Estate

Sarà perché è estate, e la luce, almeno in Toscana, cambia in profilo delle cose. Ma non riesco proprio ad appassionarmi alle vicende politiche interne del centro destra, allo scontro tra berlusconiani e finiani e alle conseguenze che tutto questo avrà per il paese. Ho riflettuto un po’ sulle ragioni di questo disinteresse, e a parte il fatto che è estate, penso che prima di tutto sia dovuto alla sostanziale inconsistenza del “dibattito” in corso. Non ci vedo tutte le implicazioni che la stampa, e purtroppo anche gran parte della sinistra, pretendono di trovarci. A me sembrano giochi di potere, in cui si usano allegramente parole come democrazia, legalità e libertà ma non si toccano i temi essenziali, quelli che dovrebbero essere al centro del confronto politico: cosa fare per cominciare a bonificare la palude di immobilismo in cui siamo sprofondati, come restituire ai giovani un po’ di sogni o quanto meno qualche speranza, come rimediare agli errori e ai disastri del nostro modello di sviluppo, come costruire una società civile, evoluta, aperta, tollerante, come e perché investire nell’educazione, nella ricerca, nelle innovazioni che possono tradursi in cambiamenti. Niente di tutto questo: a destra si sfoderano i coltelli e si regolano vecchi conti, a sinistra si segue e si commenta, immaginando perfino ribaltamenti e nuove alleanze. Con chi? E soprattutto, perché? A che cosa servirebbe un governo che fosse espressione di altre maggioranze se non si ha una visione di come vorremmo che fosse il mondo, o almeno la nostra povera Italia? Ecco perché non riesco ad appassionarmi, non riesco a entrare nel merito di ciò che sta accadendo: perché non cambierà nulla, anzi, si intravedono ulteriori segnali di una deriva inarrestabile: un paese sempre più corporativo, dove la politica non si fonda sull’etica ma sull’interesse di parte, e dove ciascuno è impegnato non a pensare al bene comune, alla res publica, ma a “posizionare” il potere che ha rispetto agli altri poteri, anche se non si capisce a cosa possa servire quel potere, se non ad accontentare di volta in volta questa o quella categoria, questo o quel gruppo, questo o quello tra gli amici fidati e tra quelli di comodo. A pensarci bene, la politica in Italia è sempre stata questo: un circo di equilibristi maldestri, un teatrino da sagra di paese, dove di tanto in tanto qualcuno finge di essere un domatore di leoni perché il pubblico altrimenti si annoia. E se provassimo a reagire?
N.B. Sulla base di questo spunto si è sviluppata un’interessante discussione su Facebook.

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Scuola, turismo e altre amenità

Solo qualche veloce riflessione su un problema a cui a mio parere la stampa non sta attribuendo una sufficiente visibilità. Mi riferisco alla proposta del senatore Costa, del PdL, di posticipare l’apertura del prossimo anno scolastico al 30 settembre, proposta accolta con interesse dal ministro dell’istruzione, come ipotesi (questa sembra la motivazione prevalente) per sostenere il settore turistico (sic!). Al di là delle reazioni che finora hanno preso forma – tutte a loro modo prevedibili – mi sarei aspettato che rispetto a questa “notizia” si evidenziassero semplicemente alcuni elementi essenziali del problema, fondati su alcuni dati inequivocabili e in grado di rivelare la reale natura e portata della proposta. Questo almeno è quello che sarebbe immediatamente emerso in qualsiasi paese civile. Si sarebbe ad esempio evidenziato, dati alla mano, il fatto che sia la scuola che il turismo avrebbero bisogno di interventi strutturali, radicali, e non di palliativi o ipotesi amene. I dati sulla scuola sono noti: la scuola italiana non è in grado di reggere il confronto con altri sistemi scolastici per quanto riguarda i risultati ottenuti dagli studenti (mi riferisco ai ben noti dati PISA-OCSE); siamo uno dei paesi “evoluti” in cui il numero dei laureati rispetto a chi ha seguito un percorso scolastico che porta all’università è più basso; gli insegnanti italiani sono tra i meno pagati d’Europa; il rapporto tra ore lavorate dagli insegnanti (tante) e ore effettive dedicate alla didattica (poche) denota inefficienza e inefficacia. Se passiamo al turismo altri dati concreti sgretolano l’immagine autocompiaciuta del bel paese che vive di flussi turistici: per arrivi netti siamo soltanto al quinto posto nel mondo (dati UNWTO: http://unwto.org/facts/eng/ITA&TR.htm); il nostro indice di competitività nel settore turistico, calcolato dal WEF (http://www.weforum.org/en/initiatives/gcp/TravelandTourismReport/index.htm), ci vede al 28esimo posto, dopo l’Estonia e subito prima di Malta, ma di poco; e nella classifica dei musei più visitati il primo museo italiano (gli Uffizi) è al 21esimo posto. Appare evidente che anche il turismo, come la scuola, ha bisogno di interventi strutturali e non di incerti “contentini”. Proviamo a leggere l’oggetto della discussione in corso attraverso questi dati. Ne emerge la pretestuosità e l’inconsistenza, se ne coglie immediatamente la motivazione “politica”: un tentativo di recuperare popolarità partendo dal presupposto che regalare caramelle ai bambini è più facile che spiegare loro che fanno male ai denti e infinitamente meno complicato che impostare e mantenere nel tempo una dieta sana ed equilibrata. Fuor di metafora, significa che in questa nostra Italia vittima dei media e dove non si fa più politica intesa come etica della resposabilità ma ci si limita a elaborare strategie di sopravvivenza a breve termine (il cui solo scopo è probabilmente il mantenimento di alcuni privilegi) non si prova neanche più ad affrontare i problemi reali e che richiederebbero investimenti, “visioni”, creatività: ci si limita a buttare là sciocchezze che serviranno soltato a confondere ulteriormente le già poche idee ma confuse della nostra (ahimé) classe dirigente. Che tristezza!

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Riflessi sulla scrittura

Da un po’ di tempo a questa parte scrivo molto poco e aggiorno i miei blog molto raramente. Immagino che nessuno si sia chiesto perché, non c’è alcuna ragione per domandarselo, e neppure io lo so: so soltanto che l’ultima volta che ho pubblicato un post era per parlare di un deserto, e i deserti non si attraversano facilmente, né velocemente. Ma oggi qualche altra parola sta prendendo forma, ed eccomi di nuovo qui, sulla mia tastiera ergonomica. Ma per dire cosa? Che sono finalmente oltre il deserto? Che ho ritrovato la strada per le sorgenti? Che è di nuovo primavera? Mentirei se giocassi con queste metafore scontate e ripetitive. Sto meglio, è vero, ma questo è un dettaglio insignificante, in realtà poche cose sono cambiate, a parte il desiderio di riflettere. Ecco, è per questo che sono di nuovo qui, su questa pagina immateriale. Per riflettere sulla scrittura, ma trasformando le riflessioni in riflessi, il ragionamento in lampi di illuminazione, come quelli che da sempre raccolgo con la mia macchina fotografica nell’acqua oleosa dei porti e dei canali e in quella più limpida dei fondali rocciosi. Che cosa è mai questo desiderio di scrivere a cui non sappiamo rinunciare? Perché non riusciamo a resistere alla tentazione di interrompere il silenzio che pure avevamo intenzionalmente perseguito, ritenendo che non ci fosse più nulla da dire, che fosse sufficiente assistere attoniti a ciò che sta accadendo per comprenderne la futilità? Un poeta/cantautore italiano disse: “perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile”. In modo più diretto e spietato Marguerite Duras ci aveva già ricordato che “la scrittura è l’ignoto. Prima di scrivere non si sa niente di ciò che si sta per scrivere e in piena lucidità”. Ecco, è proprio così: scrivo perché il deserto non mi basta, perché avverto la sete e non ho altro che le parole per tracciare sulla sabbia il percorso di un fiume da risalire fino a potermi dissetare. E per costruire una mappa capace se non di spiegare almeno di rappresentare questo paesaggio che mi circonda, ostile e noioso, insignificante ma proprio per questo terribile, spaventoso, come tutto ciò che può inghiottire la memoria e le emozioni, la vitalità, l’anima. Ma non basta. Come i riflessi la scrittura è incontrollabile, gli effetti che osserviamo possono essere bellissimi ma il momento in cui si formano non ci appartiene, e se proviamo a inseguirlo ci sfugge: alla fine resta solo ciò che non potevamo vedere, un attimo sospeso nel buio di un otturatore. Ed è per questo, forse, che continuerò a scrivere: per poter finalmente guardare ciò che sono costretto a immaginare mentre si forma. Non mi piacerà, non mi farà sentire appagato, non mi restituirà le emozioni che ho perso. Non avrà neanche un significato. Ma sarà tutto vero, ed è già qualcosa.

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Deserti

Mi sono perso. Pensavo di aver attraversato il deserto in questi ultimi anni, ma non era così. Quello era solo un deserto della ragione, che a guardarlo col senno di poi somigliava a un paesaggio tormentato e aspro ma intrigante, capace di lasciare intatte le emozioni o addirittura di risvegliarle. Questa volta invece mi sono perso davvero. E penso che sia questo il vero deserto: quello dei significati. Non riesco più a percepire un senso nelle cose, è come essere al centro di un lago salato o di un mare di ghiaccio talmente vasto che non si vedono neanche montagne all’orizzonte: solo una distesa accecante, che sembra riflettere la luce ma in realtà mi costringe a tenere gli occhi socchiusi. Come sono finito in questa crosta senza fine e senza spiegazioni? Forse è successo perché anche il paese dove vivo è un deserto: era un luogo bellissimo, ma ormai è stato devastato dai palazzinari e dalla rete sempre più estesa dei loro complici, saccheggiato a turno dai grandi e dai piccoli criminali, dai furbetti e dai corrotti, imbarbarito dalla volgarità senza pudore di ballerine, lacchè e giullari che chissà perché pensano di avere qualcosa da dire ogni benedetto giorno, dimenticando che perfino ai saggi è concesso sbagliare ed è consentito fare una pausa di riflessione. O forse mi sono perso per banali questioni anagrafiche. La mia generazione è sempre stata orfana di qualcosa e in mezzo a troppe altre cose, mai prima, mai dopo, in mezzo, in un passaggio continuo tra ciò che non c’è più e non abbiamo la benché minima voglia di rimpiangere e ciò che non c’è ancora e non abbiamo la benché minima possibilità di raggiungere portando con noi, come vorremmo, soltanto la nostra purezza. Ma quello che mi spaventa di più non è il timore di non ritrovare una strada. Anche se non si vede nulla, mi incamminerò in una direzione, e qualcosa troverò: come diceva uno dei miei maestri di fotografia se i nostri occhi sono disposti a osservare e abbiamo con noi quanto basta per cogliere ciò che riusciamo a vedere allora è probabile che ogni giorno accada un piccolo miracolo. Quello che mi spaventa, e mi dispiace, è che non sono affatto solo in questo deserto. Ci sono anche quasi tutti coloro che amo, e tutti quelli che si interrogano invano, o non riescono più neanche a formulare le domande perché sono ragionevolmente certi che nessuno le ascolterà. Mancano solo quelli che non si rendono conto del deserto che li circonda perché lo hanno ingoiato, come se fosse un terreno da lottizzare, e poi non hanno neppure provato a guardare nell’abisso che hanno soffocato tra lo stomaco e il ventre, scavandolo con le loro stesse mani sporche di fango e di sangue: anche loro sono perduti, ma non lo sanno, e di solito si trovano da qualche altra parte. Spero almeno di non incontrarli ancora.

Deserti di ghiaccio numero 1

Deserti di ghiaccio numero 1

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Caro Natale

Caro Natale, ti scrivo direttamente, anche se non sono sicuro che tu possa ricevere questa mia, per chiarire la mia posizione attuale rispetto alla festività che rappresenti e agli auguri che circolano in questi giorni. Ti premetto che a me non piace la nostalgia. Mi lascio andare con una certa frequenza alla malinconia, ma è diverso. La nostalgia è pensare a ciò che è passato come se potesse tornare. La malinconia è sapere che non tornerà, accettare il passato e i ricordi per quello che sono: memoria, conoscenza, cultura. Questo è il senso della lettera che ti sto scrivendo: ed è importante che tu sappia subito che per quanto possano apparire malinconiche le mie parole non sono né vogliono essere nostalgiche, né un modo per annegare nei rimpianti questo periodo così difficile.

Un albero di neve e una rosa rossa

Come sai già, ogni anno, in questo stesso periodo, cerco di dare una forma al mio personale messaggio di auguri. Di solito inseguo un filo conduttore, un tema. Più spesso costruisco un’immagine, che questa volta è più spontanea e più semplice, soprattutto grazie alla nevicata di sabato scorso, che mi ha permesso di raccogliere molte belle fotografie, facili da elaborare. Ciò nonostante, il risultato è una visione doppia come la complessità della vita e fluida come i cicli del tempo. Perché quello che continua a riaffiorare in queste ore non è una rappresentazione di questo Natale ma il ricordo nitido di altri momenti di avvicinamento al Natale, in altre epoche, le chiamo così per poterle percepire con la giusta malinconia, ma senza nostalgia. In realtà è come se cercassi di comprendere il senso di qualcosa che anno dopo anno non riesco più a definire, a riconoscere, ad ascoltare. Questo è il vero problema: caro Natale, che significato hai oggi? E dov’è quel fiore rosso che vorrei idealmente mettere sotto un albero simbolico, carico di neve? Esiste ancora?

Ricordo molto bene che senso avevi, caro Natale, nei primi anni 70. Ero poco più che un bambino, certo, ed è normale che a Natale mi lasciassi andare all’euforia. Ma non era per i regali, a me ne bastava uno, di solito c’era un gioco che mi piaceva ed era sufficiente quello, il resto dei pacchetti non aveva importanza, e in ogni caso erano pochi, erano pensieri, li chiamiamo ancora così ma non sono certo che abbiano lo stesso valore. In realtà ero euforico per due ragioni precise, due eventi quasi rituali che accadevano di nuovo, ogni volta, tra il 24 e il 25 dicembre. Il 24 dicembre con mio padre andavamo nei boschi intorno alla città a cercare il muschio (da noi si chiama “borraccina”). Era una bella passeggiata, tra sentieri induriti dal gelo e torrenti:  raccoglievamo, oltre che il muschio morbido e profumato, anche rametti di pungitopo, piccoli tronchetti contorti, qualche sasso dalla forma strana. Poi tornavamo a casa e con ciò che avevamo raccolto cominciavo a costruire un grande presepio: prati di muschio, rametti come alberi, tronchi e sassi per fare grotte e montagne. Mio padre mi aiutava ma facevo quasi tutto io, lui magari preparava l’albero con mia madre, un albero vero, un abete che portava in casa l’odore del bosco, come il muschio, quasi un legame tra noi e il paesaggio. Così come un paesaggio era il presepio. Quelle giornate spese a ricostruire paesaggi fatti di poche cose trovate nei boschi e di odori, di decorazioni di vetro che mia madre non voleva che maneggiassi troppo perché erano fragili per un ragazzino, di statuette accumulate in anni e anni e che volevo usare tutte, compresi 3 re magi di cartapesta, altri 3 di terracotta e altri 3 di plastica, fino a provare a ricostruire l’ambientazione di antichi dipinti, quando, crescendo, cominciavo a scoprire la passione per l’arte, ecco, quelle giornate restano uno dei miei ricordi più belli di quegli anni. L’altro è la cena della vigilia e il pranzo di Natale: mia madre e le sue sorelle che cucinavano, e io che qualche volta giravo la manovella della macchinetta per stendere la pasta dei tortellini, e mia zia che passava il pollo, la faraona e il fagiano sulla fiamma per pulire meglio la pelle, e mia madre che controllava l’arrosto mentre io cercavo di rubare una patata, e poi i crostini, le rape saltate e i “gobbi” rifatti, il brodo, il ragù, e tutta quella preparazione, quei profumi, quei sapori che sicuramente hanno segnato la mia passione per la cucina. Il pranzo era grandioso, ma in fondo era un Natale semplice: e non ho mai sentito nessuno dire che era il momento di essere più buoni. Sapevamo già di esserlo, ci bastava poco per esserlo perché ci bastava poco per sentirci felici.

Il secondo ricordo che è riaffiorato in questi giorni è completamente diverso. È il Natale della fine degli anni 80. Allora mi sembrava che non fosse poi tanto diverso da quello che ti ho appena cercato di raccontare, ma ora mi rendo conto che tutto era cambiato. Erano feste spensierate, opulente, con decine di pacchetti sotto l’albero, molti regali costosi (non riesco ancora a capacitarmi di come potessi in quegli anni spendere per i regali una cifra 10 volte superiore a quella che riuscirei a spendere oggi senza vergognarmi…) e qualche importante novità. Il presepio non c’era più, e neanche l’odore del muschio, ma l’albero era un abete di grandi dimensioni, pieno di luci. Pensavo io alla cena della vigilia, e sperimentavo nouvelle cuisine a base di pesce. Devo dire che me la cavavo piuttosto bene: mia madre apprezzava, mio padre un po’ meno ma non avrebbe mai osato dirmelo. Non si riunivano più tutte le famiglie, qualcuno se n’era già andato. Ma il mondo sembrava che potesse essere migliore, la cronaca somigliava alla storia e parlava di speranze e di ideali, e finalmente potevamo lasciare sullo sfondo anni più oscuri e con meno possibilità. No, caro Natale, niente nostalgia: ti sto dicendo che era solo un modo diverso di percepirti, anche se forse è stato proprio in quel momento che abbiamo lasciato che i centri commerciali si impadronissero delle feste. Ma ancora non lo sapevamo.

Poi il tempo ha continuato a scorrere in avanti, aggiungendo e togliendo. Negli anni 90 a volte avevo così tanto lavoro che non mi accorgevo neanche che era Natale, è allora che ho cominciato a ricordarmi delle feste soltanto il giorno prima, dimenticando che in fondo era ciò che ho sempre fatto; solo che quando ero ragazzino il 24 era un giorno a passeggio nei boschi, mentre ormai stava diventando una corsa frenetica nei negozi in cerca di qualche idea (proprio così, idea: come se non si potesse più fare un regalo senza essere originali). L’albero non era più un abete ma una soluzione che per non so quale fraintendimento ideologico chiamavamo ecologica, mentre era solo una scelta un po’ triste per evitare di sporcare troppo in casa. Quest’anno, per il momento, non l’ho neanche fatto l’albero. Forse non riesco a riconoscere più un significato in quel residuo di rituale. In effetti, caro Natale, che cos’è rimasto di ciò che gli scrittori del secolo scorso avrebbero definito il tuo “spirito”? Non c’è più quasi nulla di tutto quello che dovresti ispirare, sia ai credenti che ai laici, e non abbiamo neanche più molto denaro da sperperare. Restano soltanto l’invadenza insopportabile della pubblicità e delle offertissime tutto compreso o sottocosto, la tristezza ripetitiva di decorazioni sempre più pretestuose e superflue, l’omologazione delle vetrine dei negozi, le mistificazioni commerciali (ogni giorno ci vogliono sempre più soldi per acquistare prodotti sempre più scadenti), le città intasate dal traffico, il senso di vuoto che immagino stringa il cuore di molti, ma che quasi nessuno ammette, per non sentirsi estraneo a questa atmosfera di apparenze e superfici, o per non sprofondare nella nostalgia.

Per quanto mi riguarda, caro Natale, non riesco più neanche a fare gli auguri a tutti. Un po’ perché anche gli auguri sono diventati uno slogan, un po’ perché mi domando per quale ragione dovrei augurare Buon Natale a chi pensa soltanto ad accumulare profitti, a chi inquina il meraviglioso silenzio che dovresti regalarci con le urla sguaiate dei portavoce, la maleducazione dei talk-show e le suonerie dei cellulari, a chi basta che faccia un po’ di freddo per seminare la paura di un’Italia stretta “nella morsa del gelo”, a chi a Copenhagen non è riuscito neppure a impegnarsi a ridurre un po’ di emissioni nocive in nome di uno “sviluppo” di cui si parla tanto quando si tratta di salvare una banca o il mercato azionario ma che non prova vergogna sapendo che non è ancora riuscito, non sta riuscendo e non riuscirà a sfamare un miliardo di persone, che evidentemente non interessano a nessuno, soprattutto in questo periodo, perché non acquistano regali, o, per dirla col linguaggio dei pubblicitari, non rappresentano un target significativo. Caro Natale, lo chiedo a te che sei il diretto interessato: che senso ha che si finga di festeggiare ancora in queste condizioni? Che cosa si festeggia realmente? Il fatturato delle multinazionali? La borsa di Francoforte? Il volume d’affari degli ipermercati? No, caro Natale, non ci sto. I miei auguri avrebbero un valore se riuscissero a trasformarsi in pane appena sfornato, in aria pulita, nel candore di una nevicata che nessuno possa permettersi di ridurre a un titolo ad effetto, in odori di bosco e in profumi che dalla cucina si propagano in tutta la casa, in acqua limpida e senza etichette, in terra coltivata con amore e serietà, in oggetti capaci di durare, in idee in grado di semplificarci la vita, in conoscenza, in saggezza, in consapevolezza. Ma non posso tanto, e non mi aspetto miracoli. Posso solo sperare che nonostante tutto ci sia ancora un altro Natale. Magari non necessariamente più bello di quelli che abbiamo vissuto, ma altrettanto vero. Ed è quello che auguro soprattutto a te. Noi tutti, alla fine, riusciremo a ritagliarci qualche momento di gioia o di poesia. O ce la caveremo, come sempre. Ma tu, caro Natale, quest’anno hai proprio bisogno di auguri: tanti, profondi e soprattutto sinceri.

[PS] Dedico questi pensieri a tutti, ma quest’anno, in particolare, al ricordo di mio padre e di mia madre, e di tutti quelli che non ci sono più.

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Giochi con l’acqua

Si potrà ancora parlare dell’acqua? O si dovrà pagare una royalty? E si potrà dire qualcosa che non sia puramente ideologico o pseudo-socio-politichese? Io sono cresciuto passando l’estate nel sud, e poi in Grecia. Ho imparato che l’acqua, per molti e in molti luoghi, è un bene raro e prezioso, e per quanto mi riguarda non mi piace affatto sprecarla inutilmente. Per questo, forse, nelle discussioni di questi giorni sul decreto che introduce il principio della privatizzazione dei servizi idrici (discussioni limitate a dire la verità, quasi annegate in ben altro rumore di fondo sulle manovre pre-elettorali, le finte scaramucce tra chi è pro e di è contro qualcosa di cui non importa nulla ad entrambi e la cronaca nera di due anni fa), non riesco a cogliere né una questione ideologica né un problema politico in senso stretto. Ne percepisco invece, in tutta la sua drammaticità, la dimensione etica. Ed è soltanto di questa che voglio provare a dire.

Una fontana di Roma

L’acqua è un bene primario. Come lo sono la terra, l’aria, l’energia. Vuol dire, semplicemente, che senza quei beni, che esistono in natura, non si può vivere, anzi, non si può neanche sopravvivere. Sarebbe etico considerare i beni primari come beni pubblici, cioè di tutti: non c’è motivo per ritenere che solo pochi debbano disporre di ciò che è essenziale per la sopravvivenza dell’intera umanità. Eppure sappiamo bene che non è così. La terra è di pochi da sempre, per la proprietà della terra (e quindi del cibo che produce) si sono combattute guerre e si sono fatte rivoluzioni, si è lottato e scioperato, si è discusso e decretato. Il risultato è che sempre più terra è in mano a sempre meno persone e imprese, che applicando logiche economiche contro le quali bisognerebbe celebrare un altro processo a Norimberga stabiliscono il prezzo dei cereali, ignorando che molti non possono permettersi di spendere così tanto per mangiare, per sopravvivere. L’energia è un altro bene primario che dovrebbe essere pubblico e invece è nelle mani di pochi. Che quei pochi, poi, siano compagnie private o statali non fa quasi nessuna differenza in questo caso: sono tutti assolutamente d’accordo sul fatto che non sia necessario investire nelle energie rinnovabili e poco costose, considerandole antieconomiche, ovvero di poco profitto. Continuando su questa strada, peraltro, si contribuisce a inquinare l’aria, un altro bene di tutti la cui qualità (come viene talora eufemisticamente chiamata) pagheremo tutti, e non quei pochi che hanno contribuito di più allo spreco dei combustibili fossili, un altro bel nome che significa robaccia nera e puzzolente che esiste in natura ma è gestita da qualche potente, per cui si fanno le guerre eccetera eccetera. L’acqua è solo l’ultimo tassello di questo mosaico che evidenzia soltanto soprusi e appropriazioni indebite di beni che dovrebbero essere di tutti da parte di pochi privilegiati, chiamiamoli così per non dire più semplicemente ladri, profittatori, bastardi. Il decreto, poi, è solo l’ultimo passaggio. L’acqua è già privatizzata da un pezzo: una diga che sbarra un fiume nega la piena disponibilità dell’acqua in quanto bene primario a chi sta a valle; le sorgenti (dico, le sorgenti, conoscete l’etimologia di questa parola?) sono state affittate alla Nestlè, che di fatto non distribuisce acque della salute, ma si limita ad accumulare profitti; per non parlare delle spiagge concesse agli stabilimenti balneari per costringere tutti a pagare l’accesso a ciò che in quanto geografia, territorio, elemento, ci appartiene e basta. La cosa più triste è che in questa appropriazione istituzionalizzata di beni primari da parte di pochi le complicità sono ampie e diffuse: avvalorano questo modo di gestire gli elementi della natura sia governi di destra che di sinistra, sia privati che stati (dimostrando se ce ne fosse ancora bisogno che “pubblico” non significa necessariamente “statale”), sia i paesi ricchi che i paesi poveri, o meglio, i loro governi. Che cosa possiamo fare? Sul piano etico le uniche opportunità che ci restano sono l’educazione e il controllo. Proviamo a imparare a sprecare di meno, a riciclare, a riscoprire il piacere di andare a imbottigliare acqua di sorgente, come facevano i miei genitori ogni domenica, ammesso che ci sia ancora qualche sorgente “pubblica”; proviamo a risparmiare energia, a osservare le fontane nelle piazze spiegando ai nostri figli che non erano attrazioni per turisti ma luoghi per permettere a tutti di raccogliere acqua; proviamo a non comprare i prodotti delle multinazionali che strappano la terra alla povera gente o accumulano profitti ingiustificati sulla gestione di beni primari, e a leggere i giornali o ascoltare i notiziari che si ricordano ancora che sono davvero importanti il vertice FAO di Roma e quello sul clima che si terrà a Copenhagen, e non il delitto di Garlasco o il ruolo delle escort nella società contemporanea. A queste e ad altre infinite forme di educazione al controllo indiretto dovremmo infine affiancare azioni più specifiche di controllo diretto sulla gestione dei beni primari e degli elementi naturali. A me non interessa se la società dell’acqua potabile è statale, comunale, mista o privata. Non è quello che fa realmente la differenza. A me interessa che garantisca a tutti l’acqua potabile, senza lasciare che prevalga la logica del profitto, ma applicando il principio etico della piena disponibilità del bene, in quanto pubblico. Su questo possiamo vigilare, non sarà facile ma possiamo farlo. Prima di incazzarci sul serio…

Ecco. Ho detto una parte di quello che nei risvegli di questa notte ha affollato la mia mente, e mi rendo conto, ora, di quanto sia difficile conciliare le emozioni interiori con i fenomeni che ci circondano, e le cose che accadono nella cronaca che resta dopo che la storia è finita. Volevo parlare dell’acqua per recuperare spunti di poesia (“Laudato si’, mi Signore, per sor’acqua, la quale è molto utile et hùmele et pretiosa et casta” scriveva Francesco d’Assisi quasi 8 secoli fa), e invece sono scivolato lungo la china di una generica invettiva geopolitica di ispirazione ambientalista, aggrappata al valore dell’etica tanto quanto Sisifo era aggrappato al peso della sua condanna. C’è bisogno anche di questo, ma è un segno di povertà di spirito: in fondo non ho detto nulla di diverso da chi ieri sera snocciolava cifre sul costo del servizio dell’acqua potabile nelle città italiane. Ho solo espresso un punto di vista differente. Ma non ho aggiunto nulla, come avrei desiderato. Non ho cercato nelle parole la bellezza di una sorgente, che è ciò che di più simile agli occhi di chi si ama si possa immaginare. Non ho tirato fuori la sofferenza che mi sta lasciando dover parlare di uno degli elementi primigeni come se fosse qualcosa che si può esporre su un bancone al supermercato. L’acqua per me è una visione nitida in tanti sogni ricorrenti. Per un certo periodo ho sognato di case di legno montate su basse palafitte, sotto le quali scorrevano le maree. Poi ho sognato paesaggi grigi e verdi, di rocce e di licheni, e di gruppi di amici che si allontanavano senza aspettarmi, mentre mi soffermavo ad appoggiare la mano nella spaccatura di una pietra dove dell’acqua limpida galleggiava sul suo stesso suono. E i fiumi di Siddharta, che ho letto e riletto da ragazzo così tante volte che non ricordo nulla della prosa, ma rammento ogni piega della corrente. Sono questi i nodi di un discorso che varebbe la pena portare avanti. Per circoscrivere come in una favola la materia del contendere; per capire che si sta parlando di ciò che è sempre stato in noi, e con noi, e in cui siamo immersi per riemergere, o naufragare, tutte le infinite volte che l’elemento liquido diventa metafora, e la metafora diventa increspatura, onda, cascata, risacca. O più semplicemente, un vetro penetrabile al di sotto del quale possiamo permetterci di aprire gli occhi nella consistenza del silenzio, e ricordarci di ciò che eravamo e di ciò che potremmo ancora essere.

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Stanze

Un testo in forma di messaggio in bottiglia per Giuliano Azzoni, amico, scultore e poeta. In occasione del lancio del suo nuovo sito [http://www.giulianoazzoni.com]

A volte la scultura è il vuoto che circonda gli oggetti. Non è soltanto la materia e la forma. È l’aria che è rimasta, quella che ancora racchiude l’eco della fatica e della forza, il sussurro del dolore e l’ansia della conquista, la visione originaria, le parole sconnesse della verità. È la polvere, sono le scorie che si attaccano ai vestiti e alla pelle, le tracce di cenere sul prato, le righe sul pavimento. C’è soltanto un elemento primordiale di fronte a te, eterno e allo stesso tempo effimero come tutti gli elementi: la pietra, il legno, il ferro, dipende da quando e da come. Tutto il resto è nella tua anima. Lo sai, lo hai sempre saputo: vorresti che uscisse così come riesci a immaginarlo o a intuirlo, come un urlo, come una tempesta di vento e di fuoco, o forse soltanto come il rumore del silenzio, quello che scava, colpisce, annienta. Vorresti letteralmente che prendesse forma, anzi, che la forma prendesse l’aspetto di ciò che è, o di ciò che potrebbe diventare il mondo che percepisci in quel labirinto che ti sembra già risolto. Ma gli elementi sono incapaci di ascoltare. E tu, giustamente, non riesci a fartene una ragione. Non vuoi, non puoi, perché sarebbe un compromesso tra tutto quello che la tua anima può contenere e il vuoto, lo sconfinato vuoto che percepisci attorno, dentro, oltre. È qui che comincia la scultura? È qui che si nascondono i significati? Forse sì, ma non del tutto. Penso che in quel momento il senso, la percezione sia ancora nella tua anima. E ci vorrà molto tempo prima che possa depositarsi sugli oggetti, così come nell’aria che respireranno, nei residui, nelle schegge d’acciaio. Giorno dopo giorno, una parte di te entrerà nella scultura e la renderà sempre più viva, mentre una parte della tua anima morirà ancora una volta nelle pagine strappate dai libri che ami che bruceranno sulla punta del trapano, o nei ricordi degli artisti che ammiri che rivedrai in ogni frammento di roccia portato via dallo scalpello. L’essenziale è invisibile agli occhi. Ma non allo sguardo obliquo di Sisifo. Non è forse per questo che mi hai detto che bisogna sentirsi felici per poter morire? Aggiungo soltanto che bisogna continuare a creare, ad ascoltare la voce della nostra vitalità, per potersi sentire felici.

Ma l’anima è il luogo dove abitiamo realmente, somiglia a una casa liquida, da cui non potremo uscire fino a quando non ci sembrerà che tutte le stanze siano state ultimate, o quanto meno somiglino a ciò che avevamo in mente. Le tue stanze, Giuliano, le stai costruendo a poco a poco, come se fossero una traccia per orientarsi nella mappa della tua anima. Non lo avevo mai notato prima, l’ho capito adesso, tornando a trovarti dopo tanto tempo. Ho attraversato stanze, piene di sculture e frammenti, e non sono riuscito a fermarmi all’apparenza, non le ho percepite come periodi, come raccolte, come un’antologia di ciò che sei stato e di ciò che hai fatto in tutti questi anni. Piuttosto, mi sono sembrate metafore di un racconto interiore, assonanze tra significati, messaggi, e anche un modo per non perdere quello che è rimasto nello spazio e nel tempo, quelle urla, quell’ansia, quella rabbia, e quell’amore che ti guida. Ho visto una stanza delle porte, da dove si può andare in ogni direzione: è l’inizio o la fine del labirinto? Di certo, è uno snodo importante, perché le porte ritornano, ovunque, enormi o minime, chiuse come se si dovesse sfondarle o aperte su un abisso che dovremmo avere almeno il coraggio di guardare, se non di respirare.

Ho visto una stanza dei totem e delle pietre ritrovate: forse sono i simboli dei tuoi compagni di viaggio, gli occhi con cui cerchi di guardarti. E allo stesso tempo le origini che non vuoi nascondere, le icone degli antichi, le ossa della terra. Ho visto una stanza delle città e delle ragnatele di strade, che ora mi sembra straniante, come un viaggio che hai cominciato per poterti perdere, o perché ti eri perso. Ma erano città invisibili, appena appoggiate su percorsi simili a quelli che si illuminano camminando all’alba, una strategia inconscia per tracciare infinite possibilità, come succede in molti dei tuoi disegni. Ho visto una stanza dei corpi e degli sguardi: corpi come desiderio o dolore, come sogno o come prigione, come sesso o come ferite. Mentre occhi senza pupille e senza iride aspettano che tu riesca a dare un nome anche alla loro anima, e intanto raccontano storie che portano tutte a un prologo (è la vitalità che spiega il corpo) o a un epilogo (è il corpo che spiega la sofferenza). E poi, ho visto una stanza che potrei chiamare della terra e del cielo: forme essenziali che sembrano quasi raccolte lungo i fiumi e i calanchi, calpestate da figure complesse, contorte, reali come la morte, eteree come la vita, e intrecciate all’una e all’altra (alla vita e alla morte) indissolubilmente, come è sempre stato e sempre sarà. Infine, ho visto stanze ancora vuote, a parte i frammenti di volontà e rappresentazione che già contengono, in attesa che tu esplori il cosmo, o il caos, che per il momento si nasconde oltre le loro pareti. Pareti di pietra, di legno, di metallo. A cui continuerai a cercare di dare una forma, ma sarebbe meglio dire un battito di ali che cerca di liberarsi, e che somiglia un po’ di più alla realizzazione della tua anima.

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Epitaffio

Mio padre se ne è andato dieci anni fa. E ora anche mia madre non c’è più. Di queste ultime settimane mi resterà il ricordo indelebile e feroce del suo respiro irregolare prolungato dall’ossigeno, e altre di quelle immagini anonime, eppure nitide, attraverso cui la morte si manifesta, anche se non vogliamo crederci: le gocce della soluzione fisiologica che precipitano come se un abisso le inghiottisse per sempre; i capelli che si scompongono anche sfiorandoli appena; un ultimo sguardo senza che la sua bocca potesse pronunciare una parola, prima del coma irreversibile, come un messaggio che non saprò mai ricambiare perché mi ci vorrà molto tempo per riuscire a interpretarlo. Per tanti anni mia madre si è lasciata accompagnare da improvvisi silenzi, quasi l’eco sorda del vuoto che la morte di mio padre le aveva lasciato. Ma ora, vedendola svanire senza un suono o una voce, mi chiedo se sia davvero questo il senso delle cose, e so già la risposta: non lo è, non lo sarà mai, non c’è nessuna ragione per cui si debba morire così, come in qualunque altro modo. L’unico significato, se proprio ne abbiamo bisogno, è nella storia che abbiamo scritto, nella memoria, o almeno in ciò che possiamo raccontare. Ed è proprio quello che voglio fare adesso. Raccontare un po’ di lei, e attraverso di lei anche di mio padre. Mi torna in mente la circostanza grazie a cui si sono conosciuti, quando la loro vita era ancora tutta intera, e ciò che è stato era appena cominciato, e avrebbe potuto essere altro. Pare che nell’Italia appena uscita dal disastro della guerra ragazzi e ragazze cercassero corrispondenti per scriversi delle lettere ed eventualmente fare conoscenza (i social networks non hanno inventato nulla). Un collega o un amico di mio padre, che allora lavorava a Firenze, aveva avviato una corrispondenza con mia madre, che a un certo punto gli chiese di mandarle una fotografia. Ma il collega si sentiva brutto e inadeguato e chiese a mio padre, che invece era un bel giovanotto, se poteva mandare una sua immagine al posto della propria, quanto meno per vedere cosa sarebbe successo. Così mio padre dette al collega una sua fotografia e l’amico la invio a mia madre, che rispose contraccambiando con un suo ritratto e accennando alla possibilità di incontrarsi. A quel punto l’amico di mio padre non se la sentì di andare oltre nell’inganno, e disse a mio padre se per caso avesse voluto portare avanti lui stesso la corrispondenza, ed eventualmente incontrare quella ragazza così carina. Mio padre vide la fotografia di mia madre e decise di conoscerla. Le scrisse, si dettero un appuntamento, si incontrarono. E da allora sono sempre stati insieme, nella gioia e nelle difficoltà, attraversando la vita. Non so quanto sia vera questa storia, o come siano andate esattamente le cose: queste poche righe sono ciò che resta di racconti frammentari, che si riferiscono a episodi accaduti molti anni prima che io nascessi. Ma forse è andata proprio così, o almeno mi piace pensarlo: due sguardi che prima ancora di incrociarsi si sfiorano indirettamente attraverso due immagini che non erano ciò che sembravano. Ho cercato spesso delle tracce che potessero confermare queste circostanze, e alla fine ho ritrovato proprio quelle due fotografie, quelle che si scambiarono un po’ per gioco un po’ per caso alla fine degli anni quaranta. Mio padre aveva 24 anni. Mia madre 18. Erano bellissimi. Ed è così che li voglio ricordare. Perché ogni volta che li guarderò, com’erano allora, dalla roccia scura della loro morte possa sgorgare una lacrima di malinconia, ma con la stessa forza di una sorgente d’acqua limpida, capace di crescere fino a diventare un fiume, un mare, un orizzonte.

mio padre mia madre

In ricordo di mia madre ho deciso di sostenere, insieme a Daniela e Alessandro, Alzheimer Italia, la federazione delle associazioni che si occupano della ricerca sulla malattia di Alzheimer e dell’assistenza ai malati.

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La scuola, il futuro e altre ambiguità: lettera aperta alla sinistra che vorrei

Nel dibattito sulla scuola che da settembre tornerà a riempire le pagine secondarie dei giornali, le mailing-list per pochi vecchi amici, i blog con meno di 25 lettori e qualche buon caro vecchio volantino appeso in bacheca, continuano a persistere – a mio parere – almeno 3 ambiguità, che definirei “insanabili” se l’aggettivo non evocasse uno scenario ospedaliero, introducendo un’ulteriore ambiguità nella discussione. La prima riguarda cosa si intende per scuola pubblica, la seconda i presupposti dell’innovazione tecnologica, la terza il concetto di valutazione. Sono temi assolutamente politici, su cui, purtroppo, la destra marcia e la sinistra arranca, l’una e l’altra dal basso di una sostanziale cecità e dall’alto di una tendenziale voglia di mantenere il confronto/scontro su un piano apparentemente ideologico per non entrare realmente nel merito dei problemi: che vorrebbe dire identificarli, discuterne, affrontarli e se possibile risolverli. Senza pregiudizi e condizionamenti.

Ma torniamo alle ambiguità appena accennate. Penso che prima di tutto valga la pena riflettere, mettendo da parte un certo conformismo e perfino le emozioni, sul concetto di scuola pubblica e sull’equivoco di fondo che condiziona qualsiasi ragionamento sensato su questo tema fondamentale. L’equivoco ricorrente è la sostanziale confusione tra scuola “pubblica” e scuola “statale”. Per la destra la scuola statale equivale alla scuola pubblica, per la sinistra il contrario. Così i primi cercano di smantellare la scuola pubblica in quanto statale (avendo in odio almeno a parole qualsiasi forma di statalismo), i secondi difendono la scuola statale in quanto tale, ovvero in quanto (apparentemente) pubblica. Sono posizioni che nascondono una contraddizione: una scuola “pubblica” (a mio parere) dovrebbe infatti essere di tutti e per tutti, ovvero essere gratuita, accessibile da parte di chiunque e a tutti i livelli (il che significa integrazione, abbattimento delle barriere architettoniche, rispetto delle diversità, ampiezza e completezza dei programmi di insegnamento e così via) e aperta alle istanze della società civile, ovvero in grado di formare i “cittadini” di oggi e di domani, senza distinzioni di sesso, razza, religione o altro. Questi principi potrebbero e dovrebbero essere applicati indipendentemente dalla natura giuridica della scuola. In ogni caso il fatto che una scuola sia statale non implica di per sé che gli stessi principi siano attuati: molte scuole statali non sono gratuite, non sono accessibili e non operano come potrebbero e dovrebbero sui significati e le implicazioni del concetto di “cittadinanza” (italiana ed europea, ma anche universale o digitale). Dalla sinistra che vorrei mi aspetterei di conseguenza non tanto una difesa della scuola statale in quanto tale, e meno che mai di questa scuola statale, ma l’avvio di un progetto a lungo termine su come costruire anche in Italia una scuola che possa dirsi realmente “pubblica”.

Il secondo equivoco riguarda l’innovazione tecnologica. Provo ormai un certo sconforto nel constatare che se ne discute ancora in termini di opportunità e che le perplessità che solitamente emergono in merito siano legate soprattutto agli interessi personali, alle conoscenze effettive e agli atteggiamenti dei funzionari, dei presidi, dei docenti, delle parti sociali, dei genitori, degli editori e magari anche degli eruditi e degli enti locali. In pratica, il problema viene affrontato (si fa per dire) considerando tutte le componenti del sistema-scuola… tranne che gli studenti. Eppure dovrebbero essere proprio gli studenti il punto di partenza di qualsiasi ragionamento sull’importanza e sul ruolo delle tecnologie come fattore di innovazione in ambito didattico. Se così fosse, avremmo già capito che gli studenti sono pronti, aperti e disponibili, e che non si interrogano tanto sui presupposti e sulle implicazioni delle tecnologie, ma sulle ragioni insondabili per cui a scuola (con l’eccezione di qualche isola felice presidiata da qualche insegnante volenteroso) si finge che non esistano o che se ne possa fare a meno. Diciamolo apertamente: la scuola italiana è indietro di 10-15 anni. Ma non rispetto alle scuole di altri paesi: è in ritardo rispetto al mondo nel suo complesso, rispetto alla realtà, quella stessa realtà che, ci piaccia o no, ci circonda e ci condiziona, e che potremmo a nostra volta condizionare se la conoscessimo meglio, se avessimo gli utensili “cognitivi” per poter reagire se e quando non ci piace più la direzione verso cui si sta muovendo, o la forma che sta assumendo. Utensili che oggi sono in gran parte rappresentati proprio dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e dalla competenza con cui si utilizzano. Ma a scuola – quanto meno in molte, troppe scuole – tutto questo non si insegna e di conseguenza non si impara: più che indietro, la scuola italiana appare ferma, imprigionata “dentro” una visione del mondo che adottando un brutto termine mutuato proprio dall’evoluzione tecnologica potremmo ragionevolmente definire “obsoleta”. Un mondo dove ancora si pensa che l’uso “eccessivo” delle tecnologie possa rappresentare un pericolo, ignorando ambiguamente che è proprio l’analfabetismo tecnologico che spinge ad un approccio acritico e crea i presupposti del divario e della dipendenza, come potrebbe spiegarci facilmente chi si occupa di media education. E dove, altrettanto ambiguamente, si ritiene che l’innovazione tecnologica sia un processo che si può decidere se e quando innescare in base a presupposti ancora da discutere, ignorando che un conto è la scelta personale e individuale (di per sé rispettabilissima) di interessarsi o meno di una determinata tecnologia, un conto è il ruolo e l’atteggiamento consapevole che una scuola “pubblica” dovrebbe comunque avere rispetto a un fenomeno in atto, alle istanze che esso comporta e all’importanza che rappresenta per i cittadini di domani. Ma intanto abbiamo perso del tempo prezioso: oggi la scuola dovrebbe semplicemente “assorbire” le tecnologie in quanto strumenti per interagire con il mondo. Gli stessi strumenti che gli studenti possiedono e usano già. Per aiutarli a usarli meglio, con più consapevolezza, con più “intelligenza” (e sottolineo le virgolette). La destra non ha una visione organica su queste problematiche. Spesso “usa” le tecnologie come alibi o come paravento: è gente limitata, non si può pretendere di più. Ma dalla sinistra che vorrei mi aspetto che si dica a chiare lettere che è ora di avviare investimenti strutturali di ampia portata in questa direzione, e che non è più ammissibile che nella scuola si possa ancora pretendere di insegnare senza utilizzare o addirittura senza neanche conoscere le ICT. Mi aspetto in sostanza che si rilegga il concetto di autonomia come opportunità per spingere i dirigenti e le altre componenti dell’organizzazione scolastica ad assumersi la responsabilità di essere veicoli del cambiamento e dell’innovazione; e che si ridisegni il profilo professionale dei docenti, introducendo il principio della competenza tecnologica sia come elemento indispensabile per l’accesso all’insegnamento che come parametro per il riconoscimento di incentivi e per la valorizzazione del ruolo dei docenti che hanno investito e investono nel potenziamento delle proprie conoscenze rispetto all’utilizzo delle tecnologie in ambito didattico.

Questo ragionamento porta alla terza riflessione, quella sulla valutazione. Un tasto che nella scuola italiana non si può neanche sfiorare (vi ricordate di Berlinguer?) ma su cui di tanto in tanto tornano sia la sinistra che la destra, non necessariamente da diversi punti di vista. L’ambiguità in questo caso è tra principio e metodi. Non si discute quasi mai su come si possano introdurre dei meccanismi di valutazione della didattica e del lavoro dei docenti, dei dirigenti o di altre componenti, e in che cosa potrebbero consistere, ma sul presupposto stesso della valutabilità. Così, ad esempio, tra le reazioni alla bozza di riforma Aprea, non emergono ragionamenti che affrontano lucidamente il problema interrogandosi su come migliorare certe ipotesi o ridefinire le modalità del rapporto tra docenti, dirigenti, componenti e organizzazione della scuola, ma prevalgono esternazioni come questa: “ogni docente sarà ricattabile e licenziabile, poiché verrà posto sotto il giogo di decisioni arbitrarie piovute dall’alto e persino dall’esterno, classificato in fasce di merito (leggasi di demerito) e verrà valutato non in base a un merito proprio e oggettivo (titoli di studio, cultura personale…), ma, come dicevamo, secondo la sua produttività”. Ma di che cosa stiamo parlando? La verità è che se la destra spinge sull’introduzione di forme di valutazione pensando forse di utilizzarle per ridurre il numero degli insegnanti e recuperare qualche euro, la sinistra è contraria alle valutazioni in quanto tali. Dimenticando o ignorando non solo che valutare seriamente la didattica e gli insegnanti potrebbe introdurre finalmente nella scuola fattori di qualità e incentivi al miglioramento, ma anche che la tanto auspicata innovazione metodologica fondata sulla ridefinizione del ruolo dei docenti e sulla centralità degli studenti rispetto ai processi di apprendimento, sbandierata e sostenuta proprio dall’ala impegnata e progressista della ricerca pedagogica, implica di per sé il principio della valutazione rigorosa delle competenze, delle strategie didattiche e dei risultati ottenuti, superando la sovrapposizione ambigua tra il concetto di libertà di insegnamento sancito dalla costituzione e la pretesa arbitraria di insegnare senza alcuna forma di controllo o di verifica, che non è affatto una garanzia dell’indipendenza dei docenti, ma un modo per abbassare costantemente la soglia di credibilità della scuola. Proprio quello che interessa a chi non cerca altro che occasioni per smantellare il sistema scolastico e sostituirlo con una scuola non-pubblica, cioè a pagamento, non accessibile a tutti e centrata sull’appartenenza di parte anziché sulla cittadinanza.

Mi rendo conto che si tratta di temi complessi e controversi, su cui ci vorrebbe ben altro che un post su un blog soltanto per identificare i termini esatti del problema. Ma sono stanco di questa destra aggressiva, razzista, buffona e indifferente rispetto al valore della conoscenza, così come, in parte, anche di una certa sinistra che su questi argomenti si dimostra spesso ottusa, conservatrice fino all’immobilismo, ancorata a modelli scontati e conformista. Dalla sinistra che vorrei mi aspetto invece che si dica senza mezzi termini che la scuola non va difesa ma cambiata, e si indichi come. Spiegando con altrettanta chiarezza che la prima vera riforma consiste nel migliorare la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento, ovvero nel restituire alla scuola valore e significato e agli insegnanti dignità e passione. Per aiutare i nostri ragazzi a costruire il futuro e gettare le basi di un mondo migliore. Pretendo troppo?

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Il suono del mare

Sono tornato da poco, e la fatica di vivere in questo paese che si sta sgretolando senza rendersene conto e nella più assoluta indifferenza riaffiora già sotto la pelle, come un’ombra capace di entrare dalla finestra mentre stai leggendo un libro che ami, un’ansia instabile, ignara del valore del tempo, una forma di paura latente, ma non nel senso letterale della parola, più simile al panico che si prova quando tutto appare ormai invano. Niente di tutto questo avrebbe su di me il minimo effetto, meno che mai dopo essere riuscito a tornare nella mia amata Grecia, se non fosse che il disagio che provo questa volta mi circonda come un rumore di fondo insopportabile, come il brusio una piazza grigia e trasandata, dove una folla senza corpo nè anima urla mentre tutti urlano, tace quando sarebbe il momento di parlare e non sa più sussurrare frasi che altri possano cogliere. Mentre maschere vuote e altre comparse si affacciano dai balconi, ridendo probabilmente di noi. Continuerò a combattere, o a resistere, ma confesso che ho sempre più voglia di andare via di qua. Non sopporto quasi più il chiasso generico e le frasi costruite ad arte per confondere le idee e gettare ogni verità in qualche discarica abusiva. Amo il suono del mare, e lo registro in silenzio mentre il vento si insinua nel microfono, i passi sfiorano la sabbia e voci rasserenate da un bicchiere di ouzo o di retsina dialogano in un’altra lingua, che ormai comprendo ma in cui fingo volentieri di perdermi. Terrò le immagini per me questa volta, aspettando che riemergano come conchiglie o stelle marine. Condividerò invece il suono del mare, sperando che qualcuno riesca ancora a riconoscerlo, e magari lo adoperi come lo sguardo degli dei contro la “ybris” degli uomini che non so più come né perché pretendono di governarci, guidarci, spiegarci, raccontarci, insegnarci, quando non sanno neppure ascoltare. In quei suoni so che c’è un segreto, ma non sono mai riuscito a decifrarlo, forse perché è così semplice che non sembra possibile. Forse perché ci restituisce immediatamente quasi tutto quello che abbiamo lasciato distruggere o che noi stessi sperperiamo ogni giorno, e ci sembra troppo, così, tutto in una volta: la quiete, la lentezza, l’amore, l’unicità, la distanza, la nostalgia, l’eternità. Dedico questi suoni a tutti coloro che si ricordano ancora che nessuno è un’isola, e che ogni isola è il mondo per chi non ha paura di navigare e sa guardare ancora una volta verso l’orizzonte.

 
 
 

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Back

Una delle differenze più importanti tra la vita e gli ambienti digitali è che nella vita manca il tasto “back”. Quel “torna indietro” che ti aiuta a ripercorrere, a ricollocarti in un flusso che fino ad un certo momento eri in grado di seguire ma in cui poi, quasi senza accorgertene, ti sei sentito fuori posto. Ecco, ci vorrebbe un tasto “back” grande quanto l’Italia intera. Non per rimpiangere il passato, ci mancherebbe, ma per ritrovare un sentiero percorribile, il filo di un discorso, un tracciato che vale la pena esplorare, il punto esatto oltre il quale ci siamo persi, senza sapere perché. Possibile che non ci si renda conto di quanto è diventato meschino e ridicolo questo paese? Non si riesce più a parlare seriamente delle cose importanti (i desideri, i sogni, la voglia di cambiare il mondo, il futuro, la ricerca della felicità…). Si parla d’altro, costantemente, senza renderci conto che questo “altro” non è soltanto una distrazione momentanea, ma una vera e propria alienazione delle nostre coscienze, un altrove. Ci alziamo al mattino, usciamo, e non riusciamo più a vedere la città e i suoi problemi. Vediamo soltanto locandine di giornali che ci informano di qualcosa il cui impatto sulla nostra esistenza è spesso assolutamente marginale. A volte ci viene in mente che nel mondo stanno accadendo cose più importanti, o che nella realtà, da qualche parte, anche mentre andiamo in ufficio, potrebbero nascondersi indizi utili, occasioni per riflettere: come mai i cantieri hanno un’aria così poco curata? Perché restano aperti così a lungo? Non è che quel manovale in bilico è in pericolo? Quando è stata l’ultima volta che ho visto la piazza senza un’impalcatura? Dove vanno tutti questi ragazzi dall’aria annoiata? Perché attraversano la strada senza neanche guardarsi intorno? Perché ci sono in giro così tante macchine? Che cos’è questo odore sgradevole? E come mai non si vede quasi più nessuno sorridere, anche se c’è un bel sole oggi? Ma passiamo oltre, non ci interessa più, non ci riguarda più, non riusciamo più a riappropriarci di questi elementi e a partire da lì per ricominciare a ragionare. Arriviamo in ufficio e cominciamo a leggere le ultime indiscrezioni sulle veline, sulle prostitute e sull’assoluta indifferenza di una classe politica, non rispetto alla decenza, ché è un concetto equivoco, ma rispetto agli altri, in quanto tali, rispetto a tutti noi, alla nostra sorte, a tutte le difficoltà che anche oggi dovremo affrontare: una bolletta incomprensibile da pagare assolutamente entro le 12 altrimenti scatta una sanzione (mentre tu aspetti da mesi che ti paghino una fattura che ti permetterebbe di sopravvivere); la banca che ti telefona per dirti che il tuo tasso debitore è sceso al 12,5 per cento (quando ti risulta che alle banche il denaro costi soltanto l’1 o poco più); i call center che ti tormentano per convincerti che non puoi fare a meno dell’offerta tutto compreso, anche se gli avevi già spiegato cento volte che non ti interessa. E poi, ancora, il solito rumore di fondo nella rete, messaggi a cui bisogna rispondere immediatamente, richieste per risolvere urgentemente problemi che altri hanno avuto tutto il tempo di creare e lasciare irrisolti, e l’amara sensazione, quando ti arriva anche il comunicato sulla nomina di tal dei tali alla presidenza o alla direzione di questo o quello, di avere sbagliato qualcosa. Sì, perché tal dei tali lo conosci fin da quando eravamo ragazzi, ed era già allora un perfetto coglione, che non valeva nulla, non sapeva nulla, non sapeva fare nulla e quel che è peggio non gli interessava sapere o saper fare nulla. Sì, ci vorrebbe proprio un tasto back. Non per ricominciare, per quanto mi riguarda penso che rifarei le stesse cose, errori compresi. Ma per ritrovare quella specie di home page condivisa da cui potevamo partire per fare di questo nostro paese un paese migliore, mentre invece abbiamo seguito un link colorato e appariscente che alla fine ci ha trascinati in questo gorgo che si svuota nella melma, in questo paesaggio senza cielo, in questa quotidianità di fatica e rassegnazione, dove la cronaca appiattisce qualsiasi volontà di interrogarsi sui significati e la storia è finita da un pezzo. Mi viene voglia di uscire e cercare l’occasione per dare il via a quella rivoluzione che l’Italia non ha mai vissuto e di cui avrebbe così tanto bisogno. Ma come tutti, andrò soltanto a prendere un caffè…

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Che cos’è la democrazia?

Oggi mi sento frastornato dai commenti, dai grafici, dalle analisi, dai pregiudizi e dai postgiudizi. C’è sempre troppo di tutto ogni volta che si chiude un ciclo elettorale, come se la politica non potesse sopravvivere senza rumore, senza urla, senza cercare di giustificarsi. Ma qui nel mio ufficio c’è abbastanza silenzio, si riesce perfino a pensare a volte. Così mi chiedo: cos’è la democrazia? E mi vengono in mente delle parole chiave, dei “tags”, visto che siamo in pieno web 2.0 e possiamo permettercelo. Prima di tutto penso che la democrazia sia partecipazione. Ogni cittadino dovrebbe poter partecipare in modo diretto o quanto meno, soprattutto nelle società più complesse, essere rappresentato, in modo che i suoi bisogni e i suoi desideri possano confrontarsi con quelli di altri cittadini, e si possa costruire insieme un territorio, uno spazio in cui tutti possano sentirsi sufficientemente soddisfatti, nel rispetto reciproco e sulla base di un’etica condivisa. Possiamo chiamare ancora democrazia un’Europa dove oltre la metà dei cittadini non partecipa o non è rappresentata? Dove molti non votano perché evidentemente non sanno per chi votare e altri, pur votando liberamente, non riescono comunque a eleggere i loro rappresentanti? C’è qualcosa che non funziona in un continente che non comprende l’importanza di un voto per eleggere un parlamento dove potranno confrontarsi i rappresentanti di popoli che fino a 65 anni fa si scannavano gli uni contro gli altri. Dove non ci saranno le voci di decine di milioni di persone, mentre altri milioni di persone saranno rappresentate da delegati che talora negano l’esistenza e la legittimità di quello stesso parlamento. L’Europa è una democrazia? Forse sì, ancora, ancora per un po’. Ma lo diventerà davvero quando tutti saranno adeguatamente rappresentati, e quel parlamento sarà il luogo in cui tutti i cittadini europei potranno discutere insieme. Che cosa hanno fatto i partiti italiani per ricordarci che questo era uno dei primi obiettivi da raggiungere? E che cosa hanno fatto i partiti di altri paesi? La democrazia è anche chiarezza. Nessuno, ragionevolmente, può votare per eleggere dei rappresentanti che non si sa chi o cosa rappresenteranno. Dovrebbe esserci chiarezza negli intenti, nei programmi, nei principi. Ma si parla sempre d’altro, e non si riesce a essere chiari neanche nei commenti: c’è chi pensa di aver vinto perché non ha perso come temeva, o di non aver perso perché altri non hanno vinto come pensavano. Possibile che non si riesca semplicemente a leggere dei dati per quello che sono? La chiarezza che la democrazia implica e richiede è estremamente semplice: se si eleggono dei rappresentanti conta quanti ne elegge ciascuno dei gruppi per cui i cittadini potevano votare. Questo risultato determina la composizione del parlamento, dove tutti i rappresentanti potranno (e dovranno) portare la voce e le istanze di chi li ha eletti, e dove si formeranno delle maggioranze e delle opposizioni, nel rispetto della regola della metà più uno. Che non significa stabilire chi sono i vincitori e i vinti, ma accettare che l’impronta delle decisioni che si ripercuoteranno sulla vita di “tutti” i cittadini sia determinata (per un arco di tempo circoscritto) da coloro che ne rappresentano la maggior parte, ascoltando e tenendo conto delle esigenze della parte restante. Che a sua volta, in quello stesso arco di tempo, si impegnerà non solo a sostenere le proprie ragioni ma anche per convincere i cittadini che sono valide e che potrebbero improntare le future decisioni. Penso che in molti paesi europei (ma non certo in tutti) ci sia abbastanza chiarezza in tal senso. Ma mi chiedo se l’Italia, da questo punto di vista, si può definire una democrazia. Non mi sembra che a tutti siano chiare le regole. Non mi sembra che sia chiaro il modo in cui le maggioranze e le opposizioni possono dialogare e confrontarsi. E nei battibecchi che ho ascoltato in questi giorni ho colto anche un ulteriore mancanza di chiarezza: la confusione tra “politica” e democrazia, il pensare (diffuso) che la democrazia consista soltanto nella possibilità di fare politica. Forse ci sfugge che anche Mussolini, Hitler o Stalin facevano politica (eccome se la facevano…) senza per questo avere nulla a che fare con la democrazia. Mi piacerebbe vivere in un paese dove la politica consiste nel prendere decisioni su ciò che si ritiene sia utile ai cittadini, nei limiti di un territorio definito dal concetto di democrazia. Temo però di essere cittadino di un paese dove la democrazia non è un quadro di riferimento ma un alibi per fare politica, intendendo con la politica non il governo di ciò che è pubblico ma la lotta per il potere. Manca completamente una terza parola chiave nello scenario italiano: l’equità. Non c’è democrazia senza equità. Non c’è equità senza un’etica condivisa. Non si può essere equi nelle decisioni politiche (nel senso più puro della parola) se non tutti sono rappresentati, se chi rappresenta dei cittadini utilizza il potere che gli è stato delegato per i suoi interessi personali, se il consenso non si fonda sui programmi e sui significati ma sulla presenza mediatica, sullo scambio di favori, sul clientelismo o peggio. Da questo punto di vista l’Italia non può dire di essere mai stata una democrazia. Da sempre le leggi si fanno soprattutto per accontentare questo o quello, e non solo le leggi: le singole azioni dell’ultimo delegato del più piccolo ente locale sono spesso (anche se non sempre) legate a interessi momentanei, al mantenimento di piccoli privilegi, a qualche prezzo da pagare. In una parola, sono profondamente inique, poiché non tengono conto della voce di tutti e non rappresentano l’opzione che si ritiene consona e di cui ci si assume in modo chiaro la responsabilità. Non è questione di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Sbagliare è possibile. Ma bisognerebbe dare a tutti la possibilità di partecipare alle decisioni, decidere senza privilegiare interessi personali o posizioni di comodo, spiegare in modo chiaro le ragioni delle scelte che si sono effettuate e ammettere, nel caso, di aver sbagliato. Tutto questo, forse, somiglierebbe alla democrazia. Ma non somiglia affatto al paese in cui sono nato e vivo, e neanche alla maggior parte di chi ci rappresenterà in Europa. Che cosa possiamo fare per uscire da questa situazione?

[da leggere: cos'è la democrazia, intervista a Norberto Bobbio, 1985]

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