavorando direttamente con le scuole, affiancando gli insegnanti che seguiranno il corso “insegnare e apprendere con gli eBook” e progettando corsi per editor di eBook, che per inciso la cecità dei valutatori dei bandi FSE ha ritenuto di non dover finanziare perché non potevamo dimostrare l’aderenza della figura professionale configurata rispetto ai bisogni del territorio! Ci si domanda se sia più corretto far pagare gli eBook o distribuirli a titolo gratuito sotto forma di contenuti aperti (Jannis, Guglielman), e io (come chiunque altro, credo) rispondo che ovviamente un prodotto di qualità gratis è largamente preferibile a un prodotto mediocre a pagamento. Ammesso che si risolvano due questioni niente affatto marginali: come trovare le risorse per produrre e distribuire contenuti aperti di qualità e come valutare la qualità dei contenuti aperti. Ma tutto questo in realtà non è il cuore del problema: è un continuare a girare su una pista un po’ monotona, perdendo di vista il traguardo. Il vero problema è capire come “scrivere” dei buoni eBook, come “leggerli”, usarli, integrarli in una strategia didattica il cui obiettivo è facilitare la disseminazione di conoscenze significative e lo sviluppo di capacità utili, in una parola la crescita dei nostri ragazzi e dei ragazzi di tutte le età. Ed è proprio su questi aspetti che stiamo perdendo terreno. Mentre il resto del mondo corre, e come se corre… e a tutti noi non resta che sperare che vada meglio al secondo giro.

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Gino Roncaglia
Gino Roncaglia

Essendomi occupato molto di Leibniz ho una certa simpatia per le sue tesi in materia di mondi possibili... ma preferirei …
noa
noa

Condivido tutto. :)
admin
admin

Contavo sulla tua puntualizzazione Gino :) Ma non sono le leggi e le circolari a configurare i mondi possibili. Siamo noi. …
Gino Roncaglia
Gino Roncaglia

Eh, caro Mario, sei ottimista se pensi che le leggi servano "ad aprire un processo che in ogni caso saremo …

Il futuro della scuola: appuntamento a Milano

Reading time: 3 – 5 minutes

Il futuro non è + quello di una volta
Auditorum ITIS Conti e LS Vittorio Veneto
Piazza Zavattari 3, Milano

Milano_concept

Il 19 e il 20 gennaio 2009, a Milano, si parlerà del futuro, che soprattutto quando ci si riferisce alla relazione tra scuola, didattica e innovazione tecnologica, non è decisamente più quello di una volta. Ma cosa accadrà esattamente in quei giorni? Come si affronterà l’oggetto del seminario? Per una volta, vorremmo provare a evitare l’impostazione abituale di questo genere di eventi e immaginare un approccio più pragmatico e allo stesso tempo decisamente programmatico. Ci piacerebbe che tutti i presenti fossero partecipanti attivi, e soprattutto che al termine delle due giornate prendesse forma una “carta” su come rendere effettiva l’innovazione nella scuola.

Dopo l’appuntamento di Dobbiaco abbiamo cercato di lavorare in rete per capire a cosa potevamo ragionevolmente riferirci, oggi, alludendo ai nuovi scenari della cultura digitale, alla scuola del futuro e al futuro della scuola. Tra le tante istanze in gioco, hanno cominciato a delinearsi alcune “direzioni” più nitide (anche se ancora in parte da esplorare) verso cui potremmo orientarci: i social networks, la scrittura collaborativa, i blog in quanto narrazione distribuita, i mondi virtuali, gli aggregatori di informazioni e gli strumenti avanzati per la ricerca di risorse in rete, gli ambienti di apprendimento e la cultura “open”, gli ambienti di comunicazione per la partecipazione attiva e il dialogo con il territorio. Non stiamo sostenendo che questi sono gli unici scenari possibili o che questi strumenti o ambienti rappresentano di per sé fattori di innovazione per la scuola: ci sembra però che capire come utilizzare questi stessi strumenti e come collocarli in una visione della didattica rappresentino oggi un potenziale di innovazione da non trascurare, oltre che un elemento essenziale della cittadinanza digitale.

Quello che ci piacerebbe fare a Milano è lasciare che dei gruppi di insegnanti si “incamminino” in queste direzioni, con l’aiuto di un animatore, per definire una sorta di “agenda” su ciascuno degli ambiti che raccoglierà un certo numero di interessati: agenda intesa come linee guida essenziali, ad esempio le 10 cose da fare e da non fare per inserire questi strumenti o questi ambienti nella scuola in modo che rappresentino un reale fattore di innovazione. Senza dimenticare un invito a discutere sulle competenze necessarie per applicare le linee guida che a poco a poco prenderanno forma. L’obiettivo è pragmatico e programmatico: poter dire, al termine del seminario, che cosa dovremmo realmente fare per costruire insieme un nuovo paradigma educativo. Una sorta di manifesto per una riforma “attiva” della scuola, fondata non sulla ristrutturazione (eufemismo che significa tagli e riduzioni) ma sull’innovazione tecnologica in quanto veicolo di innovazione metodologica. Del resto l’idea di un manifesto per una scuola innovativa è nell’aria: l’appuntamento di Milano potrebbe quindi rientrare in questa “catena di eventi ininterrotti”, e auspicabilmente rappresentarne l’anello mancante.

Ma non basterà organizzare dei gruppi di lavoro (o meglio, dei focus) su ciascuna delle direzioni indicate, né animarli e moderarli. Sarebbe molto utile e importante che nei gruppi fossero presenti (materialmente o virtualmente) esperti e protagonisti di sperimentazioni, ricerche o applicazioni su quegli stessi ambiti. Non tanto, tuttavia, come portatori di risultati o testimonianze, quanto piuttosto, per una volta, come “ascoltatori” o “osservatori”: l’agenda a cui punteremo non sarà infatti soltanto un programma concreto di lavoro, ma anche un’opportunità per tutti gli stakeholders, un modo per capire verso cosa indirizzare studi, investimenti, azioni di sistema, riforme. Diamoci tutti appuntamento a Milano, quindi, anche informalmente o virtualmente, per capire su cosa si dovrà lavorare nei prossimi anni per immaginare una scuola che torni a essere innovativa, e per condividere una traccia per un futuro che non sia più quello di tutte le volte che abbiamo sentito parlare invano di tecnologie e didattica…

Patrizia Appari
Luisanna Fiorini
Pierluigi Fontanesi
Giorgio Jannis
Maddalena Mapelli
Mario Rotta

Per saperne di più: http://lnx.laboratorioformazione.it/

Il futuro non è più quello di una volta… meno male!

Reading time: 3 – 5 minutes

“Il futuro non è più quello di una volta” è il titolo-pretesto di un seminario organizzato da Laboratorio Formazione (sul sito sono disponibili il programma e il modulo di iscrizione), che si svolgerà a Milano nei giorni 19 e 20 gennaio 2009. Avrebbe dovuto tenersi in ottobre (2008) ma il momento non è favorevole alla partecipazione, insegnanti e ricercatori sono impegnati in ben altre scadenze! Così abbiamo deciso di rimandare l’incontro,ma di approfittare del tempo che passerà per attuare un esperimento “web enhanced” (2.0 and beyond direbbe forse qualche amico anglosassone). Il seminario sarà infatti impostato come un laboratorio articolato in sessioni parallele, in ciascuna delle quali un “cittadino digitale” con un po’ più di esperienza cercherà di guidare i partecipanti e i destinatari alla scoperta e all’esplorazione dei possibili usi educativi delle tecnologie di rete e, soprattutto, dei territori digitali, della rete in quanto modalità di relazione tra persone che apprendono dalle persone interagendo con le persone. Ci siamo quindi messi in testa (che c’è di male?) di avviare i lavori del seminario adesso, online, provando “gli strumenti che verranno presentati e discussi nelle giornate del seminario e offrendo, così, la possibilità di immergersi nelle pratiche, riflettere, confrontarsi, condividere, incontrarsi con i relatori del seminario, sviluppare una metariflessione”. Insomma, stiamo provando a costruire online le comunità di utenti che a gennaio a Milano si materializzeranno come partecipanti al seminario, che a quel punto potrebbe anche diventare un evento nel ciclo di vita delle stesse comunità che riusciremo ad aggregare. Un po’ come un paesaggio che prende forma nel tempo e nello spazio immateriale di Internet, un paesaggio con alcuni elementi identificabili, ma anche aperto, fluido, in continua evoluzione. Che ne pensate? Vi interessa? Maddalena Mapelli vi accoglierà e vi guiderà su Ibrid@menti, dove, nella rubrica Mettiamoci in rete, si discuterà su quali sono le competenze richieste dalla learning society agli insegnanti per la costruzione di una consapevole, critica, creativa, collaborativa cittadinanza digitale. Luisanna Fiorini vi porterà su Cittadinanzadigitale, il wiki che ha preso forma prima e dopo il workshop del luglio scorso a Dobbiaco, per provare ad arricchirlo con ulteriori riflessioni di esperti, non esperti, webnauti e docenti sugli strumenti necessari per promuovere la cittadinanza digitale. Patrizia Appari gestirà la sezione Blog di Laboratorio Formazione proponendo una discussione sulla base della domanda: “le competenze digitali sono ancora un bisogno formativo per gli insegnanti italiani?”. Francesca Scalabrini vi guiderà in Facebook per partecipare alla discussione su “le competenze digitali per l’uso collaborativo delle rete tra professionisti”. Altri spazi saranno gestiti da Bonaria Biancu e Giorgio Jannis. Quanto a me… a me piacerebbe visualizzare dinamicamente la “crescita” delle comunità che ciascuno aggregherà sui sui temi portanti del seminario, come in una specie di Sim City (a proposito, chi conosce questo Visitor Ville? Rappresenta la frequentazione di spazi in rete da parte degli utenti proprio come una città in crescita e in continuo movimento…). Ma andrebbe bene anche una semplice mappa con colori che cambiano, altimetrie variabili, “segni” che si accumulano. Strumenti che permettano visualizzazioni fluide di dati quali il numero degli utenti, la pubblicazione di post o messaggi o l’inserimento di link, anche in modo semplice. Non è importante il risultato grafico ma il significato che la visualizzazione potrebbe assumere: essere allo stesso tempo un modo per mostrare come e quanto stanno crescendo le comunità che riusciremo ad aggregare sui vari temi che affronteremo e una metafora del territorio digitale…

Reti di vetro

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Si è tenuto nei giorni scorsi a Dobbiaco (10-13 luglio 2008) un seminario sulla “cittadinanza digitale”. Non è necessario che racconti com’è andata, sono più che sufficienti le testimonianze raccolte in tempo reale nel wiki dell’evento, curato da Luisanna Fiorini (segnalo in particolare anche una mappa mentale di ciò che è stato detto e fatto e degli argomenti che sono stati toccati), oltre che nelle pagine dei tanti bloggers presenti, come Giorgio Jannis, Maddalena Mapelli (che ha annotato quasi tutti gli interventi anche nel blog di Ibrid@menti), Gianni Marconato. Sono già online anche delle belle raccolte di immagini sul luogo e sull’evento, e probabilmente anche molte altre opinioni, impressioni, resoconti, commenti, fotografie di cui al momento non sono a conoscenza, ma farò il possibile. Che cosa posso aggiungere? Vorrei solo accennare brevemente a una sensazione che ho provato durante queste giornate, mentre fuori dalle finestre della splendida struttura che ci ospitava le nubi di un temporale improvviso proiettavano sulla terra luci modificate, e nelle stanze si parlava di web 2.0 e oltre. In quel momento mi sono guardato intorno, e ho constatato che anche in Italia si può parlare di innovazione, e si può fare innovazione (anche ad alto livello), ma a crederci davvero siamo in pochi, e sempre gli stessi o quasi, da sempre, come se gli anni non passassero, come se il mondo, nel frattempo, non cambiasse alla velocità dei lampi e con la stessa intensità dei venti. Sarà per via dell’ambientazione, ma mi sono ricordato del “gioco delle perle di vetro” di Hesse: i saggi sono rinchiusi in uno spazio dove possono dialogare e creare, ma senza interagire troppo con il resto del mondo, impegnato in “negozi” più ordinari; il fatto è che non si sa bene se sono i saggi a scegliere l’isolamento che permette loro di essere ciò che sono, o se è il resto del mondo che cerca di metterli in condizione di non nuocere. Forse sono vere entrambe le ipotesi. Sono solo visioni, pagine lette da ragazzo che riaffiorano durante un temporale estivo. Ma ultimamente provo spesso sensazioni come queste: se siamo noi i cittadini digitali – e non c’è motivo di pensare che non sia così -perchè non riusciamo a portare nel mondo, là fuori, quei messaggi semplici e chiari, e per questo eversivi, che riusciamo così bene a scambiarci tra le mura del nostro castello? La partecipazione attiva, il senso della rete, la condivisione della conoscenza, la libertà dell’informazione… perchè siamo sempre in così pochi a parlarne? Perchè non riusciamo a farci ascoltare? Siamo reti di vetro: trasparenti e fragili.

Appunti e riflessioni in forma di slides [PDF, IT]

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ibridamenti
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che bel post Mario! mi viene voglia di copiarlo e incollarlo sui Ibridamenti :-) Posso? Sono open source i tuoi testi? (Maddalena)
admin
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Certo che puoi :) Intanto io ne ho riproposto una versione su KNOL, anche per provare questo nuovo "google gadget": …
Willliam Nessuno
Willliam Nessuno

Sono pienamente d'accordo sull'idea che il mondo ci lasci baloccare con le nostre idee sulla rete, grande fin che si …
Willliam Nessuno
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"i Blog e la visone fideistica della Rete" http://www.lulu.com/content/2755110
annarita
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Ciao, tutor. Come va? Sonno approdata per caso su questo blog e ho letto il post. Riflessioni interessanti circa il …