Archive for July, 2007

Il posto delle fragole non c’è più

Probabilmente la morte di Ingmar Bergman passerà inosservata: è estate, è tempo di vacanze, e Bergman si era ritirato da anni su un’isola. Non faceva più parlare di sé, o meglio, non permetteva più alla cronaca che si parlasse di lui, ma solo alla storia di parlare delle sue opere. Chi mai potrà accorgersi della sua scomparsa se era già scomparso? E a chi verrà in mente di incrinare l’allegra superficialità delle notizie sul tempo, sul traffico, sulle canzonette e le cosiddette “cronache mondane” (a proposito, ma che vorrà mai dire?) per suggerire di rivedere o anche solo ricordarsi di aver visto film difficili, tragici, cupi come solo lui riusciva a fare? Eppure certe immagini sono dentro di noi, indelebili. Come l’immagine del cavaliere che gioca a scacchi con la morte sulla spiaggia, un’immagine che mi insegue da quando ero poco più che un bambino, e che mi attrae forse perché non riesco a raggiungerla, nonostante abbia davvero provato a giocare a scacchi con la morte qualche tempo fa, nonostante abbia attraversato paesaggi desolati, anime senza vita. O come il girotondo di storie immaginate e osservate da Fanny e Alexander: non mi vergogno a dirlo, ho visto quel film con gli occhi pieni di lacrime, dall’inizio alla fine, e penso che sia stato perché ci diceva semplicemente che per vivere bisogna saper sognare, così come per poter sognare bisogna saper vivere. E poi c’è la malinconia. Non saremmo nulla senza la malinconia: è la compagna di viaggio dell’amore, è la grande traduttrice, l’angelo psicopompo che traghetta le parole che escono dalla nostra anima verso le paludi della vita, dove possono annegare o trovare una via d’uscita verso la luce dell’alba. Non mi preoccupa la morte di Bergman, doveva succedere. Mi preoccupa la morte della malinconia, e della nostalgia che ne rappresenta l’ombra, l’angelo. Ogni giorno cerchiamo di ucciderle nella nostra vana ricerca di una realtà edulcorata, senza apparente dolore, confondendo il sorriso, che è la risposta dell’anima alla luce che ha faticosamente inseguito, col sorridere, che è solo un atteggiamento di comodo per cercare di sentirsi simili ai manichini che passano sugli schermi. Per questo anziché parlare dei film del grande maestro (non occorre un’altra voce di circostanza…) oggi vorrei soltanto scusarmi con lui. Mi dispiace, caro Ingmar, ma il posto delle fragole non c’è più: è stato bruciato da un piromane d’accordo con la camorra, calpestato da turisti della domenica che stavano telefonando per ricaricarsi e non se ne erano accorti, imbrattato dalla carta di un cornetto algida o acquistato da una multinazionale per sperimentare innesti ogm coperti da una dozzina di brevetti. O più probabilmente non c’è più perché cerchiamo di scacciare la malinconia e non sappiamo più cosa sia la nostalgia, perché abbiamo paura dei ricordi, del tempo, delle passioni più profonde e della capacità di piangere pensando a ciò che poteva essere e non è stato, o a ciò che è stato e non è più. Lo facciamo per sentirci protagonisti in una vita che recitiamo male su un copione scritto da altri, ma in realtà non siamo più neanche delle comparse su una scena dove forse nemmeno gli ultimi saltimbanchi si salveranno dalla peste, e dove la morte peggiore, quella dell’anima, sta vicendo ogni giorno la sua partita con mosse così semplici che perfino un bambino potrebbe reagire. Se solo riuscissimo almeno a ricordare cosa significa essere bambini, e meravigliarci per un fiore che sboccia, per uno sguardo che abbiamo perso o per un profumo in un bosco…

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Orecchiette malinconiche

Ieri era un giorno malinconico: il caldo a volte fa affiorare ciò che si nasconde nelle nostre profondità, come acqua delle sorgenti o magma dei vulcani. E tutto esplode in un attimo, lasciando una spaccatura nella roccia, o una caldera disseminata di rose del deserto. Così mi sono messo a cucinare, mi piace in certi momenti dedicarmi a qualcosa di semplice e ripetitivo, e allo stesso tempo senza limiti. Ho messo l’acqua a bollire, con il sale grosso che ormai uso quasi in modo esclusivo, perché sa di mare. Ho messo al fuoco una piccola pentola, con olio e due o tre grosse cipolle rosse di Tropea affettate sottili sottili. L’odore del soffritto risveglia i sensi al di là del bene e del male, aiuta a ritrovare la realtà quando sembra svanire nelle ansie o nelle parole. Così ci si può lasciare andare di nuovo a quell’improvvisazione controllata che in cucina è essenziale tanto quanto per poter comporre della musica, o per scrivere un racconto ispirato a un sogno. Poi, mi sono lasciato trascinare dall’intuito. Nelle cipolle che friggevano ho messo acqua minerale gassata, non so spiegarlo scientificamente ma le addolcisce e le addensa. Poi le ho annegate nel vinsanto e le ho lasciate a macerare, con un pizzico di sale. Quando le ho viste appassire come pensieri stanchi ho aggiunto prezzemolo, basilico, pepe di cayenna, uvette e pinoli. E poi della salsa di pomodoro, abbassando il fuoco. A poco a poco sono diventate come una crema. Allora ho buttato le orecchiette nell’acqua bollente, le ho cotte al dente, le ho scolate e le ho messe in una terrina grande, versando sopra la crema, tanta crema cremisi, profumata di Calabria e di incertezza. C’era qualcosa di etereo e qualcosa di concreto, un po’ di pesantezza e un po’ di leggerezza. Ma mancava e manca ancora qualcosa. Un profumo, un sapore, qualcosa che contrasta, anche in modo violento, come la luce del mattino rispetto alla notte. Cosa potrebbe essere? A parte l’amore. Ci sto pensando anche adesso. L’anice stellato? Un po’ di brodo di crostacei? Della feta greca? Della bottarga forte? Mezzo peperone rosso frullato a crudo e a freddo? Aiutatemi…

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La passione e l’insegnamento

Penso, anzi, spero che un tema come quello di cui sto per parlare faccia parte del prossimo “dibattito” sulla “riforma” della scuola. Lo so che parlare di “dibattito” e di “riforma” suona politichese, e non vorrei certo essere frainteso. Voglio soltanto dire che in tanti anni di duro lavoro sul campo, in trincea, dove si sperimenta l’innovazione insieme agli insegnanti, ho capito che non sono le alchimie sul curriculum o le pseudo-rivoluzioni metodologiche che restituiranno alla nostra scuola un volto umano. Sarà la capacità di riportare al centro di ogni discussione prima di tutto gli studenti, e poi qualcosa che vorrei chiamare passione. Cosa si può pretendere di insegnare se non si riesce o non si vuole stimolare la curiosità intellettuale, la gioia della scoperta, la voglia di sperimentare? Ce lo hanno sussurrato uomini come Papert, o Brown, ci hanno detto che la scuola dovrebbe diventare una “community of thinking”, un ambiente senza pareti, trasparente rispetto al mondo e non orgogliosamente separato, isolato nelle sue astrazioni. E dovremmo crederci, provarci, perché è (ancora) a scuola che prendono forma gli esseri umani, ed è una responsabilità troppo importante, nessuno può permettersi di delegarla. Nella mia lunga esperienza di formatore di insegnanti spero di aver lasciato qualche traccia di “passione”. Ma se ci penso sono sicuro di averlo fatto una sola volta, a Carpi, poco dopo che era morto, ancora molto giovane, un carissimo amico, che viveva proprio lì. Ero in uno stato emotivo difficile da gestire quel giorno, e anziché impostare la mia conferenza sulle slides e tenendo a mente obiettivi da raggiungere e conoscenze da trasferire, mi lasciai andare a una sorta di monologo su cosa avremmo potuto fare per recuperare il piacere di fare scuola, come insegnanti, e restituire ai ragazzi il piacere di frequentarla, puntando sull’integrazione delle tecnologie, su reali innovazioni, metodologiche, organizzative, sociali. Non ricordo esattamente cosa dissi, ma lasciai perdere i modelli teorici e feci esempi concreti, cercai di immaginare cosa si sarebbe potuto fare. E ci misi letteralmente l’anima. Dopo un’ora ero stremato. Ma alla fine della conferenza un’insegnate si alzò in piedi e disse, con un po’ di emozione, che come molti colleghi era demotivata, ma voleva ringraziarmi perché ascoltandomi aveva ritrovato un po’di speranza, aveva capito quanto poteva essere importante, aveva di nuovo voglia di mettersi in gioco. Non avrei potuto fare di più, neanche con un intero ciclo di seminari… quell’insegnante non aveva acquisito da me nessuna informazione, ma aveva trovato nel mio discorso spunti per cominciare a pensare. Vorrei riuscire a fare altrettanto ogni volta che entro in un’aula o lavoro in rete, anche se so quanta fatica comporta. Perché insegnare e imparare non sono una passeggiata programmata da un’agenzia turistica: sono un cammino faticoso, un viaggio, dentro e fuori di noi. E proprio come in un viaggio dovremmo evitare di concentrarci troppo sulla nostra meta, per non perdere la bellezza del paesaggio che stiamo attraversando…

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