Parabola italiana

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Gli italiani, o almeno la maggior parte degli italiani, non sono cattivi. Ma questa è probabilmente l’unica nostra connotazione positiva, quella nota pittoresca grazie alla quale, com’è noto, gli “altri” (tedeschi, inglesi, francesi e così via) ci amano ma non ci stimano. Per il resto siamo e restiamo saldamente ancorati alla nostra innata cialtroneria, alla nostra congenita tendenza all’approssimazione, ai nostri comportamenti tutto fuorché ineccepibili. Certo, stiamo vivendo un momento strano e preoccupante, in questo venti venti con sfumature che vanno dal surreale al picaresco con risvolti inquietanti; ma anziché approfittarne per fare un po’ di autocritica o riflettere su quel concetto per noi inconcepibile di etica della responsabilità, stiamo solo continuando a perpetrare i nostri soliti errori compulsivi, talmente ovvi e prevedibili che si possono ormai descrivere evidenziando 3 atteggiamenti caratteristici, che abbiamo già notato, che stiamo notando in questo momento o che noteremo tra qualche tempo. Di fronte ad un’emergenza come il Corona Virus potevamo comportarci quanto meno con un po’ di dignità. Invece, la nostra prima reazione è stata la paura: gli italiani hanno paura di fronte a ciò che è percepito o viene presentato come pericolo. Si tratta di una paura inspiegabile, irrazionale: non ci spinge verso il lato oscuro della forza, ma verso i supermercati, per fare scorta di derrate che non si sa chi riuscirà a smaltire o per comprare sacchi di farina e lievito, come se fossimo abituati a fare il pane a casa. Questa paura, sicuramente alimentata da classi dirigenti inadeguate alla situazione e da un’informazione di matrice terroristica, ha però una durata limitata: il giorno dopo la corsa al pane gli stessi supermercati sono deserti, e con gli scaffali di nuovo pieni: un lampo di razionalità impedisce forse agli stessi che il giorno prima riempivano i carrelli di accumulare altri generi alimentari prima di aver smaltito quelli che hanno faticosamente messo in dispensa o in frigo? No, è che dopo la paura subentra il secondo atteggiamento tipico di noi italiani: il fastidio. Il fastidio è la nostra reazione immediata a qualsiasi forma di sacrificio o di impegno: dopo tutto, fare incetta di cibo vuol dire pensare solo a noi stessi; perché dovremmo pensare agli altri nel momento in cui è necessario rinunciare a qualcosa che fa parte della nostra quotidianità e si è consolidato nelle nostre abitudini? La reazione a questa seconda fase è il menefreghismo: si esce lo stesso perché in fondo a me checaxxomenefrega del virus; ci si muove; si fugge come se si fosse sul Titanic, al grido sommesso, ma nitidamente udibile, di si salvi chi può. C’è poi la terza reazione irrazionale, legata a quello che ancora deve accadere. Si chiama voglia di dimenticare e scatterà non appena qualche TG più seguito di altri, qualche politico che vuole mettersi in mostra o qualche scienziato stufo di essere sottopagato o attratto da un’improvvisa voglia di notorietà diranno che stiamo uscendo dal tunnel, che la fase peggiore è stata superata e siamo ormai fuori pericolo. Mi sembra di vederli, gli italiani prima impauriti e poi infastiditi, nel momento in cui percepiranno che chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto: si riverseranno sulle autostrade intasandole, saliranno sul primo treno dove troveranno posto, sulle navi che salperanno di nuovo o sugli aerei nuovamente disponibili. Per fare cosa? Non si sa, ma la parola d’ordine sarà “dimenticare”, seguita da divertirsi per recuperare il tempo perduto, insofferenza per le code e i ritardi, sdegno per i prezzi che saliranno all’improvviso; una perfetta parabola, per tornare ad essere ciò che eravamo, senza aver imparato nulla nel frattempo. Così alla prossima emergenza si potrà ricominciare da capo, mettendo in scena la stessa sequenza: paura, fastidio, voglia di dimenticare. Sì, lo so, non tutti gli italiani sono così, anzi. Ma secondo i sondaggi, quanti milioni o quante decine di milioni sono? Secondo me, se avessero un punto di riferimento, potrebbero perfino vincere le elezioni…

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