Poesia della Terra

Nelle giornate d’inverno, quando la luce è fredda e radente e i campi sono appena sfiorati dal grano che sta crescendo, è difficile resistere alla poesia dele colline toscane. Soprattutto in Valdorcia. Dove tutto appare sempre vicino alla perfezione. Non te ne accorgi quando passeggi lungo un crinale e ti guardi intorno. Te ne accorgi il giorno dopo, quando le immagini scorrono sullo schermo e sono ciò che sono: l’essenza stessa della terra, visioni astratte come versi che non hanno bisogno di interpretazione.

Poesia della Terra (studio)

Poesia della Terra, 2012 (studi preliminari)

Imagine (Natale 2011)

Imagine (the John Lennon Wall, Praga)

[Imagine. The John Lennon Wall, Praga, 2011]

Esprimo e condivido dubbi sulla deriva consumistica del Natale da così tanto tempo che ormai non ho bisogno né di ribadire certi concetti né di mettere in evidenza il fatto che è proprio nei momenti di crisi che dovremmo ripensare ai significati, cercando di recuperare quelli che contano davvero. Ma non voglio neanche insistere sui presupposti e gli effetti della crisi di cui quest’anno si parla tanto: l’abuso della parola “crisi” è quasi un insulto alla sua nobile etimologia. Piuttosto, anziché esercitarci in speculazioni di vario genere o lamentarci come soprattutto noi italiani sappiamo fare, dovremmo approfittarne per riflettere con più calma, per capire in che cosa abbiamo sbagliato e in quale direzione sarebbe sensato orientarsi. Certo, so che è difficile in questo momento mantenere la lucidità necessaria per fare chiarezza; ma in fondo la saggezza, come diceva Proust, “è un punto di vista sulle cose”, ed è quindi lecito o addirittura auspicabile prendere una posizione nel momento stesso in cui si cerca di essere saggi. Così, senza sprecare nemmeno le parole, mi piacerebbe poter ridurre il mio punto di vista sulle cose del 2011 a una considerazione e a un auspicio.

La considerazione riguarda il modello dominante di questa nostra società dei consumi superflui e del benessere obbligatorio: è un modello perdente, sconsiderato, che si fonda solo ed esclusivamente sulla presunzione che il denaro permetta di rendere tangibili i desideri e che i desideri non siano altro che l’apparenza di una felicità quantitativa, costituita dalla somma algebrica di tutto ciò di cui non abbiamo realmente bisogno per vivere (e meno che mai per sentirci vivi) ma ci appare indispensabile grazie all’insistenza dei messaggi promozionali e alla complicità indiretta di abitudini colpevolmente sorrette dal conformismo dell’informazione e della comunicazione. La sostanza di questa deviazione è che quando non c’è denaro o ce n’è di meno ci sembra non solo di non poter realizzare i nostri sogni, ma addirittura di non poterne avere. Il modello consumistico, gli interessi delle multinazionali e le strategie commerciali, di fatto, hanno ridotto, forse annichilito del tutto la nostra capacità di immaginare: sono riusciti a convincerci che i veri desideri sono soltanto quelli che ci vengono suggeriti, a tal punto che non siamo più capaci di identificarne qualcuno che possa realmente dirsi nostro, originario, che scaturisca come l’acqua di una sorgente dalle profondità della nostra stessa anima. Basterebbe capire questo passaggio per provare dapprima una rabbia profonda, e poi, andando oltre quella stessa rabbia, impegnarsi nella ricerca di una nuova coscienza. Ricominciando da dove è giusto ripartire: dall’idea che volere di tutto e di più è solo una bufala inventata da degli sciagurati per convincerci a indebitarci pur di soddisfare bassissime pulsioni o possedere scadenti e inutili cianfrusaglie; e che, al contrario, è ragionevole (e soprattutto molto più umano) pretendere di meno, purché sia compatibile con le nostre possibilità e ci renda realmente felici. In una parola, purché sia vero, significativo, unico. Come noi.

L’auspicio è più semplice da spiegare, come tutto ciò che non si pone limiti: penso che si debba continuare ad aver voglia di cambiare il mondo, e spero che ci riusciremo. Per questo auguro a chi vorrebbe essere più saggio di sentirsi illuminato; a chi ha bisogno di emozioni di trovarle nel primo sorriso o nel riflesso di un’alba in una goccia di rugiada; a chi cerca serenità di sentirsi libero; a chi pretende giustizia di essere compreso; a chi è costretto a combattere di provare la gioia incontenibile della pace; a chi non trova un senso di incontrare occhi innocenti, che si accontentano di donare amore (e non c’è nulla che valga di più). Per costruire un mondo migliore dobbiamo prima di tutto imparare di nuovo a immaginarlo.

Ai suoi viaggi, al suo sguardo

A Fabrizio Pecori

A Fabrizio Pecori (1962-2011)

Non riesco a crederci, eppure è così. Non riesco a scrivere, anche se ne sento il bisogno. Non so dove guardare, ma ho provato a frugare tra le immagini che avevo, lasciando che alcune si accumulassero l’una sull’altra, strato su strato, come i sedimenti di un’era geologica troppo lunga per la fragilità di una vita, e allo stesso tempo troppo breve per rendere conto dell’eternità di ogni momento che attraversa l’anima e ne perfora la scorza come lo scorrere dell’acqua su una pietra trasparente. Ma sto già esagerando. Fabrizio detestava la retorica: non solo, detestava la ridondanza, l’enfasi. Ogni giorno scriveva testi essenziali e rigorosi, o pubblicava immagini dirette, pure (per quanto possano esserlo le immagini). Le chiamava geografia emotiva, erano i racconti dei suoi viaggi, fotografie capaci di racchiudere in un frammento di percezione quelle poche cose che ognuno di noi dovrebbe mettere sempre nello zaino: l’ironia, la meraviglia, l’umanità, l’illuminazione. Andavo spesso a cercare quelle immagini: talora sottolineate da didascalie fulminanti come aforismi, erano il taccuino digitale di un grande esploratore che aveva letto Chatwin ma sapeva guardare il mondo con i suoi occhi, attraverso una lente attuale, senza pregiudizi né intellettualismi, uno sguardo che solo chi viaggia davvero può possedere. E ora? Che ne sarà del mondo senza i suoi percorsi? Che ne sarà della realtà senza i suoi punti di vista? Che ne sarà dell’esistenza che spesso trasciniamo a fatica senza la leggerezza delle sue intuizioni, senza l’intelligenza della sua curiosità? Che ne sarà di noi senza di lui? Una persona come Fabrizio non si può racchiudere né in poche righe né in una galassia lontana lontana. Ma a mio modo lo conoscevo bene, insieme avevamo indagato sulle tecnologie digitali ma anche giocato a calcio balilla in un’osteria, ci eravamo incontrati per caso a teatro e deliberatamente ritrovati a convegni e conferenze, spesso mi aveva intervistato per la sua rivista ma una volta mi aveva anche fatto assaggiare una delle 5 o 6 bottiglie di olio nuovo che era riuscito a produrre. Parlavamo di tecnologie, di arte d’avanguardia, di buona cucina, di fotografia, di luoghi e di metafore. Così, forse, riesco a immaginare la sua risposta: come un invito a continuare i suoi viaggi e a non dimenticare i suoi sguardi, forse ci direbbe che “le navi in porto sono al sicuro, ma non è per questo che sono state costruite”. Addio, amico mio.

[la citazione finale è una frase di Benazir Bhutto riportata nel Blog di Fabrizio Pecori]

Faces parade

Silvi, da Faces Parade Silvi, da Faces Parade Silvi, da Faces Parade

Non vedo Fulgor da tanti anni, ma incontro quasi ogni giorno gli stessi segni che associavo alle sue opere, a quelle che ricordavo e che avevo visto galleggiare tra le nuvole che a volte passano sulle montagne che ci dividono e ci accomunano. Erano ritmi semplici, composizioni modulari costruite più su delle essenze astratte intuite attraverso la percezione e la memoria che su presenze riconoscibili affermate attraverso l’evidenza della visione: per questo, forse, li rivedo nella luce che si riflette improvvisamente dietro l’angolo di una strada, o in quelle sequenze veloci di forme e di colori che si accumulano nella mente all’inizio di una giornata, come in una specie di alba dell’anima. Di solito indicano una direzione tra le tante possibili, scavando nel dubbio che prevale quando ci si sente sospesi tra la capacità di negare che ci appartiene in quanto gente d’occidente (dopo aver letto Leopardi e Montale) e quella volontà di definire altri strati dell’esistenza che ci affascina dopo aver rivolto lo sguardo verso oriente in cerca di uno specchio in grado di restituirci ciò che resta, dentro di noi.

Ma ora vedo Fulgor di nuovo. Mi invia immagini diverse, apparentemente figurative, come se volesse dirmi che se allora cercava di rappresentare delle essenze, ora sta provando a raccontare delle storie. In realtà, non credo che sia proprio così. Per quello che posso comprendere dalle immagini che ingrandisco ed esploro su uno schermo digitale, tra ciò che ricordavo del lavoro di Fulgor e ciò che vedo oggi c’è più continuità di quello che può sembrare. Restano ad esempio intatti, come un marchio di stile, i ritmi delle sequenze guidate dai colori, dalle linee, dalle forme. Hanno solo un aspetto diverso, ma sono sempre elementi di un confine fluido, come le acque di un fiume che scorre tra una sponda dove Eraclito ragiona e una dove Siddharta osserva e contempla. Ciò che chiamiamo arte è proprio lì, in quella corrente che separa lo scienziato dal visionario, il filosofo dall’asceta, lo sguardo spietato della razionalità dalla mistica delle emozioni. Possiamo anche immaginare di fermarlo questo stream of consciousness, ma è più probabile che ci si debba limitare a seguirlo con lo sguardo, senza poterne modificare lo spessore liquido, e quindi senza (letteralmente) comprenderlo. Soprattutto quando – come in questo caso – si evolve dalla complessità che di solito si associa all’astrazione alla semplicità che (chissà poi perché) si attribuisce all’illustrazione, anche se in questi personaggi che Fulgor espone oggi al nostro cospetto (o forse ci mette semplicemente accanto) direi che c’è più la leggerezza dell’essere che l’apparenza dell’esistere, più consistenza che visibilità.

E poi, a guardarli meglio, immaginandoli come tasselli di un grande mosaico o come individui in cammino verso di noi, questi personaggi sono frammenti di un’umanità provata ma che non accetta di essere sconfitta. Che si aggrappa a qualcosa che rende ciascuno unico e allo stesso tempo parte di un affresco che non è ancora finito, e non lo sarà mai. Ciascuno di loro custodisce oggetti simbolici sempre diversi. Ciascuno di loro ci regala una sfumatura di uno stesso sguardo, e un ramoscello che forse è un’allusione alla speranza, forse un modo per immaginare che si possa costruire un ponte per attraversare il fiume del tempo, o forse soltanto l’eco simbolica di un linguaggio comune, ovvero il segno di una comunità di intenti, della stessa appartenenza a qualcosa che, non so perché ma so che è così anche se ne soffro, associo più ai cori della tragedia antica che al concetto di popolo di cui spesso si abusa. Che cosa accadrà adesso? Riusciranno a dialogare tra loro? O resteranno soli, ciascuno sull’orlo del proprio abisso? Si eviteranno ancora? O troveranno un modo per incrociare i loro occhi e ri-conoscersi? A pensarci bene, sono figure malinconiche, i nostri compagni di viaggio nello stesso deserto che stiamo attraversando. Incontrarli potrebbe aiutarci a capire se c’è una strada, e se vogliamo davvero imboccarla: un miracolo di semplicità, a patto che si abbiano occhi per osservare, e quella capacità ormai obsoleta che consiste nel cogliere relazioni, assonanze, costanti, variabili. Quel tanto di somiglianza e quel tanto di diversità. E se proprio non puoi la vita che vorresti, cerca almeno questo per quanto sta in te…

Per Fulgor C.Silvi, Faces Parade (installazioni). ExpArt, Bibbiena (AR), 3 dicembre 2011 – 8 gennaio 2012.

Il paese dei giusti (o quasi…)

Che ci si creda o no, sulla Home Page del sito ufficiale di Equitalia (l’agenzia di riscossione del fisco e altro, da non confondere con equitalia.it, che è un produttore di equipaggiamenti per cavalli!) c’è scritto, alla lettera, “per un paese più giusto”. Si sa, se c’è una dote che non manca agli italiani è l’ironia. Ma ce ne vuole proprio tanta per accettare quel motto: non è neppure una garbata presa in giro; è una spudorata menzogna, che contribuisce a rendere i cittadini più nervosi di quanto non lo siano già ogni volta che entrano in quegli uffici anonimi e tristi dove l’unica cosa simpatica che può capitarti è fare una coda che dura meno di un’ora. Ma torniamo alla giustizia. Circa 2 mesi fa ricevo una notifica/ingiunzione di pagamento di una sanzione fiscale per omissione del ravvedimento operoso su due F24 IVA del 2009. La sanzione è di quasi mille euro, e ovviamente procedo a delle verifiche. Vado a cercare i due F24 a cui si fa riferimento e i ravvedimenti operosi risultano pagati regolarmente. Così vado all’agenzia delle entrate a protestare. Mi dicono che ho ragione e che devo inviare un’istanza, che compilo e invio subito. Dopo neanche due giorni, mostrando una sollecitudine altrimenti impensabile, un funzionario dell’agenzia mi chiama e mi chiede di passare dal suo ufficio. Corro immediatamente, non si sa mai. Il funzionario mi spiega che in effetti avevo pagato i ravvedimenti e che l’errore sarebbe stato corretto. Solo che si può procedere allo storno integrale soltanto di uno dei due ravvedimenti. Nell’altro, infatti, c’era in ogni caso una differenza nei calcoli di 3 euro e 5 centesimi (3,05 in numeri). In pratica, avevo pagato poco più di 3 euro in meno di quanto dovuto. Vabbè, penso, che sarà mai… mi era anche venuta voglia di dire al funzionario “vediamo se ho spiccioli”, ma ho rinunciato, di solito è gente priva del senso dell’umorismo. Che passa anche a me, quando mi comunicano attraverso un foglietto uscito da una stampante ad aghi (che tenerezza…) che per “sanare” quell’errore devo pagare 322,21 euro (in lettere: trecentoventidue e ventuno)! Ma come? Anche un deficiente sa che gli interessi passivi più esosi praticati dalle peggiori banche non superano il 15-20 per cento! Che su 3,05 euro farebbe una manciata di centesimi. Ma siamo all’agenzia delle entrate, un nome che dice tutto: la sanzione è pari a 1/3 della somma dovuta, dove per dovuta non si intende la differenza, ma il totale dell’IVA dovuta a quella scadenza al netto dello storno! In pratica, se un’azienda che fattura 100 milioni al mese, ovvero 21 milioni di IVA, calcolasse male un ravvedimento, che so, commettesse un errore di 5 o 6 euro, dovrebbe pagare 7 milioni!? Mi rifiuto di crederci, così comincio a fare altre verifiche chiedendo anche al commercialista di discutere con l’agenzia. Niente da fare, l’altro ieri mi arriva la conferma che la sanzione definitva è 322,21 e scade il 6 novembre. Così poco fa sono andato a Equitalia a compiere il mio dovere di cittadino integerrimo. Per scoprire (la famosa beffa oltre il danno) che oltre ai 322 e rotti devo pagare anche, nell’ordine, euro 4,00 di una non meglio specificata mora (che non era neanche la cassiera, anzi, era un cassiere con pochi capelli e piuttosto brutto), euro 29,38 di compensi (che sono il “disturbo” di equitalia, che evidentemente non lavora per il ministero ma per accumulare compensi, su cui spero almeno che paghino l’IVA) e euro 5,88 di “varie” (le eventuali non le hanno calcolate per questa volta). Totale: 361,72. Non proprio la stessa cifra che si accumulerebbe lasciando 3 euro in banca per due anni. Ho pagato e ho chiuso la pratica, con la sensazione di essere non un cittadino con dei diritti, ma un imbecille alla mercé dei più furbi. A parte i 361 euro, peraltro, questa vicenda mi è costata diverse ore di tempo: in quelle stesse ore che ho dovuto dedicare a tutto questo un parlamentare guadagna probabilmente qualche migliaio di euro (di proventi leciti, il resto è a discrezione del singolo…), e Equitalia fattura centinaia di migliaia di euro di compensi e varie. Dovrei indignarmi, ma non ci riesco: perché sono già indignato, e da parecchio tempo. E non è servito a nulla. Forse dovremmo passare ad altro. Non alla violenza, che detesto per principio. Ma ad esempio a una sorta di sciopero bianco: organizziamoci per mettere una cura maniacale nei calcoli fiscali, per non prendere multe, per non lasciar scadere le bollette. Non diamo a Equitalia motivi per perseguitarci, e riduciamo così i suoi introiti. Diventiamo tutti onesti e integerrimi, precisi, accurati, impeccabili: il paese dei giusti siamo noi…

Cycladic Moon

Ci sono luoghi che ti scivolano addosso e luoghi che ti entrano dentro per sempre. Ci sono luoghi che non si ricordano e luoghi che non si dimenticano. Ci sono luoghi che non ti parlano neppure quando il rumore è insopportabile e luoghi che riescono a parlarti anche quando il silenzio che li circonda è rarefatto come l’aria limpida in cui sono immersi. Le Cicladi sono luoghi che restano: sono isole nella memoria, sussurri al di là del tempo. Ogni volta riescono a cambiarmi l’anima. La riportano a ciò che era prima che il superfluo che ci circonda la corrompesse: forme pure come la terra su cui si adagiano, luci improvvise nella notte, ombre essenziali e taglienti nella solitudine del mezzogiorno. La depurano e la devastano. La inondano della pace che esprimono e della violenza che  racchiudono. La uccidono e la rigenerano, costringendola a guardare oltre il precipizio, lungo quel bilico che è la vita stessa: un gioco tra il crepuscolo e la luna, tra l’alba e il sole, tra una condanna trasparente e intensa come l’azzurro del mare e una salvezza tracciata sulle rocce aspre profumate di timo. Qui tutto diventa semplice. E ogni limite appare smussato come calce ammorbidita dagli anni e dal vento o come la malinconia di un’improvvisazione al pianoforte. Qui tutto è respiro, e anche i colori dopo un po’ di tempo non significano più nulla. Restano solo ciò che il buio nasconde e la luce rivela. Il disegno di un sentiero. Una linea d’ombra che somiglia all’eternità.

Cycladic Moon (studi preliminari). Dai diari visivi di Sifnos, Milos, Folegandros e Sikinos (2009-2011)

In memoria di Giuliano

Quando muore un uomo muore il mondo. Quando muore un amico è come se morissero due mondi. Quando muore un artista muore l’universo. Ora il tempo e lo spazio sono diventati più aggressivi: Giuliano non c’è più, e senza di lui non so se riusciremo ad affrontarli, a combatterli, a impedire che dilaghino nel mondo e ci schiaccino. Senza di lui, siamo più deboli. Mi aveva parlato spesso del suo bisogno di anticipare la morte impedendole di decidere al suo posto, e a volte anche della sua stanchezza, di quel male di vivere che ognuno di noi riconosce talora nel volo del falco o nella luce che cambia, ma che lui incontrava nella resistenza della materia alla sua volontà di modificarne la forma e la sostanza per trasformarla in un’immagine della sua anima. Ma non credevo che sarebbe successo davvero: l’energia di Giuliano, la sua vitalità, la sua forza, quella sua capacità di leggere l’incanto di ogni momento di ogni giornata, mi sono sempre sembrate inesauribili, invincibili, immortali. Invece, Giuliano si è tolto la vita. Non riesco neanche a chiedermi perché, e poi non cambierebbe nulla se lo sapessi. Questo soltanto posso dire: che la poesia, la sensibilità, l’emozione, sono fragili sussurri nel rumore del mondo. E quando muore un uomo, la sua vista si confonde con il sole, il suo odorato con la terra, il suo gusto con l’acqua, il suo udito con l’aria, la sua parola con il fuoco.

Giuliano Azzoni (scultore e poeta) 1953-2011.
In questo stesso blog: [Per Giuliano Azzoni, 1997] [Stanze, 2009]