La terza stella (Natale 2016)

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Fu solo quando arrivarono alla frontiera con l’Ungheria che cominciarono ad accorgersi che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Non che non ci fossero già stati diversi segnali per così dire anomali rispetto agli anni precedenti. Ma non gli avevano dato peso, un po’ per abitudine, un po’ per eccesso di fiducia nella buona sorte, ma soprattutto perché erano dei re maghi e seguivano una stella, la stessa, da più di due millenni, per arrivare immancabilmente a destinazione. Non era neanche concepibile che quella stella infallibile potesse portarli fuori strada, anche se all’altezza del Caucaso li aveva spinti verso occidente anziché verso sud come si aspettavano. Anche se li aveva guidati fino alle coste dell’Egeo, dove non erano mai stati prima. Anche se appariva meno splendente del solito, più annebbiata, e somigliava a tratti a una specie di bottiglietta anziché a una cometa, una di quelle bottiglie dove talora si infilano dei messaggi da gettare in mare confidando nelle correnti. Ma tutto questo non importava: come ogni anno, per portare i loro doni a quel bimbo innocente si sarebbero spinti ovunque li indirizzasse quel bagliore nel cielo. Avrebbero affrontato qualunque distanza, superato qualsiasi prova: il caldo dei deserti, il gelo delle steppe e delle montagne, i pericoli del mare, il vento, la pioggia, le tempeste e i terremoti. Niente avrebbe potuto fermarli, perché sapevano esattamente cosa volevano: essere testimoni del più grande dei miracoli, la vita che rinasce, che si manifesta in un pianto senza equivoci e in un sorriso senza giustificazioni, che prende la forma di un piccolo essere che non ha nulla e non vuole nulla, tranne che scoprire da solo quali sono i limiti della sua grandezza e gli infiniti orizzonti della sua voglia di imparare. Avevano perfino dimenticato come si chiamasse quel bambino. Ma volevano rivederlo. Perché ogni volta era diverso, ogni volta i suoi occhi e i suoi movimenti sembravano ripetersi come in un rituale ma allo stesso tempo rivelavano una loro assoluta unicità. E si stabiliva un dialogo sempre più profondo tra quello sguardo e quei gesti senza parole e loro, i re, i maghi che lasciavano i loro doni nella polvere e dimenticavano la loro filosofia per abbandonarsi alla meraviglia della vita, a quell’impercettibile differenza in cui tutta la saggezza, tutta la storia e tutte le ricchezze del mondo si perdono improvvisamente come la piuma di un albatro nell’oceano o il profumo di un fiore in una foresta in fiamme. No, non c’era motivo di temere che quell’anno potesse andare diversamente…

Ma si sbagliavano. Alla frontiera ungherese trovarono la strada sbarrata da una fitta rete di maglie d’acciaio e filo spinato. Ne avevano sentito parlare, pare che durante qualche guerra non necessariamente combattuta, molti decenni prima, si usassero questi sbarramenti per impedire ai nemici di entrare in un territorio o, più spesso, per impedire agli abitanti di un territorio di andarsene. Ma era la prima volta che ne vedevano uno da vicino. Si scambiarono qualche parola su cosa fare adesso. Ma non fecero neanche in tempo a formulare qualche ipotesi plausibile che un gruppo di uomini con addosso una tuta scura e armati di fucili e coltelli li circondarono, li arrestarono e li portarono dentro una stanza grande e spoglia, dove le voci rimbalzavano rimbombando su fredde pareti che in una casa accogliente sarebbero riscaldate da scaffali pieni di libri o dalla credenza della cucina. Gli uomini armati urlavano in una lingua incomprensibile, e altrettanto incomprensibile sembrava essere per loro quella dei re. Ne provarono altre, di cui sapevano qualche parola o qualche frase, ma senza che nulla cambiasse. Il dialogo era praticamente impossibile, e non ci si poteva intendere con gli sguardi: non erano quelli di un bambino innocente. Allora gli uomini armati strapparono dalle loro mani i cofanetti coi doni che stavano portando e li aprirono. I re cercarono di interpretare le reazioni dei soldati. Vedendo l’oro, mostrarono un certo interesse, ma anche una sorta di insoddisfazione, come se si fossero aspettati di più. Vedendo l’incenso e la mirra, invece, mostrarono disincanto, indifferenza, disgusto; e un paio di loro gettarono sui maghi anche uno sguardo sfuggente, che si poteva forse associare a un atteggiamento di sufficienza. Come dire: poveretti, o non hanno capito nulla o non meritano alcuna considerazione. Quello che i re non riuscirono a comprendere fu ciò che successe dopo: i soldati requisirono l’oro, gettarono via l’incenso e la mirra e riempirono dei fogli su cui – anche se non erano in grado di leggerlo e tradurlo – c’era scritto di fatto che i tre erano probabilmente immigrati clandestini che stavano cercando di entrare illegalmente in Europa, con l’aggravante del possesso di probabili sostanze stupefacenti o non ammesse. Avrebbero dovuto essere arrestati o rimpatriati; tuttavia, considerando che possedevano una certa quantità di oro, se ne autorizzava il passaggio, trattenendo l’oro a titolo di cauzione, previa identificazione e con l’obbligo di presentarsi quotidianamente al più vicino posto di polizia, qualunque fosse il paese in cui si trovavano in quel momento. Senza che i re capissero esattamente cosa stava succedendo, furono messi al muro e fotografati, dovettero mettere la mano su una superficie che rilevava le loro impronte e firmare dei fogli di cui ignoravano il significato. Poi furono accompagnati verso una porta che si apriva su una strada che si perdeva nel buio e a gesti furono invitati ad andarsene. Si incamminarono senza parlarsi e senza pretendere una spiegazione, e dopo poche centinaia di metri guardarono verso il cielo per ritrovare la stella e di conseguenza la giusta direzione. Ma la stella era cambiata. O meglio, non era più una sola stella: erano diventate tre. Chiunque altro si sarebbe sentito del tutto disorientato, ma non loro. Come re, sapevano decidere. Come maghi, potevano intuire. Così decisero di seguirne una qualsiasi e, se questa li avesse portati fuori strada, un’altra, a scelta, e poi l’ultima, se nessuna delle precedenti fosse stata quella giusta.

La prima stella che decisero di seguire era decisamente insolita: era rossa, di un rosso netto, intenso, con bordi che tendevano al bianco e una scritta, illeggibile da quella distanza, su una coda dove galleggiavano come delle bollicine dorate. Li portò verso una grande città scintillante, piena di negozi illuminati e chiassosi, in molti dei quali le vetrine erano state trasformate in schermi che trasmettevano informazioni sui doni che valeva la pena ricevere. I re capirono immediatamente perché i loro cofanetti erano stati così poco considerati: altro che oro, incenso e mirra; per essere riconosciuti come re e come maghi avrebbero dovuto portare bigiotteria costosa spesso abbinata a biancheria volgare, profumi dorati o adorati (o tutte e due le cose), telefoni che ti fanno sentire un protagonista e ti permettono praticamente di fare quello che vuoi, a patto che tu sottoscriva un abbonamento vantaggioso. Che poi, a pensarci bene, sempre di oro, incenso e mirra si trattava; solo un po’ più aggiornati e con un margine lordo di profitto più alto. E ai bambini? Cosa si poteva regalare ai bambini in quella città scintillante? Poco o nulla, pareva. Perché i bambini non c’erano più. O meglio, c’erano ancora, ma erano impegnati a diventare grandi il più in fretta possibile, per poter finalmente tornare a comportarsi da bambini guidando auto sportive e superaccessoriate, scommettendo su tutto quello che è vietato ai minori di 18 anni e può causare dipendenza patologica e fingendo o immaginando di essere sempre in vacanza. I tre re vagarono per un po’ per le strade di quella città che li affascinava e allo stesso tempo li spaventava; una città che uno di loro definì acutamente “piena di gente, ma svuotata di persone”. Poi si allontanarono e scelsero di seguire una delle altre due stelle.

La seconda stella aveva un aspetto accattivante e minaccioso allo stesso tempo. Era chiara e luminosissima, veloce come un satellite, multiforme. Ma anche attraversata da lampi improvvisi, scuri e densi come le nebbie del primo mattino. Li indirizzò verso oriente e per un po’ ebbero la sensazione che si trattasse di quella giusta: li condusse infatti, attraverso la Grecia e la Turchia, verso la Palestina, dove di solito li aspettavano il padre e la madre del bambino. Ma proprio quando sembrava che fossero quasi arrivati a destinazione furono costretti a fermarsi alle porte di un’antica città ormai ridotta a un cumulo di macerie. Erano abituati alle guerre: in duemila anni avevano visto con i loro occhi e toccato con le loro mani la sofferenza, la fame, il dolore e la paura di chi ha la sfortuna di vivere dove si combatte. Ma non erano preparati alla violenza che si respirava in quell’aria contaminata, in quella città distrutta, in quei paesi dove nessuno ricordava di aver mai vissuto un giorno di pace, uno di quei giorni in cui ci si annoia perché tutto finalmente tace, perché il cielo è limpido e tutti possono scegliere se restare a casa o uscire per le strade senza essere braccati né dover uccidere qualcuno, senza doversi giustificare per sopravvivere, senza essere costretti a rifugiarsi. Non sapevano come si chiamava quell’ammasso di macerie. Forse era Aleppo, ma avrebbe potuto essere qualsiasi altro posto. Certo, non somigliava affatto alla città scintillante da cui venivano. Ma anche lì c’erano pochi bambini e pochi doni per loro, come se il consumismo e l’integralismo avessero stipulato un accordo per impegnarsi, ciascuno con i suoi metodi, a estirpare dal mondo la più pericolosa delle attitudini: l’innocenza. In quello stesso momento i tre re che erano anche maghi intuirono che il bambino a cui ogni anno rendevano il loro omaggio era morto. Probabilmente di freddo o di fame, o tutte e due. O sotto un bombardamento. Annegato in mare. Di stenti o di qualche malattia che avrebbero definito rara, ma in modo improprio, perché era rara nelle città scintillanti ma non dove nascono certi altri bambini. Ma poteva essere morto anche per distrazione. Perché la madre o il padre erano improvvisamente impazziti. Perché la stalla era stata bruciata da una banda di teppisti. Per un missile che avrebbe dovuto essere intelligente ma non poteva esserlo perché è solo una macchina che trasporta la morte il più lontano possibile. Per una raffica sparata a caso in mezzo alla folla da un fanatico. E perfino in nome di dio. Cosa, quest’ultima, che non si può fare a meno di definire un paradosso.

Restava la terza stella. Istintivamente la seguirono, senza troppa convinzione, come si fa con ogni fioca speranza a cui si concede comunque un’ultima possibilità. Ma la stella non si mosse. Rimase ferma, proprio sopra di loro, isolando attorno ai tre re, come se volesse costruire una metafora, un pezzo di terra desolata. I maghi rimasero in silenzio, in quel cono di luce irreale, interrogandosi con lo sguardo. Che cosa potevano fare ormai? Non avevano più nulla da donare. Non erano più sicuri neanche dei loro nomi. Nessuna stella li avrebbe più guidati fino alla capanna o alla grotta, che del resto erano solo echi lontani di un mondo dove ai bambini bastava l’amore che li circondava per essere a loro modo felici; e dove i regali erano soltanto il simbolo di quello stesso amore e non un modo per rappresentare prima del tempo la loro condizione e la loro appartenenza sociale. Nessun padre, nessuna madre li avrebbero aspettati con l’ansia e l’orgoglio di chi sa che per un figlio che nasce il dono più grande è la certezza di avere di fronte a sé infinite opportunità e di sapere che potrà coglierle per costruire qualcosa di importante, qualcosa che possa restare nella memoria, diventare un retaggio, essere raccontato. Eppure, proprio in quel momento di solitudine, in quel riflesso che penetrava nel vuoto di quella parte del corpo in cui ciascuno di essi collocava l’anima, si resero conto che c’era ancora una risposta da dare, per quanto fosse incerta, densa di dubbi e ripensamenti, così lontana dalle affermazioni categoriche che avevano colto sia nei messaggi promozionali che nei proclami dei signori della guerra, sia nella prosopopea dei venditori di fumo che nella retorica dei mercanti di morte. Quella risposta era attorno a loro: era la conoscenza, l’unico deserto che può sempre diventare un giardino.

In quello stesso momento, il bambino sentì la voce di suo padre e di sua madre che lo chiamavano. La cena era quasi pronta. Appoggiò le statuette dei re magi su una pietra coperta di muschio, come se seguissero la cometa che aveva già piazzato sopra la grotta di cartapesta. Guardò il presepio che aveva costruito e si ritenne soddisfatto. Poi corse nel salone dove sua madre stava già servendo i ravioli. Era la notte di Natale: sotto l’albero, nell’angolo della stanza, c’era solo un pacchetto. Era per lui. Sapeva cos’era: una piccola cosa che desiderava e che i suoi genitori avevano intuito, anche se lui non avrebbe mai osato chiedergliela. Ma era come se lì dentro ci fosse tutta la sua vita.

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