Oct 30 2008

Sono oggetto di un progetto…

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Il progetto, per il momento, si chiama enigmaticamente MRX, come l’attacco del mio nickname “storico”. L’oggetto in realtà non sono io (ci mancherebbe…) ma alcune delle mie immagini digitali, in particolare la serie del Teatro della Memoria. che nella versione originale è costituita da una serie di 18 pannelli dove le elaborazioni digitali sono integrate da collages di immagini analogiche e stampe laser su acetato recuperate dalla serie Viadellamore. Ma non è questo conta. Conta il fatto che il progetto di cui sono oggetto è un progetto didattico, un’idea lanciata da Nicoletta Farmeschi per Scuola3D e di cui è possibile discutere sia attraverso un wiki che attraverso un blog, oltre che nell’active world del gruppo degli insegnanti sperimentatori. L’idea è quella di lavorare con i ragazzi all’allestimento di uno spazio espositivo virtuale, o di un paesaggio immaginario, in cui collocare una selezione di immagini, per poi smontarle, decodificarle, cercare di capire come sono fatte, sia sul piano tecnico che in relazione ai significati. Sarò online per qualsiasi confronto su questi temi. Nel frattempo, chiudo questo pensiero ad alta voce con una riflessione sulla memoria e sulla sovrapposizione delle immagini: più volte ho sperimentato la tecnica dell’esposizione multipla analogica, scattando più volte sullo stesso segmento di pellicola per ottenere effetti di trasparenza o altro. Il problema è che questo approccio tradizionale alla sovrapposizione non mi garantiva un controllo molto accurato sui diversi scatti (anche per alcuni miei limiti tecnici immagino), nè, soprattutto, una riflessione particolarmente raffinata sulla memoria, di cui la sovrapposizione delle immagini è insieme metafora e risultato. Non dico di non aver ottenuto immagini interessanti anche con le mie vecchie macchine fotografiche (che continuo a usare con immenso piacere…), ma si trattava di puri esercizi di stile: poche immagini (3 o 4 al massimo) raccolte nello stesso momento e nello stesso luogo. Contava soprattutto l’effetto visivo. A me invece interessava raccontare, recuperare nella memoria ben altre quantità di immagini, sovrapponendole con ben altre possibilità di controllo e di accostamento. La fotografia digitale, o meglio, l’elaborazione digitale delle immagini mi ha dato questa possibilità. Così sono nati prima vari studi e poi la serie del Teatro della Memoria, che è il risultato di molteplici e meditate sovrapposizioni che raccontano i viaggi di un anno, attraverso una selezione di decine e decine di immagini tratte da migliaia di scatti, manipolate lentamente utilizzando la tecnica dei “layers” (strati) in Photo Shop (ma avrei potuto utilizzare qualsiasi altro editor in grado di gestire layers), fino a ottenere un risultato che mi sembrava valesse la pena di stampare, per sovrapporlo di nuovo ad altre immagini. Certo, non si tratta solo di questo: ogni singola immagine di ogni insieme può essere stata ritagliata, elaborata, filtrata, disallineata. Ma intanto si può cominciare a ragionare sul “come”. Del “perché” pareleremo più avanti…

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Jul 27 2008

Memento

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Qualche giorno fa ho riletto un libro che mi appassiona sempre: è un testo semplice, lucido, essenziale, pieno di saggezza e buon senso. Come molti libri che hanno segnato la nostra vita fa parte di noi, ma dobbiamo rileggerlo di tanto in tanto per apprezzarne ancora di più la trama e coglierne sfumature che avevamo dimenticato, o ci erano sfuggite. Ecco solo qualche stralcio, che andrebbe centellinato, parola per parola…

(2) La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

(3) Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

(4) La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

(16) Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.

(27) La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

(33) L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

(34) La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

(38) Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

(120) La Regione non può istituire dazi d’importazione o esportazione o transito fra le Regioni. Non può adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose fra le Regioni. Non può limitare il diritto dei cittadini di esercitare in qualunque parte del territorio nazionale la loro professione, impiego o lavoro.

Il libro si intitola “La Costituzione della Repubblica Italiana”. Si può scaricare gratuitamente come E-Book, sia in formato PDF che in formato HTML: è una lettura utile e piacevole, che non richiede molto tempo ma solo un po’ di sensibilità e di intelligenza… ed è questo, probabilmente, il vero problema.

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May 30 2008

Non è un paese per giovani

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Ma che cosa significa realmente essere giovani? Non penso proprio che sia una questione anagrafica. Piuttosto, significa aver voglia di esplorare e di scoprire, mettendo da parte i pregiudizi che talora ci impediscono di andare oltre; non aver paura di mettersi in gioco, immaginando che al di là di ciò che abbiamo da perdere possa esserci qualcosa per cui vale la pena rischiare; è il desiderio di conoscere e la voglia di imparare; il coraggio di prendere delle decisioni che non siano soltanto un modo per accontentare i nostri interlocutori, ma anche un passo verso l’affermazione di ciò in cui crediamo profondamente; è nella capacità di sopportare la fatica che impone ogni progetto che assomiglia ai sogni che abbiamo ancora; e nella noncuranza con cui si accetta di affrontare qualsiasi sfida, anche quando appare difficile, anzi, proprio perchè se ne intuisce la difficoltà; è sentirsi attratti dalla diversità e affascinati dalla complessità; è nella capacità di innamorarsi ancora, di tutti, di tutto, anche senza una ragione, ma confidando nella più profonda delle ragioni; è lo stupore di fronte a ciò che non si è mai visto prima, ma anche di fronte a ciò che ci commuove ancora come se fosse la prima volta; tutto ciò che rafforza la nostra unicità in quanto persone, e la paura di non essere altro che numeri; è la voglia di crescere; è l’entusiasmo, che gli antichi identificavano nel passo in avanti che il kouros e la kore (entrambi realmente giovani) decidevano di fare, per avvicinarsi sorridendo a uno stato di grazia. Ecco, forse essere giovani, sentirsi giovani, è tutto questo, e molto altro ancora.

Ma l’Italia non è un paese per giovani. E non solo perché la classe dirigente è profondamente vecchia, ma soprattutto perché ha trasmesso la propria vecchiezza ai figli, che l’hanno trasmessa ai loro nipoti. Questa Italia modellata dalla vecchiaia non premia chi esplora (anzi, lo costringe a cercare altrove le navi o gli strumenti di cui avrebbe bisogno), non incoraggia chi ha voglia di imparare o chi vuole realizzare un progetto, ci insegna fin da bambini a non prendere decisioni e soprattutto a non assumersene alcuna responsabilità, uccide i sogni e la creatività a cominciare dalla scuola, cerca di incanalare i desideri verso il consumo di determinati prodotti, ci abitua a essere passivi, spettatori, ad accontentarci di quel poco che possiamo avere facilmente anzichè spingerci a cercare tutto ciò che potrebbe farci sentire più veri ma richiede impegno, energie, intuizione. E poi non è un paese per giovani anche perché confonde il significato profondo della parola “giovane” con la pelle tirata, gli impulsi scatenati dai dosaggi ormonali e l’istinto di sopravvivenza, che in effetti appartengono più a certe fasce anagrafiche di età, ma in sè e per sè non determinano la capacità di confrontarsi, combattere (in senso metaforico), sostenere il peso di una scelta, identificarsi in un principio etico, difendere un’ideale. In realtà, ormai, si comincia a invecchiare a 12-15 anni, e si va avanti ingannandoci, fingendo di essere ancora giovani fino a 40-50 e anche oltre, ma senza mai esserlo stati davvero. Tutti o quasi precocemente assuefatti, spenti, privi di qualsiasi forma di vitalità. La vecchia classe dirigente che ci ha ridotti in questo stato, nel frattempo, continua a perpetuarsi, rendendo questo nostro paese sempre più grigio, sempre più opaco. E costringendo ciò che resta del nostro entusiasmo a nascondersi, o a esprimersi in modo sconesso.

Non ho idea di cosa potremmo fare per modificare questa situazione. Non è più il tempo delle rivoluzioni, e poi anche le rivoluzioni, a volte, possono essere un atto superficiale di finta vitalità. Forse ce ne dovremo andare, come hanno già fatto in molti. Forse dovremmo arrabbiarci di più, urlare, agire, rischiando però di sprecare le nostre energie nel vano tentativo di ridare un minimo di forma alla poltiglia sociale in cui stiamo sprofondando. Non lo so proprio. So soltanto che è il momento di esplorare qualche alternativa, di valutare qualche ipotesi più creativa. Mi verrebbe voglia di urlare a tutti coloro che si sentono davvero giovani di unirsi, e di fare un passo in avanti, sorridendo. Ma non sono nè un filosofo nè un economista, e non sono mai riuscito a dedicarmi seriamente alla politica. Spero però che queste poche parole possano almeno aggirarsi tra le strade e le piazze, e soprattutto in questo gomitolo immateriale che è la rete, proprio come uno spettro. O come un giovane in cerca della verità…

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