L’isola dei morti

Oggi sono andato al funerale di un amico. Un altro amico fragile. L’ho saputo questa mattina, aveva 47 anni e lo conoscevo da quando eravamo ragazzi: era una di quelle persone che incontri e pensi che ci sia sempre stata, e che ci sarà sempre. Ma non era vero: è che a volte abbiamo parlato insieme della morte e dell’eternità, e ci siamo sentiti immortali. Anche se non è stato così. Giovanni Maria era un uomo di teatro, un regista, un lettore raffinato di poesie, poemi, cantici, monologhi. Quando lo incontravo mi parlava sempre di progetti, ma soprattutto di visioni. Mi salutava da lontano, con un gesto plateale della mano, lo stesso che potrebbe fare una scultura barocca se prendesse vita, e poi mi guardava come se volesse dirmi “perché non parli?”. A me piace parlare, ma non quando il piacere di ascoltare rende superflua ogni voce. Così tacevo e lo ascoltavo. Perché sapevo che mentre mi spiegava dell’ultima regia si sarebbe improvvisamente interrotto, inseguendo un lampo, lasciandosi andare come un tuono a esercizi di spietata ironia o alla rabbia per non essere ancora riuscito a cambiare il mondo, quella stessa rabbia che tiene insieme tutti quelli della nostra generazione che non si sono arresi e non si arrenderanno mai. Ricordo tante conversazioni, ma due in particolare. Una volta ci incontrammo in treno, tra Arezzo e Firenze, e cominciammo a parlare del più e del meno, che vuol dire d’arte, della passione per l’arte e la scrittura. Ma dopo pochi minuti Giovanni si bloccò con lo sguardo inclinato, in silenzio. Sapevo che cosa significava quell’apparente distrazione improvvisa: stava per lasciare che qualcosa accadesse, che un monologo prendesse forma. Ho aspettato per pochi secondi, immaginando uno sfogo sulla sorte del nostro paese o sulle città in decadenza (accidenti! Quanto ci piaceva parlare di queste cose!). Invece, abbassando il tono della voce, mi indicò un signore seduto poco più in là, e mi disse di osservarlo con attenzione. Poi cominciò a sussurrarmi tutto ciò che quello sconosciuto avrebbe probabilmente fatto durante il resto della giornata: descrisse con assoluta precisione, quasi evocandoli nello spazio tra le nostre due poltrone, piccoli gesti quotidiani, pensieri irripetibili, azioni banali e allo stesso tempo terribili, le cicatrici di una storia segnata dal rancore e dall’incomprensione e la vana ricerca di un senso nello scorrere inesorabile dei minuti. Era come se lo vedessi, quell’uomo, e guardandone meglio i tratti, i gesti, le espressioni, i dettagli compresi che quello che Giovanni mi stava raccontando avrebbe potuto essere assolutamente vero. Andò avanti così per quasi un’ora, senza un’incertezza. Avrei dovuto registrarlo quel racconto sottovoce, era una splendida improvvisazione teatrale e insieme la sincera riflessione di un amico sensibile e intelligente che condivideva con me la volontà di esorcizzare l’orrore che può nascondersi nella quotidianità per impegnarsi a mantenere accesa la luce dell’ironia, che sola può salvarci dalla morte più spaventosa. Quella interiore. Quella nebbia che avvolge l’anima e ci impedisce di sognare ancora, o di guardare gli altri con gli occhi disincantati di un bambino che non ha paura né di scoprire che ogni re è nudo, né di comprendere che ogni essere umano, quando non si vergogna della verità che possiede, può essere un re. L’altra conversazione è più difficile da raccontare, perché non è un episodio, ma un’intera storia. Cominciò quando un giorno Giovanni mi chiese un’idea per una rappresentazione che stava allestendo. Stava cercando immagini che potessero esprimere l’atteggiamento dell’artista rispetto alla morte, e non voleva rischiare di essere scontato. Non ha mai fatto mistero della sua stima nei miei confronti come esperto di immagini, e mi chiese un aiuto, con assoluta naturalezza. Mi dette solo una traccia, cercava immagini decadenti, così mi misi a cercare tra gli artisti di fine ottocento, sfogliando tra gli altri un vecchio libro in tedesco su Arnold Bocklin. In quel libro, impreziosito da incisioni e riproduzioni di disegni, trovai un autoritratto dell’artista che forse era ciò che Giovanni stava cercando: il pittore tiene il pennello in mano e guarda fiero in avanti, ma dietro di lui, quasi sussurrandogli qualcosa all’orecchio, lo scheletro della morte suona un violino. Feci vedere a Giovanni l’immagine e gli detti il libro: non posso dimenticare la gioia dei suoi occhi, e mi pento di non averglielo regalato. Lo tenne a lungo, quel libro, lo studiò a fondo, ne ricavò idee, e ogni volta che ci incontravamo mi ringraziava per quel mondo che Bocklin, in quel periodo della sua vita, gli aveva aperto. Nella sua immaginazione ero diventato per lui il massimo esperto di Bocklin in Italia, oltre che uno dei talenti più promettenti nell’ambito della ricerca iconografica. Trovare quell’autoritratto, certo, non era stato un caso, anche se è un dipinto piuttosto noto. Ma penso che volesse dirmi che mi vedeva come quel fiero pittore dallo sguardo obliquo, che in quella musica che prende forma nel buio trova la forza, la voglia e il piacere di raccogliere la luce e i colori per farne dono al mondo intero. Che poi è ciò che lui stesso faceva, e meglio di me, ogni giorno, a teatro, tra le pietre di una chiesa o nelle piazze: commentando con l’essenzialità della voce e delle parole ciò che è invisibile agli occhi. Addio Giovanni. Ora anche tu stai navigando verso l’isola dei morti [immagine]. Troppo presto, però. Anche il cielo se n’è accorto, e ha rovesciato tuoni improvvisi e pioggia violenta sulla città, mentre te ne andavi. Con la stessa rabbia e la stessa ironia che ti appartenevano, e che forse avresti apprezzato come le battute di un vecchio amico…

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