Archive for the ‘Racconti’ Category

Racconti brevi (presentazione)

I racconti brevi nascono tra il 2003 e il 2004 come didascalie di composizioni fotografiche. Stavo cominciando a lavorare su grandi pannelli compositi, sovrapposizioni e collages di stampe tradizionali, elaborazioni digitali e acetati, recuperando anche immagini molto più vecchie: una specie di viaggio nella memoria, per restituire un senso a episodi che non ero ancora riuscito a comprendere, per troppo dolore o per eccesso d’amore. Ma a quelle immagini mancava qualcosa, mancava un po’ di letteratura. Così mi sono lasciato guidare dai collages e ho cominciato a scrivere racconti che potessero renderli più chiari, immaginando che le fotografie non fossero altro che l’illustrazione delle parole e delle frasi, quando invece era il contrario. Hanno preso forma dei racconti fotografici che mi piace considerare unici nel suo genere, a volte troppo retorici certo, altre volte realizzati quasi in stato di grazia, lo dico senza autocompiacimento, so bene, in realtà, quanta fatica mi siano costati. E parallelamente, questi piccoli racconti, che raccolgo volentieri qui sperando che riescano a sopravvivere alle composizioni che illustrano, lasciando che sia chi legge a immaginarle come vuole…

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Appunti di viaggio

Peloponneso 2004
Stampe fotografiche, stampe fotografiche da fotografie digitali e stampe laser su acetato

Tra qualche anno ripenserete a questo viaggio. Vi sembrerà una fotografia ingiallita dal tempo, eppure ancora nitida. Eravate giovani, avevate ancora la capacità di mostrarvi sfrontati nell’aria e guardare dritto nell’obbiettivo. Non posso dirvi cosa sarete, ma forse non ci sarò più e penserete anche a me. Penserete a tutto quello che vi ho insegnato. Ma non vi ho insegnato nulla. Vi ho solo detto che i gigli possono crescere anche sulla sabbia e che non bisogna aver paura di affacciarsi da uno strapiombo a picco sul mare, perché l’orizzonte si svela solo a chi sa misurarsi con l’abisso, il vuoto, il nulla interrotto dalla schiuma delle onde. Non è molto, rispetto a quello che voi avete insegnato a me: il rispetto per la vita e per la speranza che l’accompagna nel suo scorrere, come una figlia accompagna una madre stanca, o un figlio un padre disperato.

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Piccolo angelo

Roma 2004
Stampe fotografiche, stampe fotografiche da fotografie digitali e stampe laser su acetato

Gli angeli lasceranno una piuma delle loro ali sulle pietre poco prima che i mandorli fioriscano, ancora una volta. Le ombre lasceranno filtrare la luce come se il mondo fosse sul punto di nascere, ancora una volta. Così potrebbe cominciare la storia. C’era una volta, non un re, non una regina, ma una madre, un bambino, un sorriso, un desiderio. La loro storia non può essere raccontata, possiamo solo immaginarla. Avrà la forma di uno sguardo, sarà limpida come il cielo in primavera, e intensa come l’erba distesa al sole, quando i papaveri improvvisano danze per festeggiare l’estate. Sarà ciò che vorrà essere…

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M

Padova Venezia 2004
Stampe fotografiche, stampe fotografiche da fotografie digitali e stampe laser su acetato

Non si può dire se la storia fosse all’inizio o alla fine. Scorreva, come acque sulfuree e lontane, immaginate sotto un ponte spezzato. Così M. si perse nelle calli di Venezia. Ondeggiavano come se le case e le luci fossero diluite dentro un caleidoscopio. E scomparvero ai primi sguardi. Rimasero solo le ferite, aride come la terra riarsa, liquide come i fiumi profondi. Incerte, però, sfumate nelle iridescenze di una notte che le stelle si rifiutarono di osservare da lontano, come fanno di solito, spingendosi fino agli angoli dei sottoportici, riflesse nello splendore spontaneo dei sorrisi. Solo le prossime stagioni riusciranno a renderle nitide, le ferite, e perfino le illusioni, come foglie stampate sulla terra, come fulmini, come radici nel cielo.

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A Roberto Salbitani

Lestans La Verna 2004
Stampe fotografiche, stampe fotografiche da fotografie digitali e stampe laser su acetato

Caro Roberto, perdonami se ti scrivo sulle mie povere stampe grigie e se ti illumino con un raggio a colori. Non volermene, ti considero un maestro. Davvero. Vorrei solo ritrovare un po’ di ironia, e a volte ci riesco osservando attentamente il tuo sguardo. Il fatto è che ti ho incontrato mentre uscivi dalle acque, come un Robinson che tocca finalmente terra. Probabilmente sei naufragato molto prima di me, hai avuto più tempo per sentirti finalmente libero. Ora puoi anche permetterti di cercare invano sul fondo del lago. Ma cosa cerchi? Una risposta? Una domanda? Una spada fatata? O soltanto la luce? Vorrei poterti aiutare, ma non so come. Sono un naufrago tra i tanti, l’ombra di me stesso. Non cerco terra, o forse non riesco a vederla. Così inseguo le chimere delle immagini e la fata morgana che a volte credo di riconoscere nei riflessi del fiume o del bosco. Grazie, Roberto, per avermi fatto capire che si può raccontare una storia anche attraverso i frammenti dei nostri sguardi: quello che ti ho rubato, quelli che mi hai dedicato, quelli che mi hai rubato, quelli che ho cercato e che cerco ogni volta che mi nascondo dietro una macchina fotografica.

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La strada perduta del paradiso

Lestans 2004
Stampe fotografiche, stampe fotografiche da fotografie digitali e stampe laser su acetato

Io lo avevo capito subito che non ti andava di farlo. Eri a disagio, piegata su quello specchio, raggomitolata come se dovessi ancora nascere, proprio lì, in quei bassi fondali, in quelle acque gelide, su terre sulfuree, tra sassi di ferro e di antimonio. La prima cosa che ho pensato è che forse eri un angelo tra i demoni, un angelo fuori posto, come se avessi smarrito la strada per il paradiso, come se non sapessi più volare e fossi capitata per caso su quella terra desolata. Ma poi non ho saputo trovare altre risposte. Anch’io stavo provando a nascere di nuovo, e anche la mia ombra si era smarrita. L’ho cercata nello scorrere delle acque, ma era più veloce della corrente, più incerta della luce che brilla nelle rapide. Imprendibile. Ora posso dirtelo: mi sarebbe piaciuto che tu potessi ritrovarla e restituirmela, mentre tenevi gli occhi chiusi sul tuo corpo rattrappito e le tue mani cercavano invano di accarezzare con delicatezza quel fango giallastro che ti irritava. Ma non riuscirò mai a chiedertelo…

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Un attimo prima, un attimo dopo

Lestans Urbino 2004
Stampe fotografiche, stampe fotografiche da fotografie digitali e stampe laser su acetato

Uscì dall’acqua fredda del lago arrancando a malapena sui sassi, mentre dalla sua veste sgocciolava il gelo. Come una ninfa dei boschi. Come una maga nel suo giardino. Come se fosse impegnata a cercare una bacchetta magica, umile e potente allo stesso tempo, o una forcella da rabdomante. Non nacquero fiori sul suo cammino, ma l’acqua diventò pioggia e dissetò la foresta, diventò rugiada e rese il verde più brillante e più nitido. Senza incantesimi evidenti, fu come se all’improvviso le stagioni si confondessero: un attimo prima era inverno, ora potevano convivere l’umidità della primavera tra i cespugli di fragola, i campi bruciati dal sole di luglio e l’autunno portato via dalla corrente del ruscello fino a scolorire anche le foglie invecchiate. Si trattava solo di un gioco, una di quelle diatribe tra fotografi, quando si parla di bianco e nero e di colore come se fossero la sostanza delle immagini. Ma la maga-ninfa lo rese in qualche modo reale, lo interpretò come un’attrice che sa essere spontanea, senza vergognarsi, come avrebbero fatto molti altri, di cercare istintivamente, umanamente, un momento di equilibrio, un attimo dopo essere emersa dal fondale con la solennità di una statua ritrovata.

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M’illumino d’immenso

Arezzo Roma L’Aquila Trieste, 2003-2004
Stampe fotografiche, stampe da elaborazioni digitali e stampe laser su acetato

In quel periodo, quando camminava per le strade della città, faceva attenzione a non passare mai da quelle più larghe e affollate. Preferiva le vie più strette, dove poteva rasentare intonaci scrostati e resi inconsistenti dalla pioggia, o del tutto incomprensibili. Nelle superfici più luride e in quelle complicate come carte geografiche ritrovava un po’ di calore, un po’ della serenità che aveva perso, divertendosi a identificare iniziali, ghirigori, perfino qualche accenno di poesia. Era come se la città comunicasse con lui attraverso segni e ombre, lasciati lì da chissà chi e da chissà quando, mentre lui stesso comunicava con la città seminando tracce di polvere. Non era affatto pazzo. Era solo la sua immaginazione a guidarlo verso la solitudine, e la malinconia che di solito la segue come una compagna di viaggio. Prima o poi, ne era sicuro, si sarebbe di nuovo illuminato d’immenso. Ma ci voleva tempo. Un brutto vizio, quello della letteratura.

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Il grande cocomero

Lestans Valdarno Valdorcia 2004
Stampe fotografiche e stampe laser su acetato

Scese lentamente lungo il fiume, il grande cocomero abbandonato, rotolando come un ciottolo nella corrente, come il riflesso di una foglia trascinata via dall’ultima pioggia, fino a fermarsi nelle secche che i primi uomini, naufraghi o selvaggi che fossero, avevano certo artificialmente creato per intrappolarlo. Si guardò intorno e vide i giochi delle luci del tramonto e nebbie improvvise che seguivano il corso del torrente, nonostante l’estate. Ma non ebbe il tempo di godere dello scorrere delle acque o del silenzio che lavora in quei luoghi come un mago nella sua bottega. Gli ultimi uomini, naufraghi o selvaggi che fossero, lo catturarono, lo deposero sui sassi e senza alcuna pietà lo decapitarono: un rituale semplice e veloce, che si concluse quando le tracce del grande cocomero furono disperse sulla riva, ai corvi e alle lontre. Non si può dire che fosse innocente, ma nemmeno che meritasse una condanna così dura. Aveva solo mostrato agli increduli che ogni luogo può essere sacro e che ogni sedia può diventare un trono, se solo le ombre benevole uscissero dagli specchi e dalla terra e se ne impossessassero, per governare mettendo al bando la barbarie e nominando ministri la poesia delle cose, o la semplicità di una forma rotonda, o il flusso lento e inesorabile del fiume. Si sa, nelle favole tutto è possibile. Ma non quella volta. Il grande cocomero fu re per un giorno appena, e non lasciò successori: solo l’attesa di un altro arrivo, sperando che questa volta gli uomini, naufraghi o selvaggi che siano, abbiano il coraggio di ascoltarlo mentre spiega le sue ragioni e racconta le sue storie.

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La linea d’ombra (trittico della nostalgia)

Isole Ionie Peloponneso 2004
Stampe fotografiche, stampe fotografiche da fotografie digitali e stampe laser su acetato

Quando incontrò la linea d’ombra la riconobbe subito. Era sempre stata molto sensibile al tempo e anche se sul momento non riuscì a dare alle sue sensazioni una spiegazione razionale capì che qualcosa stava inesorabilmente cambiando, e che nulla sarebbe più potuto tornare indietro, e ricominciare. Cercò le sue lettere, le ritrovò e le lesse, senza interpretarle. Quella stessa estate, le venne voglia di ripercorrere i suoi passi, sperando di ritrovarne le tracce, o un’orma sulla sabbia, anche se dopo il naufragio c’erano ben poche speranze che fosse ancora vivo. Così si imbarcò su una delle tante navi che lo avevano accompagnato negli anni a scoprire la bellezza dell’alba su quel mare dove anche ogni increspatura racconta una storia e spinge la fantasia a immaginarla come se fosse una leggenda. Guardò, ma senza nostalgia, la scia delle eliche, e lasciò che le ore passassero mentre osservava l’orizzonte in cerca dei delfini, pensando ai fondali dove forse il suo corpo si era disciolto come una statua di sale. E la linea d’ombra che stava attraversando le spiegò che, anche se non poteva essere vero, non ci sarebbe stato nulla di male a illudersi che la stesse ancora aspettando, come un giglio che nasce dalla sabbia e le dona il suo profumo.

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Il mondo nuovo (trittico della nostalgia)

Arezzo Senigallia Firenze Valdorcia Carnia Roma, 2003-2004
Stampe fotografiche, stampe da elaborazioni digitali e stampe laser su acetato

A cosa pensi adesso? Lo sai che è passato più di un anno? A cosa pensi? Ora che sei circondata dalle acque, come un’isola dove galleggiano zaffiri e ametiste. Ora che colonne di pietra chiara accompagnano le tue brevi passeggiate in città sconosciute dove le voci suonano familiari e allo stesso tempo lontane, estranee come le abitudini. Forse pensi già all’autunno e ai colori della tua casa bianca al centro del giardino, mentre le prime foglie cadono. A ciò che sarà quando cambieranno i ritmi, e i figli cresceranno. O ai lampi dei papaveri, eterni come la primavera che ritorna. O al profumo dei gelsomini in estate. Stai pensando anche a me? Lo sai che quando non ci sarò più, proprio in quel momento, la vita ti sembrerà insostenibile? Non te lo dico per spaventarti. Sarà così, non posso farci nulla. Ma poi la tua memoria comincerà a tessere la sua tela e mi ritroverai dove meno te lo aspetti, riflesso in uno specchio, nelle ombre di un viaggio che sfilano dietro un vetro, nelle alterazioni della luce di una fotografia che non si capisce cosa raffigura. E sorriderai ancora, saprai come rispondere quando qualcuno ti chiederà a cosa pensi. Allora i miei desideri troveranno una spiaggia su cui sbarcare e fonderanno un mondo nuovo. Un regno che potrai comprendere in un unico sguardo. Semplice. Concluso. Leggero. Dove potrai sentirti regina, se ne avrai voglia, appena un attimo dopo aver scritto nell’aria che il peso dell’esistenza si è sciolto dolcemente nel mare che ho tanto amato.

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Angeli in viaggio (trittico della nostalgia)

Arezzo Firenze Venezia Montalcino Urbino Senigallia Corsica, 2002-2004
Stampe fotografiche, stampe da elaborazioni digitali e stampe laser su acetato

Ormai, ogni volta che si metteva in viaggio vedeva gli angeli. Come raggi di neon improvvisi e sfuggenti dal finestrino del treno nella luce del tramonto. Come volti di pietra impegnati in una conversazione senza avverbi e senza congiunzioni. Quel giorno partì poco prima dell’alba, camminando fino alla stazione tra le pietre della città antica. L’unico rumore era quello delle fontane, le strade erano vuote e i suoi passi rimasero scolpiti nelle buche del selciato e nei mattoni graffiti delle case. Fu come recitare la millesima replica, anche a distanza di poco tempo non sarebbe stato in grado di dire come passò la prima ora. L’unica cosa che ricordava era che si addormentò sulla poltrona. E quando aprì gli occhi vide un altro angelo in viaggio, lei come lui, lui come lei. Rimase immobile per osservarla meglio. Il suo sguardo era distratto dalle nuvole. Guardava verso un mare così vicino e così lontano, forse immaginava una domenica in una piazza dove non aveva mai vissuto un solo momento di spensieratezza, o le mura di un castello illuminato dalle candele di una festa di compleanno. Inutile spiegare di che cosa sono fatti i sogni: a volte sono solo occhi che fissano il vuoto dal profondo delle loro acque. A volte sono solo un racconto, letteratura: ma le parole gli sembrarono azzurre come il cielo e gialle come il sole. La pioggia si asciugò. E i segni sulla sua pelle cominciarono a somigliare alle tracce dell’estate sui campi di grano.

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